"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)
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domenica 27 aprile 2025

Papa Francesco e la creazione dei Cardinali: non era affatto un esercizio esotico!

Alcuni spunti sul Conclave che verrà, tra numeri, geografie e volontà di rappresentare davvero la Chiesa universale

Devo alla lettura di un interessante articolo pubblicato da The Pillar (https://www.pillarcatholic.com/p/the-cardinal-electors-by-the-numbers) – che presenta numeri, tendenze e distribuzioni aggiornate dei Cardinali elettori anche rispetto al passato – alcune considerazioni come quelle che seguono. Perché i numeri, se li si osserva con attenzione, aiutano a leggere meglio il presente della Chiesa e probabilmente a intuire qualcosa del prossimo futuro.

Al di là dell'accanito toto-nomine già partito – un esercizio che lascia il tempo che trova – resta chiaro che l’imminente Conclave, quando verrà convocato, sarà con ogni probabilità il più partecipato della storia recente: 135 Cardinali con diritto di voto, di cui ben 108 creati da Papa Francesco. Eppure non è solo una questione di quantità. Il punto è proprio la qualità della distribuzione dei partecipanti.

Gli elettori attuali arrivano da 71 Paesi diversi. L’Europa, che fino a pochi anni fa rappresentava più della metà del Collegio, oggi è ferma attorno al 33%. In parallelo, sono cresciuti l’Africa, l’Asia e l’America Latina. In molti casi si tratta di Chiese che per la prima volta nella storia hanno un Cardinale elettore. In questi termini, la mappa del Conclave riflette oggi in modo più fedele la geografia reale della cattolicità.

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Questa trasformazione, frutto delle scelte di Papa Francesco, apre ad almeno tre effetti interessanti:

– Primo: si riduce la possibilità che il voto venga orientato da poche aree geografiche o da gruppi culturalmente omogenei. In passato, l’intesa tra Cardinali italiani o centro-europei poteva da sola determinare il risultato. Oggi questo è impossibile.

In pratica, la frammentazione (in senso positivo) obbliga a costruire consenso tra realtà diverse: africani e asiatici, latinoamericani e nordamericani, europei e rappresentanti dell’Oceania. In termini matematici, si potrebbe dire che il "potere decisionale" si è distribuito più equamente; e in questo modo risulta difficile che una “cordata” preconfezionata imponga un risultato.

– Secondo: la maggiore diversità introduce una componente di imprevedibilità benefica. Con più attori in campo, con meno rapporti consolidati tra loro, con esperienze ecclesiali molto diverse, l’emergere di un candidato al Soglio di Pietro non è più frutto di dinamiche scontate, ma lascia spazio a dialoghi reali.

I Cardinali sono quasi costretti a conoscersi, confrontarsi, costruire insieme un orientamento comune. In altre parole: la diversità obbliga al discernimento, non solo al calcolo.

– Terzo: maggiore è il numero di chi partecipa a un'elezione, meno scontato è l'esito.

Se nel passato il Conclave si svolgeva con numeri più contenuti e con una forte concentrazione geografica — basti pensare che per secoli gli elettori erano appena qualche decina, tutti provenienti quasi esclusivamente dall'Europa e in larga parte dall'Italia — oggi, con 135 Cardinali provenienti da 71 Paesi diversi, ogni dinamica risulta molto più aperta e meno prevedibile.

Il semplice dato numerico pesa: più aumenta il numero di chi deve decidere, più diventa difficile pianificare o controllare l'orientamento complessivo. In questo senso, il Conclave che si prepara riflette davvero l'universalità della Chiesa non solo nella provenienza dei Cardinali, ma anche nella ricchezza e nella pluralità delle posizioni che emergeranno.

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Più di qualche commentatore ha ritenuto che la "moltiplicazione dei Cardinali" da parte di Papa Francesco – ben oltre il numero previsto di 120 elettori ammessi nella Sistina – fosse una mossa per controllare l'elezione del Successore. Eppure, numeri alla mano, si comprende che l’esito prodotto è proprio l'opposto: un’assemblea meno compatta, meno centralizzata, meno gestibile.

In qualche caso, sempre in termini di opinione pubblica(ta), si è ridotta la questione al semplice "gesto di rottura", o addirittura a una sorta di vezzo esotico. In realtà, con il senno del poi – e numeri alla mano – le numerose berrette rosse consegnate sembrano essere parte di un disegno pastorale preciso: dare voce anche a chi non l’ha mai avuta, portare a Roma la varietà della Chiesa, rendere il futuro più frutto di discernimento che di strategia.

Anche questa è allora un’eredità che Francesco lascia alla Chiesa. Un’eredità che si misura nel modo in cui ha preparato il terreno per ciò – e per chi – verrà dopo di lui. Un terreno più largo, più vario, più ricco di umanità e di prospettive.

Un’eredità che non orienta un risultato, ma lo rende più libero. E, forse, anche più vero.

giovedì 16 novembre 2023

#Aidemia, sull'eccesso legato all'Intelligenza Artificiale

AIDEMIA

Dopo un po' di frequentazione in questo ambiente penso di poter suggerire a Treccani il conio di un nuovo #neologismo 2023:
*AIDEMIA* s.f. Eccessiva circolazione di informazioni, dati, opinioni e prodotti legati all'Intelligenza Artificiale (AI), che genera un flusso caotico e rumoroso in cui risulta difficile per individui e organizzazioni districarsi in un settore già di per sé intrinsecamente complesso, riducendone la chiarezza e la comprensione (cit. Giovanni Tridente).
p.s. L'immagine è stata generata con Bing

lunedì 7 agosto 2023

Influencer cattolici?


Riflettevo sul rischio che comporta incentivare e "valorizzare" la cosiddetta categoria degli "influencer cattolici". Influencer secondo quali canoni? Cattolici secondo quali altri canoni?
 
Nella migliore delle ipotesi, e agli occhi di un pubblico generalista, rischia di diventare un'etichetta che "ghettizza", dando l'idea di appartenere a un club esclusivo, peraltro non molto attraente.

Lungi da tutto questo, la "#missionedigitale" nella #Chiesa (scrivevamo qualche annetto fa nel libro curato con Bruno Mastroianni) è tale in quanto appartiene a "ogni #battezzato" e non a qualcuno "più battezzato di un altro". Ogni discepolo di Cristo è chiamato ad annunciarLo andando "fino ai confini della terra". E oggi sostanzialmente ciascun battezzato possiede un account e utilizza i social per buona parte del proprio tempo.

Il punto è che la consapevolezza di questa "missione" deve farsi capillare, eterogenea, diffusiva, "senza porte" come piace dire a #PapaFrancesco e non "esclusiva" (etichetta, appunto). Deve innervare il vissuto e l'operato di ciascuno di noi, senza rispondere piuttosto a un "piano prestabilito", poiché la persona che ho di fronte nell'#onlife (vedi Luciano Floridi) ha carne ed ossa e anche la mia testimonianza deve incarnarsi.

Non me ne vorranno i tanti amici che si occupano di questo ambito, animati da lodevoli e ammirabili intenzioni, ma ciò vi dovevo per onestà (soprattutto intellettuale), anche per non cadere io per primo nel tranello del "politicamente corretto", che forse non ci fa scomporre - magari "ci conserva l'incarico" o ce ne fa avere uno ad hoc senza generarci sicuramente inimicizie - ma a lungo andare ci rende tutti più tristi e inconcludenti.

Buona missione a tutti i battezzati!

P.S. Non ci crederete, ma l'immagine che accompagna il post è stata generata con un'app che utilizza #IA, con questo prompt: "rappresentami un influencer cattolico".

giovedì 26 gennaio 2023

"Parlare con il cuore", compito imprescindibile per l'odierno comunicatore


Dopo l’ascolto, la parola. E di mezzo il cuore. Tocca le corde dell’empatia la riflessione che Papa Francesco invita a fare ai comunicatori per la 57ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2023, che si celebrerà il prossimo 21 maggio.

Il tema scelto verte infatti sul versetto 15 del capitolo della Lettera di San Paolo agli Efesini: 'Veritatem facientes in caritate' per dire che bisogna “Hablar con el corazón” dopo che – lo scorso anno – l’approccio è stato “Escuchar con el oído del corazón”. Un collegamento ideale, e anche inevitabile, tra il silenzio e l’azione sempre mitigati dall’organo vitale per eccellenza, centro di tutti i nostri sentimenti e delle nostre passioni.

Un “percorso” che caratterizza nella sostanza ogni atto comunicativo – non si può parlare senza aver prima mantenuto un silenzioso ascolto – e che deve alimentarsi di una finalità più grande: farlo con il cuore ma anche raggiungere il cuore dei propri interlocutori. Questo vuol dire mitezza, vuol dire legami, superare le contrapposizioni e i dibattiti esasperati…

Un compito per i comunicatori d’oggi, sollecitati senza dubbio dalle tante possibilità della tecnica e della socializzazione, che spesso rischiano però di cadere nello scontro esacerbato che termina per distruggere lo stesso atto comunicativo.

Lo spirito è quello di avanzare una comunicazione che superi le ostilità – e quanto ne abbiamo bisogno proprio ora che la guerra guerreggiata è anche alle nostre porte – puntando alla costruzione di un futuro che invece è più fraterno, più giusto e per proprio per questo più umano.

Andata e ritorno

Il tema scelto dal Pontefice evidenzia anche un altro elemento – che poi lui stesso ha sottolineato in un discorso a braccio nella recente udienza concessa ai dipendenti e partecipanti all’Assemblea plenaria del Dicastero per la Comunicazione – ossia che non esiste una comunicazione in una sola direzione, ma prevede sempre “un’andata e ritorno”. Per cui il comunicatore vero “deve essere attento al ritorno, a quello che viene, alla reazione che provoca quello che io dico”. Qui la dinamica è quella del dialogo e della reciprocità.

Un altro aspetto sottolineato da Papa Francesco è quello del “rischio” legato alla comunicazione, l’assumere l’onere del “movimento” e della “creatività” senza la necessità di voler avere tutto sotto controllo, perché poi in realtà non esiste un “tutto in ordine” che si possa disporre come in un archivio: “il comunicatore deve andare sempre rischiando, sempre sulla strada, sempre nel coinvolgimento con la vita”.

Secondo i valori

Qui evidentemente si apre anche l’ambito della comunicazione secondo i valori – cristiani e pure umani –, rifuggendo il pericolo della sola tecnica, che può aiutare ma diventa deleteria se dietro non c’è un cuore – appunto – e una mente, che rendono l’atto comunicativo pienamente caratterizzato dal “calore umano”.

Artigianato dei legami

Altri spunti interessanti il Papa li aveva preparati nel discorso che poi ha soltanto consegnato ai membri del Dicastero ma che ha comunque invitato a leggere. Il punto focale della riflessione in questo caso riguarda una comunicazione alimentata e alimentatrice di “legami”, una vocazione che si caratterizza per l’essere vicini e dare voce “a chi è escluso, attirare l’attenzione su ciò che normalmente scartiamo e ignoriamo”.

Un vero e proprio “artigianato”, scrive Francesco, che permette a Dio di far risuonare e sentire la Sua voce. Questo apostolato si serve di tre compiti specifici, che sono poi tre sfide: “rendere le persone meno sole”, attraverso l’ascolto concreto, aiutando in questo modo anche al Chiesa ad abitare la realtà “e intercettando le grandi domande degli uomini e delle donne di oggi”. In questo contesto bisogna “dare voce a chi non ha voce”, stando con quanti vivono situazioni di marginalità o accompagnando i tanti “irregolari di ogni genere”, sull’esempio di Gesù che non ha mai ignorato queste situazioni.

La terza e ultima sfida individuata dal Pontefice è più che altro una consapevolezza di come questo approccio richieda “fatica”. Bisogna infatti assumere il coraggio di spiegare che “la comunione non è mai uniformità, ma capacità di tenere insieme realtà molto diverse”. Allo stesso modo, la comunicazione deve imparare a “rendere possibile anche la diversità di vedute, cercando però sempre di perseverare l’unità e la verità”.

Giovanni Tridente

sabato 31 dicembre 2022

Benedetto XVI: umile cooperatore della Verità

L'originale è stato pubblicato in spagnolo sulla rivista OMNES: https://omnesmag.com/actualidad/los-momentos-clave-del-pontificado-de-benedicto-xvi/

Con umiltà e nella verità, in silenzio e con la preghiera. Così ha vissuto, così se n’è andato Benedetto XVI, il Papa emerito. Eletto al Soglio pontificio il 19 marzo 2005, subito dopo “il grande Papa Giovanni Paolo II”, nelle prime parole rivolte alla folla dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro si definì “un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”. E come tale apparve, con le maniche della maglia nera che fuoriuscivano dalla veste papale, segno di una scelta che forse non si aspettava. 

Timido, eppure molto colto, semplice nei modi ma dal pensiero complesso e mai banale. Lavoratore instancabile. Ne ha dato prova negli innumerevoli anni trascorsi nella Curia Romana come insostituibile collaboratore del suo predecessore, in uno dei dicasteri più importanti e più solidi, l’allora Congregazione per la Dottrina della Fede.

Sempre il giorno dell’elezione si definì “strumento insufficiente”, consolato dal fatto che il Signore avrebbe saputo utilizzarlo al meglio, senza fargli mancare il “suo aiuto permanente”, con la complicità della Madre Maria Santissima. Chiedeva preghiere.

Per quasi otto anni, fino alla rinuncia divenuta effettiva il 28 febbraio 2013, non si è arreso davanti a nessun ostacolo, ha (ri)messo mano all’aratro e ha cominciato a puntellare nei suoi elementi fondamentali l’edificio della Chiesa, appena approdata con tutta l’umanità in un nuovo millennio carico di cambiamenti e di “sballottamenti”, da poco rimasta orfana di una guida spirituale imponente, che l’aveva accompagnata per mano per oltre 27 anni.

Il suo destino era divenuto chiaro il giorno dei funerali di San Giovanni Paolo II, quando pronunciò quella toccante omelia che aveva come esordio proprio la parola “Seguimi”. Qualche giorno prima – nella Via Crucis al Colosseo, meditando sulla nona stazione, la terza caduta di Gesù – si era “incaricato” poi di denunciare “la sporcizia nella Chiesa”, ma anche la superbia e l’autosufficienza. 

Il suo sogno era tornare in Patria, dedicarsi alla lettura e godersi la passione per i gatti e l’amore per la musica classica. Gli toccò invece sobbarcarsi tutti quei problemi che aveva imparato a conoscere da vicino, e prendere su di sé anche la croce delle critiche e delle incomprensioni, ma aprendo la strada a un processo di riforma che il successore – Papa Francesco – ha potuto continuare agevolmente. Lo ha fatto con umiltà, e nella verità.

Compito inaudito che supera ogni capacità umana

“Compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana”. La domenica del 24 aprile 2005 Benedetto XVI iniziò il suo ministero petrino come Vescovo di Roma, in una piazza San Pietro gremita da oltre 400 mila persone. E nell’esporre la gravità e il peso del mandato che sentiva di dover assumere, disse che in fondo il suo programma di governo non sarebbe stato quello di “perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia”. Volontà di Dio che “non ci aliena, ci purifica – magari in modo anche doloroso – e così ci conduce a noi stessi”.

Essere pronti a soffrire 

Il tema della sofferenza ritorna spesso nel discorso di insediamento, come quando spiega che “amare – [il popolo che Dio ci affida] – vuol dire anche essere pronti a soffrire”, “dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza”. Parole che lette con il senno del poi suonano come profezia. Di sicuro non gli è stata risparmiata alcuna sofferenza a Benedetto XVI, sempre però vissuta in spirito di servizio, e in umiltà.

Guardando ai quasi otto anni di pontificato risaltano alcuni contributi di rilievo che il primo Papa emerito della storia ha lasciato in eredità a tutta la Chiesa.

Le tre Encicliche

Il primo contributo è senza dubbio magisteriale. A pochi mesi dal pontificato, Benedetto XVI firma la sua prima Enciclica, la Deus caritas est (Dio è amore) dove spiega come l’uomo, creato a immagine di Dio-amore, è in grado di fare esperienza della carità; scritta inizialmente in tedesco e firmata il giorno di Natale del 2005, viene diffusa il mese dopo.

Il 30 novembre del 2007 esce invece la Spe salvi (Salvati nella speranza), che mette a confronto la speranza cristiana con le moderne forme di speranza basate su conquiste terrene, che portano a sostituire la fiducia in Dio ad una mera fede nel progresso. Ma solo una prospettiva infinita come quella offerta da Dio tramite Cristo può dare la vera gioia.

L’ultima enciclica a sua firma reca la data del 29 giugno 2009 è si intitola Caritas in veritate (L’amore nella verità). Qui il Pontefice passa in rassegna gli insegnamenti della Chiesa relativi alla giustizia sociale e invita i cristiani a riscoprire l’etica delle relazioni commerciali ed economiche, mettendo sempre al centro l’individuo e i valori che preservano il suo bene.

Una quarta enciclica era in preparazione per completare la trilogia dedicata alle tre virtù teologali; uscirà a firma di Papa Francesco il 29 giugno 2013, nell’Anno della Fede, completando il grosso del lavoro che era già stato preparato da Ratzinger. Si intitola Lumen fidei.


4 Esortazioni post sinodali

Eucaristia, Parola, Africa e Medio Oriente sono invece i temi delle quattro Esortazioni apostoliche uscite sotto il pontificato di Benedetto XVI, a coronamento di altrettanti Sinodi dei Vescovi che si sono svolti rispettivamente nel 2005, generando la Sacramentum caritatis (2006); nel 2008, con la pubblicazione della Verbum Domini (2010); nel 2009, da cui l’esortazione Africae munus (2011); e nel 2010, che due anni dopo ha portato al documento Ecclesia in Medio Oriente.

C’è qui l’importanza dei sacramenti, e la vicinanza alle periferie del mondo, luoghi in cui la Chiesa è molto viva, ricca di vocazioni, ma dove spesso manca lo sforzo “di Roma” nel farsi più presente a quelle terre.

La trilogia su Gesù di Nazareth

Grazie alla sua passione per lo studio e alle sue qualità di fine teologo, negli anni del Pontificato Benedetto XVI ha anche regalato alla comunità dei credenti tre importanti libri sulla figura storica di Gesù, usciti rispettivamente nel 2007, nel 2011 e nel 2012. Il percorso narrativo parte dall’Infanzia di Gesù, proseguendo per la vita pubblica del Messia, fino alla resurrezione. 

È stato un successo editoriale senza precedenti, e molti fedeli sono rimasti edificati dal racconto sul Gesù-Persona.

I Viaggi

Pellegrino presso i popoli, non ha interrotto la tradizione del predecessore di realizzare dei Viaggi apostolici sia in Italia che all’estero; serie inaugurata a quattro mesi dal pontificato recandosi nella sua Patria per la Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia. Ritornerà in Germania altre due volte, nel 2006 (in Baviera, circostanza del noto “incidente di Ratisbona”) e nel 2011, come visita ufficiale al Paese. In totale Benedetto XVI ha compiuto 24 viaggi apostolici all’estero, diversi in Europa (tre volte in Spagna), ma anche in America Latina (Brasile, Messico, Cuba), negli Stati Uniti d’America (2008), in Africa (Camerun, Benin) e in Australia (2008).

Significativi senza dubbio il Viaggio in Terra Santa, visitando la Giordania, Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese, nel maggio 2009, ma anche la visita al Campo di Concentramento di di Auschwitz, nello stesso mese tre anni prima, dove ha pregato per onorare la memoria degli ebrei, dei polacchi, dei russi, dei rom, e dei rappresentanti di venticinque nazioni uccisi dall’odio nazista.

Oltre trenta anche le visite pastorali e pellegrinaggi in Italia e altrettante anche nella Diocesi di Roma, visitando parrocchie, santuari, basiliche, carceri, ospedali e seminari. Nella storia rimarrà la visita a L’Aquila, nel 2009, subito dopo il terremoto, quando si recò a pregare sulle spoglie di Celestino V sulla cui teca depose il suo pallio, premonizione che molti hanno associato alle future dimissioni. 

Gli “incidenti”

Iniziando il suo ministero petrino Benedetto XVI aveva fatto riferimento alle sofferenze, e purtroppo questo è stato uno degli elementi che non gli sono stati affatto risparmiati come si diceva, a cominciare da alcune incomprensioni e controversie che hanno avuto eco internazionale.

La prima di questa rimanda al 2006, con la famosa lectio magistralis presso l’Università di Ratisbona durante il suo secondo viaggio in Germania, visitando la Baviera. Qui l’incidente è scaturito dalla infelice citazione di una frase dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo a proposito della guerra santa, con riferimenti al profeta Maometto. Nel suo discorso il Papa aveva ricordato la dichiarazione Nostra Aetate e l’atteggiamento della Chiesa nei confronti con le religioni non cristiane, ma ormai l’incomprensione era data, e nel mondo islamico si susseguirono violente reazioni. 

Benedetto XVI si è poi successivamente scusato pubblicamente, dicendosi “rammaricato” e chiarendo di non condividere il pensiero espresso nel testo citato. Fortunatamente, gli anni successivi sono stati un fiorire di scambi culturali e teologici tra cattolici e musulmani, culminati anche con un incontro in Vaticano tra una delegazione di teologici e intellettuali islamici e lo stesso Pontefice. Qui ci sono senza dubbio i prodromi del Documento sulla fratellanza umana che diversi anni dopo riuscirà a firmare ad Abu Dhabi, Papa Francesco insieme al Grande Imam di Al-Azhar. 

Un secondo incidente si ebbe a Roma, protagonista la principale Università della Capitale, “La Sapienza”, dove un gruppo di oltre 60 docenti dell’Ateneo si oppose alla visita di Benedetto XVI, invitato dall’allora Rettore ad intervenire all’inaugurazione dell’Anno accademico nel 2008. Dopo il profluvio di polemiche, la Santa Sede declinò l’invito. Nove anni dopo, nel 2017, il suo successore Francesco è riuscito invece a visitare un’altra università civile romana, “Roma Tre”.

Dopo l’incomprensione con i musulmani, nel 2009 arrivò l’incidente con il mondo ebraico. Benedetto XVI aveva deciso di rimettere la scomunica a quattro vescovi lefebvriani, tra i quali c’era Richard Williamson. Dopo questo gesto si venne a sapere – attraverso la televisione svedese SVT – che nel passato il monsignore aveva pubblicamente espresso posizioni negazioniste sulla Shoah. Anche qui la Santa Sede fu costretta ad emettere una nota che, oltre a confermare la condanna e il ricordo del genocidio degli ebrei, imponeva al vescovo Williamson di prendere “in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah”, prima di essere ammesso a funzioni episcopali nella Chiesa, chiarendo che queste posizioni non erano conosciute dal Papa nel momento della remissione della scomunica.

Altre critiche sorsero durante il suo viaggio in Camerun e Angola nel marzo 2009 quando sull’aereo affermò che la distribuzione dei preservativi non sarebbe una soluzione contro l’AIDS; dichiarazione stigmatizzata da governi, uomini politici, scienziati e organizzazioni umanitarie con ripercussioni anche sul piano diplomatico.

La lotta agli abusi

Eppure, sotto il Pontificato di Benedetto XVI ha preso impulso in maniera irreversibile tutto il processo di lotta agli abusi nella Chiesa che Papa Francesco ha potuto proseguire più agevolmente. Papa Ratzinger è stato il primo pontefice a chiedere esplicitamente scusa alle vittime abusate da ecclesiastici, oltre a incontrarle in più occasioni, ad esempio nei viaggi all’estero. È stato drastico nell’allontanare diversi religiosi responsabili di tali crimini e a stabilire le prime norme e linee guida più stringenti contro questi fenomeni.

Un esempio su tutti è la gestione del “caso Maciel”, che Ratzinger aveva già avuto modo di approfondire negli anni in cui era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Da Pontefice fece in modo che la Congregazione dei Legionari ricevesse una Visita Apostolica, a seguito della quale fu nominato un Delegato pontificio – il compianto cardinale Velasio De Paolis – che ha poi portato alla revisione degli statuti e dei regolamenti, dopo aver riconosciuto pubblicamente la colpevolezza del fondatore e avviato un completo processo di rinnovamento e guarigione.

Altro fenomeno è quello dell’Irlanda, a seguito della pubblicazione dei rapporti Ryan e Murphy che denunciavano numerosi casi di abusi sessuali su minori compiuti da sacerdoti e religiosi dagli anni 30 e fino al 2000, con tentativi di insabbiamento da parte della Chiesa locale. Già nel 2006, parlando ai Vescovi del Paese giunti a Roma in Visita Ad Limina, Benedetto XVI disse che “le ferite causate da simili atti sono profonde, ed è urgente il compito di ristabilire la confidenza e la fiducia quando queste sono state lese”. Inoltre occorre “prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi”.

Quattro anni dopo scrisse una lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda nella quale confidò di “condividere lo sgomento e il senso di tradimento” da loro sperimentato, e rivolgendosi ai colpevoli aggiunse: “dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti”.

I Concistori

Nel corso del pontificato, Benedetto XVI ha presieduto cinque Concistori per la creazione di nuovi cardinali, creando in totale 90 “eminenze”, di cui 74 elettori. Significativo l’ultimo, del 24 novembre 2012, che oltre ad essere il secondo Concistoro nello stesso anno (era dal 1929 che non c’erano state due differenti creazioni cardinalizie in uno stesso anno), non era presente questa volta nessun cardinale europeo, quasi ad inaugurare una tradizione andando a “pescare” collaboratori del Papa anche molto lontano da Roma. Cosa che poi successivamente con Papa Francesco è divenuta molto usuale.

È l’anno in cui viene creato ad esempio il Cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo metropolita di Manila (Filippine), oppure Baselios Cleemis Thottunka, arcivescovo maggiore di Trivandrum dei Siro-Malankaresi (India).

La rinuncia

L’ultimo atto che rimane nella storia del pontificato di Benedetto XVI è senza dubbio la sua rinuncia, comunicata l’11 febbraio 2013 nel corso di un Concistoro per alcune cause di canonizzazione come “decisione di grande importanza per la vita della Chiesa”.

Tra le motivazioni che lo condussero a questa scelta – compiuta in assoluta umiltà e spirito di servizio alla Chiesa, anche in questo caso –, la consapevolezza che “per governare la barca di san Pietro è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”.

Parole di una limpidezza unica, offerte con il cuore in mano, e con la libertà di chi non ha paura di riconoscere i propri limiti, pur essendo pronto a servire il Signore “non meno soffrendo e pregando”.

È stato di parola, Benedetto XVI, ha dedicato gli ultimi anni della sua vita pregando per la Chiesa, nel “nascondimento” del Monastero Mater Ecclesiae, con il suo cuore, la sua riflessione e con tutte le forze interiori – come ebbe a dire nell’ultimo saluto ai fedeli dalla Loggia del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo il 28 febbraio di quasi dieci anni fa. Da pellegrino “nell’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra”, che ora è giunto al suo compimento. Ci vegli dal Cielo!

Giovanni Tridente

venerdì 30 dicembre 2022

Gli incontri tra Papa Francesco e Benedetto XVI e le parole con cui lo ha sempre ricordato



* La versione originale di questo articolo è uscita su OMNES: https://omnesmag.com/actualidad/encuentros-papa-francisco-benedicto-xvi/ 

Il primo incontro tra Papa Francesco e Benedetto XVI si è svolto a pochi giorni dall’elezione dell’attuale Pontefice, il 23 marzo 2013, con un caloroso abbraccio presso l’eliporto di Castel Gandolfo, la residenza dove il Papa emerito aveva trascorso il periodo della sede vacante. Entrambi apparvero vestiti di bianco e prima di riunirsi nella Biblioteca privata sostarono in preghiera in cappella, uno accanto all’altro; Francesco aveva rinunciato a occupare il posto d’onore sedendo tra i banchi con Benedetto: “siamo fratelli”.

Ci ha insegnato l’umiltà

Significativo il dono che Francesco portò quel giorno al suo predecessore, l’icona della Madonna dell’umiltà: “non la conoscevo, ho subito pensato a Lei, Lei ci ha insegnato l’umiltà”. Qualche mese dopo i due si ritrovarono nei Giardini Vaticani per la Benedizione della nuova Statua di San Michele Arcangelo, patrono dello Stato della Città del Vaticano.

L’anno successivo, nel 2014, un nuovo abbraccio tra il Pontefice regnante e l’emerito, il 28 settembre in Piazza San Pietro, per il grande raduno con gli anziani organizzato dalla Pontifica Accademia per la Vita; nel 2015 le telecamere riprendono un ulteriore saluto e abbraccio nel mese di giugno, prima della partenza di Benedetto XVI per un nuovo periodo di riposo a Castel Gandolfo. 

Quello stesso 2015 Benedetto XVI è ancora presente accanto a Papa Francesco in una cerimonia pubblica, questa volta per il rito di apertura della Porta Santa della Basilica Vaticana, l’8 dicembre, per l’avvio del Giubileo della Misericordia.

Il 28 giugno 2016, nella Sala Clementina, si è svolto inoltre un atto di commemorazione del 65º anniversario di ordinazione sacerdotale del Papa emerito alla presenza di molti cardinali della Curia Romana. Nel suo discorso Francesco ha risaltato l’amore testimoniato da Benedetto XVI qualificandolo come “nota che domina una vita spesa nel servizio sacerdotale e della teologia”.

Altri incontri frequenti e pubblici si sono avuti tra i due al termine di ogni Concistoro per la creazione dei nuovi cardinali, con l’intero gruppo che puntualmente è salito al Monastero Mater Ecclesiae per i saluti al Papa emerito e un momento di preghiera nella cappella della residenza. Ci sono poi i tanti incontri privati e il continuo scambio di telefonate, anche nell’imminenza di ogni viaggio all’estero.

Ministero nascosto

Nei dieci anni di Pontificato, Papa Francesco ha fatto spesso riferimento al suo predecessore, chiedendo preghiere per il suo “ministero nascosto” e ringraziandolo per il sostegno alla Chiesa portato avanti con la preghiera. Preghiera che ha sempre chiesto poi di ricambiare verso il Papa emerito. Accanto alle occasioni ufficiali, come ad esempio la consegna del “Premio Ratzinger” promosso dall’omonima Fondazione Vaticana, il Pontefice regnante ha parlato di Benedetto XVI anche nel corso di udienze, angelus, oppure interviste rilasciate ai giornalisti.

Il primo riferimento rimanda senza dubbio alla sera stessa dell’elezione dalla Loggia della Basilica Vaticana: “prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito”; “perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”.

Teologia fatta in ginocchio

Nel 2013, per il Conferimento del “Premio Ratzinger” di quell’anno, Francesco espresse “riconoscenza e grande affetto” per il predecessore, valorizzando il lavoro che aveva fatto con la pubblicazione dei libri su Gesù di Nazaret, attraverso i quali “ha fatto dono alla Chiesa, e a tutti gli uomini, di ciò che aveva di più prezioso: la sua conoscenza di Gesù”, maturata attraverso una teologia fatta “in ginocchio”.

Uomo di fede, tanto umile

Nel viaggio di ritorno dalla Terra Santa, nel maggio 2014, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se mai in futuro seguirebbe la scelta del predecessore per lasciare anzitempo il pontificato, Francesco disse di Benedetto XVI: “è un uomo di fede, tanto umile”; “dobbiamo guardare a lui come ad un’istituzione”.

Come avere il nonno saggio in casa

Qualche mese dopo, tornando questa volta in agosto dal Viaggio in Corea, i giornalisti gli chiesero espressamente del suo rapporto con Papa Ratzinger, e Francesco disse innanzitutto che Benedetto XVI con il suo gesto aveva di fatto istituito il Papato emerito, aprendo “una porta che è istituzionale, non eccezionale”. Circa i rapporti, “è di fratelli, davvero”; “lo sento come se avessi il nonno a casa per la saggezza”, “mi fa bene ascoltarlo. E anche mi incoraggia molto”.

“Come avere il nonno saggio in casa”, Francesco lo ripete nell’incontro con gli anziani del settembre 2014, quando ringrazia pubblicamente Benedetto XVI per la sua presenza all’evento.

Il 16 aprile 2015, durante la Messa mattutina nella Casa Santa Marta, ricorrendo l’ottantottesimo compleanno dell’emerito, Francesco ha invitato i presenti a unirsi a lui nella preghiera per Benedetto XVI, “perché il Signore lo sostenga e gli dia tanta gioia e felicità”.

Grande uomo di preghiera e di coraggio

Nel giugno 2016 è la volta di una nuova domanda dei giornalisti sul volo di ritorno dall’Armenia. Qui Francesco ha aggiunto che per lui “è l’uomo che mi custodisce le spalle e la schiena con la sua preghiera”. Tra l’altro “è un uomo di parole, un uomo retto, retto, retto”, “grande uomo di preghiera, di coraggio”.

Maturità, dedizione e fedeltà

Quindi l’atto di commemorazione per il 65º del sacerdozio, quello stesso mese, dove Francesco aggiunse che dal piccolo Monastero dove Benedetto XVI risiede, “promana una tranquillità, una pace, una forza, una fiducia, una maturità, una fede, una dedizione e una fedeltà che mi fanno tanto bene e danno tanta forza a me e a tutta la Chiesa”.

Per il “Premio Ratzinger” 2016 immancabile - “ancora una volta” - l’espressione del “nostro grande affetto e la nostra riconoscenza” per Benedetto XVI, “che continua ad accompagnarci anche ora con la sua preghiera”.

Presenza discreta e incoraggiante

“La sua preghiera e la sua presenza discreta e incoraggiante ci accompagnano nel cammino comune; la sua opera e il suo magistero continuano a essere un’eredità viva e preziosa per la Chiesa e per il nostro servizio”, saranno invece le parole pronunciate per la stessa ricorrenza l’anno successivo. Ratzinger, per Papa Francesco, “continua ad essere un maestro e un interlocutore amico per tutti coloro che esercitano il dono della ragione per rispondere alla vocazione umana della ricerca della verità”. 

Stima, affetto e gratitudine vengono poi ripetute negli anni successivi. Nel 2019 Papa Francesco esplicita il ringraziamento “per l’insegnamento e l’esempio che ci ha dato nel servire la Chiesa riflettendo, pensando, studiando, ascoltando, dialogando, pregando, perché la nostra fede si conservi viva e consapevole nonostante il mutare dei tempi e delle situazioni, e perché i credenti sappiano rendere conto della loro fede con un linguaggio capace di farsi intendere dai loro contemporanei e di entrare in dialogo con essi, per cercare insieme le vie dell’incontro con Dio nel nostro tempo”.

Il contemplativo del Vaticano

Al termine dell’Angelus del 29 giugno 2021, ricorrendo il 70º dell’ordinazione sacerdotale di Papa Benedetto XVI, Francesco lo definisce “caro padre e fratello”, “il contemplativo del Vaticano, che spende la sua vita pregando per la Chiesa e per la diocesi di Roma, della quale è vescovo emerito”. Quindi gli rivolge un grazie per la “testimonianza credibile” e lo “sguardo continuamente rivolto verso l’orizzonte di Dio”.

Al conferimento del “Premio Ratzinger” 2022, Francesco ribadisce che “non mancano per me momenti di incontro personale, fraterno e affettuoso, con il Papa emerito”, evidenziando come tutti sentano “la sua presenza spirituale e il suo accompagnamento nella preghiera per la Chiesa intera: quegli occhi contemplativi che sempre mostra”.

Testimonianza di amore fino alla fine

Infine, il riferimento all’udienza generale dopo il Natale, il 28 dicembre 2022, quando ha invitato i presenti e tutta la Chiesa a intensificare le preghiere per colui “che nel silenzio sta sostenendo la Chiesa”, affinché il Signore “lo sostenga in questa testimonianza di amore alla Chiesa, fino alla fine”.

Giovanni Tridente

sabato 12 marzo 2022

9 anni di Papa Francesco, il conflitto in Ucraina e la fratellanza mancata



Domenica 13 marzo 2022 si compiono i primi 9 anni dell’elezione di Papa Francesco. E mai come in questo periodo, caratterizzato da una disastrosa e fratricida guerra tra la Russia e l’Ucraina alle porte dell’Europa con minacce per la stabilità mondiale, suonano profetiche le prime parole del neo-pontefice rivolte al popolo di Piazza San Pietro.

“E adesso, incominciamo questo cammino… Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi”. Tutti elementi, purtroppo, che qualunque conflitto bellico annulla istantaneamente, andando a generare conseguenze imprevedibili che dureranno per anni.

Il conflitto che stiamo vivendo, con le migliaia di vittime tra civili e militari, e milioni di rifugiati costretti a scappare dai bombardamenti è esattamente il contrario della fratellanza, dell’amore e della fiducia tra le persone. Qualcosa allora si è guastato nell’umanità, nonostante la profezia del 13 marzo del 2013 e le infinite occasioni offerte dal Santo Padre per mettere a frutto questa sua visione programmatica.

Non possono passare inosservati i numerosi tentativi di dialogo ecumenico ed interreligioso, che si innestano evidentemente sul cammino che la Chiesa porta avanti da decenni, con maggiore consapevolezza a partire dal Concilio Vaticano II, e che hanno condotto, nel 2019 ad Abu Dhabi, alla firma dell’importante Documento “sulla fratellanza umana, per la pace mondiale e la convivenza comune”.

Evidentemente, non è bastato! Va anche detto che ogni guerra, ogni deliberata scelta di combattere un fratello, è frutto di situazioni complesse, con ragioni che non stanno mai da una parte sola, in un mix esplosivo – è proprio il caso di dire – che non guarda in faccia a nessuno e tantomeno si preoccupa delle conseguenze che genera.

È pur vero che la crisi russo-ucraina non è certamente l’unica, tantomeno sarà l’ultima. Veniamo da due anni di sconvolgimento pandemico e da decenni di focolai sparsi in varie parti del pianeta, sia a Oriente che a Occidente, tanto da far scrivere in quello stesso Documento sulla fratellanza, che ci trovavamo piuttosto in una “terza guerra mondiale a pezzi”.

Quello che si prospetta all’orizzonte allora è l’ennesimo conflitto mondiale “integrale”, il quarto per l’esattezza, e Dio non voglia che ciò accada davvero. Ecco perché la Santa Sede sta cercando di mettere in campo tutte le soluzioni possibili per porre fine ai combattimenti e alle morti indiscriminate di vittime inconsapevoli, e aprire canali di dialogo possibilmente duratura tra tutte le forze in campo.

Nell’omelia di inizio pontificato lo stesso Papa Francesco aveva raccomandato in modo particolare di “custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore”, sull’esempio di San Giuseppe – ed è singolare come da poco si sia concluso l’Anno dedicato allo Sposo di Maria e la serie di catechesi del pontefice sull’amato patrono della Chiesa Universale.

A nove anni di distanza forse bisogna ritornare a quelle parole, a quella “responsabilità che ci riguarda tutti”, perché quando questa viene meno “allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce”.

Il Papa aveva offerto già in quella occasione le chiavi per porre fine all’odio, all’invidia e alla superbia che sporcano la vita: “vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono”.

Ricominciamo da qui, allora, da questa consapevolezza, e ognuna faccia di tutto per riportare nel proprio ambiente di vita e di lavoro l’armonia della fratellanza e dall’amore. Almeno avremo evitato le tante guerre di cui siamo noi i primi fautori. Dio ci aiuti e ce ne scampi!

Articolo pubblicato in spagnolo sulla rivista #Omnes: https://omnesmag.com/actualidad/el-conflicto-en-ucrania-y-la-fraternidad-perdida/

martedì 3 agosto 2021

Post estivo: quei "tanti" che hanno scovato le magagne del sistema e i poveri soccombuti


Osservo con interesse il fenomeno dei “tanti” – come dicono di essere – che da mesi ci raccontano di aver scovato le falle del “sistema” - gli unici ad esserci riusciti bontà loro – e, con un’abnegazione che manco i più generosi missionari delle origini, provano a conquistare le “intelligenze” dei loro parenti ed amici per sottrarli al dominio schiavistico e oppressivo di quel brutto “sistema”.

Un “sistema”, a questo punto, non tanto così “perfetto” e “controllore” se ha consentito che “tanti” – come dicono di essere –, riuscissero a scoprirne le magagne, potendo tra l’altro liberamente denunciarle con ritmi che rasentano la paranoia (vedi alla voce “controllare le proprie psicosi”), e guarda caso proprio attraverso gli stessi mezzi messi a disposizione dal “regime” costituitosi nella “camera oscura” per controllare le intelligenze di quelli che si sono adagiati soccombendo.

Noto solo un piccolo particolare: la velocità con cui questa abnegazione scompare è pari alla fluidità del tema “imposto”. Appena sorge un nuovo trending topic (maledetto “sistema impositivo”!) la missione vira “miracolosamente” su questi, abbandonando la vecchia questione che fino a pochi minuti prima era di vitale importanza e improrogabile trattazione per il bene dell’umanità, della famiglia e dell’amicizia.

Non è meglio farsi una vacanza? Agli audaci l’ardua sentenza!

lunedì 17 maggio 2021

Sentirsi a proprio agio nella complessità della comunicazione

Il 16 maggio si celebra la 55ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l’unica istituita a partire dal Concilio Vaticano II. Nel Messaggio scritto per l’occasione, Papa Francesco prende spunto dall’invito di Gesù rivolto ai discepoli “Vieni e vedi” (Gv 1,46), e insiste sul fatto che per comunicare occorre incontrare le persone laddove sono e così come sono.

In oltre mezzo secolo di comunicazioni sociali, il panorama informativo è totalmente cambiato, e con esso la professione giornalistica, oggi schiacciata dalla disintermediazione e dalla infodemia, termini che se non sono presi nella giusta dimensione possono distogliere l’attenzione dal vero problema. E cioè: la responsabilità di ciascun professionista a fare bene il proprio lavoro.

Innanzitutto, bisogna sempre interrogarsi sull’impatto etico della professione giornalistica, in particolare la sua indole di “servizio al lettore” che la caratterizza, nonostante – e forse a maggior ragione – l’epoca della comunicazione globale e disintermediata.

L’infodemia ci appartiene

A proposito del termine tanto in voga negli ultimi mesi anche a causa della pandemia che stiamo vivendo - infodemia -, se guardiamo indietro nel tempo e studiamo un po’ i vari processi della cultura mediatica che si sono susseguiti, ci accorgiamo che il termine era già stato coniato nel 2003 dal giornalista David J. Rothkopf in un articolo sul Washington Post. Erano i primi mesi della diffusione della SARS (la sorella minore del “nostro” Covid-19) e l’autore declinava il termine come “un fenomeno complesso causato dall’interazione di media tradizionali, media specializzati, siti Internet e media cosiddetti informali”, questi ultimi identificati come telefoni senza fili, sms, cercapersone, fax ed email. 

Come vediamo, non c’è nulla di nuovo, tranne il fatto che i protagonisti di questo fenomeno sono sempre le persone, sia in quanto “alimentatori del caos” ma anche in qualità di consumatori un po’ voraci e spesso distratti. Certamente, i social hanno incrementato questa babele, e il Covid-19 ci ha fatto ripiombare tragicamente in un qualcosa che avremmo forse dovuto approfondire con più attenzione. Ciò conferma che la chiave per “aggiustare” ciò che non va, non risiede nei processi – che vanno da sé – ma nelle persone. Da lì dobbiamo riprendere, o cominciare.

Un lavoro personale 

Di fronte a una società iperconnessa, sarebbe un vero peccato – un vero impoverimento – non approfittare della quantità di possibilità che questo mondo ci offre, a cominciare dagli strumenti per saper distinguere ciò è bene per la nostra esistenza da ciò che invece la limita. Come si vede, è un lavoro che spetta a ciascun individuo e non si può demandare a qualche “organismo altro”, come se fosse nascosto da qualche parte nell’etere, che poi nella migliore delle ipotesi è soltanto un contenitore vuoto o l’approdo di malriposte aspettative. 

I rischi fanno parte della vita, ma la vita va affrontata, va gestita, va governata, va accompagnata. Nessun individuo può tirarsi indietro rispetto a questo bisogno – e compito – di scegliere in prima persona ciò che è bene per lui (e per gli altri). E questa si chiama libertà.

I giornalisti sono persone come tutti, inseriti nella complessità del mondo di oggi come ciascuno di noi. Non è utile né produttivo scagliare pietre contro una categoria piuttosto che un’altra. Ma è innegabile che bisogna fare un esame di coscienza generale, pur tenendo conto della complessità delle situazioni e del panorama globale che stiamo vivendo. 

Risposte complesse a problemi complessi

Problemi complessi richiedono risposte complesse, per cui è arrivato il momento, come buoni “meccanici”, di andare innanzitutto ad individuare le falle che rendono impraticabile il “motore” della società, e pezzo per volta riparare le componenti guastate. È un compito che spetta a ciascuno, dall’operatore dell’informazione e della comunicazione al cittadino qualunque, dalle agenzie educative alla politica, dalla Chiesa a tutti gli altri organismi che operano nella società. Un lavoro complesso, un lavoro globale, un lavoro non più procrastinabile. Ma è anche la migliore sfida che ci poteva capitare, per dare un senso alle nostre esistenze.

Non accontentarsi

Quindi un consiglio ai giovani: non accontentarsi mai! Non accontentarsi rispetto allo studio, al desiderio di comprendere la realtà, alle possibilità da offrire a chi riceve i frutti del nostro lavoro. Non esiste un unico modello di comunicazione, così come non esistono individui uniformi. Ciascuno di noi è unico e la comunicazione rivolta “al mondo” deve partire dalla consapevolezza che non c’è soltanto un aspetto da tenere in considerazione, ma una complessità di elementi. 

Un buon comunicatore è colui che in questa complessità si sente a proprio agio, più che a disagio, e prova in tutti i modi ad intercettarne le singole cause che portano a delineare il disegno complessivo della vita delle persone. 

sabato 23 gennaio 2021

Siamo tutti giornalisti: andare, vedere e raccontare. La comunicazione è persona


Siamo in qualche modo tutti giornalisti. Quantomeno è ciò che siamo diventati oggi nell’epoca della disintermediazione (flussi costanti di informazione che viaggiano su innumerevoli multi-piattaforme accessibili a tutti, sia come recettori che come produttori). 

In quanto tali, è questo lo spirito con cui dobbiamo rapportarci alle vite di chi ci circonda, alle storie a cui assistiamo: “uscire da noi stessi”, “consumare le suole delle scarpe”, per “andare a vedere”, imparare “ad ascoltare”, superare i pregiudizi, evitando di “trarre conclusioni affrettate”. Per capire ci vuole tempo, e non bisogna farsi “distrarre dal superfluo”. 

Bisogna coltivare l’artigianato della verifica, perché è fondamentale saper “distinguere l’apparenza ingannevole dalla verità”. Riassumerei in queste poche battute – che sono prese dalla preghiera finale - l’essenza del Messaggio di Papa Francesco per la 55ma Giornata delle Comunicazioni Sociali, che si celebra come ogni anno il 24 gennaio, Festa di San Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti. 

È dedicato a “loro” questo messaggio, all’importanza del loro lavoro, alla dinamica di una professione che ci è tanto cara e che purtroppo non si è sempre dimostrata all’altezza del proprio compito, per innumerevoli ragioni. Ma c’è di più: quelle “prerogative” che un tempo appartenevano a chi avrebbe avuto tempi e modi per “perseguire la verità” oggi sono – e devono essere – prerogative di tutti, a maggior ragione per un cristiano che si dice amico delle persone e amico della verità. 

“Vieni e vedi” è l’input da cui parte il Messaggio, e sono le parole che Gesù rivolge a chi gli chiedeva “approfondimenti”, “anticipazioni” rispetto alla possibilità di seguirlo in una missione che poi era fondamentalmente incontro con le persone, con la carne viva di quelle prime comunità che hanno avuto l’opportunità di conoscere da vicino il Messia. 

Esserci e osservare sono i capisaldi della professione informativa: non si parla per sentito dire, per interposte dichiarazioni, si va e si vede, si verifica e poi si racconta. È questa la dinamica che ci rende veramente partecipi di ciò che accade intorno a noi. 

Ed è questo lo scopo dell’informazione e della comunicazione al servizio delle persone, a cominciare dal servizio a sé stessi: la possibilità di prendere una decisione con libertà, perché si è potuti avere a disposizione tutti gli elementi di conoscenza necessari a formarsi un’opinione. Ce lo garantisce anche la nostra Costituzione italiana. 

La comunicazione siamo noi, è fatta da noi e deve servire a noi. Il Papa lo spiega molto chiaramente in questo ultimo Messaggio ai comunicatori. Non basta dunque lamentarsi che le cose non vanno bene, che i giornali non fanno il loro dovere, che i social hanno moltiplicato le situazioni di “smarrimento”, attribuendo sempre ad un “ente” fondamentalmente astratto quelle responsabilità che invece abbiamo cucite addosso, perché si tratta delle nostre storie, delle nostre vite. E non sarà mai certo lo strumento, il mezzo, a fare ciò che invece compete a noi esseri pensanti in carne ed ossa: andare e vedere, ascoltare e verificare, quindi raccontare, condividere ciò che abbiamo realmente visto, approfondito e conosciuto. 

È un appello personale, rivolto a ciascuno: andare laddove nessuno vuole andare, vedere ciò che nessuno vuole vedere, approfondire ciò che nessuno vuole approfondire, raccontare ciò che spesso nessuno racconta. È responsabilità di tutti, perché quel “nessuno che voglia fare qualcosa” è ognuno di noi. 

Di fronte alla verità, di fronte all’importanza di conoscere, di far sapere, di diffondere soprattutto il bene non devono esserci scappatoie. Gli esempi non mancano – c’è chi continua a dare la vita, con coraggio, per denunciare soprusi e ingiustizie, e il Papa lo ricorda – ma non mancano neppure i mezzi, le possibilità. 

La chiave in definitiva è incontrare le persone laddove vivono, soffrono e sperano. E le persone siamo noi, i nostri sguardi, i nostri gesti e la nostra voce. Ma anche il nostro cuore, desideroso di lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato, raccontando con onestà “ciò che abbiamo visto”.

Giovanni Tridente

giovedì 29 ottobre 2020

La "Fratelli tutti" secondo me: complessità, azione e sogno


Leggendo il testo dell’Enciclica "Fratelli tutti" di Papa Francesco, mi sono rimaste impresse tre parole in particolare.

La prima è complessità: essa non è intesa in senso meccanico, ma come la serie di fenomeni che riguardano l’umanità; PapaFrancesco entra in questa complessità che caratterizza l’uomo sviscerando tutte le questioni e le implicazioni che hanno a che fare con la vita di ognuno di noi e il nostro rapporto con la vita degli altri.

La seconda parole è azione: dobbiamo darci da fare! Ciascuno con le proprie competenze e secondo le proprie responsabilità deve cercare di fornire luce a questo mondo pieno di situazioni da rivedere e da aggiornare; tale azione, secondo me, ha a che fare con la collettività (a darsi d fare devono essere governi e nazioni) e con la responsabilità individuale a cui è chiamato ogni individuo di buona volontà. D’altronde, è questo il senso dell’enciclica: una lettera circolare che non è solo per la Chiesa, ma che si rivolge a tutti coloro che guardano al mondo in prospettiva.

La terza parole è sogno: sognare con speranza, possiamo riuscirci!

BENE COMUNE

Questa Enciclica è un ottimo vademecum che sintetizza la visione della Chiesa rispetto al bene comune; non a caso è detta "sociale", perché riassume la Dottrina Sociale della Chiesa con riferimenti anche al Magistero precedente ("Deus Caritas Est" di Benedetto XVI e "Centesimus Annus" di Giovanni Paolo II) e in continuità con quest’ultimo. Consiglierei a tutti, sia capi di stato che di governo che ad ogni cittadino, di leggerla; non tanto per una questione di adesione a dei principi di fede, ma per la volontà di costruire una società migliore.

Citando Giovanni Paolo II, se dovessi riassumere in un titolo la “Fratelli tutti” ricorrerei alla sua famosa espressione rivolta ai cittadini romani: Damose da fa'. È una chiamata alle armi - se vogliamo - perché il mondo soccombe per tante situazioni e tocca a noi cambiarlo: diamoci da fare!

LA COMUNICAZIONE E IL DIALOGO

Già nella "Christus vivit", dedicata ai giovani, Papa Francesco invita a non ridurre la comunicazione a strumento, ma a farci noi stessi comunicazione, perché in fondo lo siamo.

Questa Enciclica tratteggia poi, secondo me in maniera molto chiara, l’elemento del dialogo. C’è una rivoluzione di intenti rispetto a questa parola: il dialogo prende in considerazione anche ciò che l’altro ha da dire e che può servire a me per comprendere meglio il mondo. È un aspetto fondamentale che ci deve animare ad avviare questi percorsi di relazione con gli altri e nello stesso tempo a superare tutti i cattivi usi nella rete: evitare i monologhi cercando dall’altro qualcosa di utile per me e per la società tutta.

Il Vangelo propone una parola chiave: l’amore. Amore non inteso come puro sentimentalismo, ma come il farsi prossimo a chi è accanto e che vive in situazioni lontane dalla nostra comodità. È questa la chiave con cui cambiare il mondo: lo insegna la Chiesa da 2000 anni e in questa Enciclica il metodo è offerto nel secondo capitolo con la parabola del buon samaritano.

Bisogna occuparci di coloro a cui, in primis, non daremmo credito: è questo che fa il buon samaritano.

Giovanni Tridente

venerdì 3 luglio 2020

La Chiesa e la comunicazione nel post Covid-19


Da più parti ci si chiede come sarà il mondo dopo la pandemia di Covid-19 e un aspetto fondamentale di questa riflessione non può che riguardare la comunicazione, che mai come in questa emergenza sanitaria mondiale ha dimostrato tutta la sua centralità. E non poteva essere altrimenti, dato che ogni uomo è oggi un media, tutti siamo interconnessi e non è più concepibile considerare l’umanità scissa dalla comunicazione, soprattutto a partire dall’avvento di Internet[1].

 

Tutto ciò fa il paio evidentemente con un sovraccarico informativo, la moltiplicazione di piattaforme, la generazione costante di iniziative editoriali che provocano uno stress sociale in cui si insinua il tarlo della disinformazione, che va a scapito della libertà della stessa cittadinanza, in quanto non le consente di prendere delle decisioni consapevoli e veramente utili.

 

La Chiesa – le comunità ecclesiali – non può esimersi da considerare tutti questi elementi, ma al tempo stesso non può stare alla finestra a guardare lasciando che la tempesta passi. Maestra di umanità, essa può invece inserirsi in questo flusso ormai irrefrenabile e continuare a fare la propria parte da protagonista. A partire da tutto quanto dimostrato dall’emergenza per il Covid-19, ritengo che ci siano almeno 3 fronti su cui impostare il lavoro comunicativo del futuro: vicinanza, fiducia e vocabolario.

 

1. Stare vicino

 

Nell’intervista rilasciata all’inizio della Settimana Santa di quest’anno a The Tablet, Papa Francesco ha detto chiaramente che la sua principale preoccupazione per il dopo Covid era quella di trovare i modi per “stare vicino”[2] al popolo di Dio.

 

Tra le principali vittime della solitudine ci sono sempre stati innanzitutto gli anziani, e la pandemia lo ha evidenziato in maniera ancora più forte e purtroppo drammatica[3]. Papa Francesco aveva visto lungo anche in questo, tanto è forte il richiamo che da sempre rivolge sull’attenzione alla popolazione della terza età nella sua predicazione. Dovranno perciò essere loro i pubblici privilegiati della vicinanza della Chiesa, anche sul piano comunicativo, per stimolare la società a rendersi conto di questo speciale tesoro – “le radici”, come le chiama Papa Francesco – che per troppo tempo ha messo all’angolo, e che il Coronavirus ha addirittura fatto evaporare falcidiando le vite di migliaia di nonni.

 

Legato a ciò c’è la vicinanza da mostrare ai ragazzi, coloro che da queste radici avrebbero dovuto trarre la linfa per diventare uomini nella società, e con loro alle famiglie, la dimora dove trascorrono il loro tempo e ricevono i principali insegnamenti.

 

C’è da mostrare inoltre vicinanza al mondo dell’educazione, dalle scuole dell’infanzia alle Università, e quindi agli insegnanti che ne sono il motore, perché è la scuola che insieme alla famiglia consente a una società di gettare le fondamenta qualitative del suo domani[4].

 

Infine c’è il mondo dell’impresa e del lavoro, altra vittima di questa pandemia, che dovrà rimettersi in sesto anche per generare un futuro economico per le popolazioni. Solidarietà, educazione e lavoro, dunque, come temi pienamente in linea con la Dottrina Sociale della Chiesa.

 

2. Fiducia

 

Come istituzione la Chiesa dovrà riacquistare la fiducia del suo Popolo, e ciò si collega strettamente con il tema della vicinanza di cui sopra. Più sono veramente vicino alle persone più acquisisco credibilità e termino per essere considerato partner affidabile nelle sfide che la storia mi presenta.

 

Il principale modo per trasmettere fiducia attraverso la comunicazione è quello di mostrarsi innanzitutto competenti: si parlerà soltanto di ciò che si saprà a fondo, perché studiato nei dettagli ed elaborato con perizia.

 

L’altro elemento è quello dell’onestà, che fa il paio con la trasparenza, cioè il comunicare in maniera limpida, anche le proprie vulnerabilità, senza nascondere nulla perché diversamente questo genera nei “pubblici” considerazioni non proprio piacevoli.

 

Infine bisognerà mostrarsi affidabili: pochi dati ma certi e di qualità, poche parole ma veritiere e chiare, pochi piani, ma tutti realizzabili, massima disponibilità a dare supporto e ad assistere. E questo sarà di conseguenza un modo concreto per superare lo scoraggiamento del proprio popolo, che in questo momento è molto ferito e abbastanza abbattuto. Il tutto andrà promosso con grande positività e vero senso di comunità.

 

3. Le giuste parole

 

Sappiamo benissimo del sovraccarico informativo in cui ci troviamo, e non serve aggiungere altro, però abbiamo molto da fare per quanto riguarda il ripristino del giusto vocabolario. Le parole possono essere come pietre, possono ferire, possono disorientare. Anche la loro assenza lo può fare. Ecco perché c’è bisogno di trovare “parole consapevoli”, che siano giuste per il contesto in cui si comunica. Parole veritiere, mai banali, però puntuali, vicine, concrete, umane, non sofisticate[5].

 

Potrà essere difficile riuscire nell’impresa se saremo costretti ancora per qualche tempo a comunicare quasi solo in forma mediata, privi dell’ausilio della voce e delle espressioni del corpo, a rischio costante di fraintendimento. Ma la lezione che ci insegna questa emergenza è proprio quella di imparare a trovare le parole giuste, cucite addosso alle situazioni, mai superflue, immagine delle nostre vere intenzioni, grandi canali di pura testimonianza verso interlocutori attenti e desiderosi di ascoltare.

 

Articolo apparso su L'Eco di Bergamo il 25 giugno 2020


[1] Cfr. Filippo Ceretti, Massimiliano Padula, Umanità mediale. Teoria sociale  e prospettive educative, Edizioni ETS, Roma 2016; Giovanni Tridente, Bruno Mastroianni (a cura di), #Connessi. I media siamo noi, Edusc, Roma 2017.

[2] Cfr. Austen Ivereigh, Pope Francis says pandemic can be a ‘place of conversion’, “The Tablet”, 8 aprile 2020: https://www.thetablet.co.uk/features/2/17845/pope-francis-says-pandemic-can-be-a-place-of-conversion-.

[3] AA.VV., Coronavirus. Oms: in Europa strage nelle case di riposo. I casi di Francia, Spagna e Uk, “Avvenire”, 23 aprile 2020: https://www.avvenire.it/mondo/pagine/oms-in-europa-meta-dei-morti-nelle-case-dei-riposi.

 

[4] Cfr. Dario Antiseri, Più libertà per una scuola migliore, Rubettino, Soveria Mannelli 2020: https://www.store.rubbettinoeditore.it/piu-liberta-per-una-scuola-migliore.html?___SID=U.

[5] Cfr. Vera Gheno, Potere alle parole. Perché usarle meglio, Einaudi, Torino 2019.



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