"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)
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domenica 27 aprile 2025

Papa Francesco e la creazione dei Cardinali: non era affatto un esercizio esotico!

Alcuni spunti sul Conclave che verrà, tra numeri, geografie e volontà di rappresentare davvero la Chiesa universale

Devo alla lettura di un interessante articolo pubblicato da The Pillar (https://www.pillarcatholic.com/p/the-cardinal-electors-by-the-numbers) – che presenta numeri, tendenze e distribuzioni aggiornate dei Cardinali elettori anche rispetto al passato – alcune considerazioni come quelle che seguono. Perché i numeri, se li si osserva con attenzione, aiutano a leggere meglio il presente della Chiesa e probabilmente a intuire qualcosa del prossimo futuro.

Al di là dell'accanito toto-nomine già partito – un esercizio che lascia il tempo che trova – resta chiaro che l’imminente Conclave, quando verrà convocato, sarà con ogni probabilità il più partecipato della storia recente: 135 Cardinali con diritto di voto, di cui ben 108 creati da Papa Francesco. Eppure non è solo una questione di quantità. Il punto è proprio la qualità della distribuzione dei partecipanti.

Gli elettori attuali arrivano da 71 Paesi diversi. L’Europa, che fino a pochi anni fa rappresentava più della metà del Collegio, oggi è ferma attorno al 33%. In parallelo, sono cresciuti l’Africa, l’Asia e l’America Latina. In molti casi si tratta di Chiese che per la prima volta nella storia hanno un Cardinale elettore. In questi termini, la mappa del Conclave riflette oggi in modo più fedele la geografia reale della cattolicità.

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Questa trasformazione, frutto delle scelte di Papa Francesco, apre ad almeno tre effetti interessanti:

– Primo: si riduce la possibilità che il voto venga orientato da poche aree geografiche o da gruppi culturalmente omogenei. In passato, l’intesa tra Cardinali italiani o centro-europei poteva da sola determinare il risultato. Oggi questo è impossibile.

In pratica, la frammentazione (in senso positivo) obbliga a costruire consenso tra realtà diverse: africani e asiatici, latinoamericani e nordamericani, europei e rappresentanti dell’Oceania. In termini matematici, si potrebbe dire che il "potere decisionale" si è distribuito più equamente; e in questo modo risulta difficile che una “cordata” preconfezionata imponga un risultato.

– Secondo: la maggiore diversità introduce una componente di imprevedibilità benefica. Con più attori in campo, con meno rapporti consolidati tra loro, con esperienze ecclesiali molto diverse, l’emergere di un candidato al Soglio di Pietro non è più frutto di dinamiche scontate, ma lascia spazio a dialoghi reali.

I Cardinali sono quasi costretti a conoscersi, confrontarsi, costruire insieme un orientamento comune. In altre parole: la diversità obbliga al discernimento, non solo al calcolo.

– Terzo: maggiore è il numero di chi partecipa a un'elezione, meno scontato è l'esito.

Se nel passato il Conclave si svolgeva con numeri più contenuti e con una forte concentrazione geografica — basti pensare che per secoli gli elettori erano appena qualche decina, tutti provenienti quasi esclusivamente dall'Europa e in larga parte dall'Italia — oggi, con 135 Cardinali provenienti da 71 Paesi diversi, ogni dinamica risulta molto più aperta e meno prevedibile.

Il semplice dato numerico pesa: più aumenta il numero di chi deve decidere, più diventa difficile pianificare o controllare l'orientamento complessivo. In questo senso, il Conclave che si prepara riflette davvero l'universalità della Chiesa non solo nella provenienza dei Cardinali, ma anche nella ricchezza e nella pluralità delle posizioni che emergeranno.

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Più di qualche commentatore ha ritenuto che la "moltiplicazione dei Cardinali" da parte di Papa Francesco – ben oltre il numero previsto di 120 elettori ammessi nella Sistina – fosse una mossa per controllare l'elezione del Successore. Eppure, numeri alla mano, si comprende che l’esito prodotto è proprio l'opposto: un’assemblea meno compatta, meno centralizzata, meno gestibile.

In qualche caso, sempre in termini di opinione pubblica(ta), si è ridotta la questione al semplice "gesto di rottura", o addirittura a una sorta di vezzo esotico. In realtà, con il senno del poi – e numeri alla mano – le numerose berrette rosse consegnate sembrano essere parte di un disegno pastorale preciso: dare voce anche a chi non l’ha mai avuta, portare a Roma la varietà della Chiesa, rendere il futuro più frutto di discernimento che di strategia.

Anche questa è allora un’eredità che Francesco lascia alla Chiesa. Un’eredità che si misura nel modo in cui ha preparato il terreno per ciò – e per chi – verrà dopo di lui. Un terreno più largo, più vario, più ricco di umanità e di prospettive.

Un’eredità che non orienta un risultato, ma lo rende più libero. E, forse, anche più vero.

martedì 7 marzo 2023

Papa Francesco ai sacerdoti: 10 anni di "parole chiave"


Pastori secondo il cuore di Cristo: il ministero sacerdotale secondo Papa Francesco

di Giovanni Tridente

Il sacerdote è colui che ha deciso di seguire e imitare Cristo, vivendo in pienezza il proprio ministero-vocazione, in una dinamica missionaria in cui si prende cura dei fedeli che gli sono affidati, ma senza stancarsi di uscire a cercare quelli che per tante ragioni si sono allontanati “da casa”, o dall’ovile per riferirsi ad un’immagine evangelica. 

È questa per sommi capi la sintesi del pensiero e dell’insegnamento sul ministero sacerdotale che Papa Francesco ha “dispensato” lungo i dieci anni del Pontificato. Una “fotografia” che è possibile dedurre anche dall’esempio personale del Pontefice, di come ha “incarnato” questo essere pastori secondo il cuore di Cristo, in mezzo ad una società piena di esigenze e necessità.

Per mostrarne alcuni tratti salienti abbiamo scelto dieci interventi pubblici del Santo Padre – discorsi, omelie, lettere – ciascuno per ogni anno del suo trascorso ministero di pastore della Chiesa universale.

2013 – In uscita verso le periferie

Uno dei primi interventi non poteva che essere l’omelia nella prima Messa Crismale come Vescovo di Roma, davanti ai sacerdoti della sua Diocesi che ricordavano il giorno dell’Ordinazione, il 28 marzo 2013. Qui il Papa, riferendosi alle letture della liturgia, spiega che il sacerdote è colui che si carica “sulle spalle il popolo a lui affidato” e porta i nomi di queste persone – il “nostro popolo fedele” - “incisi nel cuore”. C’è poi l’olio dell’unzione, che è “per i poveri, per i prigionieri, per i malati e per quelli che sono tristi e soli”. Un chiaro riferimento primordiale alla “Chiesa in uscita” che si prende cura degli ultimi e dei dimenticati, e un esplicito richiamo alle “periferie”, dove si trovano pene e gioie, angustie e speranze, e dove il sacerdote deve portare il potere e l’efficacia redentrice di questa “unzione”. 

2014 – Il tempo della misericordia 

Un cuore sacerdotale misericordioso è quello che Papa Francesco prospetta l’anno successivo sempre ai sacerdoti della sua Diocesi, all’inizio della Quaresima, in un incontro in Aula Paolo VI il 6 marzo 2014. Qui ricorda, riferendosi a un brano del Vangelo di Matteo, che il posto in cui Gesù si trovava più spesso era “sulle strade” e ciò permette di cogliere la profondità del suo cuore, animato da compassione per le tante “folle” stanche e sfinite. Quindi il Pontefice spiega come la Chiesa si trovi nel “tempo della misericordia”, una grande intuizione che era già stata consegnata al Popolo di Dio dal predecessore Giovanni Paolo II. 

Tutto ciò per i sacerdoti si traduce in “vicinanza” e prossimità verso chiunque si trovi ferito nella propria vita, dimostrando “viscere di misericordia” ad esempio nell’amministrazione del sacramento della Riconciliazione ma anche nell’atteggiamento di accogliere, ascoltare, consigliare, assolvere… Bisogna dunque “avere un cuore che si commuove” e ciò può avvenire soltanto se si vive in prima persona la misericordia di Dio. 

2015 – “Non stancatevi di perdonare”

“Non stancatevi di perdonare. Siate perdonatori”, proprio come faceva Gesù. Papa Francesco lo ha richiesto ai sacerdoti durante il Viaggio a Cuba del settembre 2015, nell’omelia dei Vespri con le persone consacrate nella Cattedrale de La Habana. Poi ha ricordato che resta fondamentale per un pastore andare alla ricerca dei più piccoli: l’affamato, il carcerato, il malato secondo il “protocollo di Matteo 25”. E il posto privilegiato per accogliere questi fratelli è il confessionale, senza essere nevrotici o maldisposti ma lasciando scorrere l’abbraccio del perdono.

2016 – Puntare al centro della persona

Ancora sulla Misericordia, nel 2016 il Papa ha indetto uno speciale Giubileo, e nella giornata dedicata ai sacerdoti, nella festa del Santissimo Cuore di Gesù il 3 giugno, ha esordito parlando della necessità di “puntare il cuore” di pastori “al centro della persona”, nelle radici più robuste della vita e al nucleo degli affetti, imitando il Buon Pastore, che “è la misericordia stessa”. Per allenare questo Cuore che imita Cristo, il Santo Padre suggerisce ai sacerdoti tre azioni: l’uscire da sé per andare a cercare chi non vuole più entrare nel gregge; l’essere capaci di ascoltare e accompagnare i passi delle persone con generosa compassione e spirito d’inclusione; gioire nel percepirsi quel canale di misericordia che avvicina appunto le persone a Dio.

2017 – Esperti nell’arte del discernimento
 
Evidentemente, prima di diventare sacerdoti si passa da un intenso percorso di formazione, ed uno degli aspetti che Papa Francesco ci tiene a sottolineare, attingendo anche alla sua familiarità con la tradizione ignaziana e gesuitica è quello del discernimento, un’arte che si apprende avendo anzitutto buona familiarità con l’ascolto della Parola di Dio, con una crescente conoscenza del proprio mondo interiore, affetti e paure. Lo ha spiegato ai seminaristi del Seminario Campano di Posillipo, incontrati in Vaticano il 6 maggio 2017, ribadendo l’urgenza di “fuggire dalla tentazione di rifugiarsi dietro una norma rigida o dietro l’immagine di una libertà idealizzata”. 

2018 – Preghiera, obbedienza e libertà

Nel settembre 2018 Papa Francesco ha parlato invece ai sacerdoti dell’Arcidiocesi di Valencia, accompagnati dal loro Arcivescovo Antonio Cañizares Llovera. Cogliendo l’occasione del Giubileo di San Vicente Ferrer celebrato quell’anno, il Pontefice ha proposto tre mezzi fondamentali per un presbitero per conservare l’amicizia e l’unione con Gesù Cristo. Innanzitutto, la preghiera, perché un sacerdote che se ne priva “non arriva molto lontano”, e il popolo se ne accorge; quindi l’obbedienza per predicare il Vangelo a ogni creatura, ossia l’annuncio della Parola che va fatto con gioia senza sentirsene proprietari o addirittura “imprenditori”. Infine, la libertà di saper “uscire” per andare incontro al fratello ma anche di saper allontanarsi dalla mondanità.

2019 – I due legami costitutivi: Gesù e il Popolo

Ricorrendo il 160º anniversario della morte del Santo Curato d’Ars (Giovanni Maria Vianney), proposto da Pio XI nel 1929 come patrono di tutti i parroci, il 4 agosto del 2019 Papa Francesco ha scritto una paterna Lettera a tutti i sacerdoti del mondo, fratelli che senza fare rumore “lasciano tutto” per dedicarsi alla vita delle loro comunità. Fratelli che lavorano “in trincea” e che ci “mettono la faccia” per curare e accompagnare il Popolo. Lo scopo della lettera, lo spiega il Papa nell’introduzione: essere vicino, ringraziare e incoraggiare. Basta ricordare che si veniva da un periodo di forte critica ai sacerdoti, dopo le tristi vicende degli abusi sessuali. 

Dopo i ringraziamenti per la “perseveranza”, la sopportazione, l’amministrazione dei sacramenti, la passione per il Popolo, l’incoraggiamento è consistito nel ribadire l’importanza di non trascurare “due legami costitutivi della nostra identità”, quello con Gesù – “cercatelo, trovatelo e godete la gioia di lasciarvi curare, accompagnare e consigliare” - e quello con il popolo – “non isolatevi dalla vostra gente”, “non richiudetevi in gruppi chiusi ed elitari”. 

2020 – Chiamati ad annunciare e profetizzare il futuro

L’anno dopo Francesco scrive una nuova lettera, questa volta ai sacerdoti della Diocesi di Roma, a motivo del fatto che a causa della pandemia di Covid-19 non era possibile celebrare insieme la Messa Crismale. Anche qui lo scopo è quello di essere vicino e accompagnare una comunità di fratelli che usciva comunque molto provata dalle conseguenze delle restrizioni sanitarie. E l’approccio del Santo Padre è quello di puntare il tutto – dopo le tante sofferenze viste e vissute – alla Risurrezione: “come comunità presbiterale siamo chiamati ad annunciare e profetizzare il futuro”, provando ad instaurare “un tempo sempre nuovo: il tempo del Signore”. 

2021 – Sognare una Chiesa tutta al servizio

“Cari fratelli sacerdoti, vi invito ad avere sempre orizzonti grandi, a sognare, a sognare una Chiesa tutta al servizio, un mondo più fraterno e solidale. E per questo, come protagonisti, avete il vostro contributo da offrire. Non abbiate paura di osare, di rischiare, di andare avanti perché tutto voi potete con Cristo che vi dà la forza”. Sono le parole che Papa Francesco ha rivolto invece ai sacerdoti del Convitto San Luigi dei Francesi, una comunità che si trova nel cuore di Roma, nel giugno del 2021. Insieme a questo sprone, riferendosi a tutti i sacerdoti, il Pontefice ha riaffermato l’importanza di “essere apostoli della gioia”, senza dimenticare anche un po’ di sano umorismo, ben consapevoli che questa sensibilità ha però ancora una volta la sua sorgente nel rimanere radicati in Cristo.

2022 – Le quattro vicinanze

Nel febbraio dello scorso anno, su iniziativa dell’allora Prefetto del Dicastero per il Vescovi, il Cardinale Marc Ouellet, si è svolto in Vaticano un simposio sulla teologia del sacerdozio e con questa l’occasione Papa Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti. Qui il Santo Padre ha invitato i presbiteri ad “intercettare il cambiamento” d’epoca che stiamo vivendo, restando però ancorati “alla sapiente Tradizione viva e vivente della Chiesa, che può permettersi di prendere il largo senza paura”. Come “strumenti concreti” di questa missione odierna ha parlato in maniera più estesa delle già altre volte accennate “quattro vicinanze”. Vicinanza innanzitutto a Dio, da cui trarre le forze necessarie; vicinanza al Vescovo per consolidare legami di obbedienza e capacità di ascolto; vicinanza tra i presbiteri, per sentirsi parte di una grande comunità; infine, la vicinanza al popolo di Dio, per “portare avanti lo stile del Signore”.

2023 – Veri testimoni dell’amore di Dio

L’intervento più recente rivolto ai sacerdoti è l’incontro di preghiera – insieme a diaconi, consacrati e seminaristi – che Papa Francesco ha avuto con loro nel Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo all’inizio di febbraio. Qui è tornato, come all’inizio del pontificato, il riferimento all’unzione e all’olio “della consolazione e della speranza”, che il Signore dona al suo popolo per il tramite dei suoi ministri sacri. Poi il Santo Padre ha ribadito l’importanza del servizio – servire il popolo e non servirsene – allontanando tre tentazioni particolari. La prima è la “mediocrità spirituale”, che può essere sconfitta attraverso la celebrazione eucaristica quotidiana e la Liturgia delle Ore. Bisogna poi vincere la sfida della “comodità mondana” diffondendo piuttosto modelli di sobrietà e libertà interiore. Infine, la tentazione della superficialità, imparando a “entrare nel cuore del mistero cristiano, ad approfondire la dottrina, a studiare e meditare la parola di Dio”. Lo scopo ultimo è diventare, evidentemente, nella varietà delle inquietudini del nostro tempo, veri “testimoni dell’amore di Dio”.

L'articolo originale è uscito sul numero di marzo della rivista spagnola OMNES

giovedì 26 gennaio 2023

"Parlare con il cuore", compito imprescindibile per l'odierno comunicatore


Dopo l’ascolto, la parola. E di mezzo il cuore. Tocca le corde dell’empatia la riflessione che Papa Francesco invita a fare ai comunicatori per la 57ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2023, che si celebrerà il prossimo 21 maggio.

Il tema scelto verte infatti sul versetto 15 del capitolo della Lettera di San Paolo agli Efesini: 'Veritatem facientes in caritate' per dire che bisogna “Hablar con el corazón” dopo che – lo scorso anno – l’approccio è stato “Escuchar con el oído del corazón”. Un collegamento ideale, e anche inevitabile, tra il silenzio e l’azione sempre mitigati dall’organo vitale per eccellenza, centro di tutti i nostri sentimenti e delle nostre passioni.

Un “percorso” che caratterizza nella sostanza ogni atto comunicativo – non si può parlare senza aver prima mantenuto un silenzioso ascolto – e che deve alimentarsi di una finalità più grande: farlo con il cuore ma anche raggiungere il cuore dei propri interlocutori. Questo vuol dire mitezza, vuol dire legami, superare le contrapposizioni e i dibattiti esasperati…

Un compito per i comunicatori d’oggi, sollecitati senza dubbio dalle tante possibilità della tecnica e della socializzazione, che spesso rischiano però di cadere nello scontro esacerbato che termina per distruggere lo stesso atto comunicativo.

Lo spirito è quello di avanzare una comunicazione che superi le ostilità – e quanto ne abbiamo bisogno proprio ora che la guerra guerreggiata è anche alle nostre porte – puntando alla costruzione di un futuro che invece è più fraterno, più giusto e per proprio per questo più umano.

Andata e ritorno

Il tema scelto dal Pontefice evidenzia anche un altro elemento – che poi lui stesso ha sottolineato in un discorso a braccio nella recente udienza concessa ai dipendenti e partecipanti all’Assemblea plenaria del Dicastero per la Comunicazione – ossia che non esiste una comunicazione in una sola direzione, ma prevede sempre “un’andata e ritorno”. Per cui il comunicatore vero “deve essere attento al ritorno, a quello che viene, alla reazione che provoca quello che io dico”. Qui la dinamica è quella del dialogo e della reciprocità.

Un altro aspetto sottolineato da Papa Francesco è quello del “rischio” legato alla comunicazione, l’assumere l’onere del “movimento” e della “creatività” senza la necessità di voler avere tutto sotto controllo, perché poi in realtà non esiste un “tutto in ordine” che si possa disporre come in un archivio: “il comunicatore deve andare sempre rischiando, sempre sulla strada, sempre nel coinvolgimento con la vita”.

Secondo i valori

Qui evidentemente si apre anche l’ambito della comunicazione secondo i valori – cristiani e pure umani –, rifuggendo il pericolo della sola tecnica, che può aiutare ma diventa deleteria se dietro non c’è un cuore – appunto – e una mente, che rendono l’atto comunicativo pienamente caratterizzato dal “calore umano”.

Artigianato dei legami

Altri spunti interessanti il Papa li aveva preparati nel discorso che poi ha soltanto consegnato ai membri del Dicastero ma che ha comunque invitato a leggere. Il punto focale della riflessione in questo caso riguarda una comunicazione alimentata e alimentatrice di “legami”, una vocazione che si caratterizza per l’essere vicini e dare voce “a chi è escluso, attirare l’attenzione su ciò che normalmente scartiamo e ignoriamo”.

Un vero e proprio “artigianato”, scrive Francesco, che permette a Dio di far risuonare e sentire la Sua voce. Questo apostolato si serve di tre compiti specifici, che sono poi tre sfide: “rendere le persone meno sole”, attraverso l’ascolto concreto, aiutando in questo modo anche al Chiesa ad abitare la realtà “e intercettando le grandi domande degli uomini e delle donne di oggi”. In questo contesto bisogna “dare voce a chi non ha voce”, stando con quanti vivono situazioni di marginalità o accompagnando i tanti “irregolari di ogni genere”, sull’esempio di Gesù che non ha mai ignorato queste situazioni.

La terza e ultima sfida individuata dal Pontefice è più che altro una consapevolezza di come questo approccio richieda “fatica”. Bisogna infatti assumere il coraggio di spiegare che “la comunione non è mai uniformità, ma capacità di tenere insieme realtà molto diverse”. Allo stesso modo, la comunicazione deve imparare a “rendere possibile anche la diversità di vedute, cercando però sempre di perseverare l’unità e la verità”.

Giovanni Tridente

venerdì 30 dicembre 2022

Gli incontri tra Papa Francesco e Benedetto XVI e le parole con cui lo ha sempre ricordato



* La versione originale di questo articolo è uscita su OMNES: https://omnesmag.com/actualidad/encuentros-papa-francisco-benedicto-xvi/ 

Il primo incontro tra Papa Francesco e Benedetto XVI si è svolto a pochi giorni dall’elezione dell’attuale Pontefice, il 23 marzo 2013, con un caloroso abbraccio presso l’eliporto di Castel Gandolfo, la residenza dove il Papa emerito aveva trascorso il periodo della sede vacante. Entrambi apparvero vestiti di bianco e prima di riunirsi nella Biblioteca privata sostarono in preghiera in cappella, uno accanto all’altro; Francesco aveva rinunciato a occupare il posto d’onore sedendo tra i banchi con Benedetto: “siamo fratelli”.

Ci ha insegnato l’umiltà

Significativo il dono che Francesco portò quel giorno al suo predecessore, l’icona della Madonna dell’umiltà: “non la conoscevo, ho subito pensato a Lei, Lei ci ha insegnato l’umiltà”. Qualche mese dopo i due si ritrovarono nei Giardini Vaticani per la Benedizione della nuova Statua di San Michele Arcangelo, patrono dello Stato della Città del Vaticano.

L’anno successivo, nel 2014, un nuovo abbraccio tra il Pontefice regnante e l’emerito, il 28 settembre in Piazza San Pietro, per il grande raduno con gli anziani organizzato dalla Pontifica Accademia per la Vita; nel 2015 le telecamere riprendono un ulteriore saluto e abbraccio nel mese di giugno, prima della partenza di Benedetto XVI per un nuovo periodo di riposo a Castel Gandolfo. 

Quello stesso 2015 Benedetto XVI è ancora presente accanto a Papa Francesco in una cerimonia pubblica, questa volta per il rito di apertura della Porta Santa della Basilica Vaticana, l’8 dicembre, per l’avvio del Giubileo della Misericordia.

Il 28 giugno 2016, nella Sala Clementina, si è svolto inoltre un atto di commemorazione del 65º anniversario di ordinazione sacerdotale del Papa emerito alla presenza di molti cardinali della Curia Romana. Nel suo discorso Francesco ha risaltato l’amore testimoniato da Benedetto XVI qualificandolo come “nota che domina una vita spesa nel servizio sacerdotale e della teologia”.

Altri incontri frequenti e pubblici si sono avuti tra i due al termine di ogni Concistoro per la creazione dei nuovi cardinali, con l’intero gruppo che puntualmente è salito al Monastero Mater Ecclesiae per i saluti al Papa emerito e un momento di preghiera nella cappella della residenza. Ci sono poi i tanti incontri privati e il continuo scambio di telefonate, anche nell’imminenza di ogni viaggio all’estero.

Ministero nascosto

Nei dieci anni di Pontificato, Papa Francesco ha fatto spesso riferimento al suo predecessore, chiedendo preghiere per il suo “ministero nascosto” e ringraziandolo per il sostegno alla Chiesa portato avanti con la preghiera. Preghiera che ha sempre chiesto poi di ricambiare verso il Papa emerito. Accanto alle occasioni ufficiali, come ad esempio la consegna del “Premio Ratzinger” promosso dall’omonima Fondazione Vaticana, il Pontefice regnante ha parlato di Benedetto XVI anche nel corso di udienze, angelus, oppure interviste rilasciate ai giornalisti.

Il primo riferimento rimanda senza dubbio alla sera stessa dell’elezione dalla Loggia della Basilica Vaticana: “prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito”; “perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”.

Teologia fatta in ginocchio

Nel 2013, per il Conferimento del “Premio Ratzinger” di quell’anno, Francesco espresse “riconoscenza e grande affetto” per il predecessore, valorizzando il lavoro che aveva fatto con la pubblicazione dei libri su Gesù di Nazaret, attraverso i quali “ha fatto dono alla Chiesa, e a tutti gli uomini, di ciò che aveva di più prezioso: la sua conoscenza di Gesù”, maturata attraverso una teologia fatta “in ginocchio”.

Uomo di fede, tanto umile

Nel viaggio di ritorno dalla Terra Santa, nel maggio 2014, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se mai in futuro seguirebbe la scelta del predecessore per lasciare anzitempo il pontificato, Francesco disse di Benedetto XVI: “è un uomo di fede, tanto umile”; “dobbiamo guardare a lui come ad un’istituzione”.

Come avere il nonno saggio in casa

Qualche mese dopo, tornando questa volta in agosto dal Viaggio in Corea, i giornalisti gli chiesero espressamente del suo rapporto con Papa Ratzinger, e Francesco disse innanzitutto che Benedetto XVI con il suo gesto aveva di fatto istituito il Papato emerito, aprendo “una porta che è istituzionale, non eccezionale”. Circa i rapporti, “è di fratelli, davvero”; “lo sento come se avessi il nonno a casa per la saggezza”, “mi fa bene ascoltarlo. E anche mi incoraggia molto”.

“Come avere il nonno saggio in casa”, Francesco lo ripete nell’incontro con gli anziani del settembre 2014, quando ringrazia pubblicamente Benedetto XVI per la sua presenza all’evento.

Il 16 aprile 2015, durante la Messa mattutina nella Casa Santa Marta, ricorrendo l’ottantottesimo compleanno dell’emerito, Francesco ha invitato i presenti a unirsi a lui nella preghiera per Benedetto XVI, “perché il Signore lo sostenga e gli dia tanta gioia e felicità”.

Grande uomo di preghiera e di coraggio

Nel giugno 2016 è la volta di una nuova domanda dei giornalisti sul volo di ritorno dall’Armenia. Qui Francesco ha aggiunto che per lui “è l’uomo che mi custodisce le spalle e la schiena con la sua preghiera”. Tra l’altro “è un uomo di parole, un uomo retto, retto, retto”, “grande uomo di preghiera, di coraggio”.

Maturità, dedizione e fedeltà

Quindi l’atto di commemorazione per il 65º del sacerdozio, quello stesso mese, dove Francesco aggiunse che dal piccolo Monastero dove Benedetto XVI risiede, “promana una tranquillità, una pace, una forza, una fiducia, una maturità, una fede, una dedizione e una fedeltà che mi fanno tanto bene e danno tanta forza a me e a tutta la Chiesa”.

Per il “Premio Ratzinger” 2016 immancabile - “ancora una volta” - l’espressione del “nostro grande affetto e la nostra riconoscenza” per Benedetto XVI, “che continua ad accompagnarci anche ora con la sua preghiera”.

Presenza discreta e incoraggiante

“La sua preghiera e la sua presenza discreta e incoraggiante ci accompagnano nel cammino comune; la sua opera e il suo magistero continuano a essere un’eredità viva e preziosa per la Chiesa e per il nostro servizio”, saranno invece le parole pronunciate per la stessa ricorrenza l’anno successivo. Ratzinger, per Papa Francesco, “continua ad essere un maestro e un interlocutore amico per tutti coloro che esercitano il dono della ragione per rispondere alla vocazione umana della ricerca della verità”. 

Stima, affetto e gratitudine vengono poi ripetute negli anni successivi. Nel 2019 Papa Francesco esplicita il ringraziamento “per l’insegnamento e l’esempio che ci ha dato nel servire la Chiesa riflettendo, pensando, studiando, ascoltando, dialogando, pregando, perché la nostra fede si conservi viva e consapevole nonostante il mutare dei tempi e delle situazioni, e perché i credenti sappiano rendere conto della loro fede con un linguaggio capace di farsi intendere dai loro contemporanei e di entrare in dialogo con essi, per cercare insieme le vie dell’incontro con Dio nel nostro tempo”.

Il contemplativo del Vaticano

Al termine dell’Angelus del 29 giugno 2021, ricorrendo il 70º dell’ordinazione sacerdotale di Papa Benedetto XVI, Francesco lo definisce “caro padre e fratello”, “il contemplativo del Vaticano, che spende la sua vita pregando per la Chiesa e per la diocesi di Roma, della quale è vescovo emerito”. Quindi gli rivolge un grazie per la “testimonianza credibile” e lo “sguardo continuamente rivolto verso l’orizzonte di Dio”.

Al conferimento del “Premio Ratzinger” 2022, Francesco ribadisce che “non mancano per me momenti di incontro personale, fraterno e affettuoso, con il Papa emerito”, evidenziando come tutti sentano “la sua presenza spirituale e il suo accompagnamento nella preghiera per la Chiesa intera: quegli occhi contemplativi che sempre mostra”.

Testimonianza di amore fino alla fine

Infine, il riferimento all’udienza generale dopo il Natale, il 28 dicembre 2022, quando ha invitato i presenti e tutta la Chiesa a intensificare le preghiere per colui “che nel silenzio sta sostenendo la Chiesa”, affinché il Signore “lo sostenga in questa testimonianza di amore alla Chiesa, fino alla fine”.

Giovanni Tridente

sabato 12 marzo 2022

9 anni di Papa Francesco, il conflitto in Ucraina e la fratellanza mancata



Domenica 13 marzo 2022 si compiono i primi 9 anni dell’elezione di Papa Francesco. E mai come in questo periodo, caratterizzato da una disastrosa e fratricida guerra tra la Russia e l’Ucraina alle porte dell’Europa con minacce per la stabilità mondiale, suonano profetiche le prime parole del neo-pontefice rivolte al popolo di Piazza San Pietro.

“E adesso, incominciamo questo cammino… Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi”. Tutti elementi, purtroppo, che qualunque conflitto bellico annulla istantaneamente, andando a generare conseguenze imprevedibili che dureranno per anni.

Il conflitto che stiamo vivendo, con le migliaia di vittime tra civili e militari, e milioni di rifugiati costretti a scappare dai bombardamenti è esattamente il contrario della fratellanza, dell’amore e della fiducia tra le persone. Qualcosa allora si è guastato nell’umanità, nonostante la profezia del 13 marzo del 2013 e le infinite occasioni offerte dal Santo Padre per mettere a frutto questa sua visione programmatica.

Non possono passare inosservati i numerosi tentativi di dialogo ecumenico ed interreligioso, che si innestano evidentemente sul cammino che la Chiesa porta avanti da decenni, con maggiore consapevolezza a partire dal Concilio Vaticano II, e che hanno condotto, nel 2019 ad Abu Dhabi, alla firma dell’importante Documento “sulla fratellanza umana, per la pace mondiale e la convivenza comune”.

Evidentemente, non è bastato! Va anche detto che ogni guerra, ogni deliberata scelta di combattere un fratello, è frutto di situazioni complesse, con ragioni che non stanno mai da una parte sola, in un mix esplosivo – è proprio il caso di dire – che non guarda in faccia a nessuno e tantomeno si preoccupa delle conseguenze che genera.

È pur vero che la crisi russo-ucraina non è certamente l’unica, tantomeno sarà l’ultima. Veniamo da due anni di sconvolgimento pandemico e da decenni di focolai sparsi in varie parti del pianeta, sia a Oriente che a Occidente, tanto da far scrivere in quello stesso Documento sulla fratellanza, che ci trovavamo piuttosto in una “terza guerra mondiale a pezzi”.

Quello che si prospetta all’orizzonte allora è l’ennesimo conflitto mondiale “integrale”, il quarto per l’esattezza, e Dio non voglia che ciò accada davvero. Ecco perché la Santa Sede sta cercando di mettere in campo tutte le soluzioni possibili per porre fine ai combattimenti e alle morti indiscriminate di vittime inconsapevoli, e aprire canali di dialogo possibilmente duratura tra tutte le forze in campo.

Nell’omelia di inizio pontificato lo stesso Papa Francesco aveva raccomandato in modo particolare di “custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore”, sull’esempio di San Giuseppe – ed è singolare come da poco si sia concluso l’Anno dedicato allo Sposo di Maria e la serie di catechesi del pontefice sull’amato patrono della Chiesa Universale.

A nove anni di distanza forse bisogna ritornare a quelle parole, a quella “responsabilità che ci riguarda tutti”, perché quando questa viene meno “allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce”.

Il Papa aveva offerto già in quella occasione le chiavi per porre fine all’odio, all’invidia e alla superbia che sporcano la vita: “vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono”.

Ricominciamo da qui, allora, da questa consapevolezza, e ognuna faccia di tutto per riportare nel proprio ambiente di vita e di lavoro l’armonia della fratellanza e dall’amore. Almeno avremo evitato le tante guerre di cui siamo noi i primi fautori. Dio ci aiuti e ce ne scampi!

Articolo pubblicato in spagnolo sulla rivista #Omnes: https://omnesmag.com/actualidad/el-conflicto-en-ucrania-y-la-fraternidad-perdida/

venerdì 12 marzo 2021

8 "cartoline" dal Pontificato di Papa Francesco

Esattamente otto anni fa, la sera del 13 marzo 2013, il Cardinale Jorge Mario Bergoglio si affacciava dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro in Vaticano per la sua prima benedizione apostolica “Urbi et Orbi”. Da lì cominciò il cammino di Papa Francesco al servizio della Chiesa universale: “un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi”.

Non è semplice, ad ogni ricorrenza, fare un riassunto esaustivo ed esemplificativo delle più importanti “novità” rappresentate dall’evento che si commemora o dal personaggio che si celebra.

Ciò è ancora più vero nel caso dell’ultimo pontificato, che volenti o nolenti è stato caratterizzato da una serie di vicissitudini non sempre e non solo legate al “personaggio Bergoglio”, ma anche al contesto generale in cui la sua missione si è svolta, sia a livello ecclesiale che internazionale. Sicuramente, è stato – e ci auguriamo sarà – un ministero molto attivo e ricco di iniziative.

Eppure, credo che ci siano due aspetti che vanno messi a fuoco per evidenziare quanto sia complesso oggi, dal punto di vista narrativo, “isolare” i momenti più caratterizzanti di questa esperienza dei primi anni. Da una parte va considerata l’epoca di sovraesposizione mediatica in cui viviamo, che dall’inizio genera intorno alla figura del Papa un’infinita mole di informazioni e dati che fluiscono quotidianamente in un vortice irrefrenabile e ad ogni latitudine, generando un evidente sovraccarico che in qualche caso può anche essere nocivo. Dall’altro lato, a complicare le cose ci ha pensato la pandemia di Covid-19, che nell’ultimo anno ha ricalibrato le nostre priorità e ha messo un po’ nell’ombra altri interessi per cose non necessariamente considerate “di vitale importanza”, come potrebbe essere una sorta di passione per l’amarcord, i ricordi nostalgici.

Premesso ciò, poiché non abbiamo le competenze per offrire una sintesi storiografica di questi ultimi anni della vita della Chiesa sotto la guida di Papa Francesco, ci è sembrato più interessante selezionare “8 cartoline”, otto immagini che a nostro giudizio sono rappresentative di ognuno degli ultimi anni di ministero del Vescovo di Roma. È una scelta del tutto arbitraria, lo confessiamo, ma è probabile che siano istantanee ancora vive nel cuore dei fedeli.

2013 – LA VISITA A LAMPEDUSA, L’ISOLA DEGLI IMMIGRATI MORTI IN MARE

La prima istantanea che ha caratterizzato l’avanzare di Papa Francesco come pastore del Popolo di Dio e pellegrino verso le periferie esistenziali rimarrà quella del suo inconsueto viaggio all’isola di Lampedusa, nel Sud Italia, a pochi mesi dall’elezione. Fu la prima vera uscita dai confini del Vaticano, ma anche la più drammatica e toccante. Dall’isola-tomba di centinaia e centinaia di migranti dei quali non conosceremo mai i nomi si levò quel forte grido alle coscienze di ciascuno “perché ciò che è accaduto non si ripeta”. Sappiamo poi che purtroppo non è stato affatto così, ma il richiamo del Pontefice resta e continua a essere un monito contro l’indifferenza.

2014 – IL VIAGGIO IN TERRA SANTA

Il primo vero grande Pellegrinaggio del pontificato è stato forse il Viaggio apostolico in Terra Santa nel maggio del 2014, in occasione del 50º anniversario dell’incontro a Gerusalemme tra San Paolo VI e il Patriarca Atenagora. 16 discorsi in tre giorni, e la commovente visita al Memoriale di Yad Vashem, con la condanna senza mezzi termini del terrorismo, che “è male nella sua origine ed è male nei suoi risultati”. Male che nasce dall’odio e che distrugge, che portò il Santo Padre a esprimere vergogna per la profanazione che l’uomo era riuscito a fare verso la principale opera della creazione di Dio, sé stesso.


2015 – LAUDATO SI’

Il 2015 è l’anno della seconda Enciclica di Papa Francesco, quella dedicata alla cura della casa comune Laudato si’, nata dalla consapevolezza di porre fine all’uso irresponsabile e all’abuso dei beni che Dio ci ha affidato con la creazione. Un percorso di riflessione che riprendeva già gli inviti alla “conversione ecologica globale” di San Giovanni Paolo II e le preoccupazioni per le ferite prodotte per il nostro comportamento irresponsabile suggerite da Benedetto XVI. La chiave portata dall’attuale Pontefice sarà quel “tutto è connesso” che richiama alla nostra responsabilità di riconoscere che ogni nostro comportamento squilibrato ha inevitabilmente conseguenze nelle esistenze di tutti gli altri nostri fratelli. E la pandemia che stiamo vivendo è qui a dimostrarcelo.


2016 – IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

Il 2016 è stato invece l’Anno del primo Giubileo esteso in tutto il mondo, quello della Misericordia, con l’apertura delle Porte Sante in tutte le diocesi, in ogni confine della terra, a cominciare da quella simbolica di Bangui, nella Repubblica Centrafricana. Furono anche quelli una scelta e un messaggio inequivocabili: la misericordia di Dio non conosce limiti, e agisce a maggior ragione in quelle vicende – e in quei cuori – che hanno necessità di essere perdonati e in un certo senso “ricostruiti”. Sarà un anno molto particolare, che registrerà nella sola Città di Roma l’arrivo di oltre 21 milioni di pellegrini. Da lì nasceranno i “Venerdì della misericordia” e la “Domenica della Parola di Dio”.

2017 – PELLEGRINO A FATIMA DALLA MADRE

La presenza della Vergine Maria è una costante del Pontificato. Emblematiche sono le visite del Papa alla Basilica di Santa Maria Maggiore per rendere omaggio alla Salus Populi Romani, non a caso la prima compiuta già il giorno successivo all’elezione, e poi all’inizio e alla fine di ogni Viaggio apostolico all’estero. Nel 2017 invece Papa Francesco si è recato direttamente al Santuario di Nostra Signora di Fatima per il centenario delle Apparizioni della Vergine Maria, e da lì ha ribadito a gran voce: “abbiamo una Madre, abbiamo una Madre”. Ha quindi invitato tutti a essere nel mondo “sentinelle del mattino” per mostrare il volto giovane e bello della Chiesa, “che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore”.


2018 – L’ACCORDO CON LA CINA

Dopo anni di tentativi e tante sofferenze, il 22 settembre 2018 a Pechino è stato firmato l’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei Vescovi, mettendo così fine di fatto all’esistenza di una “doppia Chiesa” in Cina. In una lettera a tutto il popolo del paese asiatico e alla Chiesa universale Papa Francesco ha ricordato innanzitutto il tesoro spirituale lasciato dalle esperienze dolorose di quanti hanno sofferto negli anni per testimoniare la loro fede. Ma ha reso grazie per lo spiraglio verso la completa unità e una più diffusa e libera evangelizzazione di quelle terre avviate dall’Accordo. Dopo due anni, il documento è stato rinnovato per un ulteriore biennio fino al 2022.


2019 – IL SUMMIT SUGLI ABUSI

Non tutte le cartoline a volte sono belle; alcune possono ritrarre anche ferite dolorose come è il caso della triste vicenda degli abusi nella Chiesa verso i minori. Un processo di presa di coscienza che va avanti da molti anni e che ha mostrato la crudezza di situazioni in cui è mancata trasparenza e responsabilità a più livelli. Un nervo scoperto che Papa Francesco non ha avuto paura di portare alle estreme conseguenze, rendendo prioritaria la lotta a quello che in più occasioni ha definito come cancro. Il 2019 arriva finalmente un summit ad ampio spettro con i vescovi seduti ad ascoltare testimonianze di persone abusate. Da lì sono poi nate molte altre iniziative, anche legislative per mettere un freno a complicità e inadempienze e privilegiare l’attenzione alle vittime. 


2020 – LA SOLITUDINE DELLA PANDEMIA

L’ultima cartolina di questi primi otto anni del pontificato è anch’essa abbastanza triste, legata all’emergenza sanitaria per la pandemia di Covid-19, di cui ancora non si vede l’orizzonte di soluzione. Ritrae Papa Francesco solitario, in una Piazza San Pietro deserta bagnata dalla pioggia. Un momento spiritualmente forte, in cui si è pregato per la fine di questa tragedia che ha già causato oltre due milioni e mezzo di morti. Di quella sera resta la preghiera al Signore a “non lasciarci in balia della tempesta” e la consapevolezza che “nessuno si salva da solo”. Fede e speranza, che da quel momento porteranno il Santo Padre a compiere una serie di iniziative di vicinanza al Popolo di Dio fiaccato dal timore e dalla solitudine. C’è ancora bisogno di riprendere quelle parole e ricordarci ancora oggi di “abbracciare il Signore per abbracciare la speranza”.

* * *


2021 – IL VIAGGIO DELLA FRATELLANZA

Dal 2021 non possiamo dire molto, siamo ancora all’inizio, ecco perché le 8 cartoline. Ma sarà interessante tenere d’occhio il recente viaggio in Iraq, compiuto dal Papa come pellegrino di fratellanza verso la terra di Abramo, dove tutto ha avuto inizio. Un Paese che dopo la tragedia delle tante guerre e dell’odio va ancora ricostruito. Come le nostre vite. Con la vicinanza del Papa e della Chiesa.


giovedì 28 gennaio 2021

Papa Francesco e il vaccino per il Covid-19: parole chiare sin dall'inizio della pandemia


“Voce di uno che grida nel deserto…” (cit.) 

GARANTIRE L’ACCESSO UNIVERSALE (3 maggio 2020) 
 “Desidero, nello stesso tempo, appoggiare e incoraggiare la collaborazione internazionale che si sta attivando con varie iniziative, per rispondere in modo adeguato ed efficace alla grave crisi che stiamo vivendo. È importante, infatti, mettere insieme le capacità scientifiche, in modo trasparente e disinteressato, per trovare vaccini e trattamenti e garantire l’accesso universale alle tecnologie essenziali che permettano ad ogni persona contagiata, in ogni parte del mondo, di ricevere le necessarie cure sanitarie”. (Regina Caeli) 

 SAREBBE TRISTE SE SI DESSE PRIORITÀ AI PIÙ RICCHI! (19 agosto 2020) 
 “Sarebbe triste se nel vaccino per il Covid-19 si desse la priorità ai più ricchi! Sarebbe triste se questo vaccino diventasse proprietà di questa o quella Nazione e non sia universale e per tutti. E che scandalo sarebbe se tutta l’assistenza economica che stiamo osservando – la maggior parte con denaro pubblico – si concentrasse a riscattare industrie che non contribuiscono all’inclusione degli esclusi, alla promozione degli ultimi, al bene comune o alla cura del creato (ibid.). Sono dei criteri per scegliere quali saranno le industrie da aiutare: quelle che contribuiscono all’inclusione degli esclusi, alla promozione degli ultimi, al bene comune e alla cura del creato. Quattro criteri”. (Udienza generale) 

COMBATTERE LA POVERTÀ FARMACEUTICA (19 settembre 2020) 
 “La recente esperienza della pandemia, oltre a una grande emergenza sanitaria in cui sono già morte quasi un milione di persone, si sta tramutando in una grave crisi economica, che genera ancora poveri e famiglie che non sanno come andare avanti. Mentre si opera l’assistenza caritativa, si tratta di combattere anche questa povertà farmaceutica, in particolare con un’ampia diffusione nel mondo dei nuovi vaccini. Ripeto che sarebbe triste se nel fornire il vaccino si desse la priorità ai più ricchi, o se questo vaccino diventasse proprietà di questa o quella Nazione, e non fosse più per tutti. Dovrà essere universale, per tutti”. (Ai membri della Fondazione “Banco Farmaceutico”) 

SE BISOGNA PRIVILEGIARE QUALCUNO, CHE SIA IL PIÙ POVERO (25 settembre 2020) 
 “La pandemia ha messo in evidenza l’urgente necessità di promuovere la salute pubblica e di realizzare il diritto di ogni persona alle cure mediche di base. Pertanto, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati. E se bisogna privilegiare qualcuno, che sia il più povero, il più vulnerabile, chi generalmente viene discriminato perché non ha né potere né risorse economiche” (Videomessaggio per la 75ma Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite) 

ACCESSO A PRESCINDERE DAL REDDITO (7 ottobre 2020) 
 “In modo analogo, quando i vaccini sono disponibili, occorre garantire un giusto accesso ad essi a prescindere dal reddito, partendo sempre dagli ultimi. I problemi globali che stiamo affrontando esigono risposte cooperative e multilaterali. Le organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Oms, la Fao e altre, che sono state istituite per promuovere la cooperazione e il coordinamento globale, devono essere rispettate e sostenute di modo che possano realizzare i loro obiettivi a beneficio del bene comune universale”. (Messaggio ai partecipanti all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze) 

ASSISTERE TUTTI COLORO CHE SONO PIÙ POVERI E PIÙ FRAGILI (8 dicembre 2020) 
 “Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragili”. (Messaggio per la LIV Giornata Mondiale della Pace) 
 
PROMUOVERE LA COOPERAZIONE E NON LA CONCORRENZA (25 dicembre 2020) 
 “Oggi, in questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia, appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini. Ma perché queste luci possano illuminare e portare speranza al mondo intero, devono stare a disposizione di tutti. Non possiamo lasciare che i nazionalismi chiusi ci impediscano di vivere come la vera famiglia umana che siamo. Non possiamo neanche lasciare che il virus dell’individualismo radicale vinca noi e ci renda indifferenti alla sofferenza di altri fratelli e sorelle. Non posso mettere me stesso prima degli altri, mettendo le leggi del mercato e dei brevetti di invenzione sopra le leggi dell’amore e della salute dell’umanità. Chiedo a tutti: ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali, di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti: vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del Pianeta. Al primo posto, i più vulnerabili e bisognosi!” (Messaggio Urbi et Orbi) 

CHI CI RACCONTERÀ L’ATTESA DI GUARIGIONE NEI VILLAGGI PIÙ POVERI? (23 gennaio 2021) 
“Pensiamo alla questione dei vaccini, come delle cure mediche in genere, al rischio di esclusione delle popolazioni più indigenti. Chi ci racconterà l’attesa di guarigione nei villaggi più poveri dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa? Così le differenze sociali ed economiche a livello planetario rischiano di segnare l’ordine della distribuzione dei vaccini anti-Covid. Con i poveri sempre ultimi e il diritto alla salute per tutti, affermato in linea di principio, svuotato della sua reale valenza”. (Messaggio per la 55ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali)

A BENEFICIO DI TUTTA QUANTA L'UMANITÀ (8 febbraio 2021)
"È poi indispensabile che i notevoli progressi medici e scientifici compiuti nel corso degli anni, i quali hanno permesso di sintetizzare in tempi assai brevi vaccini che si prospettano efficaci contro il coronavirus, vadano a beneficio di tutta quanta l’umanità. Esorto pertanto tutti gli Stati a contribuire attivamente alle iniziative internazionali volte ad assicurare una distribuzione equa dei vaccini, non secondo criteri puramente economici, ma tenendo conto delle necessità di tutti, specialmente di quelle delle popolazioni più bisognose. Ad ogni modo, davanti a un nemico subdolo e imprevedibile qual è il Covid-19, l’accessibilità dei vaccini deve essere sempre accompagnata da comportamenti personali responsabili tesi a impedire il diffondersi della malattia, attraverso le necessarie misure di prevenzione a cui ci siamo ormai abituati in questi mesi". (Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede)

SUPERARE I RITARDI E FAVORIRNE LA CONDIVISIONE (4 aprile 2021)
"Tutti, soprattutto le persone più fragili, hanno bisogno di assistenza e hanno diritto di avere accesso alle cure necessarie. Ciò è ancora più evidente in questo tempo in cui tutti siamo chiamati a combattere la pandemia e i vaccini costituiscono uno strumento essenziale per questa lotta. Nello spirito di un 'internazionalismo dei vaccini', esorto pertanto l’intera Comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri". (Messaggio Urbi et Orbi Pasqua 2021)

SOLIDARIETÀ VACCINALE GIUSTAMENTE FINANZIATA (4  aprile 2021)
"Abbiamo bisogno in particolare di una solidarietà vaccinale giustamente finanziata, poiché non possiamo permettere alla legge di mercato di avere la precedenza sulla legge dell’amore e della salute di tutti. Ribadisco qui il mio invito ai leader di governo, alle imprese e alle organizzazioni internazionali a lavorare insieme per fornire vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi (cfr. Messaggio Urbi et Orbi, Natale 2020)". (Al Gruppo della Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale)

INTERNAZIONALISMO DEI VACCINI E SOSPENSIONE DEI BREVETTI (8 maggio 2021)
"Una variante di questo virus è il nazionalismo chiuso, che impedisce, ad esempio, un internazionalismo dei vaccini. Un'altra variante è quando mettiamo le leggi del mercato o della proprietà intellettuale sulle leggi dell'amore e della salute dell'umanità. (...) Dio Creatore infonda nei nostri cuori uno spirito nuovo e generoso per abbandonare i nostri individualismi e promuovere il bene comune: uno spirito di giustizia che ci mobilita per garantire l'accesso universale al vaccino e la sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale; uno spirito di comunione che ci permette di generare un modello economico diverso, più inclusivo, giusto e sostenibile". (Videomessaggio ai partecipanti al "Vax Live: The Concert To Reunite The World)


VACCINARSI È UN ATTO D'AMORE POLITICO E SOCIALE (18 agosto 2021)
"Grazie a Dio e al lavoro di molti, oggi abbiamo vaccini per proteggerci dal Covid-19. Questi danno la speranza di porre fine alla pandemia, ma solo se sono disponibili per tutti e se collaboriamo gli uni con gli altri. Vaccinarsi, con vaccini autorizzati dalle autorità competenti, è un atto di amore. E contribuire a far sì che la maggior parte della gente si vaccini è un atto di amore. Amore per sé stessi, amore per familiari e amici, amore per tutti i popoli. L’amore è anche sociale e politico, c’è amore sociale e amore politico, è universale, sempre traboccante di piccoli gesti di carità personale capaci di trasformare e migliorare le società (cfr. Laudato si’, n. 231, cfr. Fratelli tutti, 184)" (Videomessaggio ai popoli per la Campagna di vaccinazione contro il Covid-19)


LA CURA DELLA SALUTE È UN OBBLIGO MORALE (10 gennaio 2022)
"È dunque importante che possa proseguire lo sforzo per immunizzare quanto più possibile la popolazione. Ciò richiede un molteplice impegno a livello personale, politico e dell’intera comunità internazionale. Anzitutto a livello personale. Tutti abbiamo la responsabilità di aver cura di noi stessi e della nostra salute, il che si traduce anche nel rispetto per la salute di chi ci è vicino. La cura della salute rappresenta un obbligo morale. Purtroppo, constatiamo sempre più come viviamo in un mondo dai forti contrasti ideologici. Tante volte ci si lascia determinare dall’ideologia del momento, spesso costruita su notizie infondate o fatti scarsamente documentati. Ogni affermazione ideologica recide i legami della ragione umana con la realtà oggettiva delle cose. Proprio la pandemia ci impone, invece, una sorta di “cura di realtà”, che richiede di guardare in faccia al problema e di adottare i rimedi adatti per risolverlo. I vaccini non sono strumenti magici di guarigione, ma rappresentano certamente, in aggiunta alle cure che vanno sviluppate, la soluzione più ragionevole per la prevenzione della malattia". (Auguri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede)

sabato 23 gennaio 2021

Siamo tutti giornalisti: andare, vedere e raccontare. La comunicazione è persona


Siamo in qualche modo tutti giornalisti. Quantomeno è ciò che siamo diventati oggi nell’epoca della disintermediazione (flussi costanti di informazione che viaggiano su innumerevoli multi-piattaforme accessibili a tutti, sia come recettori che come produttori). 

In quanto tali, è questo lo spirito con cui dobbiamo rapportarci alle vite di chi ci circonda, alle storie a cui assistiamo: “uscire da noi stessi”, “consumare le suole delle scarpe”, per “andare a vedere”, imparare “ad ascoltare”, superare i pregiudizi, evitando di “trarre conclusioni affrettate”. Per capire ci vuole tempo, e non bisogna farsi “distrarre dal superfluo”. 

Bisogna coltivare l’artigianato della verifica, perché è fondamentale saper “distinguere l’apparenza ingannevole dalla verità”. Riassumerei in queste poche battute – che sono prese dalla preghiera finale - l’essenza del Messaggio di Papa Francesco per la 55ma Giornata delle Comunicazioni Sociali, che si celebra come ogni anno il 24 gennaio, Festa di San Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti. 

È dedicato a “loro” questo messaggio, all’importanza del loro lavoro, alla dinamica di una professione che ci è tanto cara e che purtroppo non si è sempre dimostrata all’altezza del proprio compito, per innumerevoli ragioni. Ma c’è di più: quelle “prerogative” che un tempo appartenevano a chi avrebbe avuto tempi e modi per “perseguire la verità” oggi sono – e devono essere – prerogative di tutti, a maggior ragione per un cristiano che si dice amico delle persone e amico della verità. 

“Vieni e vedi” è l’input da cui parte il Messaggio, e sono le parole che Gesù rivolge a chi gli chiedeva “approfondimenti”, “anticipazioni” rispetto alla possibilità di seguirlo in una missione che poi era fondamentalmente incontro con le persone, con la carne viva di quelle prime comunità che hanno avuto l’opportunità di conoscere da vicino il Messia. 

Esserci e osservare sono i capisaldi della professione informativa: non si parla per sentito dire, per interposte dichiarazioni, si va e si vede, si verifica e poi si racconta. È questa la dinamica che ci rende veramente partecipi di ciò che accade intorno a noi. 

Ed è questo lo scopo dell’informazione e della comunicazione al servizio delle persone, a cominciare dal servizio a sé stessi: la possibilità di prendere una decisione con libertà, perché si è potuti avere a disposizione tutti gli elementi di conoscenza necessari a formarsi un’opinione. Ce lo garantisce anche la nostra Costituzione italiana. 

La comunicazione siamo noi, è fatta da noi e deve servire a noi. Il Papa lo spiega molto chiaramente in questo ultimo Messaggio ai comunicatori. Non basta dunque lamentarsi che le cose non vanno bene, che i giornali non fanno il loro dovere, che i social hanno moltiplicato le situazioni di “smarrimento”, attribuendo sempre ad un “ente” fondamentalmente astratto quelle responsabilità che invece abbiamo cucite addosso, perché si tratta delle nostre storie, delle nostre vite. E non sarà mai certo lo strumento, il mezzo, a fare ciò che invece compete a noi esseri pensanti in carne ed ossa: andare e vedere, ascoltare e verificare, quindi raccontare, condividere ciò che abbiamo realmente visto, approfondito e conosciuto. 

È un appello personale, rivolto a ciascuno: andare laddove nessuno vuole andare, vedere ciò che nessuno vuole vedere, approfondire ciò che nessuno vuole approfondire, raccontare ciò che spesso nessuno racconta. È responsabilità di tutti, perché quel “nessuno che voglia fare qualcosa” è ognuno di noi. 

Di fronte alla verità, di fronte all’importanza di conoscere, di far sapere, di diffondere soprattutto il bene non devono esserci scappatoie. Gli esempi non mancano – c’è chi continua a dare la vita, con coraggio, per denunciare soprusi e ingiustizie, e il Papa lo ricorda – ma non mancano neppure i mezzi, le possibilità. 

La chiave in definitiva è incontrare le persone laddove vivono, soffrono e sperano. E le persone siamo noi, i nostri sguardi, i nostri gesti e la nostra voce. Ma anche il nostro cuore, desideroso di lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato, raccontando con onestà “ciò che abbiamo visto”.

Giovanni Tridente

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