"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)
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lunedì 7 agosto 2023

Influencer cattolici?


Riflettevo sul rischio che comporta incentivare e "valorizzare" la cosiddetta categoria degli "influencer cattolici". Influencer secondo quali canoni? Cattolici secondo quali altri canoni?
 
Nella migliore delle ipotesi, e agli occhi di un pubblico generalista, rischia di diventare un'etichetta che "ghettizza", dando l'idea di appartenere a un club esclusivo, peraltro non molto attraente.

Lungi da tutto questo, la "#missionedigitale" nella #Chiesa (scrivevamo qualche annetto fa nel libro curato con Bruno Mastroianni) è tale in quanto appartiene a "ogni #battezzato" e non a qualcuno "più battezzato di un altro". Ogni discepolo di Cristo è chiamato ad annunciarLo andando "fino ai confini della terra". E oggi sostanzialmente ciascun battezzato possiede un account e utilizza i social per buona parte del proprio tempo.

Il punto è che la consapevolezza di questa "missione" deve farsi capillare, eterogenea, diffusiva, "senza porte" come piace dire a #PapaFrancesco e non "esclusiva" (etichetta, appunto). Deve innervare il vissuto e l'operato di ciascuno di noi, senza rispondere piuttosto a un "piano prestabilito", poiché la persona che ho di fronte nell'#onlife (vedi Luciano Floridi) ha carne ed ossa e anche la mia testimonianza deve incarnarsi.

Non me ne vorranno i tanti amici che si occupano di questo ambito, animati da lodevoli e ammirabili intenzioni, ma ciò vi dovevo per onestà (soprattutto intellettuale), anche per non cadere io per primo nel tranello del "politicamente corretto", che forse non ci fa scomporre - magari "ci conserva l'incarico" o ce ne fa avere uno ad hoc senza generarci sicuramente inimicizie - ma a lungo andare ci rende tutti più tristi e inconcludenti.

Buona missione a tutti i battezzati!

P.S. Non ci crederete, ma l'immagine che accompagna il post è stata generata con un'app che utilizza #IA, con questo prompt: "rappresentami un influencer cattolico".

lunedì 17 maggio 2021

Sentirsi a proprio agio nella complessità della comunicazione

Il 16 maggio si celebra la 55ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l’unica istituita a partire dal Concilio Vaticano II. Nel Messaggio scritto per l’occasione, Papa Francesco prende spunto dall’invito di Gesù rivolto ai discepoli “Vieni e vedi” (Gv 1,46), e insiste sul fatto che per comunicare occorre incontrare le persone laddove sono e così come sono.

In oltre mezzo secolo di comunicazioni sociali, il panorama informativo è totalmente cambiato, e con esso la professione giornalistica, oggi schiacciata dalla disintermediazione e dalla infodemia, termini che se non sono presi nella giusta dimensione possono distogliere l’attenzione dal vero problema. E cioè: la responsabilità di ciascun professionista a fare bene il proprio lavoro.

Innanzitutto, bisogna sempre interrogarsi sull’impatto etico della professione giornalistica, in particolare la sua indole di “servizio al lettore” che la caratterizza, nonostante – e forse a maggior ragione – l’epoca della comunicazione globale e disintermediata.

L’infodemia ci appartiene

A proposito del termine tanto in voga negli ultimi mesi anche a causa della pandemia che stiamo vivendo - infodemia -, se guardiamo indietro nel tempo e studiamo un po’ i vari processi della cultura mediatica che si sono susseguiti, ci accorgiamo che il termine era già stato coniato nel 2003 dal giornalista David J. Rothkopf in un articolo sul Washington Post. Erano i primi mesi della diffusione della SARS (la sorella minore del “nostro” Covid-19) e l’autore declinava il termine come “un fenomeno complesso causato dall’interazione di media tradizionali, media specializzati, siti Internet e media cosiddetti informali”, questi ultimi identificati come telefoni senza fili, sms, cercapersone, fax ed email. 

Come vediamo, non c’è nulla di nuovo, tranne il fatto che i protagonisti di questo fenomeno sono sempre le persone, sia in quanto “alimentatori del caos” ma anche in qualità di consumatori un po’ voraci e spesso distratti. Certamente, i social hanno incrementato questa babele, e il Covid-19 ci ha fatto ripiombare tragicamente in un qualcosa che avremmo forse dovuto approfondire con più attenzione. Ciò conferma che la chiave per “aggiustare” ciò che non va, non risiede nei processi – che vanno da sé – ma nelle persone. Da lì dobbiamo riprendere, o cominciare.

Un lavoro personale 

Di fronte a una società iperconnessa, sarebbe un vero peccato – un vero impoverimento – non approfittare della quantità di possibilità che questo mondo ci offre, a cominciare dagli strumenti per saper distinguere ciò è bene per la nostra esistenza da ciò che invece la limita. Come si vede, è un lavoro che spetta a ciascun individuo e non si può demandare a qualche “organismo altro”, come se fosse nascosto da qualche parte nell’etere, che poi nella migliore delle ipotesi è soltanto un contenitore vuoto o l’approdo di malriposte aspettative. 

I rischi fanno parte della vita, ma la vita va affrontata, va gestita, va governata, va accompagnata. Nessun individuo può tirarsi indietro rispetto a questo bisogno – e compito – di scegliere in prima persona ciò che è bene per lui (e per gli altri). E questa si chiama libertà.

I giornalisti sono persone come tutti, inseriti nella complessità del mondo di oggi come ciascuno di noi. Non è utile né produttivo scagliare pietre contro una categoria piuttosto che un’altra. Ma è innegabile che bisogna fare un esame di coscienza generale, pur tenendo conto della complessità delle situazioni e del panorama globale che stiamo vivendo. 

Risposte complesse a problemi complessi

Problemi complessi richiedono risposte complesse, per cui è arrivato il momento, come buoni “meccanici”, di andare innanzitutto ad individuare le falle che rendono impraticabile il “motore” della società, e pezzo per volta riparare le componenti guastate. È un compito che spetta a ciascuno, dall’operatore dell’informazione e della comunicazione al cittadino qualunque, dalle agenzie educative alla politica, dalla Chiesa a tutti gli altri organismi che operano nella società. Un lavoro complesso, un lavoro globale, un lavoro non più procrastinabile. Ma è anche la migliore sfida che ci poteva capitare, per dare un senso alle nostre esistenze.

Non accontentarsi

Quindi un consiglio ai giovani: non accontentarsi mai! Non accontentarsi rispetto allo studio, al desiderio di comprendere la realtà, alle possibilità da offrire a chi riceve i frutti del nostro lavoro. Non esiste un unico modello di comunicazione, così come non esistono individui uniformi. Ciascuno di noi è unico e la comunicazione rivolta “al mondo” deve partire dalla consapevolezza che non c’è soltanto un aspetto da tenere in considerazione, ma una complessità di elementi. 

Un buon comunicatore è colui che in questa complessità si sente a proprio agio, più che a disagio, e prova in tutti i modi ad intercettarne le singole cause che portano a delineare il disegno complessivo della vita delle persone. 

sabato 17 aprile 2021

La chiave della Pubblica Amministrazione (PA) è la relazione con i cittadini (che non sono solo odiatori e scostumati)


La Città di Grottammare si è "aperta" ai #social, e mi hanno chiesto un parere apparso sull'ultimo numero del giornale cittadino "Grottammare", diretto da Simone Incicco.
Ecco cosa ho scritto, pensando anche in generale:

"Mi è stato chiesto un commento, possibilmente utile, riguardo alla recente media policy adottata dal Comune di Grottammare con la delibera 298 del 20 dicembre 2020.

Innanzitutto direi che è sicuramente un fatto positivo che si prenda atto della “risorsa strategica” che i social network possono rappresentare – e di fatto rappresentano – per il miglioramento dei rapporti della Pubblica amministrazione con i cittadini. Questo è un punto nevralgico, perché consente di creare un flusso costante e senza barriere tra chi amministra e chi è amministrato, andando a risolvere possibili gap che frequentemente si frappongono in questo rapporto. Pensiamo a tutte le volte che il “mostro” della burocrazia ci è sembrato imbattibile. E la burocrazia si trova, volenti o nolenti, negli apparati amministrativi.

La scelta del Comune di Grottammare è in linea con quanto disposto dal Ministero per la semplificazione e la Pubblica Amministrazione del precedente Governo, che ha inteso non più rinviabile – dopo oltre quindici anni dalla loro diffusione – lo “sbarco” delle amministrazioni sui social. Nulla da obiettare, dunque, sul piano della legittimità del provvedimento grottammarese, che in fondo si limita a rispettare un protocollo predisposto a livello centrale.

I punti della media policy che probabilmente hanno destato più interesse nell’opinione pubblica in generale e negli utilizzatori della Rete, sono fondamentalmente gli articoli 4 e 5, nei numeri in cui si parla di moderazione dei commenti, loro rimozione, divieti vari e vigilanza (a campione).


ASSENZA DI PROATTIVITÀ, CITTADINO VISTO SOLO NELLA SUA PARTE PEGGIORE

Infatti, ciò che traspare tra queste specifiche righe delle “linee guida” è la totale assenza di proattività nel rapporto tra Pubblica Amministrazione e cittadino, considerato soltanto nella sua parte peggiore: troll, propagandista, scostumato, odiatore, apologetico… fondamentalmente malfattore da perseguire.

C’è poi un punto, il n. 3 dell’art. 5, che svela il limite di questi provvedimenti che, se da una parte vogliono sembrare “all’avanguardia” e al passo con i tempi, poi in fondo sono orientati soltanto a preservare in qualche modo la buona immagine (fama) del potere costituito. Insomma, esiste – e se ne prende atto, paradossalmente, proprio mentre si fa il salto nell’innovazione – “la difficoltà materiale di monitorare costantemente e integralmente tutti i contenuti”.


SOCIAL-DIFFUSIONE (ANZICHÉ SOCIAL-RELAZIONE)

Questa “confessione” sta purtroppo a dimostrare che ancora una volta i social e tutto il loro intorno vengono considerati - in questo caso dalla Pubblica Amministrazione -, limitatamente nel loro elemento di “mezzo di diffusione” (delle cose belle che siamo tanto bravi a fare, possibilmente) e non come “ambiente di relazione” quale invece sono.

Per una pubblica amministrazione, creare relazione con i cittadini significa aprire un canale diretto di risposte costante, anche e forse soprattutto alle domande più scomode; attivare un presidio che non si pone limiti di tempo e considera l’interlocutore (in questo caso il cittadino) come la ragione fondamentale del proprio operato, non come un accessorio molto spesso fastidioso e per di più dedito a comportamenti illegali.

La violenza – comportamentale, verbale – e l’illegalità vanno sempre perseguite, in ogni sede e con ogni mezzo, compresi i social. L’auspicio, però, è quello di riuscire a capire un giorno che il bene non è un concetto astratto, ma una realtà che sta nelle nostre mani, che si diffonde attraverso le relazioni che intelaiamo quotidianamente.


L'ANTIDOTO ALL'ODIO E ALLE FRUSTRAZIONI

L’antidoto all’odio, infatti, è quello di instaurare relazioni fluide, diremmo quasi “alla pari”, con chi sta alla base del proprio lavoro (in questo caso il cittadino, a cui fornire un servizio). Non è un caso che molte delle situazioni spiacevoli nei rapporti con la PA nascono il più delle volte da frustrazioni alimentate da un “ente pubblico” che si sente privilegiato e dimentica che è lì per servire – e relazionarsi – con le persone.

Questo vale per Grottammare, ma vale per ogni comune d’Italia"

sabato 23 gennaio 2021

Siamo tutti giornalisti: andare, vedere e raccontare. La comunicazione è persona


Siamo in qualche modo tutti giornalisti. Quantomeno è ciò che siamo diventati oggi nell’epoca della disintermediazione (flussi costanti di informazione che viaggiano su innumerevoli multi-piattaforme accessibili a tutti, sia come recettori che come produttori). 

In quanto tali, è questo lo spirito con cui dobbiamo rapportarci alle vite di chi ci circonda, alle storie a cui assistiamo: “uscire da noi stessi”, “consumare le suole delle scarpe”, per “andare a vedere”, imparare “ad ascoltare”, superare i pregiudizi, evitando di “trarre conclusioni affrettate”. Per capire ci vuole tempo, e non bisogna farsi “distrarre dal superfluo”. 

Bisogna coltivare l’artigianato della verifica, perché è fondamentale saper “distinguere l’apparenza ingannevole dalla verità”. Riassumerei in queste poche battute – che sono prese dalla preghiera finale - l’essenza del Messaggio di Papa Francesco per la 55ma Giornata delle Comunicazioni Sociali, che si celebra come ogni anno il 24 gennaio, Festa di San Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti. 

È dedicato a “loro” questo messaggio, all’importanza del loro lavoro, alla dinamica di una professione che ci è tanto cara e che purtroppo non si è sempre dimostrata all’altezza del proprio compito, per innumerevoli ragioni. Ma c’è di più: quelle “prerogative” che un tempo appartenevano a chi avrebbe avuto tempi e modi per “perseguire la verità” oggi sono – e devono essere – prerogative di tutti, a maggior ragione per un cristiano che si dice amico delle persone e amico della verità. 

“Vieni e vedi” è l’input da cui parte il Messaggio, e sono le parole che Gesù rivolge a chi gli chiedeva “approfondimenti”, “anticipazioni” rispetto alla possibilità di seguirlo in una missione che poi era fondamentalmente incontro con le persone, con la carne viva di quelle prime comunità che hanno avuto l’opportunità di conoscere da vicino il Messia. 

Esserci e osservare sono i capisaldi della professione informativa: non si parla per sentito dire, per interposte dichiarazioni, si va e si vede, si verifica e poi si racconta. È questa la dinamica che ci rende veramente partecipi di ciò che accade intorno a noi. 

Ed è questo lo scopo dell’informazione e della comunicazione al servizio delle persone, a cominciare dal servizio a sé stessi: la possibilità di prendere una decisione con libertà, perché si è potuti avere a disposizione tutti gli elementi di conoscenza necessari a formarsi un’opinione. Ce lo garantisce anche la nostra Costituzione italiana. 

La comunicazione siamo noi, è fatta da noi e deve servire a noi. Il Papa lo spiega molto chiaramente in questo ultimo Messaggio ai comunicatori. Non basta dunque lamentarsi che le cose non vanno bene, che i giornali non fanno il loro dovere, che i social hanno moltiplicato le situazioni di “smarrimento”, attribuendo sempre ad un “ente” fondamentalmente astratto quelle responsabilità che invece abbiamo cucite addosso, perché si tratta delle nostre storie, delle nostre vite. E non sarà mai certo lo strumento, il mezzo, a fare ciò che invece compete a noi esseri pensanti in carne ed ossa: andare e vedere, ascoltare e verificare, quindi raccontare, condividere ciò che abbiamo realmente visto, approfondito e conosciuto. 

È un appello personale, rivolto a ciascuno: andare laddove nessuno vuole andare, vedere ciò che nessuno vuole vedere, approfondire ciò che nessuno vuole approfondire, raccontare ciò che spesso nessuno racconta. È responsabilità di tutti, perché quel “nessuno che voglia fare qualcosa” è ognuno di noi. 

Di fronte alla verità, di fronte all’importanza di conoscere, di far sapere, di diffondere soprattutto il bene non devono esserci scappatoie. Gli esempi non mancano – c’è chi continua a dare la vita, con coraggio, per denunciare soprusi e ingiustizie, e il Papa lo ricorda – ma non mancano neppure i mezzi, le possibilità. 

La chiave in definitiva è incontrare le persone laddove vivono, soffrono e sperano. E le persone siamo noi, i nostri sguardi, i nostri gesti e la nostra voce. Ma anche il nostro cuore, desideroso di lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato, raccontando con onestà “ciò che abbiamo visto”.

Giovanni Tridente

mercoledì 29 gennaio 2020

Riflessioni sul giornalismo: tornare a domandarsi il perché delle cose





Alla ricerca della “W” perduta

La recente memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, mi ha portato a riflettere sullo stato attuale della professione informativa. Ho messo insieme qualche piccolo spunto nel testo seguente.

Eravamo abituati a pensare che bastasse rispondere alle “5 W” per giustificare in un certo senso la nostra abilità e prerogativa esclusiva di giornalisti a raccontare un fatto, o quantomeno ad esplorare un certo tema.

Questo “armamentario” è certamente ancora valido; non a caso è stato sviluppato dai retori e filosofi dell’antichità - forse il più noto è Cicerone, integrato poi nel cristianesimo da San Tommaso - e non è affatto superato.

C’è un però, e riguarda quella che poc'anzi chiamavo “prerogativa esclusiva” dei giornalisti, che nell’epoca dell’iperconnessione e della disintermediazione è stata progressivamente e significativamente ridimensionata, per non dire quasi del tutto annullata.

Mi spiego: oggi chiunque - attraverso i social, ad esempio - può comunicare a un pubblico potenzialmente universale il racconto di un accaduto seguendo per sommi capi questo famoso criterio delle “5 W”. Difatti lo fa. Addirittura correda il suo racconto con una prova visiva (l’istantanea che scatta trovandosi sul posto).

Ogni cittadino, dunque, è oggi un potenziale giornalista abilitato mediante il suo smartphone: mentre è testimone di un fatto, in pochi caratteri – 280? – ne trasmette il contenuto essenziale ad un pubblico più vasto, raccontando principalmente il “chi” è stato (who), il “cosa” è successo (what), “quando” è accaduto (when) e “dove” è avvenuto (where).

Se facciamo attenzione, in questo nostro esempio manca una “w”, ed è il “why”.

Ossia, perché (è accaduto)? È questo, secondo noi, l’anello mancante che oggi permette ad un giornalista di poter essere pienamente tale: rintracciare questa “w” perduta nei racconti dell’istantaneità a cui siamo vorticosamente esposti. Ed è in questa riscoperta che oggi la professione giornalistica è chiamata a fare la differenza, sia per distinguersi da ciò che può fare chiunque – e non è detto che sia un limite dei nostri tempi, assolutamente – sia per portare davvero quel valore aggiunto che, oltre a dare completezza e a corroborare il diritto di cronaca dei cittadini, manifesta l’utilità e la necessità di una simile professione.

Qui iniziano però i problemi, che in fondo neppure interessano al singolo “cittadino improvvisato giornalista” (CIG) che fa un tweet - da con confondere con il “cittadino informato quanto basta” (CIQB) per la cui fenomenologia si rimanda al filosofo Bruno Mastroianni -, dato che lui rispetta solo due aspetti del nostro sistema bulimico informativo, che in questo caso lo rendono adeguatamente soddisfatto del proprio operato: la velocità e l’immediatezza.

Ma come è facile intuire, manca la fase di “fermentazione”, di consapevole e lento approfondimento che il giornalismo - e ancora di più il giornalismo odierno - è chiamato a fare nella società. Questa fase si regge su tre gambe, le stesse su cui si regge la nostra “w” perduta se la capovolgiamo graficamente.

Perché è accaduto? 

La prima gamba di questo “perché” informativo è il “perché è accaduto”. Rispondere a ciò richiede tempo, sudore, un lavoro sul campo che deve andare oltre l’immediatezza e l’istantaneità dell’avvenimento, richiede scavo, approfondimento, che porta a consumare le suola delle scarpe come si diceva un tempo… Perché è accaduto? E da qui provare a contestualizzare, cercare di capire, riconoscere le intenzioni, gli scopi, approfondire le dinamiche, verificare.

Perché me ne occupo?

La seconda gamba di questa “w” tripartita, che viaggia insieme alle altre due e tutte sono interconnesse, è rispondere al “perché me ne occupo”. Cioè, con quale attitudine, con quali capacità, con quali sentimenti io mi pongo di fronte al fatto per raccontarlo e approfondirlo? Rispondendo a queste domande troviamo anche la strada per giungere adeguatamente al “perché è accaduto”.

Perché deve essere diffuso?

Infine, la terza gamba: perché questo che è accaduto, e del quale ho deciso di occuparmene per tali ragioni, dopo aver scandagliato il contesto in cui è avvenuto deve essere diffuso? Quale valore aggiunto comunico in questo modo alla società, alla comunità, ai miei lettori? Perché questa cosa deve essere conosciuta?

Ecco quindi dispiegato il percorso alla ricerca della “w” perduta, che va necessariamente ritrovata e valorizzata.

Perduta poiché nell’era ipertecnologica è sempre messa da parte, nonostante risponda a una domanda insita in ciascuno di noi (il perché delle cose), che tra l’altro nel venire elusa ci dispera. Da ritrovare perché è l’unico modo per dimostrare ancora una volta che del giornalismo, e del giornalismo ben fatto c’è assoluta necessità.

Ma tutto dipende da noi, non dai sistemi, dalle oligarchie, dalla tecnologia, pena l’estinzione sulla falsariga di quanto capitato con l’omino che raccoglieva i birilli al bowling, come ha sintetizzato in una efficace immagine il sociologo Massimiliano Padula.

domenica 26 gennaio 2020

Messaggio per le Comunicazioni del 2020: "Abbiamo bisogno di dare spazio al bene"


Il Messaggio di #PapaFrancesco per la 54ª Giornata mondiale delle #comunicazioni sociali in 12 #frasi + una #preghiera finale

1. Abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita.

2. L’uomo è un essere narrante perché è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. Ma, fin dagli inizi, il nostro racconto è minacciato: nella storia serpeggia il male.

3. Quante storie ci narcotizzano... Quasi non ci accorgiamo di quanto diventiamo avidi di chiacchiere e di pettegolezzi, di quanta violenza e falsità consumiamo.

4. Mettendo insieme informazioni non verificate, ripetendo discorsi banali e falsamente persuasivi, colpendo con proclami di odio, non si tesse la storia umana, ma si spoglia l’uomo di dignità.

5. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi. Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano.

6. Attraverso il suo narrare Dio chiama alla vita le cose e, al culmine, crea l’uomo e la donna come suoi liberi interlocutori, generatori di storia insieme a Lui.

7. Non siamo nati compiuti, ma abbiamo bisogno di essere costantemente “tessuti” e “ricamati”. La vita ci è stata donata come invito a continuare a tessere quella “meraviglia stupenda” che siamo.

8. Il Dio della vita si comunica raccontando la vita. Gesù stesso parlava di Dio non con discorsi astratti, ma con le parabole, brevi narrazioni, tratte dalla vita di tutti i giorni. Qui la vita si fa storia e poi, per l’ascoltatore, la storia si fa vita: quella narrazione entra nella vita di chi l’ascolta e la trasforma.

9. La storia di Cristo non è un patrimonio del passato, è la nostra storia, sempre attuale... Dopo che Dio si è fatto storia, ogni storia umana è, in un certo senso, storia divina. Nella storia di ogni uomo il Padre rivede la storia del suo Figlio sceso in terra.

10. Lo Spirito Santo, l’amore di Dio, scrive in noi. E scrivendoci dentro fissa in noi il bene, ce lo ricorda. Ri-cordare significa infatti portare al cuore, “scrivere” sul cuore. Per opera dello Spirito Santo ogni storia, anche quella più dimenticata, anche quella che sembra scritta sulle righe più storte, può diventare ispirata, può rinascere come capolavoro, diventando un’appendice di Vangelo.

11. Raccontarsi al Signore è entrare nel suo sguardo di amore compassionevole verso di noi e verso gli altri. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, portare le persone, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi. Quanto ne abbiamo bisogno, tutti!

12. Nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio.


Preghiera finale

O Maria, donna e madre, tu hai tessuto nel grembo la Parola divina, tu hai narrato con la tua vita le opere magnifiche di Dio. Ascolta le nostre storie, custodiscile nel tuo cuore e fai tue anche quelle storie che nessuno vuole ascoltare. Insegnaci a riconoscere il filo buono che guida la storia. Guarda il cumulo di nodi in cui si è aggrovigliata la nostra vita, paralizzando la nostra memoria. Dalle tue mani delicate ogni nodo può essere sciolto. Donna dello Spirito, madre della fiducia, ispira anche noi. Aiutaci a costruire storie di pace, storie di futuro. E indicaci la via per percorrerle insieme.


24 gennaio 2020

venerdì 11 gennaio 2019

Come vengono raccontate le notizie della Chiesa e come è corretto leggerle


Come vengono raccontate le notizie della Chiesa e come è corretto leggerle. Gennaro Ferrara dialoga con Giovanni Tridente, professore incaricato di giornalismo d’opinione presso la Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce, che ha da poco pubblicato “Diventare vaticanista. Informazione religiosa ai tempi del web” (Edizioni Sant'Antonio) un breve corso su come scrivere da vaticanista di informazione religiosa con una proiezione sociale e spirituale.

Abbiamo così riascoltato e commentato le parole del Papa nell’Udienza con i rappresentanti dei media del 16 marzo 2013 e nell’Udienza al Consiglio Nazionale dell’ordine dei Giornalisti (Italia) del 22 settembre 2016, in cui si sofferma sul lavoro dell’informazione svolto con onestà e amore per la verità.

Poi a commento delle attività del Papa Francesco di oggi abbiamo ascoltato l’Omelia di Santa Marta in cui esorta all’amore e al pregare per il prossimo anche per quelli per cui non si prova simpatia.

mercoledì 5 dicembre 2018

Diventare vaticanista. Informazione religiosa ai tempi del web


Informare sulla Chiesa cattolica richiede delle peculiarità che vanno al di là delle procedure classiche del “semplice” giornalismo: la sua proiezione sociale è vincolata in maniera inseparabile alla sua indole spirituale, e comprendere ciò è il primo passo per un racconto giornalistico fedele alle ragioni e all’identità dell’Istituzione.

Tale premessa apre la strada a diverse altre specificità da conoscere e approfondire, a partire dalla dinamica che caratterizza la “produzione” di informazione da parte della Chiesa stessa, legata al mandato originario del suo fondatore, ai principi che la animano e alla struttura gerarchica che la caratterizza. 

Compreso ciò si può passare a esaminare i canali da cui attingere il materiale da elaborare (fonti, documentazione), anch’esso molto specifico, senza tralasciare anche in questo caso l’aspetto formativo e di crescita professionale. 

Un buon supporto di comunicazione istituzionale permetterà poi di fare la differenza.
* * *

Dalla Prefazione di Luigi Accattoli

Sono vaticanista da più di quarant’anni: i primi sei a La Repubblica e il resto al Corriere della Sera. Ho incontrato gente importante dentro i giornali, in Vaticano e per il mondo. Mi sono tenuto aggiornato, ho viaggiato, con lo stipendio ho mantenuto i cinque figli e con questi vantaggi credo di aver pareggiato le amarezze di un mestiere veloce fino a risultare spietato, due volte scomodo quando si applica a un soggetto alto come la Chiesa, che i media commerciali inevitabilmente portano al loro livello. Che non chiamerò basso, ma che è di mercato.

In tanti anni di vaticanismo ho anche ottenuto vantaggi indiretti, che portano il risultato oltre il pareggio. Ho appreso l’arte di cercare e narrare storie di vita, che è un modo di amare l’uomo. Ho conosciuto un’etica severa del lavoro e della cittadinanza, che nel mondo dei media viene onorata anche quando non è seguita. Ho imparato l’umiltà. Ho avvicinato tanti uomini di Dio che mi hanno aiutato a credere e a restare umano.

Non posso dunque che incoraggiare chi voglia avventurarsi in questa specializzazione giornalistica. Il libretto di Giovanni Tridente fornisce una bussola per quell’avventura. Io aggiungo qualche consiglio sul rapporto tra il laboratorio del vaticanista e la redazione generalista dei grandi media. Tra il desk ben provveduto dell’accreditato in Vaticano, dove sono testi di storia e documenti in latino, e l’open space del “settore politico”, o di “cronaca”, dove questo professionista deve “vendere” il suo “pezzo” e deve contrattare lo spazio, contenderlo alla pubblicità o alla notizia scandalistica.


In quell’ambiente chiassoso e spregiudicato il vaticanista dovrà infine resistere alla nativa vocazione della comunicazione di massa a manipolare l’immagine della Chiesa, come e più d’ogni altra immagine di umanità associata.

I media infatti tendono a deformare la notizia religiosa. La deformano sia con il registro alto o ideologico, sia con il registro basso o spettacolare. L’effetto d’insieme è di una duplice deformazione dell’immagine della Chiesa: che il primo registro tende a costringere sotto specie politica, il secondo
tende a relegare a notizia leggera.

Nel mercato dell’informazione, la notizia forte scaccia quella debole. E la notizia religiosa rischia di risultare debolissima ogni volta che si riduce a messaggio verbale, o a segnalazione di avvenimenti interni alla comunità religiosa. Essa invece può esser forte quando veicola un gesto o una storia di vita.

Non sempre il linguaggio della comunicazione ecclesiale aiuta il vaticanista nella sua lotta a difesa della notizia religiosa. Spesso infatti esso non è curato ai fini della sua comprensibilità nel più ampio contesto della vita associata a cui si rivolge la divulgazione giornalistica. Tale aspettativa – di una comprensibilità globale – non dovrebbe essere vista con sospetto dagli uomini di Chiesa: proporsi di raggiungere una comprensibilità mediatica significa avere cura che il linguaggio religioso abbia senso comune. In questo Papa Francesco offre un continuo insegnamento attraverso l’esempio.

Il vaticanista apprende presto che i gesti e i fatti possono essere più eloquenti dei discorsi: più eloquenti nella vita e nei media. Un esempio felice di “gesto” cristiano ottimamente veicolato dai media è la visita di Giovanni Paolo II ad Alì Agca nel carcere di Rebibbia, il 27 dicembre del 1983: il Papa che entra nella cella del suo attentatore e parla con lui per 21 minuti ebbe venti volte lo spazio che giornali e televisione avevano dedicato un anno prima all’enciclica “Dives in misericordia”.

Altro esempio di felice comunicazione cristiana per gesti e fatti è l’intera avventura di Madre Teresa: una donna che quasi non sapeva parlare e diceva pochissime parole, ma che è riuscita a farsi capire da tutti – e a essere ottimamente divulgata dai media – attraverso le innumerevoli invenzioni del suo genio di carità.

A rendere più eloquenti i fatti rispetto alle parole non c’è soltanto la pigrizia dei media nell’era della televisione e del digitale. A ben vedere, alla radice di questo privilegio ecclesiale dei gesti e delle storie di vita c’è il fatto che in origine il messaggio cristiano è notizia e testimonianza. Dalla preferenza istintiva dei media per i fatti può venire uno stimolo significativo alla stessa comunità ecclesiale: non è senza motivo, insomma, questa attesa del mondo – veicolata dai media – che la Chiesa non dimentichi mai di accompagnare la notizia evangelica con la testimonianza che l’accredita.

E i fatti ci sono sempre nella Chiesa: è la loro comprensione e comunicazione che è generalmente inferiore alla loro consistenza. Il vaticanista può esercitarsi a comprendere questa dinamica profonda della comunicazione testimoniale della fede attraverso lo studio della predicazione per atti e gesti di Papa Francesco. Gli undici “Venerdì della Misericordia” con cui ha scandito la celebrazione del Giubileo straordinario possono essere intesi come undici piccoli capolavori di annuncio in segni e parole.

sabato 12 maggio 2018

#Educare alla #verità, promuovendo ascolto, dialogo sincero e responsabilità nel linguaggio


Il Messaggio di Papa Francesco per la 52ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali richiama all’importanza di sconfiggere le manipolazioni nell’informazione attraverso una consapevole responsabilità che il bene dipende da ciascuno di noi.

* * *

“Educare alla verità significa educare a discernere, a valutare e ponderare i desideri e le inclinazioni che si muovono dentro di noi, per non trovarci privi di bene ‘abboccando’ ad ogni tentazione”. È un messaggio carico di significati e impregnato di spunti realistici quello che il Papa ha scritto per la 52ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebra il 13 maggio nella Solennità dell’Ascensione del Signore. 

Francesco tocca il nervo scoperto delle “fake news” – la serie di informazioni infondate, distorte, ingannatrici e manipolatorie che si diffondono tanto online quanto attraverso i media tradizionali - che in tante parti del mondo sono diventate oggetto di grande dibattito perché la loro proliferazione può rappresentare un problema per la democrazia.

Un fenomeno che ha allertato anche le Autorità civili e le stesse media company, impegnate a mettere in campo soluzioni giuridiche per arginare la problematica. Poi ci sono diverse iniziative educative – non sempre organizzate in maniera corporativa, ma comunque molto necessarie e di grande servizio – che insegnano come leggere e valutare il contesto comunicativo senza trasformarsi in divulgatori inconsapevoli di disinformazione.

Francesco però nel suo Messaggio – pubblicato come consuetudine nella memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, il 24 gennaio scorso – centra esattamente il punto, e cioè che “nessuno di noi può esonerarsi dalla responsabilità di contrastare” tutto ciò che è falso.

È vero – argomenta – che l’efficacia delle informazioni ingannatrici consiste proprio nella loro “natura mimetica”, per cui nell’apparire plausibili catturano l’attenzione dei destinatari con stereotipi, pregiudizi, facili emozioni, oltre a suscitare spesso rabbia, disprezzo e frustrazione, in un circolo vizioso che dilaga all’impazzata.

Però è altrettanto vero che questo rappresenta anche il “campo da arare” per ognuno di noi, mettendo in gioco tutta la nostra capacità di prevenire e identificare questi meccanismi perversi, casomai attraverso un “attento discernimento”.

Spesso succede un po’, dice il Papa, come ai primordi dell’umanità con l’“astuto serpente” che si rese artefice della prima fake news (Gen 3,1-15) provocando una catena di male che, a cominciare dal primo peccato, si è poi riversata “in altre innumerevoli forme di male contro Dio, il prossimo, la società e il creato”.

Ma questa è anche la risposta al perché ciò accade. Non è affatto colpa dei social media e della logica che li caratterizza, come spesso si vuole far credere per esimersi dalle proprie responsabilità – il mezzo in sé è neutro, dipende da noi umani l’indirizzo che vogliamo dargli! –, quanto invece di quella “bramosia insaziabile che facilmente si accende nell’essere umano”.

In fondo, spiega Papa Francesco, dietro ci sono spesso motivazioni economiche e opportunistiche, sete di potere, avere e godere, e questo ci rende vittime del grande imbroglio chiamato male, “che si muove di falsità in falsità per rubarci la libertà del cuore”.

Come uscirne? L’antidoto più radicale in grado di estirpare il virus della falsità “è lasciarsi purificare dalla verità”, scrive Francesco. Questa verità non è affatto un concetto o un portare alla luce cose nascoste ma riguarda la vita intera, la persona nella sua interezza, e l’uomo la può riscoprire soltanto se “la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama”.

Questa verità può sgorgare solo da relazioni libere tra le persone e nell’ascolto, non può essere imposta come qualcosa di esterno e impersonale. È una ricerca continua, che oscilla tra ciò che favorisce la comunione tra le persone e promuove il bene e ciò che invece genera divisione, contrapposizione e isolamento.

Molto concretamente, afferma Papa Francesco, se gli enunciati con i quali abbiamo a che fare suscitano polemica, fomentano divisioni e infondono rassegnazione, possiamo stare certi che non sono abitati da verità, anche se l’argomentazione che ci viene proposta ha un bell’aspetto.

Inutile girarci intorno: la risposta contro le falsità non è data dalle strategie ma dalle persone, persone libere dalla bramosia, capaci di mettersi in gioco ascoltando l’interlocutore e generando un dialogo sincero, persone che sono così attratte dal bene che hanno cura anche nell’utilizzo del linguaggio. Evidentemente, ciò richiede grande apertura e molta pazienza.

Non sono indenni da questa responsabilità i giornalisti, a cui il Papa dedica l’ultima parte del Messaggio, ricordando che la loro è una vera e propria missione al servizio delle persone, in particolare di quelle che non hanno voce. L’invito è avere cura nella ricerca delle fonti, consapevoli che “informare è formare” e che bisogna generare processi di sviluppo del bene.

Bisogna riscoprire “un giornalismo di pace”, conclude il Papa, che rifugge la finzione, gli slogan ad effetto e le dichiarazioni roboanti, e che in definitiva avvia processi virtuosi e trova “soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale”.

Solo in questo modo il motto giovanneo “La verità vi farà liberi” sarà veramente attuale.

giovedì 23 novembre 2017

Preti sui social: alcune istruzioni per l'uso



Succede che una ragazza minorenne di Bologna denunci alla polizia di aver subito una violenza sessuale nei pressi della stazione, dopo una serata in cui aveva bevuto molti alcolici ed essersi svegliata seminuda in un vagone ferroviario.

Succede pure che, appresa la notizia riportata dai quotidiani locali, il parroco di una delle zone alla periferia della città, don Lorenzo Guidotti della San Domenico Savio, pubblichi sul suo profilo Facebook una esternazione deplorevole in cui si rivolge alla ragazza con toni a dir poco sprezzanti.

Nel post pubblicato alle 8 di sera, Guidotti, rivolgendosi alla vittima che neppure conosce, sposta il centro della questione. Dalla presunta violenza subita [le indagini sono in corso!] focalizza l’attenzione, e il suo giudizio sulla vicenda, sui comportamenti “indegni” della ragazza [ubriachezza, strane frequentazioni di cittadini stranieri…], chiosando: “se nuoti nella vasca dei piranha non puoi lamentarti se quando esci ti manca un arto…”.

Aggiunge inoltre una frase che probabilmente è quella che ha fatto più scalpore, almeno stando alle reazioni sui social: “Ma dovrei provare pietà? No!!”, che detta da un prete è veramente agghiacciante. Chiudendo il post con espressioni colorite che sono riportate nello screenshot del post sopra riportato.

Le reazioni di sdegno a questa esternazione incontrollata sono state giustamente unanimi, anche grazie alla estesa diffusione avuta successivamente nella Rete.

Sta di fatto che il parroco si è poi pentito, come risulta da una nota ufficiale diffusa dalla Diocesi di Bologna una volta che la polemica era montata, riconoscendo di aver sbagliato “i termini, i modi, le correzioni”.

Ha chiesto scusa alla ragazza e ai genitori per “le mie parole imprudenti” che “possono aver aggiunto dolore” ed ha affisso sulla porta della chiesa il cartello sottostante.

Ha provato a contestualizzare i motivi che hanno dato origine alla sua esternazione: “smantellare questa cultura dello sballo in cui i nostri ragazzi vivono”, e ha chiesto l’aiuto a chi è capace “magari di miglior linguaggio e possibilità [autorità, giornalisti, insegnanti, genitori]”. Vedi qui il video.

Si dà il caso che contemporaneamente il sacerdote abbia poi chiuso il suo profilo, e su questo diremo qualcosa più avanti.

Intanto, cosa ci insegna questa vicenda?

Che ogni parola che digitiamo sui social, e quindi pronunciamo in pubblico pesa come pietra.

Che non esiste il “virtuale”, che quasi sembrerebbe esimerci dalle nostre responsabilità: un’offesa su Facebook [aka ogni altro social] è un’offesa – e una ferita – reale.

Prima di rispondere a quel “a cosa stai pensando Caio?” che mister Facebook continuamente ci chiede, è bene immaginare ciascun individuo del variegato mondo di persone che leggerà la nostra risposta.

Oltre ai nostri amici più ristretti, c’è infatti una massa silenziosa che quasi mai interviene o mette “like” ma che attinge – nel bene e nel male – da ogni nostro pronunciamento.

Assumersi la responsabilità di questi “effetti” che non sono per nulla secondari, ci permette di dare anche un contributo “di bene” alla società civile [la massa silenziosa apparentemente nascosta].

Quanto al merito della vicenda, dispiace che un sacerdote possa utilizzare termini inconsueti e un atteggiamento che sembra contrastare con la missione che si è assunto il giorno in cui è stato ordinato [fedeltà al Vangelo].

Non si può nascondere a tal proposito una carenza di formazione all’uso dei social anche in ambito ecclesiale, carenza che risente purtroppo ancora di una visione strumentale [mezzi] invece che “culturale” [attenzione ai contenuti] della comunicazione in generale.

Certamente, non possiamo mandare a scuola di social gli oltre 400 mila sacerdoti sparsi in tutto il mondo. Sì però iniziare a incidere sin dagli anni del seminario sui futuri candidati al sacerdozio, come già qualche facoltà ecclesiastica a Roma fa da diversi anni.

Secondo gli studi sulla comunicazione istituzionale della Chiesa, infatti, abitare il web non deve incutere timore, ma diventare un vero e proprio campo da arare anche per i ministri del sacro, perché è lì che i fedeli trascorrono molte ore della giornata, come confermano i dati.

Lo stesso Papa Francesco, e i suoi predecessori, hanno suggerito di essere presenti in questi spazi di vita umana. Ovviamente, per far sentire la vicinanza della Chiesa a chi li abita, e per portare anche in questi ambienti conforto e vicinanza.

Non basta aprire un profilo social senza assumere la consapevolezza che se sei sacerdote quello è diventato da quel momento il tuo “pulpito” senza confini. Ma la Chiesa è fatta anche dai “laici” che vi appartengono, e anche loro hanno la stessa carica di responsabilità.

Se è confermato, come dicevamo sopra, che don Guidotti ha chiuso il suo profilo Facebook – nonostante abbia comunque chiesto scusa sia per iscritto che attraverso una registrazione video – questa sarebbe una ulteriore occasione persa per fare ammenda dei propri errori.

Restare lì sul social a scusarsi “di persona”, a chiarirsi, insomma a disputare felicemente, gli avrebbe potuto consentire di correggere il tiro e approfittare dello stesso mezzo con cui ha fatto del male per trarre qualcosa di buono dall’accaduto.

La vicenda conferma in ogni caso che gli “haters” in quanto categoria non esistono: gli haters siamo noi ogni qual volta ci lasciamo andare all’indignazione esacerbata e mettiamo da parte la possibilità di una discussione pacifica [felice, direbbe qualcuno].

Tutti siamo esposti a questo rischio, anche un prete, e pure coloro che nel condannare il suo atteggiamento – del quale ha poi chiesto scusa – si sono ugualmente “lasciati andare”, cadendo nello stesso errore che volevano stigmatizzare.

D’altronde, quando ci si polarizza, a restare poi nell’ombra è il vero tema che ci aveva portato a confrontarci: in questo caso la presunta violenza subita da una giovane vittima, del cui dolore dovremmo comunque tutti farci carico, ma che in fondo sembra già passato in secondo piano.

Il caso dimostra infine che non esiste una sola ragione, ma esistono tante ragioni, e soltanto da un confronto sereno, cercando di comprendere appunto le ragioni di tutti, è possibile recuperare una visione più chiara rispetto a ciò che caratterizza, e condiziona, le nostre esistenze, imparando a vivere meglio in società.


Read more: http://www.datamediahub.it/2017/11/13/sui-social-non-esiste-il-virtuale-il-caso-del-prete-di-bologna-e-della-ragazza-violentata/#ixzz4zF2sNIac

giovedì 21 settembre 2017

3 ulteriori considerazioni a margine del caso #Orlandi-#Vaticano


Offro 3 ulteriori brevi considerazioni a margine del caso #Orlandi-#Vaticano degli ultimi giorni, ossia la diffusione del documento #farlocco e del dibattito che ne è seguito.

Sono solo idee da sviluppare, e chiedo scusa per le piste di riflessione aggiunte in parentesi; magari qualcuno può provare a farlo e ci scrive un libro.

1. L'ormai nota #dicotomia "Se è vero, se è falso" - emblema di un giornalismo-non giornalismo che utilizza dati verosimili per costruire una propria teoria funzionale ad altri scopi che non sono quelli di una informazione a favore del bene comune e del diritto dei cittadini a sapere ciò che di vero accade intorno a loro - fa ancora (nel 2017 e con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per verificare, confrontare, crescere in conoscenza, ecc.) comunque (fosse anche uno solo, resta grave) breccia nel cuore e nelle menti di tante persone (spero ignare...). 

La verità passa in secondo piano; la discussione si sposta - e lì resta! - sul nulla vestito da niente.

2. Verso il #Vaticano (questo mondo indescrivibile, pieno di misteri e intrallazzi segreti, da non sapere dove finiscono le cose di Chiesa e dove iniziano le cose di Stato, e viceversa) resta ancora in piedi - nonostante Papa Francesco e forse proprio per questo, almeno in alcuni ambienti - una non tanto malcelata presunzione di colpevolezza, sia per cose che effettivamente "lo" riguardano, sia per altri "misteri". 

Anche qui c'è un motto caratteristico: "anche se il Vaticano non c'entra nulla, proprio perché è strano che non c'entri nulla deve dare le opportune spiegazioni".

Questo discorso evidenzia un problema di #reputazione frutto di tante cose e tante scelte, che prima o poi forse, a livello istituzionale, converrà affrontare. Almeno per il bene del sano giornalismo e della sana editoria.

3. Dal primo momento di questa - ultima, in ordine di tempo - vicenda, non ho smesso mai di pensare a quanto stia #ridacchiando alle spalle nostre (noi intesi come: chi cerca di capire, chi ci soffre davvero, della Chiesa, del buon giornalismo, della sana editoria, dell'interesse nazionale, ecc.) colui o colei che è il vero estensore materiale del documento farlocco, e che nonostante tutte queste discussioni, resta (e probabilmente continuerà a restare) nell'#ombra.

Però noi preferiamo la luce del sole, e quindi ci cambia poco che qualcuno possa farsi beffe della verità: già sappiamo (da almeno qualche migliaio di anni!) come è andata e finire, e questo ci basta.

mercoledì 20 settembre 2017

Vicenda Emanuela Orlandi-Vaticano: non importa se è falso, io il dossier lo pubblico


Lunedì mattina 18 Settembre, i lettori dei due maggiori quotidiani italiani si sono svegliati con un presunto scoop riguardante importanti novità in merito alla triste vicenda della scomparsa di Emanuela Orlandi, che coinvolgerebbero direttamente i vertici del Vaticano.

Il titolo di Repubblica [online] è categoricoEmanuela Orlandi, il giallo del nuovo dossier: “Oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per il suo allontanamento”.

Segue un dettagliato resoconto a firma di Emiliano Fittipaldi, che snocciola tutti i particolari di questo esplosivo “dossier”. Viene offerta anche una galleria fotografica con le 5 pagine scansionate che compongono il “documento choc” uscito dal Vaticano e finito nelle mani dell’autore del pezzo.

Come poi emerge addentrandosi nella lettura, questo grande “scoop” condiviso con il Corriere della Sera cartaceo – Emanuela Orlandi, il dossier segreto del Vaticano: “Spesi 500 milioni per lei fino al 1997”: è giallo sul dossier – a firma di Fiorenza Sarzanini non sarebbe altro che un’anticipazione – il “cuore” – del nuovo libro dello stesso Fittipaldi, Gli impostori, tra qualche giorno in libreria.

A dire il vero, il Corriere neppure fa accenno all’imminente iniziativa editoriale; parla soltanto di “un dossier che circola negli uffici della Santa Sede”, il cui esame – probabilmente fatto dalla stessa autrice Sarzanini –, “non fornisce alcun riscontro che si tratti di un documento originale perché non contiene timbri ufficiali”.

A corredo dello slideshow che anche il quotidiano diretto da Luciano Fontana pubblica si accenna poi a generiche (in corso?) verifiche sulla sua autenticità.

Non so se è vero, ma lo pubblico

Ma è il sommario di Repubblica a fare davvero la differenza nel racconto della vicenda, dando per scontato sia l’ipotesi di veridicità del documento, sia la sua falsità: Se è vero, apre squarci clamorosi sulla vicenda della ragazzina scomparsa nel 1983. Se falso, segnala uno scontro di potere senza precedenti nel pontificato di Francesco”.

Come a dire: in entrambi i casi abbiamo ragione noi. Però questo modo di procedere fa drizzare le orecchie anche al lettore meno accorto, e nella migliore delle ipotesi porta a una ulteriore flessione di credibilità nei confronti della stampa in generale e della categoria dei giornalisti in particolare, flessione che entrambi i settori, stando ai dati che vengono diffusi periodicamente, non si possono proprio più permettere.

La prima considerazione che viene da fare di fronte ad un sommario del genere – che è poi il leit motiv che accompagna entrambi i pezzi di Repubblica e Corriere – riguarda la regola base a cui ciascun giornalista deve sottostare: la verifica della veridicità delle informazioni.

Se non sono in grado di verificare se i dati in mio possesso sono veritieri, devo assolutamente diffidare dalla loro diffusione.

E le pezze d’appoggio?

Fa parte delle mie prerogative di giornalista, infatti, trovare le “pezze d’appoggio” in merito a ciò che scrivo e alle affermazioni che faccio. Altrimenti è la babele più totale, perché chiunque potrebbe scrivere una cosa e il suo contrario, lasciando a chissà chi (al lettore? Al caporedattore a cui sottopongo il mio testo? Alla persona o all’istituzione che accuso? Alle autorità preposte?) il beneficio della prova.
Si capisce da sé che questo modo di fare non sta in piedi ed è solo finalizzato ad altri scopi che se non ci vengono detti possiamo solo immaginare.

Da una parte, colpisce che entrambi i quotidiani nutrono almeno un minimo dubbio sull’attendibilità del documento. E allora perché pubblicarlo, e con così tanta enfasi? In effetti, nei rilanci degli articoli – oltre evidentemente ai titoli, che come prassi non ammettono il beneficio del dubbio – fatti sui social, la consapevolezza della possibile inattendibilità del carteggio scompare:


Le smentite? Ci diano delle spiegazioni piuttosto!

Di fronte alle prime smentite giunte dalla Santa Sede – il portavoce vaticano Greg Burke lo ha subito definito la vicenda “falsa e ridicola”, mentre uno dei protagonisti, il Cardinale Giovanni Battista Re, ha negato assolutamente l’esistenza della materia discussa, sia di aver visto il documento sia di averlo ricevuto al tempo in cui risalgono i fatti: – Fittipaldi si è difeso ripetendo quanto compariva già nel sommario del suo articolo, l’ormai famosa dicotomia “se è vero, se è falso”.

Ha poi aggiunto che “qualsiasi documento può essere falso, ma questo era in una cassaforte del Vaticano. Io ho faticato molto per averlo e ora la Santa Sede ci deve delle spiegazioni” [Vedi qui].

Anche in questo caso l’onere della prova è demandato a chi è accusato, anche se non siamo sicuri delle accuse che gli rivolgiamo. Un ragionamento non proprio lineare.

A dimostrazione della schizofrenia e della confusione che regna nelle redazioni di entrambi i quotidiani, nonostante appunto le varie smentite, gli articoli principali sono rimasti al loro posto, così come pure i titoli categorici.

Per “diritto di cronaca”, immaginiamo, gli sono stati poi affiancati, con molto meno risalto evidentemente, i pareri e le affermazioni di chi smentiva.

In serata, intanto, è arrivata la smentita ufficiale della Segreteria di Stato vaticana affidata ad un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede:

“Per il lancio di un libro d’imminente uscita, questa mattina due quotidiani italiani hanno pubblicato un presunto documento della Santa Sede che attesterebbe l’avvenuto pagamento di ingenti somme, da parte del Vaticano, per gestire la permanenza fuori Italia di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma il 22 giugno 1983.
La Segreteria di Stato smentisce con fermezza l’autenticità del documento e dichiara del tutto false e prive di fondamento le notizie in esso contenute.
Soprattutto rattrista che con queste false pubblicazioni, che tra l’altro ledono l’onore della Santa Sede, si riacutizzi il dolore immenso della famiglia Orlandi, alla quale la Segreteria di Stato ribadisce la sua partecipe solidarietà”.

Ciò per quanto riguarda l’attitudine professionale degli estensori degli articoli e dei caporedattori e direttori che ne hanno favorito la pubblicazione e la diffusione.

Un documento “patacca”?

Se invece entriamo nel merito del carteggio presentato in pompa magna, notiamo molte altre incongruenze che fanno restringere il beneficio del dubbio circa la sua inautenticità.

Cosa conterrebbe

Il documento conterrebbe il rendiconto delle spese sostenute dallo Stato Vaticano per gestire il rapimento di Emanuela Orlandi e la sua permanenza all’estero, in vari convitti londinesi, oltre alle spese per delle indagini su un dichiarato depistaggio, per alcune altre indagini private e per non precisate attività svolte dall’allora Segretario di Stato Agostino Casaroli e dal Vicario di Roma Ugo Poletti.

Per 14 anni, insomma, il Vaticano avrebbe pagato rette, vitto e alloggio, spese mediche e spostamenti alla Orlandi. Almeno fino al 1997, quando l’ultima voce parla di un ultimo trasferimento in Vaticano e “il disbrigo delle pratiche finali”, riferibili ad una sua morte.

Il font

Andiamo con ordine. Intanto soprassediamo sul font [Andale Mono] che caratterizza la lettera, di cinque pagine, “scritta al computer o, forse, con una telescrivente”, chiosa subito Fittipaldi; qui il dubbio è d’obbligo dato che il documento porta la data del 1998, anche se tutto può essere.

Senza firma e senza timbri

Lo stesso documento è intanto privo di firma, di qualunque timbro o intestazione ufficiale e non è affatto protocollato, anche se questa evenienza viene spiegata in chiusura della missiva.

“Riverita” a chi?

Per chi mastica un poco di ecclesialese, saltano subito agli occhi i titoli di cortesia utilizzati per i destinatari: “Sua Riverita Eccellenza”, mai sentito in ambienti vaticani, in luogo del comunissimo “Sua Eccellenza Reverendissima”.

Attenti al nome

Un’altra svista riguarda il secondo destinatario, l’“Arcivescovo Jean Luis Tauran” mentre il suo nome corretto è “Jean-Louis” [Vedi qui].

Suona inusuale mettere luogo e data di nascita della cittadina Emanuela Orlandi nell’oggetto, che invece è riferito al “resoconto sommario delle spese sostenute”, quasi a voler richiamare un “guardate che è proprio lei”.

Nessuna prefettura

Sempre per chi conosce l’organizzazione della Curia Romana, desta sospetto anche l’incipit dello scritto, in cui si parla di “prefettura dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica”, ma tutti sanno che al vertice della cosiddetta APSA c’è da sempre un Cardinale Presidente e non un Cardinale Prefetto.

Sarebbe bastata una ricerca sulla voce del Cardinale Antonetti, firmatario della lettera in questione, per verificare che tra i tanti incarichi svolti c’è infatti la “Presidenza” dell’APSA". La confusione è forse sorta con un altro organismo che si occupa di questioni economiche, la Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede, e tra poco capiremo perché.

Altre sviste e incongruenze

Fa simpatia anche l’errore [di battitura?] che compare già nella terza riga, “resosi” invece di “resesi” riferito alle “prestazioni economiche”.

Non c’è traccia, evidentemente, di nessuna delle 197 pagine di allegati “al presente rapporto” di cui si fa accenno.

Il resoconto economico che inizia a pag. 2 parte dal “gennaio 1983”: un’altra chiara incongruenza. Il documento, come è scritto, raccoglierebbe “le attività svolte a seguito dell’allontanamento domiciliare” di Emanuela Orlandi, che invece è avvenuto il 22 giugno di quello stesso anno.

Semplice campagna di marketing?

Sentendo quanti hanno verificato il caso e stando a ciò che racconta lo stesso Fittipaldi, sembra che il documento provenga dall’archivio di mons. Lucio Vallejo Balda, il sacerdote spagnolo già Segretario della Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede – ecco la prefettura!

Dal 2013 al 2014 il prelato ha guidato i lavori della commissione COSEA, incaricata di fare uno screening sui conti e sulla gestione amministrativa di tutti i dicasteri vaticani. Egli stesso fu imputato e condannato nel noto processo Vatileaks 2, che tra l’altro vedeva tra gli imputati anche l’estensore dell’articolo su Repubblica Fittipaldi, per la pubblicazione di due libri – l’altro di Gianluigi Nuzzi – contenenti carteggi segreti della COSEA.

È molto probabile, dunque, che il documento sia stato redatto in queste circostanze, e quindi diffuso (resta da capire da chi?) per depistare, ricattare o nella migliore delle ipotesi scrivere libri, mescolando particolari veri o verosimili con altri di pura invenzione.

L’unica certezza resta il dolore della famiglia Orlandi e i tentativi di piccolo cabotaggio per una campagna di marketing che possa risultare proficua.

19 settembre 2017 @DataMediaHub
Read more: http://www.datamediahub.it/2017/09/19/vicenda-emanuela-orlandi-vaticano-non-importa-se-e-falso-io-il-dossier-lo-pubblico/#ixzz4tCZNTYL3

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