"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)
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sabato 31 dicembre 2022

Benedetto XVI: umile cooperatore della Verità

L'originale è stato pubblicato in spagnolo sulla rivista OMNES: https://omnesmag.com/actualidad/los-momentos-clave-del-pontificado-de-benedicto-xvi/ - 

Con umiltà e nella verità, in silenzio e con la preghiera. Così ha vissuto, così se n’è andato Benedetto XVI, il Papa emerito. Eletto al Soglio pontificio il 19 marzo 2005, subito dopo “il grande Papa Giovanni Paolo II”, nelle prime parole rivolte alla folla dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro si definì “un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”. E come tale apparve, con le maniche della maglia nera che fuoriuscivano dalla veste papale, segno di una scelta che forse non si aspettava. 

Timido, eppure molto colto, semplice nei modi ma dal pensiero complesso e mai banale. Lavoratore instancabile. Ne ha dato prova negli innumerevoli anni trascorsi nella Curia Romana come insostituibile collaboratore del suo predecessore, in uno dei dicasteri più importanti e più solidi, l’allora Congregazione per la Dottrina della Fede.

Sempre il giorno dell’elezione si definì “strumento insufficiente”, consolato dal fatto che il Signore avrebbe saputo utilizzarlo al meglio, senza fargli mancare il “suo aiuto permanente”, con la complicità della Madre Maria Santissima. Chiedeva preghiere.

Per quasi otto anni, fino alla rinuncia divenuta effettiva il 28 febbraio 2013, non si è arreso davanti a nessun ostacolo, ha (ri)messo mano all’aratro e ha cominciato a puntellare nei suoi elementi fondamentali l’edificio della Chiesa, appena approdata con tutta l’umanità in un nuovo millennio carico di cambiamenti e di “sballottamenti”, da poco rimasta orfana di una guida spirituale imponente, che l’aveva accompagnata per mano per oltre 27 anni.

Il suo destino era divenuto chiaro il giorno dei funerali di San Giovanni Paolo II, quando pronunciò quella toccante omelia che aveva come esordio proprio la parola “Seguimi”. Qualche giorno prima – nella Via Crucis al Colosseo, meditando sulla nona stazione, la terza caduta di Gesù – si era “incaricato” poi di denunciare “la sporcizia nella Chiesa”, ma anche la superbia e l’autosufficienza. 

Il suo sogno era tornare in Patria, dedicarsi alla lettura e godersi la passione per i gatti e l’amore per la musica classica. Gli toccò invece sobbarcarsi tutti quei problemi che aveva imparato a conoscere da vicino, e prendere su di sé anche la croce delle critiche e delle incomprensioni, ma aprendo la strada a un processo di riforma che il successore – Papa Francesco – ha potuto continuare agevolmente. Lo ha fatto con umiltà, e nella verità.

Compito inaudito che supera ogni capacità umana

“Compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana”. La domenica del 24 aprile 2005 Benedetto XVI iniziò il suo ministero petrino come Vescovo di Roma, in una piazza San Pietro gremita da oltre 400 mila persone. E nell’esporre la gravità e il peso del mandato che sentiva di dover assumere, disse che in fondo il suo programma di governo non sarebbe stato quello di “perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia”. Volontà di Dio che “non ci aliena, ci purifica – magari in modo anche doloroso – e così ci conduce a noi stessi”.

Essere pronti a soffrire 

Il tema della sofferenza ritorna spesso nel discorso di insediamento, come quando spiega che “amare – [il popolo che Dio ci affida] – vuol dire anche essere pronti a soffrire”, “dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza”. Parole che lette con il senno del poi suonano come profezia. Di sicuro non gli è stata risparmiata alcuna sofferenza a Benedetto XVI, sempre però vissuta in spirito di servizio, e in umiltà.

Guardando ai quasi otto anni di pontificato risaltano alcuni contributi di rilievo che il primo Papa emerito della storia ha lasciato in eredità a tutta la Chiesa.

Le tre Encicliche

Il primo contributo è senza dubbio magisteriale. A pochi mesi dal pontificato, Benedetto XVI firma la sua prima Enciclica, la Deus caritas est (Dio è amore) dove spiega come l’uomo, creato a immagine di Dio-amore, è in grado di fare esperienza della carità; scritta inizialmente in tedesco e firmata il giorno di Natale del 2005, viene diffusa il mese dopo.

Il 30 novembre del 2007 esce invece la Spe salvi (Salvati nella speranza), che mette a confronto la speranza cristiana con le moderne forme di speranza basate su conquiste terrene, che portano a sostituire la fiducia in Dio ad una mera fede nel progresso. Ma solo una prospettiva infinita come quella offerta da Dio tramite Cristo può dare la vera gioia.

L’ultima enciclica a sua firma reca la data del 29 giugno 2009 è si intitola Caritas in veritate (L’amore nella verità). Qui il Pontefice passa in rassegna gli insegnamenti della Chiesa relativi alla giustizia sociale e invita i cristiani a riscoprire l’etica delle relazioni commerciali ed economiche, mettendo sempre al centro l’individuo e i valori che preservano il suo bene.

Una quarta enciclica era in preparazione per completare la trilogia dedicata alle tre virtù teologali; uscirà a firma di Papa Francesco il 29 giugno 2013, nell’Anno della Fede, completando il grosso del lavoro che era già stato preparato da Ratzinger. Si intitola Lumen fidei.


4 Esortazioni post sinodali

Eucaristia, Parola, Africa e Medio Oriente sono invece i temi delle quattro Esortazioni apostoliche uscite sotto il pontificato di Benedetto XVI, a coronamento di altrettanti Sinodi dei Vescovi che si sono svolti rispettivamente nel 2005, generando la Sacramentum caritatis (2006); nel 2008, con la pubblicazione della Verbum Domini (2010); nel 2009, da cui l’esortazione Africae munus (2011); e nel 2010, che due anni dopo ha portato al documento Ecclesia in Medio Oriente.

C’è qui l’importanza dei sacramenti, e la vicinanza alle periferie del mondo, luoghi in cui la Chiesa è molto viva, ricca di vocazioni, ma dove spesso manca lo sforzo “di Roma” nel farsi più presente a quelle terre.

La trilogia su Gesù di Nazareth

Grazie alla sua passione per lo studio e alle sue qualità di fine teologo, negli anni del Pontificato Benedetto XVI ha anche regalato alla comunità dei credenti tre importanti libri sulla figura storica di Gesù, usciti rispettivamente nel 2007, nel 2011 e nel 2012. Il percorso narrativo parte dall’Infanzia di Gesù, proseguendo per la vita pubblica del Messia, fino alla resurrezione. 

È stato un successo editoriale senza precedenti, e molti fedeli sono rimasti edificati dal racconto sul Gesù-Persona.

I Viaggi

Pellegrino presso i popoli, non ha interrotto la tradizione del predecessore di realizzare dei Viaggi apostolici sia in Italia che all’estero; serie inaugurata a quattro mesi dal pontificato recandosi nella sua Patria per la Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia. Ritornerà in Germania altre due volte, nel 2006 (in Baviera, circostanza del noto “incidente di Ratisbona”) e nel 2011, come visita ufficiale al Paese. In totale Benedetto XVI ha compiuto 24 viaggi apostolici all’estero, diversi in Europa (tre volte in Spagna), ma anche in America Latina (Brasile, Messico, Cuba), negli Stati Uniti d’America (2008), in Africa (Camerun, Benin) e in Australia (2008).

Significativi senza dubbio il Viaggio in Terra Santa, visitando la Giordania, Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese, nel maggio 2009, ma anche la visita al Campo di Concentramento di di Auschwitz, nello stesso mese tre anni prima, dove ha pregato per onorare la memoria degli ebrei, dei polacchi, dei russi, dei rom, e dei rappresentanti di venticinque nazioni uccisi dall’odio nazista.

Oltre trenta anche le visite pastorali e pellegrinaggi in Italia e altrettante anche nella Diocesi di Roma, visitando parrocchie, santuari, basiliche, carceri, ospedali e seminari. Nella storia rimarrà la visita a L’Aquila, nel 2009, subito dopo il terremoto, quando si recò a pregare sulle spoglie di Celestino V sulla cui teca depose il suo pallio, premonizione che molti hanno associato alle future dimissioni. 

Gli “incidenti”

Iniziando il suo ministero petrino Benedetto XVI aveva fatto riferimento alle sofferenze, e purtroppo questo è stato uno degli elementi che non gli sono stati affatto risparmiati come si diceva, a cominciare da alcune incomprensioni e controversie che hanno avuto eco internazionale.

La prima di questa rimanda al 2006, con la famosa lectio magistralis presso l’Università di Ratisbona durante il suo secondo viaggio in Germania, visitando la Baviera. Qui l’incidente è scaturito dalla infelice citazione di una frase dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo a proposito della guerra santa, con riferimenti al profeta Maometto. Nel suo discorso il Papa aveva ricordato la dichiarazione Nostra Aetate e l’atteggiamento della Chiesa nei confronti con le religioni non cristiane, ma ormai l’incomprensione era data, e nel mondo islamico si susseguirono violente reazioni. 

Benedetto XVI si è poi successivamente scusato pubblicamente, dicendosi “rammaricato” e chiarendo di non condividere il pensiero espresso nel testo citato. Fortunatamente, gli anni successivi sono stati un fiorire di scambi culturali e teologici tra cattolici e musulmani, culminati anche con un incontro in Vaticano tra una delegazione di teologici e intellettuali islamici e lo stesso Pontefice. Qui ci sono senza dubbio i prodromi del Documento sulla fratellanza umana che diversi anni dopo riuscirà a firmare ad Abu Dhabi, Papa Francesco insieme al Grande Imam di Al-Azhar. 

Un secondo incidente si ebbe a Roma, protagonista la principale Università della Capitale, “La Sapienza”, dove un gruppo di oltre 60 docenti dell’Ateneo si oppose alla visita di Benedetto XVI, invitato dall’allora Rettore ad intervenire all’inaugurazione dell’Anno accademico nel 2008. Dopo il profluvio di polemiche, la Santa Sede declinò l’invito. Nove anni dopo, nel 2017, il suo successore Francesco è riuscito invece a visitare un’altra università civile romana, “Roma Tre”.

Dopo l’incomprensione con i musulmani, nel 2009 arrivò l’incidente con il mondo ebraico. Benedetto XVI aveva deciso di rimettere la scomunica a quattro vescovi lefebvriani, tra i quali c’era Richard Williamson. Dopo questo gesto si venne a sapere – attraverso la televisione svedese SVT – che nel passato il monsignore aveva pubblicamente espresso posizioni negazioniste sulla Shoah. Anche qui la Santa Sede fu costretta ad emettere una nota che, oltre a confermare la condanna e il ricordo del genocidio degli ebrei, imponeva al vescovo Williamson di prendere “in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah”, prima di essere ammesso a funzioni episcopali nella Chiesa, chiarendo che queste posizioni non erano conosciute dal Papa nel momento della remissione della scomunica.

Altre critiche sorsero durante il suo viaggio in Camerun e Angola nel marzo 2009 quando sull’aereo affermò che la distribuzione dei preservativi non sarebbe una soluzione contro l’AIDS; dichiarazione stigmatizzata da governi, uomini politici, scienziati e organizzazioni umanitarie con ripercussioni anche sul piano diplomatico.

La lotta agli abusi

Eppure, sotto il Pontificato di Benedetto XVI ha preso impulso in maniera irreversibile tutto il processo di lotta agli abusi nella Chiesa che Papa Francesco ha potuto proseguire più agevolmente. Papa Ratzinger è stato il primo pontefice a chiedere esplicitamente scusa alle vittime abusate da ecclesiastici, oltre a incontrarle in più occasioni, ad esempio nei viaggi all’estero. È stato drastico nell’allontanare diversi religiosi responsabili di tali crimini e a stabilire le prime norme e linee guida più stringenti contro questi fenomeni.

Un esempio su tutti è la gestione del “caso Maciel”, che Ratzinger aveva già avuto modo di approfondire negli anni in cui era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Da Pontefice fece in modo che la Congregazione dei Legionari ricevesse una Visita Apostolica, a seguito della quale fu nominato un Delegato pontificio – il compianto cardinale Velasio De Paolis – che ha poi portato alla revisione degli statuti e dei regolamenti, dopo aver riconosciuto pubblicamente la colpevolezza del fondatore e avviato un completo processo di rinnovamento e guarigione.

Altro fenomeno è quello dell’Irlanda, a seguito della pubblicazione dei rapporti Ryan e Murphy che denunciavano numerosi casi di abusi sessuali su minori compiuti da sacerdoti e religiosi dagli anni 30 e fino al 2000, con tentativi di insabbiamento da parte della Chiesa locale. Già nel 2006, parlando ai Vescovi del Paese giunti a Roma in Visita Ad Limina, Benedetto XVI disse che “le ferite causate da simili atti sono profonde, ed è urgente il compito di ristabilire la confidenza e la fiducia quando queste sono state lese”. Inoltre occorre “prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi”.

Quattro anni dopo scrisse una lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda nella quale confidò di “condividere lo sgomento e il senso di tradimento” da loro sperimentato, e rivolgendosi ai colpevoli aggiunse: “dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti”.

I Concistori

Nel corso del pontificato, Benedetto XVI ha presieduto cinque Concistori per la creazione di nuovi cardinali, creando in totale 90 “eminenze”, di cui 74 elettori. Significativo l’ultimo, del 24 novembre 2012, che oltre ad essere il secondo Concistoro nello stesso anno (era dal 1929 che non c’erano state due differenti creazioni cardinalizie in uno stesso anno), non era presente questa volta nessun cardinale europeo, quasi ad inaugurare una tradizione andando a “pescare” collaboratori del Papa anche molto lontano da Roma. Cosa che poi successivamente con Papa Francesco è divenuta molto usuale.

È l’anno in cui viene creato ad esempio il Cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo metropolita di Manila (Filippine), oppure Baselios Cleemis Thottunka, arcivescovo maggiore di Trivandrum dei Siro-Malankaresi (India).

La rinuncia

L’ultimo atto che rimane nella storia del pontificato di Benedetto XVI è senza dubbio la sua rinuncia, comunicata l’11 febbraio 2013 nel corso di un Concistoro per alcune cause di canonizzazione come “decisione di grande importanza per la vita della Chiesa”.

Tra le motivazioni che lo condussero a questa scelta – compiuta in assoluta umiltà e spirito di servizio alla Chiesa, anche in questo caso –, la consapevolezza che “per governare la barca di san Pietro è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”.

Parole di una limpidezza unica, offerte con il cuore in mano, e con la libertà di chi non ha paura di riconoscere i propri limiti, pur essendo pronto a servire il Signore “non meno soffrendo e pregando”.

È stato di parola, Benedetto XVI, ha dedicato gli ultimi anni della sua vita pregando per la Chiesa, nel “nascondimento” del Monastero Mater Ecclesiae, con il suo cuore, la sua riflessione e con tutte le forze interiori – come ebbe a dire nell’ultimo saluto ai fedeli dalla Loggia del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo il 28 febbraio di quasi dieci anni fa. Da pellegrino “nell’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra”, che ora è giunto al suo compimento. Ci vegli dal Cielo!

Giovanni Tridente

venerdì 30 dicembre 2022

Gli incontri tra Papa Francesco e Benedetto XVI e le parole con cui lo ha sempre ricordato



* La versione originale di questo articolo è uscita su OMNES: https://omnesmag.com/actualidad/encuentros-papa-francisco-benedicto-xvi/ 

Il primo incontro tra Papa Francesco e Benedetto XVI si è svolto a pochi giorni dall’elezione dell’attuale Pontefice, il 23 marzo 2013, con un caloroso abbraccio presso l’eliporto di Castel Gandolfo, la residenza dove il Papa emerito aveva trascorso il periodo della sede vacante. Entrambi apparvero vestiti di bianco e prima di riunirsi nella Biblioteca privata sostarono in preghiera in cappella, uno accanto all’altro; Francesco aveva rinunciato a occupare il posto d’onore sedendo tra i banchi con Benedetto: “siamo fratelli”.

Ci ha insegnato l’umiltà

Significativo il dono che Francesco portò quel giorno al suo predecessore, l’icona della Madonna dell’umiltà: “non la conoscevo, ho subito pensato a Lei, Lei ci ha insegnato l’umiltà”. Qualche mese dopo i due si ritrovarono nei Giardini Vaticani per la Benedizione della nuova Statua di San Michele Arcangelo, patrono dello Stato della Città del Vaticano.

L’anno successivo, nel 2014, un nuovo abbraccio tra il Pontefice regnante e l’emerito, il 28 settembre in Piazza San Pietro, per il grande raduno con gli anziani organizzato dalla Pontifica Accademia per la Vita; nel 2015 le telecamere riprendono un ulteriore saluto e abbraccio nel mese di giugno, prima della partenza di Benedetto XVI per un nuovo periodo di riposo a Castel Gandolfo. 

Quello stesso 2015 Benedetto XVI è ancora presente accanto a Papa Francesco in una cerimonia pubblica, questa volta per il rito di apertura della Porta Santa della Basilica Vaticana, l’8 dicembre, per l’avvio del Giubileo della Misericordia.

Il 28 giugno 2016, nella Sala Clementina, si è svolto inoltre un atto di commemorazione del 65º anniversario di ordinazione sacerdotale del Papa emerito alla presenza di molti cardinali della Curia Romana. Nel suo discorso Francesco ha risaltato l’amore testimoniato da Benedetto XVI qualificandolo come “nota che domina una vita spesa nel servizio sacerdotale e della teologia”.

Altri incontri frequenti e pubblici si sono avuti tra i due al termine di ogni Concistoro per la creazione dei nuovi cardinali, con l’intero gruppo che puntualmente è salito al Monastero Mater Ecclesiae per i saluti al Papa emerito e un momento di preghiera nella cappella della residenza. Ci sono poi i tanti incontri privati e il continuo scambio di telefonate, anche nell’imminenza di ogni viaggio all’estero.

Ministero nascosto

Nei dieci anni di Pontificato, Papa Francesco ha fatto spesso riferimento al suo predecessore, chiedendo preghiere per il suo “ministero nascosto” e ringraziandolo per il sostegno alla Chiesa portato avanti con la preghiera. Preghiera che ha sempre chiesto poi di ricambiare verso il Papa emerito. Accanto alle occasioni ufficiali, come ad esempio la consegna del “Premio Ratzinger” promosso dall’omonima Fondazione Vaticana, il Pontefice regnante ha parlato di Benedetto XVI anche nel corso di udienze, angelus, oppure interviste rilasciate ai giornalisti.

Il primo riferimento rimanda senza dubbio alla sera stessa dell’elezione dalla Loggia della Basilica Vaticana: “prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito”; “perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”.

Teologia fatta in ginocchio

Nel 2013, per il Conferimento del “Premio Ratzinger” di quell’anno, Francesco espresse “riconoscenza e grande affetto” per il predecessore, valorizzando il lavoro che aveva fatto con la pubblicazione dei libri su Gesù di Nazaret, attraverso i quali “ha fatto dono alla Chiesa, e a tutti gli uomini, di ciò che aveva di più prezioso: la sua conoscenza di Gesù”, maturata attraverso una teologia fatta “in ginocchio”.

Uomo di fede, tanto umile

Nel viaggio di ritorno dalla Terra Santa, nel maggio 2014, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se mai in futuro seguirebbe la scelta del predecessore per lasciare anzitempo il pontificato, Francesco disse di Benedetto XVI: “è un uomo di fede, tanto umile”; “dobbiamo guardare a lui come ad un’istituzione”.

Come avere il nonno saggio in casa

Qualche mese dopo, tornando questa volta in agosto dal Viaggio in Corea, i giornalisti gli chiesero espressamente del suo rapporto con Papa Ratzinger, e Francesco disse innanzitutto che Benedetto XVI con il suo gesto aveva di fatto istituito il Papato emerito, aprendo “una porta che è istituzionale, non eccezionale”. Circa i rapporti, “è di fratelli, davvero”; “lo sento come se avessi il nonno a casa per la saggezza”, “mi fa bene ascoltarlo. E anche mi incoraggia molto”.

“Come avere il nonno saggio in casa”, Francesco lo ripete nell’incontro con gli anziani del settembre 2014, quando ringrazia pubblicamente Benedetto XVI per la sua presenza all’evento.

Il 16 aprile 2015, durante la Messa mattutina nella Casa Santa Marta, ricorrendo l’ottantottesimo compleanno dell’emerito, Francesco ha invitato i presenti a unirsi a lui nella preghiera per Benedetto XVI, “perché il Signore lo sostenga e gli dia tanta gioia e felicità”.

Grande uomo di preghiera e di coraggio

Nel giugno 2016 è la volta di una nuova domanda dei giornalisti sul volo di ritorno dall’Armenia. Qui Francesco ha aggiunto che per lui “è l’uomo che mi custodisce le spalle e la schiena con la sua preghiera”. Tra l’altro “è un uomo di parole, un uomo retto, retto, retto”, “grande uomo di preghiera, di coraggio”.

Maturità, dedizione e fedeltà

Quindi l’atto di commemorazione per il 65º del sacerdozio, quello stesso mese, dove Francesco aggiunse che dal piccolo Monastero dove Benedetto XVI risiede, “promana una tranquillità, una pace, una forza, una fiducia, una maturità, una fede, una dedizione e una fedeltà che mi fanno tanto bene e danno tanta forza a me e a tutta la Chiesa”.

Per il “Premio Ratzinger” 2016 immancabile - “ancora una volta” - l’espressione del “nostro grande affetto e la nostra riconoscenza” per Benedetto XVI, “che continua ad accompagnarci anche ora con la sua preghiera”.

Presenza discreta e incoraggiante

“La sua preghiera e la sua presenza discreta e incoraggiante ci accompagnano nel cammino comune; la sua opera e il suo magistero continuano a essere un’eredità viva e preziosa per la Chiesa e per il nostro servizio”, saranno invece le parole pronunciate per la stessa ricorrenza l’anno successivo. Ratzinger, per Papa Francesco, “continua ad essere un maestro e un interlocutore amico per tutti coloro che esercitano il dono della ragione per rispondere alla vocazione umana della ricerca della verità”. 

Stima, affetto e gratitudine vengono poi ripetute negli anni successivi. Nel 2019 Papa Francesco esplicita il ringraziamento “per l’insegnamento e l’esempio che ci ha dato nel servire la Chiesa riflettendo, pensando, studiando, ascoltando, dialogando, pregando, perché la nostra fede si conservi viva e consapevole nonostante il mutare dei tempi e delle situazioni, e perché i credenti sappiano rendere conto della loro fede con un linguaggio capace di farsi intendere dai loro contemporanei e di entrare in dialogo con essi, per cercare insieme le vie dell’incontro con Dio nel nostro tempo”.

Il contemplativo del Vaticano

Al termine dell’Angelus del 29 giugno 2021, ricorrendo il 70º dell’ordinazione sacerdotale di Papa Benedetto XVI, Francesco lo definisce “caro padre e fratello”, “il contemplativo del Vaticano, che spende la sua vita pregando per la Chiesa e per la diocesi di Roma, della quale è vescovo emerito”. Quindi gli rivolge un grazie per la “testimonianza credibile” e lo “sguardo continuamente rivolto verso l’orizzonte di Dio”.

Al conferimento del “Premio Ratzinger” 2022, Francesco ribadisce che “non mancano per me momenti di incontro personale, fraterno e affettuoso, con il Papa emerito”, evidenziando come tutti sentano “la sua presenza spirituale e il suo accompagnamento nella preghiera per la Chiesa intera: quegli occhi contemplativi che sempre mostra”.

Testimonianza di amore fino alla fine

Infine, il riferimento all’udienza generale dopo il Natale, il 28 dicembre 2022, quando ha invitato i presenti e tutta la Chiesa a intensificare le preghiere per colui “che nel silenzio sta sostenendo la Chiesa”, affinché il Signore “lo sostenga in questa testimonianza di amore alla Chiesa, fino alla fine”.

Giovanni Tridente

lunedì 20 novembre 2017

Il Papa sosia


Si dice che #PapaFrancesco abbia un sosia, e che questo sosia - imposto da qualcuno, anche attraverso qualche "omissione" nel chiarire i suoi pronunciamenti - sia la faccia buona e simpatica che lo contrappone ai suoi predecessori.

Se pensiamo allora al pontificato di #BXVI, il suo sosia sui "media" sarebbe stato quello brutto e cattivo. Anche lì c'era qualcuno che "ha generato, fatto crescere e costantemente mantenuto in questi anni il mito" del papa cattivo e retrogrado, come qualcuno ipotizza?

E se fosse invece un dinamismo necessario che chiama ciascuno, innanzitutto, ad andare alla fonte del pensiero del Papa (chiunque esso sia)? Soprattutto, a farlo ogni giorno, senza perdersi nessun pezzo dei suoi pronunciamenti, come è richiesto ad ogni buon cristiano che si dice fedele seguace del Magistero?

Il Papa non puoi seguirlo a tratti, peggio ancora solo quando i "suoi" temi toccano (oppure no) le tue corde.

Il Papa lo devi leggere, studiare, seguire tutti i giorni, su tutti i temi, altrimenti lascerai a qualcun altro il "potere" di presentarti il suo sosia.
Ma la responsabilità sarà solamente tua. E io ti avevo avvisato




martedì 5 luglio 2016

Francesco e Benedetto, due angeli custodi che si proteggono a vicenda


"Come angeli custodi, il Papa e il Papa emerito si proteggono a vicenda. L'uno sostiene l'altro, a livello umano, a livello spirituale. E così allontanano quelle voci che cercano di marcare le distanze tra di loro, se non addirittura altro ancora. Voci provenienti da certi ambienti e che trovano purtroppo eco sui blog, su internet. Invece i due Papi hanno mandato un messaggio di unità e serenità". Il commento è di don Roberto Regoli, responsabile del dipartimento di storia della Chiesa alla Pontificia Università Gregoriana, autore del libro Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI (Lindau) 2016. Le sue parole si riferiscono alle recenti affermazioni di Papa Francesco - che ha detto di sentirsi custodito dal Papa emerito - e dello stesso Papa emerito che ha affermato di sentirsi protetto dal Pontefice.

Serve una visione storica
Nel suo libro, don Regoli ha voluto proporre una prima riflessione, compiuta e integrale, sugli otto anni di Pontificato di Benedetto XVI. "Mi rendo conto - spiega - che essendo stato pubblicato a soli tre anni dalla rinuncia, è solo un primo abbozzo, un primo tentativo che richiederà ulteriori approfondimenti". "Ci vorranno forse settant'anni - spiega - prima che siano aperti gli archivi vaticani riguardanti il pontificato di Joseph Ratzinger. Ma è necessario fin da ora applicare una visione storica a questa pagina di storia del papato. Un pontificato non può mai essere letto come un evento a sé stante, isolato da ciò che lo precede e ciò che lo segue. Come accade per il Vangelo, dove un versetto non basta a comprendere un passo".

Gli aspetti notevoli di un pontificato
"Credo che l'aspetto più originale e creativo del pontificato di Benedetto XVI - spiega Regoli - sia legato all'ecumenismo. Per sua iniziativa sono stati posti in essere nuovi meccanismi di comunione, come nel caso della creazione degli ordinariati personali con gli anglicani che crea un modo di governo inedito per entrambe le confessioni. Oppure ai passi compiuti da Papa Ratzinger nel dialogo con il mondo della cultura.Durante il suo pontificato si avviano dei colloqui con figure apicali provenienti da culture molto diverse da quella cattolica. Soprattutto del mondo liberale e del mondo marxista. Si aprono dibattiti legati alla questione cruciale del nostro tempo che è quella antropologica. Notevole anche la rilettura positiva che, a dieci anni di distanza, ha ricevuto il suo famoso discorso pronunciato a Ratisbona sulla inconcepibilità del connubio religione e violenza e sulla necessità di coniugare invece sempre fede e ragione".

Un solo Papa
Sulle conseguenze della rinuncia di Benedetto XVI, don Regoli è molto chiaro: "Come ha ribadito l'arcivescovo Gänswein alla presentazione del mio libro, oggi non ci sono due papi, ma un solo pontefice felicemente regnante. Resta però aperta la questione teologica e canonistica sull'emeritato, la creazione del Papa emerito, che resta una novità da studiare e approfondire".
Fabio Colagrande, RV

lunedì 30 maggio 2016

Continuiamo il cammino: alleati e seminatori di buone notizie!


Il primo post di questo blog risale all'1 settembre 2010. Eravamo in un periodo a dir poco particolare del pontificato di Benedetto XVI: per una serie di ragioni ed eventi rilanciati a tambur battente dai mezzi di informazione, la Chiesa sembrava aver perso qualunque credibilità.

Per chi conosce i meccanismi della comunicazione, risultava difficile abituarsi a ciò che - fatte le dovute verifiche - più che come contributo alla collettività, appariva come pregiudizio strillato e semplificazione inconcludente: un turbinio di frasi e considerazioni gratuite, spacciate per informazioni, il cui scopo era solo quello di (auto)generare "rumore".

Più che limitarci a denunciare questo meccanismo, decidemmo di bypassarlo, proponendo qualcosa di costruttivo, che mostrasse la vitalità di tante realtà nascoste di Chiesa, la loro "giovinezza", e così affogare il male - che pure esiste - nell'abbondanza di bene (come ci ha spronato a fare qualche santo).

Nel frattempo, negli ultimi tre anni e qualche mese, nella Chiesa è avvenuto qualcosa di inusuale, a cui non si era abituati, e di positivamente sconvolgente: la rinuncia al pontificato di Benedetto XVI (che resta nel recinto del Vaticano a pregare) e la successiva elezione di Papa Francesco (venuto quasi dalla fine del mondo), che come un vortice benefico ha catalizzato tutta l'attenzione su di sé, mostrando - agli occhi dell'opinione pubblica - una Chiesa più credibile.

Per il modo in cui sono andate le cose, e per come oggi la notorietà di Francesco continua a catturare i mezzi di informazione e l'opinione pubblica mondiale, sembra che tra mondo e Chiesa si stia vivendo un perdurante idillio, che ha superato di gran lunga la fisiologica luna di miele dei primi mesi di pontificato. Diciamocelo, tre anni fa nessuno ci avrebbe scommesso!

Eppure, una "Giovane Chiesa" c'era allora e una "Giovane Chiesa" c'è oggi!

Anche la missione è rimasta la stessa, così come il campo da arare, la Rete.

Con una consapevolezza in più: non basta raccontare cose buone e belle, bisogna anche renderle coinvolgenti, se vogliamo che la fede crei gioia (Benedetto XVI) .Una dote che si acquisisce con il tempo: studio, intraprendenza, momenti `più edificanti, capacità di riconoscere i propri limiti e tanta... pazienza. Aspirazioni e premure che cercheremo ugualmente di condividere.

Continuiamo il cammino: alleati (del Vangelo e della Chiesa) e seminatori di buone notizie!

Giovanni Tridente
30 maggio 2016

venerdì 5 luglio 2013

La lampada della fede, da Benedetto XVI a Papa Francesco


La lampada della fede passa da Benedetto XVI, che l'ha accesa e mostrata, a Papa Francesco che continua ad alimentarla: stamattina la presentazione dell'Enciclica Lumen Fidei, nell'Anno della fede e dopo Deus Caritas Est e Spe Salvi.

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SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE
SINTESI DELL’ENCICLICA “LUMEN FIDEI”

Lumen fidei - La luce della fede (LF) è la prima Enciclica firmata da Papa Francesco. Suddivisa in quattro capitoli, più un’introduzione e una conclusione, la Lettera – spiega lo stesso Pontefice – si aggiunge alle Encicliche di Benedetto XVI sulla carità e sulla speranza e assume il “prezioso lavoro” compiuto dal Papa emerito, che aveva già “quasi completato” l’Enciclica sulla fede. A questa “prima stesura” ora il Santo Padre Francesco aggiunge “ulteriori contributi”.

giovedì 2 maggio 2013

Francesco e Benedetto XVI: la foto del giorno, insieme nella preghiera


giovedì 28 febbraio 2013

Benedetto XVI: Chiesa corpo vivo, suo cuore è Cristo; incondizionata reverenza ed obbedienza al Successore


Dal Congedo con i Cardinali nella Sala Clementina

Con grande gioia vi accolgo e porgo a ciascuno di voi il mio più cordiale saluto. Ringrazio il Cardinale Angelo Sodano che, come sempre, ha saputo farsi interprete dei sentimenti dell’intero Collegio: Cor ad cor loquitur. Grazie Eminenza di cuore. E vorrei dire – riprendendo il riferimento all’esperienza dei discepoli di Emmaus – che anche per me è stata una gioia camminare con voi in questi anni, nella luce della presenza del Signore risorto.
Come ho detto ieri davanti alle migliaia di fedeli che riempivano Piazza San Pietro, la vostra vicinanza e il vostro consiglio mi sono stati di grande aiuto nel mio ministero. In questi otto anni, abbiamo vissuto con fede momenti bellissimi di luce radiosa nel cammino della Chiesa, assieme a momenti in cui qualche nube si è addensata nel cielo. Abbiamo cercato di servire Cristo e la sua Chiesa con amore profondo e totale, che è l’anima del nostro ministero. Abbiamo donato speranza, quella che ci viene da Cristo, che solo può illuminare il cammino. Insieme possiamo ringraziare il Signore che ci ha fatti crescere nella comunione, e insieme pregarlo di aiutarvi a crescere ancora in questa unità profonda, così che il Collegio dei Cardinali sia come un’orchestra, dove le diversità – espressione della Chiesa universale – concorrano sempre alla superiore e concorde armonia.

Vorrei lasciarvi un pensiero semplice, che mi sta molto a cuore: un pensiero sulla Chiesa, sul suo mistero, che costituisce per tutti noi - possiamo dire - la ragione e la passione della vita. Mi lascio aiutare da un’espressione di Romano Guardini, scritta proprio nell’anno in cui i Padri del Concilio Vaticano II approvavano la Costituzione Lumen Gentium, nel suo ultimo libro, con una dedica personale anche per me; perciò le parole di questo libro mi sono particolarmente care. Dice Guardini: La Chiesa "non è un’istituzione escogitata e costruita a tavolino…, ma una realtà vivente… Essa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi… Eppure nella sua natura rimane sempre la stessa, e il suo cuore è Cristo".

E’ stata la nostra esperienza, ieri, mi sembra, in Piazza: vedere che la Chiesa è un corpo vivo, animato dallo Spirito Santo e vive realmente dalla forza di Dio. Essa è nel mondo, ma non è del mondo: è di Dio, di Cristo, dello Spirito. Lo abbiamo visto ieri. Per questa è vera ed eloquente anche l’altra famosa espressione di Guardini: "La Chiesa si risveglia nelle anime". La Chiesa vive, cresce e si risveglia nelle anime, che - come la Vergine Maria - accolgono la Parola di Dio e la concepiscono per opera dello Spirito Santo; offrono a Dio la propria carne e, proprio nella loro povertà e umiltà, diventano capaci di generare Cristo oggi nel mondo. Attraverso la Chiesa, il Mistero dell’Incarnazione rimane presente per sempre. Cristo continua a camminare attraverso i tempi e tutti i luoghi.


Rimaniamo uniti, cari Fratelli, in questo Mistero: nella preghiera, specialmente nell’Eucaristia quotidiana, e così serviamo la Chiesa e l’intera umanità. Questa è la nostra gioia, che nessuno ci può togliere.


Prima di salutarvi personalmente, desidero dirvi che continuerò ad esservi vicino con la preghiera, specialmente nei prossimi giorni, affinché siate pienamente docili all’azione dello Spirito Santo nell’elezione del nuovo Papa. Che il Signore vi mostri quello che è voluto da Lui. E tra voi, tra il Collegio Cardinalizio, c’è anche il futuro Papa al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza. Per questo, con affetto e riconoscenza, vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica.


BENEDETTO XVI

mercoledì 27 febbraio 2013

"...Vedo la Chiesa viva": il testamento spirituale di Benedetto XVI


Dall'ultima Udienza Generale di mercoledì 27 febbraio 2013

Vi ringrazio di essere venuti così numerosi a questa mia ultima Udienza generale.
Grazie di cuore! Sono veramente commosso! E vedo la Chiesa viva! E penso che dobbiamo anche dire un grazie al Creatore per il tempo bello che ci dona adesso ancora nell’inverno.
Come l’apostolo Paolo nel testo biblico che abbiamo ascoltato, anch’io sento nel mio cuore di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo. In questo momento il mio animo si allarga ed abbraccia tutta la Chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le «notizie» che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola realmente nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo.

Sento di portare tutti nella preghiera, in un presente che è quello di Dio, dove raccolgo ogni incontro, ogni viaggio, ogni visita pastorale. Tutto e tutti raccolgo nella preghiera per affidarli al Signore: perché abbiamo piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, e perché possiamo comportarci in maniera degna di Lui, del suo amore, portando frutto in ogni opera buona (cfr Col 1,9-10).


In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia.


Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto la ferma certezza che mi ha sempre accompagnato: questa certezza della vita della Chiesa dalla Parola di Dio. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie debolezze. E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore.


Siamo nell’Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano. Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano. In una bella preghiera da recitarsi quotidianamente al mattino si dice: «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano…». Sì, siamo contenti per il dono della fede; è il bene più prezioso, che nessuno ci può togliere! Ringraziamo il Signore di questo ogni giorno, con la preghiera e con una vita cristiana coerente. Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!


Ma non è solamente Dio che voglio ringraziare in questo momento. Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è la sua prima responsabilità Io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino; il Signore mi ha messo accanto tante persone che, con generosità e amore a Dio e alla Chiesa, mi hanno aiutato e mi sono state vicine. Anzitutto voi, cari Fratelli Cardinali: la vostra saggezza, i vostri consigli, la vostra amicizia sono stati per me preziosi; i miei Collaboratori, ad iniziare dal mio Segretario di Stato che mi ha accompagnato con fedeltà in questi anni; la Segreteria di Stato e l’intera Curia Romana, come pure tutti coloro che, nei vari settori, prestano il loro servizio alla Santa Sede: sono tanti volti che non emergono, rimangono nell’ombra, ma proprio nel silenzio, nella dedizione quotidiana, con spirito di fede e umiltà sono stati per me un sostegno sicuro e affidabile. Un pensiero speciale alla Chiesa di Roma, la mia Diocesi! Non posso dimenticare i Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, le persone consacrate e l’intero Popolo di Dio: nelle visite pastorali, negli incontri, nelle udienze, nei viaggi, ho sempre percepito grande attenzione e profondo affetto; ma anch’io ho voluto bene a tutti e a ciascuno, senza distinzioni, con quella carità pastorale che è il cuore di ogni Pastore, soprattutto del Vescovo di Roma, del Successore dell’Apostolo Pietro. Ogni giorno ho portato ciascuno di voi nella preghiera, con il cuore di padre.

Vorrei che il mio saluto e il mio ringraziamento giungesse poi a tutti: il cuore di un Papa si allarga al mondo intero. E vorrei esprimere la mia gratitudine al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, che rende presente la grande famiglia delle Nazioni. Qui penso anche a tutti coloro che lavorano per una buona comunicazione e che ringrazio per il loro importante servizio.

A questo punto vorrei ringraziare di vero cuore anche tutte le numerose persone in tutto il mondo, che nelle ultime settimane mi hanno inviato segni commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui. E’ vero che ricevo lettere dai grandi del mondo – dai Capi di Stato, dai Capi religiosi, dai rappresentanti del mondo della cultura eccetera. Ma ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che mi scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella Chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi!


In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi.

Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona. Prima ho detto che molte persone che amano il Signore amano anche il Successore di san Pietro e sono affezionate a lui; che il Papa ha veramente fratelli e sorelle, figli e figlie in tutto il mondo, e che si sente al sicuro nell’abbraccio della vostra comunione; perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui.

Il "sempre" è anche un "per sempre" - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio.


Ringrazio tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui avete accolto questa decisione così importante. Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che orrei vivere sempre. Vi chiedo di ricordarmi davanti a Dio, e soprattutto di pregare per i Cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo Successore dell’Apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito.


Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria Madre di Dio e della Chiesa perché accompagni ciascuno di noi e l’intera comunità ecclesiale; a Lei ci affidiamo, con profonda fiducia.

Cari amici! Dio guida la sua Chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della Chiesa e del mondo. Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore. Grazie!

BENEDETTO XVI

domenica 24 febbraio 2013

Benedetto XVI: il Signore mi chiama a 'salire sul monte' per dedicarmi alla preghiera e alla meditazione


Dall'Angelus di Domenica 24 febbraio 2013

Nella seconda domenica di Quaresima la Liturgia ci presenta sempre il Vangelo della Trasfigurazione del Signore. L’evangelista Luca pone in particolare risalto il fatto che Gesù si trasfigurò mentre pregava: la sua è un’esperienza profonda di rapporto con il Padre durante una sorta di ritiro spirituale che Gesù vive su un alto monte in compagnia di Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre discepoli sempre presenti nei momenti della manifestazione divina del Maestro (Lc 5,10; 8,51; 9,28).

Il Signore, che poco prima aveva preannunciato la sua morte e risurrezione (9,22), offre ai discepoli un anticipo della sua gloria. E anche nella Trasfigurazione, come nel battesimo, risuona la voce del Padre celeste: «Questi è il figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!» (9,35). La presenza poi di Mosè ed Elia, che rappresentano la Legge e i Profeti dell’antica Alleanza, è quanto mai significativa: tutta la storia dell’Alleanza è orientata a Lui, il Cristo, che compie un nuovo «esodo» (9,31), non verso la terra promessa come al tempo di Mosè, ma verso il Cielo. L’intervento di Pietro: «Maestro, è bello per noi essere qui» (9,33) rappresenta il tentativo impossibile di fermare tale esperienza mistica. Commenta sant’Agostino: «[Pietro]…sul monte…aveva Cristo come cibo dell’anima. Perché avrebbe dovuto scendere per tornare alle fatiche e ai dolori, mentre lassù era pieno di sentimenti di santo amore verso Dio e che gli ispiravano perciò una santa condotta?» (Discorso 78,3).

Meditando questo brano del Vangelo, possiamo trarne un insegnamento molto importante. Innanzitutto, il primato della preghiera, senza la quale tutto l’impegno dell’apostolato e della carità si riduce ad attivismo. Nella Quaresima impariamo a dare il giusto tempo alla preghiera, personale e comunitaria, che dà respiro alla nostra vita spirituale. Inoltre, la preghiera non è un isolarsi dal mondo e dalle sue contraddizioni, come sul Tabor avrebbe voluto fare Pietro, ma l’orazione riconduce al cammino, all’azione. «L’esistenza cristiana – ho scritto nel Messaggio per questa Quaresima – consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio, per poi ridiscendere portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio» (n. 3).

Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio la sento in modo particolare rivolta a me, in questo momento della mia vita. Il Signore mi chiama a "salire sul monte", a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui l’ho fatto fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze. Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria: lei ci aiuti tutti a seguire sempre il Signore Gesù, nella preghiera e nella carità operosa.

BENEDETTO XVI

martedì 19 febbraio 2013

Benedetto XVI: ri-orientarsi decisamente verso Dio, rinnegando orgoglio ed egoismo


Dall'Angelus di domenica 17 febbraio

Mercoledì scorso, con il tradizionale Rito delle Ceneri, siamo entrati nella Quaresima, tempo di conversione e di penitenza in preparazione alla Pasqua. La Chiesa, che è madre e maestra, chiama tutti i suoi membri a rinnovarsi nello spirito, a ri-orientarsi decisamente verso Dio, rinnegando l’orgoglio e l’egoismo per vivere nell’amore. In questo Anno della fede la Quaresima è un tempo favorevole per riscoprire la fede in Dio come criterio-base della nostra vita e della vita della Chiesa. Ciò comporta sempre una lotta, un combattimento spirituale, perché lo spirito del male naturalmente si oppone alla nostra santificazione e cerca di farci deviare dalla via di Dio. Per questo, nella prima domenica di Quaresima, viene proclamato ogni anno il Vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto.

Gesù infatti, dopo aver ricevuto l’"investitura" come Messia – "Unto" di Spirito Santo – al battesimo nel Giordano, fu condotto dallo stesso Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. Al momento di iniziare il suo ministero pubblico, Gesù dovette smascherare e respingere le false immagini di Messia che il tentatore gli proponeva. Ma queste tentazioni sono anche false immagini dell’uomo, che in ogni tempo insidiano la coscienza, travestendosi da proposte convenienti ed efficaci, addirittura buone.

Gli evangelisti Matteo e Luca presentano tre tentazioni di Gesù, diversificandosi in parte solo per l’ordine. Il loro nucleo centrale consiste sempre nello strumentalizzare Dio per i propri interessi, dando più importanza al successo o ai beni materiali. Il tentatore è subdolo: non spinge direttamente verso il male, ma verso un falso bene, facendo credere che le vere realtà sono il potere e ciò che soddisfa i bisogni primari. In questo modo, Dio diventa secondario, si riduce a un mezzo, in definitiva diventa irreale, non conta più, svanisce. In ultima analisi, nelle tentazioni è in gioco la fede, perché è in gioco Dio. Nei momenti decisivi della vita, ma, a ben vedere, in ogni momento, siamo di fronte a un bivio: vogliamo seguire l’io o Dio? L’interesse individuale oppure il vero Bene, ciò che realmente è bene?


Come ci insegnano i Padri della Chiesa, le tentazioni fanno parte della "discesa" di Gesù nella nostra condizione umana, nell’abisso del peccato e delle sue conseguenze. Una "discesa" che Gesù ha percorso sino alla fine, sino alla morte di croce e agli inferi dell’estrema lontananza da Dio. In questo modo, Egli è la mano che Dio ha teso all’uomo, alla pecorella smarrita, per riportarla in salvo. Come insegna sant’Agostino, Gesù ha preso da noi le tentazioni, per donare a noi la sua vittoria (cfr Enarr. in Psalmos, 60,3: PL 36, 724). Non abbiamo dunque paura di affrontare anche noi il combattimento contro lo spirito del male: l’importante è che lo facciamo con Lui, con Cristo, il Vincitore. E per stare con Lui rivolgiamoci alla Madre, Maria: invochiamola con fiducia filiale nell’ora della prova, e lei ci farà sentire la potente presenza del suo Figlio divino, per respingere le tentazioni con la Parola di Cristo, e così rimettere Dio al centro della nostra vita.


BENEDETTO XVI

venerdì 15 febbraio 2013

Benedetto XVI, ecco la missione della Chiesa di domani

INCONTRO CON I PARROCI E IL CLERO DI ROMA
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI


E’ per me un dono particolare della Provvidenza che, prima di lasciare il ministero petrino, possa ancora vedere il mio clero, il clero di Roma. E’ sempre una grande gioia vedere come la Chiesa vive, come a Roma la Chiesa è vivente; ci sono Pastori che, nello spirito del Pastore supremo, guidano il gregge del Signore. E’ un clero realmente cattolico, universale, e questo risponde all’essenza della Chiesa di Roma: portare in sé l’universalità, la cattolicità di tutte le genti, di tutte le razze, di tutte le culture. Nello stesso tempo, sono molto grato al Cardinale Vicario che aiuta a risvegliare, a ritrovare le vocazioni nella stessa  Roma, perché se Roma, da una parte, dev’essere la città dell’universalità, dev’essere anche una città con una propria forte e robusta fede, dalla quale nascono anche vocazioni. E sono convinto che, con l’aiuto del Signore, possiamo trovare le vocazioni che Egli stesso ci dà, guidarle, aiutarle a maturare, e così servire per il lavoro nella vigna del Signore.

Oggi avete confessato davanti alla tomba di san Pietro il Credo: nell’Anno della fede, mi sembra un atto molto opportuno, necessario forse, che il clero di Roma si riunisca sulla tomba dell’Apostolo al quale il Signore ha detto: “A te affido la mia Chiesa. Sopra di te costruisco la mia Chiesa” (cfr Mt 16,18-19). Davanti al Signore, insieme con Pietro, avete confessato: “Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo” (cfr Mt 16,15-16). 


Così cresce la Chiesa: insieme con Pietro, confessare Cristo, seguire Cristo. E facciamo questo sempre. Io sono molto grato per la vostra preghiera, che ho sentito – l’ho detto mercoledì – quasi fisicamente. Anche se adesso mi ritiro, nella preghiera sono sempre vicino a tutti voi e sono sicuro che anche voi sarete vicini a me, anche se per il mondo rimango nascosto.


Per oggi, secondo le condizioni della mia età, non ho potuto preparare un grande, vero discorso, come ci si potrebbe aspettare; ma piuttosto penso ad una piccola chiacchierata sul Concilio Vaticano II, come io l’ho visto. 

mercoledì 13 febbraio 2013

Benedetto XVI: fare spazio (ritornare) a Dio preferendo l'amore della Croce al potere umano

Il cristiano è chiamato ogni giorno a far sí che, "nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l'amore diventino la cosa più importante", rifuggendo la tentazione della "ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione". In una sola parola, significa "convertirsi", come ci chiede il cammino di Quaresima che inizia oggi, Mercoledì delle Ceneri, e sul quale ha appunto riflettuto il Santo Padre Benedetto XVI nella penultima Udienza generale del Suo Pontificato.

Questo "cammino che ogni cristiano deve percorrere" è certamente "non facile", soprattutto in questa epoca particolare della storia, dove non si è più cristiani solo per il semplice fatto di "vivere in una società che ha radici cristiane". Tutt'altro. "Non è facile", infatti, superare quelle tante prove che "toccano la vita personale e sociale": fedeltà al matrimonio cristiano, spirito misericordioso nella vita quotidiana, spazio alla preghiera e al silenzio interiore, opposizione ad aborto, eutanasia o selezione degli embrioni... 

Chiaramente, superare queste prove richiede un surplus di impegno, un "rinnovare la scelta" della fede ogni giorno, "più volte nella vita". 

Ma l'epoca contemporanea, caratterizzata dall'"eclissi del senso del sacro" è tuttavia ricca di persone che, pur vivendo "in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione", hanno aperto le porte dei loro cuori a Dio, convertendosi. 

Il Papa ha citato gli esempi dello scienziato agnostico Pavel Florenskij, che finisce per "farsi monaco"; della giovane olandese di origine ebraica Etty Hillesum, che ritrova Dio nella tragedia della Shoah; della politica marxista statunitense Dorothy Day, che dedica poi tutta la sua vita ai diseredati...

Insomma, "il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalla illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiale". Per vivere bene la Quaresima, bisogna quindi fare "spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana", preferendo "l'amore della Croce" al "potere umano".

Nella Santa Messa per l'imposizione delle Ceneri, celebrate quest'anno nella Basilica Vaticana per via del "particolare momento" della conclusione del suo ministero petrino, il Santo Padre ha riflettuto sulla necessità di "ritornare a Dio con tutto il cuore", attingendo "spunti" dalle Letture della liturgia, che devono concretizzarsi in "atteggiamenti e comportamenti concreti".

Questo "ritorno al Signore è possibile come 'grazia', perché è opera di Dio e frutto della fede che noi riponiamo nella sua misericordia", e "diventa realtà concreta" solo se ci lasciamo "lacerare il cuore", agendo "sulla propria coscienza e sulle nostre intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta".

Questo richiamo è tuttavia rivolto a tutta la comunità, perché "la dimensione comunitaria è un elemento essenziale nella fede e nella vita cristiana" e "la fede è necessariamente ecclesiale". Cosicché bisogna riflettere su questo aspetto, che spesso offre una cattiva testimonianza soprattutto a coloro che sono "lontani dalla fede o indifferenti", come nel caso delle divisioni della Chiesa e "nel corpo ecclesiale", quando non vengono superati "individualismi e rivalità".

La "salvezza" ci viene offerta come "un'urgenza", un "momento che non può essere lasciato sfuggire", "come un'occasione unica e irripetibile", ma che passa necessariamente "attraverso la Croce".

Un'ultima riflessione il Papa l'ha riservata all'incisività della testimonianza, che è tale "quanto meno cercheremo la nostra gloria e saremo consapevoli che la ricompensa del giusto - colui che rifugge "l'applauso e l'approvazione" - è Dio stesso".

Giovanni Tridente

lunedì 11 febbraio 2013

Benedetto XVI, la Chiesa giovane e la fedeltà al suo programma di governo sotto la guida di Dio

Benedetto XVI lo aveva già annunciato il 24 aprile del 2005 quale sarebbe stato il suo "vero programma di governo", cioè quello di ascoltare sempre la parola e la volontà del Signore, per lasciarsi "guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia". 

In quella stessa circostanza, nella prima Messa per l'inizio del suo ministero petrino, riferendosi all'eredità lasciata dal suo Predecessore Giovanni Paolo II - sperimentata proprio "nei tristi giorni della malattia e della morte del Papa" - disse che "la Chiesa è viva. E la Chiesa è giovane. Essa porta in sé il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi la via verso il futuro".

Concetti che è ritornato a ribadire proprio tre giorni fa, incontrando per l'ultima tradizionale Lectio divina i seminaristi del Pontificio Seminario Romano Maggiore, quasi a chiusura del ciclo del suo intenso pontificato, un'eredità per coloro che saranno i sacerdoti di domani: "da cristiani abbiamo il futuro, il futuro è nostro, il futuro è di Dio" e "l'albero della Chiesa non è un albero morente, ma l'albero che cresce sempre di nuovo", "si rinnova sempre", perché "il futuro è realmente di Dio".

Oggi il Papa ha comunicato le sue dimissioni, una "decisione di grande importanza", sicuramente inaspettata, "dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio" e dopo aver sperimentato il venir meno del "vigore sia del corpo, sia dell’animo", altrimenti necessari "per esercitare in modo adeguato il ministero petrino". Soprattutto, ha aggiunto, "nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede", riconoscendosene umilmente "incapace".

"Per quanto mi riguarda", ha concluso Benedetto XVI, "anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio".

Ecco la chiave di volta, "Santa Chiesa di Dio", dal quale parte tutto e verso dove bisogna orientare la nostra vocazione di Battezzati. La Chiesa è di Dio, così come il suo futuro, ed è per questo che è sempre "viva", è sempre "giovane", sempre si rinnova, come ci ha insegnato Benedetto XVI.

E anche per questo "Giovane Chiesa", questo umile blog, continuerà a raccontare questa vitalità. 

Grazie Santo Padre, grazie per la sua profonda umanità ed umiltà e per gli abbondanti doni che Cristo, attraverso di Lei Suo Vicario, ha diramato su tutta la Chiesa in questi splendidi anni di generoso e provvidenziale pontificato vissuto da Servo dei Servi. Le assicuro come sempre le mie preghiere.

Giovanni Tridente

domenica 10 febbraio 2013

Benedetto XVI: il cristiano è martire, disperso e straniero ma eletto da Dio

"Nessuno può essere cristiano senza seguire il Crocifisso, senza accettare anche il momento martirologico", "che può avere forme molto diverse". Tuttavia, "dobbiamo essere grati e gioiosi" per essere stati "eletti" da Dio "da sempre, prima della nostra nascita, del nostro concepimento". Lo ha detto Benedetto XVI incontrando i seminaristi del Pontificio Seminario Romano Maggiore, ai quali ha tenuto la tradizionale Lectio Divina sulla Prima Lettera di San Pietro (1, 3-5).

Questo "privilegio" dell'essere stati scelti da parte di Dio, rappresenta al tempo stesso una risposta in "umiltà", perché, come cristiani, diventiamo al tempo stesso"dispersi", "stranieri" e "perseguitati", nel senso che siamo chiamati "contro le tendenze dell'egoismo, del materialismo" di cui il mondo è saturo, restando "una minoranza", "in una situazione di estraneità , generando negli altri "meraviglia che uno possa ancora credere e vivere così".

Ma in ciò si trova "la forma di essere con Cristo Crocifisso", "non vivendo secondo il modo in cui vivono tutti , ma vivendo - o cercando almeno di vivere - secondo la sua Parola, in una grande diversità rispetto a quanto dicono tutti". Una forma che si fa "missione" "di essere responsabili per gli altri, e, proprio così, dando forza al bene nel nostro mondo".

Essere cristiano, ha aggiunto il Papa, "non è un atto solo della mia volontà, non primariamente della mia volontà, della mia ragione: è un atto di Dio". Ecco perché "io non posso farmi cristiano, ma vengo fatto rinascere, vengo rifatto dal Signore nella profondità del mio essere". In questo modo - attraverso il Battesimo "che è un processo di tutta una vita" - entro "in una nuova famiglia: Dio, il Padre mio, la Chiesa mia Madre, gli altri cristiani, miei fratelli e sorelle".

Da cristiani abbiamo anche "il futuro", perché riceviamo in "eredità" "l'albero della Chiesa", "che cresce sempre di nuovo", anche se molti "profeti di sventura" ci impressionano dicendoci il contrario. È pur vero che ci sono "cadute gravi, pericolose, e dobbiamo riconoscere con sano realismo che così non va" quando si fanno "cose sbagliate". Però al tempo stesso bisogna essere sicuri "che se qua e là la Chiesa muore a causa dei peccati degli uomini, a causa della loro non credenza", ugualmente "nasce di nuovo".

In tutto ciò ci è di garanzia "la fede", come "il vigile che custodisce l'integrità del mio essere, della mia vita, della mia eredità" e "ci protegge, ci aiuta, ci guida, ci da la sicurezza". Grazie alla fede, insomma, noi tocchiamo "con il nostro cuore Cristo" ed entriamo "nella forza della sua vita, nella forza risanante del Signore".

Giovanni Tridente

giovedì 7 febbraio 2013

Benedetto XVI: ragione, amore e libertà alla base dell'origine dell'uomo

"La nostra origine non è l'irrazionale e la necessità, ma la ragione e l'amore e la libertà". Il mondo, perciò, "non è un insieme di forze tra loro contrastanti" ma si fonda proprio su questa "Ragione eterna di Dio", che continua a sorreggerlo. Credere in questa razionalità, inoltre, "illumina ogni aspetto dell'esistenza e dà il coraggio di affrontare con fiducia e con speranza l'avventura della vita". Benedetto XVI ha sintetizzato con queste parole, attingendo ampiamente dalla Sacra Scrittura, l'origine del mondo e dell'umanità per opera del suo Creatore, commentando il passo successivo del Credo - "Creatore del cielo e della terra" - nel ciclo di catechesi dedicato all'Anno della fede che tiene nell'Udienza del mercoledì.

"Nella bellezza della creazione si dispiega la sua onnipotenza di Padre che ama" - un Padre buono, amorevole e fedele - e si dischiude un "appello alla fede di noi credenti" per proclamarlo come tale. La fede, infatti, implica "di saper riconoscere l'invisibile individuandone la traccia nel mondo visibile". Tuttavia, per "leggere il grande libro della natura e intenderne il linguaggio" è necessario ricorrere alla "Parola di rivelazione", contenuta nella Bibbia.

Il testo sacro, lungi da essere "un manuale di scienze naturali" è l'unico in grado di "far comprendere la verità autentica e profonda delle cose", e cioè che tutto ciò che Dio ha creato "è bello e buono, intriso di sapienza e di amore", ordinato e armonico.

Al vertice di questa creazione ci sono "l'uomo e la donna", "un'unica umanità plasmata con l'unica terra di Dio", "al di là delle distinzioni operate dalla cultura e dalla storia" e di ogni differenza sociale. Tutti, poi, "portiamo in noi l'alito vitale di Dio", ed è qui che si colloca "la ragione più profonda dell'inviolabilità della dignità umana" contro quegli interessi "utilitaristici e di potere". L'uomo, in sostanza, "non è chiuso in se stesso, ma ha un riferimento essenziale in Dio".

lunedì 4 febbraio 2013

Benedetto XVI: la vita consacrata, segno di contraddizione contro i profeti di sventura

Una fede che dia luce alla propria vocazione, "che sappia riconoscere la sapienza della debolezza" e che, rinnovata, renda "pellegrini verso il futuro". È questo l'invito che Benedetto XVI ha rivolto a tutti i membri degli Istituti di vita consacrata, nel giorno al loro dedicato, nella liturgia della Presentazione di Gesù al Tempo, il 2 febbraio.

"Non unitevi ai profeti di sventura che proclamano la fine o il non senso della vita consacrata nella Chiesa dei nostri giorni", ha ribadito il Papa, spronando le consacrate e i consacrati a farsi strumento che "irradia" la "luce di Dio", "che evangelizza le genti", ma che non è immune dal passare - "necessariamente" - attraverso la "sofferenza del cuore che forma un tutt'uno col Cuore del Figlio di Dio, trafitto per amore".

Per "alimentare" la propria fede, il Santo Padre suggerisce di "fare memoria, come in un pellegrinaggio interiore, del 'primo amore' con cui il Signore Gesù ha riscaldato il vostro cuore", stando a tu per tu con Lui, "nel silenzio dell'adorazione" e ripartire così per un rinnovato servizio a Dio e ai fratelli.

"Nella società dell'efficienza e del successo, la vostra vita segnata dal 'minorità' e dalla debolezza dei piccoli, dall'empatia con coloro che non hanno voce, diventa un evangelico segno di contraddizione", ha aggiunto Benedetto XVI.

Questa riflessione si ricollega direttamente con l'Angelus di ieri mattina, quando il Papa ha ricordato che "il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona". 

Per cui, "credere in Dio significa rinunciare ai propri pregiudizi e accogliere il volto concreto in cui Lui si è rivelato: l'uomo Gesù di Nazaret", la via che conduce "anche a riconoscerlo e a servirlo negli altri". Proprio come sono chiamati a fare i membri degli Istituti di Vita Consacrata, seguendo l'esempio "illuminante" della Vergine Maria, "la Consacrata per eccellenza".

Giovanni Tridente

giovedì 31 gennaio 2013

Benedetto XVI: Bene, perdono e amore di Dio, l'unica potenza che vincerà!

Quando affermiamo "Io credo in Dio Padre onnipotente", stiamo in effetti esprimendo "la nostra fede nella potenza dell'amore di Dio", che attraverso la morte in croce del suo Figlio Gesù, ha sconfitto "l'odio, il male, il peccato e ci apre alla vita eterna". Si tratta, perciò, di "un atto di fede, di conversione, di trasformazione del nostro pensiero, di tutto il nostro affetto, di tutto il nostro modo di vivere". Infatti, "il vero modo di essere potenza" di Dio è totalmente diverso da quello che professa il mondo e da ciò che siamo soliti pensare "secondo i nostri schemi mentali e i nostri desideri". 

Così si è espresso Benedetto XVI nell'Udienza Generale di questa settimana, commentando il significato della espressione iniziale del Credo, e continuando il ciclo di catechesi dedicato all'Anno della fede.

L'Onnipotenza di Dio si esprime pertanto "nell'amore, nella misericordia, nel perdono, nell'accettare la nostra libertà e nell'instancabile appello alla conversione del cuore". Un atteggiamento che può apparire "debole" ("fatto di pazienza, di mitezza e di amore"), ma che in definitiva dimostra come "solo chi è davvero potente può sopportare il male e mostrarsi compassionevole; solo chi è davvero potente può esercitare pienamente la forza dell'amore".

"La vera, autentica e perfetta potenza divina" consiste dunque nel "rispondere al male non con il male ma con il bene, agli insulti con il perdono, all'odio omicida con l'amore che fa vivere". Ed è questa l'unica potenza che "vincerà!".

Questa amorevolezza di estrema potenza configura anche un altro aspetto di Dio, quello cioè della sua paternità. Infatti, "come Padre, Dio accompagna con amore la nostra esistenza, donandoci la sua Parola, il suo insegnamento, la sua grazia, il suo Spirito". Ed è "così buono" che "non abbandona mai i suoi figli", "sorregge, aiuta, accoglie, perdona, salva", e tutto ciò "con una fedeltà che sorpassa immensamente quella degli uomini, per aprirsi a dimensioni di eternità".

E sono proprio le nostre manchevolezze, "la nostra debole natura umana, la nostra fragilità" a fare "appello alla misericordia del Signore perché manifesti la sua grandezza e tenerezza di Padre aiutandoci, perdonandoci e salvandoci". E Dio ovviamente risponde a questo nostro appello, "inviando il suo Figlio, che muore e risorge per noi", culmine e manifestazione del sua onnipotenza.

Giovanni Tridente

lunedì 28 gennaio 2013

Benedetto XVI: nell'unione matrimoniale la fede fa crescere e fruttificare l'amore degli sposi

Nell'unione matrimoniale tra uomo e donna, la fede è indispensabile per far "crescere e fruttificare" l'amore dei coniugi, "dando spazio alla presenza di Dio Trinità e rendendo la stessa vita coniugale, così vissuta, 'lieta novella' davanti al mondo". Tuttavia, anche nel caso di nubendi non credenti, "ai fini della sacramentalità" (perché il patto resti "indissolubile") è "condizione minima necessaria" "l'intenzione di fare ciò che fa la Chiesa", fermo restando che è impossibile separare totalmente questi due aspetti (intenzione e fede).

È quanto spiegato dal Santo Padre Benedetto XVI ai membri del Tribunale della Rota Romana, ricevuti in udienza in occasione dell'inaugurazione dell'Anno giudiziario, incentrando il suo intervento sul "rapporto tra fede e matrimonio" e sulle conseguenze che "l'attuale crisi di fede" genera parimenti nelle famiglie, "con tutto il carico di sofferenza e di disagio".

Tra le "pressanti sfide" che la "cultura contemporanea" impone all'uomo d'oggi, vi è senz'altro il dubbio acclarato "sulla capacità stessa dell'essere umano di legarsi" in maniera indissolubile per tutta la vita, e l'affermazione che ciò invece sia "in contrasto con la sua libertà e con la sua autorealizzazione".

La storia dimostra che "il rifiuto della proposta divina" porta "ad uno squilibrio profondo in tutte le relazioni umane", inclusa dunque "quella matrimoniale", condannando l'uomo "a chiudersi nel suo egoismo ed egocentrismo".

Per cui, senza la fede diviene difficile "vivere la mutua dedizione e la fedeltà coniugale", anche se ciò non significa che non sia possibile essere fedeli anche "nel matrimonio naturale", il quale "non è privo dei beni" che provengono da Dio. In ogni caso, "il rifiuto della dimensione sacra dell'unione coniugale" - ha aggiunto il Papa - rende sicuramente "ardua l'incarnazione concreta del modello altissimo di matrimonio concepito dalla Chiesa secondo il disegno di Dio".

La vicinanza di Dio permette allora di "superare anche le situazioni più avverse", come dimostrano le esperienze di fede dei Santi - "che hanno vissuto l'unione matrimoniale e familiare nella prospettiva cristiana" -, ed è importante "nella realizzazione dell'autentico bene coniugale, che consiste semplicemente nel volere sempre e comunque il bene dell'altro".

Giovanni Tridente

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