"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)
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domenica 4 ottobre 2020

"Fratelli tutti": nel giorno del Poverello di Assisi, ecco la terza Enciclica di #PapaFrancesco sulla fraternità e l'amicizia sociale


Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l'appartenenza come fratelli. Queste parole, pronunciate da Papa Francesco nella solitudine di Piazza San Pietro, in quella sera del 27 marzo nel pieno della pandemia, quando milioni di occhi vi assistevano soltanto attraverso i mezzi di comunicazione collegati in mondovisione, assumono oggi un significato ancora più delineato se non profetico. 

Il 4 ottobre, Festa di San Francesco d’Assisi, viene infatti consegnata al popolo fedele (e a tutti gli “uomini di buona volontà”) la nuova Enciclica (“lettera circolare”) del Santo Padre, intitolata proprio Fratelli tutti e legata ai temi della fraternità e dell’amicizia sociale, come si legge nel sottotitolo.


Come consuetudine, questo tipo di documento magisteriale prende il nome dall’incipit del documento, e anche questa volta, come era avvenuto per la Laudato si’, Papa Francesco si è ispirato al Santo Patrono d’Italia, e in particolare alla frase contenuta nelle Ammonizioni, 6, 1: FF 155: Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce. Fraternità, intesa come appartenenza alla stessa creazione, lascia dunque intravedere un legame inevitabilmente a doppio filo con la precedente Enciclica, incentrata “sulla cura della casa comune”. 

Una particolarità di questa Lettera sarà il fatto che il titolo rimarrà inalterato nell’originale italiano anche nelle altre traduzioni in cui sarà diffusa. E con “fratelli tutti” il riferimento è evidentemente a tutto il genere umano, legato da questo rapporto poiché “tutti” Figli dello stesso Padre.


Ci sarebbero tante cose da dire su quanto sia centrale il tema della fraternità nel Magistero di Papa Francesco, a cominciare da quel suo primo pronunciamento dalla Loggia di Piazza San Pietro, la sera stessa dell’elezione: Fratelli e sorelle, buonasera!

E poi il primo viaggio – drammatico – fuori dai confini del Vaticano a quattro mesi dall’elezione, nell’isola di Lampedusa, teatro di tante tragedie legate al fenomeno delle immigrazioni forzate, con centinaia di morti in mare che portarono Papa Francesco a dire: «Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue?… Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?».

L’anno dopo, l’8 giugno 2014, la stretta di mano tra i presidenti israeliano e palestinese nei Giardini vaticani con la parola “fratello” a fare da “chiamata a spezzare la spirare dell’odio e della violenza” tra i popoli e “proclamare” la pace. E poco più di un anno fa, il 4 febbraio 2019, la firma della “Dichiarazione sulla fratellanza umana” ad Abu Dhabi con quel forte invito a riscoprirsi fratelli per promuovere insieme anche qui la giustizia e la pace, garantendo i diritti umani e la libertà religiosa.

Nel segno del “Poverello di Assisi”, da cui Jorge Mario Bergoglio ha preso il nome da Papa, lo sarà anche questa terza Enciclica, presso la cui tomba il Pontefice la firma, e non suoneranno affatto estranee parole come povertà, ecologia, fraternità, giustizia sociale, contemplazione del creato, vicinanza agli ultimi, interesse per ogni uomo e per tutto l’uomo.

Lo spartiacque della pandemia

C’è evidentemente uno spartiacque nel magistero di Papa Francesco, che non può essere ignorato ma perché non può essere ignorato quanto siano cambiate le abitudini e le esigenze di tutta l’umanità, da molti mesi costretta a combattere l’insidiosità e la pericolosità di una pandemia che ha mietuto già molte vittime. 

Dal quel 27 marzo in Piazza San Pietro, solo e claudicante sotto la pioggia, Papa Francesco non ha smesso di mostrare come l’emergenza sanitaria sia una dimostrazione di ciò che profondamente ci lega come esseri umani, e cioè l’appartenenza alla stessa famiglia esistenziale, la imprescindibile “connessione” con tutto il resto del creato e la necessità di prendersene cura, anche se profeticamente lo aveva “diagnosticato” già cinque anni fa con la Laudato si’. Da questo “tutto nel mondo è intimamente connesso”, evidentemente scaturiscono le comuni conseguenze negative, ma anche l’approccio e la sfida a migliorarsi e a migliorare tutto ciò che ci circonda, per il bene nostro e di chi ci è simile.

La Chiesa è stata in prima linea e l’appello – costante – del Papa a prendersi cura di chi rimaneva indietro ha generato molteplici percorsi di solidarietà e sostegno. Adesso è il momento di “passare all’incasso”, di rendere quella solidarietà estemporanea qualcosa di duraturo e sistematico, per una ragione di fedeltà al Vangelo e alla chiamata ricevuta con il Battesimo.

Per queste e altre ragioni, anche allo scopo di dare un contributo concreto a vedere oltre il proprio naso e a estendere lo sguardo oltre l’immediatezza del proprio “tornaconto”, alla ripresa della pausa estiva, il Papa ha iniziato una serie di catechesi del mercoledì (Udienze generali) incentrate sulla necessità e urgenza di “guarire il mondo” ferito dalla pandemia, attingendo alla grande ricchezza della Dottrina Sociale della Chiesa. Lo aveva già ripetuto all’inizio della pandemia e insiste nel dirlo: da una crisi si esce migliori o peggiori, sta a noi fare di tutto per uscirne migliori. 

Guardando dunque alle ultime Udienze – che dal mese di settembre prevedono anche la presenza di fedeli, seppur nel più contenuto Cortile di San Damaso, a cui si accede rispettando le precauzioni sanitarie previste – ci sono alcune parole chiave che si intrecciano a doppio filo con la necessità di uscire migliori dalla crisi, ma anche se vogliamo “più generosi”, “più umani” e quindi “più fratelli”.

Fede, speranza e carità

Sicuramente, la pandemia ha messo allo scoperto le nostre vulnerabilità come esseri umani, e il primo antidoto per non soccombere di fronte alle difficili sfide che ci aspettano è avere uno sguardo di fede, per poter così sperare in un “Regno di guarigione e di salvezza” che si rende inevitabilmente presente nella nostra epoca attraverso gesti di carità. Il punto di partenza sono dunque per il Papa le tre virtù teologali con lo sguardo fisso sull’esempio di Gesù, e grazie ad esse ciascun battezzato può “assumere uno spirito creativo e rinnovato” per “trasformare le radici delle nostre infermità fisiche, spirituali e sociali”.

Per essere concreti, il Papa evidenzia quelli che sono i principi che in forme diverse esprimono le virtù teologali e possono aiutare a preparare un futuro più roseo. Sono tutti legati alla tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa e interpellano dirigenti e responsabili della società: dignità della persona, bene comune, opzione preferenziale per i poveri, destinazione universale dei beni, solidarietà, sussidiarietà, cura della nostra casa comune. 

Su ciascuno di questi principi il Papa ha dunque riflettuto nel corso delle ultime Udienze, allo scopo di consentire a tutti di “recuperare la vista” e “riscoprire cosa significa essere membri della famiglia umana” e prendersi cura di tutto ciò che in un certo senso ci riguarda.

Contemplazione

Una ulteriore parola che il Pontefice ha ripetuto con frequenza è quella della contemplazione, che insieme a cura rappresentano due attitudini “per correggere e riequilibrare la nostra relazione come essere umani con la creazione", una relazione che possa essere "fraterna" anche se in senso figurato, come ha detto in una delle ultime udienze.

La contemplazione permette da una parte di riconoscersi come parte della creazione e dall’altra di “tutelare” in un certo senso anche tutti gli altri membri della stessa, “la persona con tutta la sua ricchezza". E c’è una legge che vale sempre: “Chi sa contemplare, più facilmente si metterà all’opera per cambiare ciò che produce degrado e danni alla salute”.

Insomma, "contemplare per curare, contemplare per custodire, custodire noi, il creato, i nostri figli, i nostri nipoti e custodire il futuro", ha spiegato Francesco, ben sapendo que non si tratta di delegare solo ad alcuni, poiché è una missione che riguarda “ognuno di noi”, tutti fratelli.

Articolo apparso in lingua spagnola sul numero di ottobre della Revista Palabra.

martedì 3 marzo 2020

I 7 anni di pontificato di Papa Francesco secondo me...

Versione in italiano dell'intervista rilasciata a Drazen Kustura sul settimanale di Sarajevo Katolički tjednik, in uscita il 3 marzo 2020 [Disponibile QUI]


D - Egregio professore Tridente, sette anni fa, i cardinali hanno eletto papa Francesco come successore di san Pietro. Secondo Lei, quali sono le principali caratteristiche del suo pontificato?

R - Non è semplice riassumere in poche battute le caratteristiche di questo pontificato, che seppur iniziato di recente ha avviato una serie di processi in tanti campi, a cominciare dalla riforma della Curia Romana, che erano stati richiesti proprio dalle Congregazioni generali dei Cardinali in sede di Conclave. Tuttavia, volendo essere sintetici ma pragmatici, direi che questo è un pontificato a forte trazione pastorale, che intende ricondurre all’essenziale gli uomini e le donne del nostro tempo attraverso una vicinanza concreta di ogni pastore d’anime. E in questo Papa Francesco è il primo – dal primo giorno – a dare l’esempio, proprio come Vescovo di Roma e quindi della Chiesa universale. In questa nostra epoca lo Spirito Santo, attraverso la guida che è il Successore di San Pietro, sta dunque dando alla Chiesa una impronta missionaria, che ha come conseguenza una reale “incarnazione” del messaggio evangelico nella vita della gente.

D - Dall'inizio del suo servizio, Papa Francesco ha convinto molti con la sua semplicità. Quanto è cambiata la percezione esterna della Chiesa con il suo pontificato, specialmente in Italia e poi nel mondo?

R - Più che la percezione esterna della Chiesa direi che è cambiato il mondo. In pochissimi anni, grazie anche al frenetico sviluppo tecnologico e all’avanzare dei social con il continuo popolamento di questo ambiente da fette sempre più numerose di popolazione, ci siamo scoperti tutti “intimamente connessi”, come afferma Papa Francesco in Laudato si’. Ciò ha portato anche la Chiesa a parlare con maggiore incidenza nelle questioni che più interessano la vita delle persone. C’è anche da dire che la stessa nostra epoca vive una crisi di leadership molto forte, quindi ha una grande necessità di personalità carismatiche, che possano aiutare ad affrontare meglio le grandi instabilità sociali, culturali e anche personali che ci troviamo a vivere. Una personalità forte come Papa Francesco – forte proprio perché semplice e genuino nella sua quotidianità e vicinanza umana –, è ciò che oggi sembra rispondere meglio a questa fame di senso.

D - Molti diranno che Francesco è un buon comunicatore e che i media lo adorano. Eppure, a volte, i media hanno trasmesso in modo sensazionale alcune delle sue dichiarazioni, presentandole con nuovi insegnamenti della Chiesa. Quanta verità c'è? Il Papa ha introdotto una nuova dottrina?

R - Anche in questo caso direi che il focus va orientato proprio sui comunicatori e sugli operatori dell’informazione piuttosto che sul Papa o sulla Chiesa. Nel senso che, con molta frequenza assistiamo a “travisazioni” del messaggio del Pontefice, principalmente perché non viene acquisito con la giusta attenzione – e quindi semplificato per ragioni di velocità e immediatezza; secondariamente, perché si preferisce la via breve del sensazionalismo, che casomai fa vendere più copie e porta più click ma porta ad omettere la trasmissione di un contenuto coerente e vero, che all’opposto richiede tempo di studio, giusta analisi e qualificata contestualizzazione. Il problema dunque non è tanto del Papa ma di chi mette nella bocca del Papa parole e argomentazioni che o non ha pronunciato o addirittura ha spiegato in maniera opposta. Tra l’altro, questo non è solo un cattivo lavoro che si fa alla Chiesa ma alla verità e alla società intera.


D - L'attuale Santo Padre sembra avere il maggior numero di nemici nella gerarchia della Chiesa. Si parla spesso di due correnti: conservatrice e progressista. Come concilia queste due posizioni? Francesco è un progressista che si discosta dalla tradizione ecclesiale?

R - Cadere nel tranello della semplificazione per categorie, tra l’altro superate abbondantemente anche storicamente, potrebbe indurre in una valutazione falsata del fenomeno. A mio giudizio esiste, da una parte, la reale coerenza del magistero di Papa Francesco rispetto a quello dei predecessori, e con tutta la tradizione ecclesiale per quanto riguarda i cardini dottrinali dell’insegnamento della Chiesa. Dall’altra parte esistono delle reazioni scomposte che apparentemente hanno a che fare con una presunta preoccupazione per la “conservazione del deposito di fede” ma che scavando in profondità nascondono altri tipi di ragioni, spesso politiche o addirittura dovute ad un “potere” perduto. In mezzo a tutto questo, le vere vittime sono le anime semplici di chi è estraneo a logiche politiche eppure assiste ad uno spettacolo indecoroso che mette in dubbio l’autorità morale di oltre un miliardo di fedeli. Detto ciò, è comunque chiaro che queste continue “mine” non praevalebunt.

D - In relazione alla domanda precedente, sembra che i tradizionalisti aderiscono a Benedetto XVI e i progressisti a Francesco. C'è una grande differenza tra loro due o no?

R - Mi riallaccio alla risposta precedente e aggiungo che proprio Benedetto XVI aveva invitato a superare “l’ermeneutica della discontinuità” parlando invece di “ermeneutica della riforma”, di una sorta di rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa, riferendosi al Concilio Vaticano II e – guarda caso – al doppio registro che aveva avuto il racconto di quella importante assise conciliare nell’ambito dei mass media. È inevitabile che in persone diverse per provenienza, cultura, esperienze e impegni anche in seno alla stessa Chiesa vi siano delle differenze di approcci, abitudini, modus operandi, ecc. Ma ciò che è chiaro, e ciò che veramente interessa quando si parla di insegnamenti pontifici, è proprio questa continuità magisteriale, che pur con le dovute differenze di “attuazione pratica” potremmo dire, permane nel tempo, anzi si accresce ogni giorno di più, in fedeltà alla Tradizione, alla Parola di Dio e a tutto il Magistero precedente.

D - Molti hanno atteso con impazienza la pubblicazione della Esortazione Apostolica post-sinodale 'Querida Amazonia'. Prima di tutto, a causa di due domande: viri probati e ordinazione delle donne. Dal momento che il Papa non ha portato nulla di nuovo, si può concludere che si tratta di una "vittoria" per i tradizionalisti?
R - Qui bisogna domandarsi: per cosa era stato convocato il Sinodo sull’Amazzonia? Non certo per rispondere a quelle due domande che lei cita, che sono venute fuori più da una preoccupazione esagerata o da una semplificazione mediatica che altro. Certo, dopo aver creato presunte aspettative, è stato facile “posizionarsi” a favore e contro aperture o chiusure che però non erano esattamente all’ordine del giorno. Finalmente, con l’Esortazione apostolica "Querida Amazonia", scaturita dal cuore orante del Santo Padre – come lui stesso ha scritto –, si è messo anche fine a una serie di speculazioni che hanno dimostrato non avere alcuna ragione di fede o dottrinale, ma che restano legate a categorie politiche. Per non cadere anche noi nel rischio della semplificazione dobbiamo allora prendere tra le mani questo importante documento e meditarlo ogni giorno. Credo che sia un vero gioiello spirituale che il Papa consegna ancora una volta a tutta la Chiesa.


D - La Chiesa in Germania iniziò il Sinodo mettendo enfasi su fatto che non avrebbe rispettato ciò che il Papa aveva suggerito loro. Cosa ci si può aspettare da questo Sinodo? È questa la più grande sfida del pontificato di Francesco?

R - Non conosco la situazione della Chiesa in Germania né ho seguito la vicenda da vicino. Ricordo però che a fine giugno dello scorso anno Papa Francesco ha inviato una Lettera a tutti i fedeli tedeschi in vista di questo appuntamento sinodale e ha invitato a guardare sempre alla prospettiva dell’unità della Chiesa. Infatti, in quella occasione il Papa scrive “Ogni volta che una comunità ecclesiale ha cercato di uscire dai suoi problemi da sola, affidandosi soltanto alle proprie forze, metodi e intelligenza, ha finito per moltiplicare e alimentare i mali che voleva superare”. Quindi, come il Santo Padre, anche io penso che bisogna procedere con saggezza e dare sempre la centralità delle nostre azioni allo Spirito Santo. Quanto alle vere sfide, mi preoccuperei di quelle che ognuno di noi è chiamato a vincere e così diventare veramente dei “portatori sani” di Vangelo.

D - Recentemente, film e serie sul papato sono stati ri-registrati (I due papi, Il giovane papa, Il nuovo papa ...). Sebbene sia una questione di finzione, quale messaggio inviano sulla Chiesa e sul Papa?

R - Innanzitutto credo che se l’industria cinematografica – con tutti i suoi limiti e le sue non tanto celate speculazioni commerciali – si interessi dell’argomento Chiesa ciò è segno che questa comunità universale – cattolica – ha forse ancora qualcosa da dire all’uomo di oggi. Fatte salve allora le opportune contestualizzazioni di queste opere di finzione (essere ispirato a una storia vera non significa essere fedele alla storia vera), e tolti di mezzo gli elementi pruriginosi e di facile gancio sul pubblico, credo che comunque qualcosa della “natura soprannaturale” di questa millenaria istituzione riesca a passare. Nel film “I due papi” a esempio, al di là delle categorizzazioni manichee verso le figure dei due pontefici, traspare comunque nei protagonisti la forza interiore e il loro spirito di servizio alla Chiesa e all’umanità. E questo credo che sia un elemento da valorizzare.

D - Sappiamo che è difficile dirlo, ma cosa possiamo aspettarci da papa Francesco in futuro?

R - Non vorrei essere frainteso, però ritengo che questi primi anni di pontificato, per la vivacità dei contenuti messi in campo e dei processi avviati anche in ambito spirituale, insieme alle tante prassi riconvertite e affinate riguardo all’organizzazione della struttura ecclesiastica, abbiano fornito le fondamenta per l’evangelizzazione dei prossimi anni. Ciò che il Santo Padre aveva intenzione di dire ormai lo ha detto, e con l’esempio ha testimoniato anche la strada che bisogna imboccare per essere veramente incisivi. I prossimi anni saranno un grande banco di prova per dimostrare da parte di noi laici se abbiamo veramente compreso la lezione oppure abbiamo preferito la vita comoda in poltrona, con una immagine che ha spesso utilizzato lo stesso pontefice. D’altronde, lui continuerà a svolgere il suo compito di guida e maestro.

D - Per concludere questa conversazione, quali sono alcuni dei tratti di papa Francesco che i cattolici dovrebbero adottare nella loro vita quotidiana?

R - Vorrei dirlo davvero con poche parole: farsi vicini, sporcarsi le mani con le sofferenze di chi ci è accanto, ascoltare, interessarsi davvero, frequentare posti diversi da quelli soliti a cui siamo abituati, incontrare chi è diverso da noi, accogliere chi è solo, rinunciare al proprio protagonismo, servire più che essere serviti, nutrirsi spiritualmente… Solo in questo modo riusciremo ad essere attrattivi anche per chi non è credente e a realizzare quel grande sogno che Benedetto XVI nutriva sulla crescita della fede in un’epoca in cui sembra che non ci sia più.

giovedì 23 novembre 2017

Preti sui social: alcune istruzioni per l'uso



Succede che una ragazza minorenne di Bologna denunci alla polizia di aver subito una violenza sessuale nei pressi della stazione, dopo una serata in cui aveva bevuto molti alcolici ed essersi svegliata seminuda in un vagone ferroviario.

Succede pure che, appresa la notizia riportata dai quotidiani locali, il parroco di una delle zone alla periferia della città, don Lorenzo Guidotti della San Domenico Savio, pubblichi sul suo profilo Facebook una esternazione deplorevole in cui si rivolge alla ragazza con toni a dir poco sprezzanti.

Nel post pubblicato alle 8 di sera, Guidotti, rivolgendosi alla vittima che neppure conosce, sposta il centro della questione. Dalla presunta violenza subita [le indagini sono in corso!] focalizza l’attenzione, e il suo giudizio sulla vicenda, sui comportamenti “indegni” della ragazza [ubriachezza, strane frequentazioni di cittadini stranieri…], chiosando: “se nuoti nella vasca dei piranha non puoi lamentarti se quando esci ti manca un arto…”.

Aggiunge inoltre una frase che probabilmente è quella che ha fatto più scalpore, almeno stando alle reazioni sui social: “Ma dovrei provare pietà? No!!”, che detta da un prete è veramente agghiacciante. Chiudendo il post con espressioni colorite che sono riportate nello screenshot del post sopra riportato.

Le reazioni di sdegno a questa esternazione incontrollata sono state giustamente unanimi, anche grazie alla estesa diffusione avuta successivamente nella Rete.

Sta di fatto che il parroco si è poi pentito, come risulta da una nota ufficiale diffusa dalla Diocesi di Bologna una volta che la polemica era montata, riconoscendo di aver sbagliato “i termini, i modi, le correzioni”.

Ha chiesto scusa alla ragazza e ai genitori per “le mie parole imprudenti” che “possono aver aggiunto dolore” ed ha affisso sulla porta della chiesa il cartello sottostante.

Ha provato a contestualizzare i motivi che hanno dato origine alla sua esternazione: “smantellare questa cultura dello sballo in cui i nostri ragazzi vivono”, e ha chiesto l’aiuto a chi è capace “magari di miglior linguaggio e possibilità [autorità, giornalisti, insegnanti, genitori]”. Vedi qui il video.

Si dà il caso che contemporaneamente il sacerdote abbia poi chiuso il suo profilo, e su questo diremo qualcosa più avanti.

Intanto, cosa ci insegna questa vicenda?

Che ogni parola che digitiamo sui social, e quindi pronunciamo in pubblico pesa come pietra.

Che non esiste il “virtuale”, che quasi sembrerebbe esimerci dalle nostre responsabilità: un’offesa su Facebook [aka ogni altro social] è un’offesa – e una ferita – reale.

Prima di rispondere a quel “a cosa stai pensando Caio?” che mister Facebook continuamente ci chiede, è bene immaginare ciascun individuo del variegato mondo di persone che leggerà la nostra risposta.

Oltre ai nostri amici più ristretti, c’è infatti una massa silenziosa che quasi mai interviene o mette “like” ma che attinge – nel bene e nel male – da ogni nostro pronunciamento.

Assumersi la responsabilità di questi “effetti” che non sono per nulla secondari, ci permette di dare anche un contributo “di bene” alla società civile [la massa silenziosa apparentemente nascosta].

Quanto al merito della vicenda, dispiace che un sacerdote possa utilizzare termini inconsueti e un atteggiamento che sembra contrastare con la missione che si è assunto il giorno in cui è stato ordinato [fedeltà al Vangelo].

Non si può nascondere a tal proposito una carenza di formazione all’uso dei social anche in ambito ecclesiale, carenza che risente purtroppo ancora di una visione strumentale [mezzi] invece che “culturale” [attenzione ai contenuti] della comunicazione in generale.

Certamente, non possiamo mandare a scuola di social gli oltre 400 mila sacerdoti sparsi in tutto il mondo. Sì però iniziare a incidere sin dagli anni del seminario sui futuri candidati al sacerdozio, come già qualche facoltà ecclesiastica a Roma fa da diversi anni.

Secondo gli studi sulla comunicazione istituzionale della Chiesa, infatti, abitare il web non deve incutere timore, ma diventare un vero e proprio campo da arare anche per i ministri del sacro, perché è lì che i fedeli trascorrono molte ore della giornata, come confermano i dati.

Lo stesso Papa Francesco, e i suoi predecessori, hanno suggerito di essere presenti in questi spazi di vita umana. Ovviamente, per far sentire la vicinanza della Chiesa a chi li abita, e per portare anche in questi ambienti conforto e vicinanza.

Non basta aprire un profilo social senza assumere la consapevolezza che se sei sacerdote quello è diventato da quel momento il tuo “pulpito” senza confini. Ma la Chiesa è fatta anche dai “laici” che vi appartengono, e anche loro hanno la stessa carica di responsabilità.

Se è confermato, come dicevamo sopra, che don Guidotti ha chiuso il suo profilo Facebook – nonostante abbia comunque chiesto scusa sia per iscritto che attraverso una registrazione video – questa sarebbe una ulteriore occasione persa per fare ammenda dei propri errori.

Restare lì sul social a scusarsi “di persona”, a chiarirsi, insomma a disputare felicemente, gli avrebbe potuto consentire di correggere il tiro e approfittare dello stesso mezzo con cui ha fatto del male per trarre qualcosa di buono dall’accaduto.

La vicenda conferma in ogni caso che gli “haters” in quanto categoria non esistono: gli haters siamo noi ogni qual volta ci lasciamo andare all’indignazione esacerbata e mettiamo da parte la possibilità di una discussione pacifica [felice, direbbe qualcuno].

Tutti siamo esposti a questo rischio, anche un prete, e pure coloro che nel condannare il suo atteggiamento – del quale ha poi chiesto scusa – si sono ugualmente “lasciati andare”, cadendo nello stesso errore che volevano stigmatizzare.

D’altronde, quando ci si polarizza, a restare poi nell’ombra è il vero tema che ci aveva portato a confrontarci: in questo caso la presunta violenza subita da una giovane vittima, del cui dolore dovremmo comunque tutti farci carico, ma che in fondo sembra già passato in secondo piano.

Il caso dimostra infine che non esiste una sola ragione, ma esistono tante ragioni, e soltanto da un confronto sereno, cercando di comprendere appunto le ragioni di tutti, è possibile recuperare una visione più chiara rispetto a ciò che caratterizza, e condiziona, le nostre esistenze, imparando a vivere meglio in società.


Read more: http://www.datamediahub.it/2017/11/13/sui-social-non-esiste-il-virtuale-il-caso-del-prete-di-bologna-e-della-ragazza-violentata/#ixzz4zF2sNIac

venerdì 2 giugno 2017

Essere #felici è possibile? Alessandro D'Avenia e l'arte della #speranza


di Daniela Monti (Corriere della Sera)

«Ancora adesso, a quarant’anni anni, mi sorprende il modo in cui i miei genitori mi dimostrano che per loro sono importante. Questo mi dà una forza che nessuno può togliermi», dice Alessandro D’Avenia e racconta della mattina di un mese fa — il 2 maggio, giorno del suo compleanno — colazione nello stesso bar milanese in cui si trova ora, con vista su Santa Maria delle Grazie: «Ci eravamo salutati il giorno precedente a Roma: loro tornavano a casa, a Palermo, mentre io ero diretto a Milano, per riprendere la scuola. Così il 2 mi alzo, vengo qui e, colpo di scena, li vedo entrare e venirmi incontro per un abbraccio: avevano passato la notte da mia sorella, volevano esserci per farmi gli auguri a sorpresa. Sono cose del genere che mi hanno permesso di diventare l’uomo che sono».

L’amore è il tema del prossimo libro — uscirà in autunno — ma è anche la voce principale del bilancio dei suoi quarant’anni, «non sarò giudicato sul numero delle copie che ho venduto, ma sulla capacità di lasciarmi voler bene e di volere bene. Sul compimento dei doni della vita».

Quanto è piena la sua vita? C’è il successo dei suoi libri: l’ultimo, «L’arte di essere fragili» (Mondadori), dallo scorso novembre è nella classifica dei più venduti, «pensavo di togliermi uno sfizio e fare un libro per i professori, sulla scuola che sogno con una letteratura al servizio della vita e non solo del programma, e invece...». C’è il suo lavoro di insegnante di italiano e latino al liceo San Carlo di Milano: «Ogni mattina, durante l’appello, guardo i miei studenti, uno per uno. Loro si spazientiscono. “Dai prof, è una tortura, perché lo fa?”. E io rispondo: perché voi siete più importanti della lezione. Curare le relazioni è la forma dell’amore nel nostro tempo veloce, fatto tutto di prestazioni anziché di presenze».

E l’amore di coppia? «Sto bene così — risponde — , ho scelto di dedicare la mia vita ai ragazzi, a scuola e nel volontariato. Mantenere il celibato è una decisione che ho maturato nel tempo. Non significa rinunciare all’amore, ma viverlo seguendo altre strade, quelle dove mi porta la mia passione, raccontare e ascoltare storie, a scuola, in teatro, nei libri. Non sono un filantropo e basta: la mia vita è piena del rapporto con Dio (ma non ho la vocazione sacerdotale) e il mio amore per lui, in fondo, ha un aspetto sentimentale: senza, non posso vivere».

Forse la ragazza giusta deve ancora arrivare. «Sono incantato dalla grazia femminile — precisa — ma Dio che è la fonte di quella grazia mi ha incantato ancora di più. Il mio non è idealismo, né sentimentalismo, né fuga dalla realtà. È un amore profondo, che cresce giorno per giorno e trabocca. E quando hai la fortuna di vivere un amore così, che fai? Te lo tieni stretto. I primi a restare perplessi sono i miei studenti: le loro reazioni vanno dal “che peccato” — e queste sono le ragazze — al “ma non ha voglia di una famiglia sua?”». Lei cosa risponde? «Li guardo e dico: vi sembra che io non abbia dei figli?».

Le chiederanno del sesso, di come riesca a vivere senza. «Raccontare l’incanto o il disincanto del sesso è raccontare l’amore. Noi facciamo l’amore come amiamo, il sesso rivela com’è la nostra capacità di amare. A volte fare l’amore è semplicemente dare una carezza. Oggi, al contrario di ciò che si pensa, vedo poca trasgressione, cioè capacità di andare oltre se stessi, di crescere. Essere fedeli è trasgressivo, essere gentili anche quando si è stanchi, chiedere scusa, sorprendere con un’attenzione inattesa è erotico».

Lei scrive per i ragazzi: sono loro il suo pubblico. «È un’etichetta che mi hanno appicciato addosso: il numero di libri venduti dimostra che non è così. Comunque non ci trovo niente di male: il pezzo di mondo che osservo tutti i giorni è quello della scuola e i ragazzi sono come cristalli, si lasciano leggere dentro, mentre più tardi, a 30 o 40 anni, impariamo tutti a mettere una maschera, diventiamo opachi, ma ciò di cui abbiamo profondamente bisogno resta uguale: che cosa ci affranca dalla morte, dal continuo cadere delle cose? I ragazzi vivono la fragilità delle relazioni da cui vengono, le stesse dei loro genitori, del tessuto famigliare. La grammatica delle relazioni andrebbe riscritta, dalla A alla Z».

Le sue relazioni come sono? «A me interessano le relazioni buone. Quanto tempo dedica un professore ad ogni singolo alunno? Quanto tempo dei nostri pasti è dedicato al volto di chi sta a tavola con noi? Ma più vado avanti, più sperimento la mia incapacità ad amare nel modo profondo che vorrei. Così rilancio, rilancio sempre».

Nel nuovo libro, ogni capitolo ha il nome di una donna, alla quale il narratore — unica voce maschile — chiede di raccontare la propria storia. Un libro al femminile per spiegare l’amore agli uomini? «Non mi interessa spiegare niente a nessuno, ma godermi la magia della narrazione, dando parola a ciò che altrimenti resta invisibile, prima di tutto a me stesso. Il dramma di un’educazione sentimentale basata sul possesso, per esempio: l’altro conta solo se mi è utile. Ma in amore o si fa morire l’altro per affermare se stessi, o si muore (metaforicamente) per lui. Ho scelto di far parlare le donne perché sanno meglio degli uomini il paradosso dell’amore. È un testo ispirato da un inatteso stupore e dolore: stavo lavorando su Leopardi e le parole sono arrivate senza che ne avessi il controllo razionale».

Essere felici è possibile? «Io ho una vita bellissima. E felice perché impegnata in ciò che amo, fatica compresa. Mi ha colpito il racconto di un amico: stava litigando con la moglie quando il loro bimbo si è messo in mezzo, con una foto del loro matrimonio. Il messaggio era chiaro: guardatevi, voi vi amate, voi siete questi della foto. Ha ricordato ai genitori che se loro si spezzano, anche lui si spezza. Oggi si dà per scontato che se c’è una crisi, la relazione finisce. Ma quel bambino e i miei studenti ci chiedono altro: dimostrami che sono la cosa migliore che ti sia capitata, che il mio essere qui è una benedizione per il mondo. Non penso che questa sia letteratura per ragazzi, ma per uomini e donne che sperano nel futuro e l’unico modo è imparare ad amare davvero, con le nostre fragilità, cadute, fallimenti. A quarant’anni ne ho collezionati così tanti da sapere che in futuro potrà andare solo meglio».

1 giugno 2017

giovedì 25 maggio 2017

Messaggio promozionale: pubblicato "Becoming a Vaticanist. Religious information in the Digital Age"


L'#emozione è sempre come la prima volta, anzi di più: con il tempo matura pure quella. #BecomingAVaticanist è già tra noi. Un ringraziamento speciale a Luigi Accattoli per la Prefazione. #Attesafinita

Dove lo trovate?

Su Amazon - IBS - Apple Store per adesso. Presto anche nelle librerie in versione cartacea.

Di cosa parla?

Ecco l'introduzione:

Informing on the Catholic Church requires some features that go beyond the classical procedures of “simple” journalism: its social outreach is inseparably bound to its spiritual nature and understanding that is the first step in a journalistic narrative that is faithful to reason and the identity of the institution. 

That premise leads the way to know and learn several other specificities, starting from the dynamic that characterizes the “production” of information on the Church’s part – which is linked to the original mandate of its founder – to the principles that it animates and the hierarchical structure it characterizes. 

Understanding this, one can move on to examine the channels from where materials are drawn to elaborate (sources, documentation), which is also very specific, without neglecting in this case the aspect of training and professional growth. Good corporate communications support will then make a difference."

* * *

Informare sulla Chiesa cattolica richiede delle peculiarità che vanno al di là delle procedure classiche del “semplice” giornalismo: la sua proiezione sociale è vincolata in maniera inseparabile alla sua indole spirituale, e comprendere ciò è il primo passo per un racconto giornalistico fedele alle ragioni e all’identità dell’Istituzione.

Tale premessa apre la strada a diverse altre specificità da conoscere e approfondire, a partire dalla dinamica che caratterizza la “produzione” di informazione da parte della Chiesa stessa, legata al mandato originario del suo fondatore, ai principi che la animano e alla struttura gerarchica che la caratterizza.

Compreso ciò si può passare ad esaminare i canali da cui attingere il materiale da elaborare (fonti, documentazione), anch’esso molto specifico, senza tralasciare anche in questo caso l’aspetto formativo e di crescita professionale. Un buon supporto di comunicazione istituzionale permetterà poi di fare la differenza.
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mercoledì 26 aprile 2017

TED Talk di Papa Francesco a #TED2017 in 24 tweet: "quando c'è il 'noi' comincia una #rivoluzione"



1. Il futuro è fatto di te, è fatto cioè di incontri, perché la vita scorre attraverso le relazioni.

2. L'esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro.

3. Anch'io avrei potuto essere tra gli "scartati" di oggi. Perciò nel mio cuore rimane sempre quella domanda: "Perché loro e non io"?

4. Possiamo costruire il futuro solo insieme, senza escludere nessuno.

5. In realtà tutto è collegato e abbiamo bisogno di risanare i nostri collegamenti.

6. Molti oggi, per diversi motivi, sembrano non credere che sia possibile un futuro felice.

7. La felicità si sperimenta solo come dono di armonia di ogni particolare col tutto.

8. Come sarebbe bello se alla crescita delle innovazioni scientifiche e tecnologiche corrispondesse anche una sempre maggiore equità e inclusione sociale!

9. Come sarebbe bello se, mentre scopriamo nuovi pianeti lontani, riscoprissimo i bisogni del fratello e della sorella che mi orbitano attorno!

10. Solo l'educazione alla fraternità, a una solidarietà concreta, può superare la "cultura dello scarto".

11. La storia del Buon Samaritano è la storia dell'umanità di oggi.

12. Sul cammino dei popoli ci sono ferite provocate dal fatto che al centro c'è il denaro, ci sono le cose, non le persone.

13. C'è l'abitudine spesso di chi si ritiene "per bene", di non curarsi degli altri, lasciando tanti esseri umani, interi popoli, indietro, a terra per la strada.

14. C'è però anche chi dà vita a un mondo nuovo, prendendosi cura degli altri, anche a proprie spese.

15. Abbiamo tanto da fare, e dobbiamo farlo insieme.

16. Nella notte dei conflitti che stiamo attraversando, ognuno di noi può essere una candela accesa.

17. Per noi cristiani il futuro ha un nome e questo nome è speranza. (...) La speranza è la porta aperta sull'avvenire.

18. Basta un solo uomo perché ci sia speranza, e quell'uomo puoi essere tu.

19. Quando c'è il noi comincia una rivoluzione. (...) La rivoluzione della tenerezza.

20. La tenerezza significa usare le mani e il cuore per accarezzare l'altro.

21. Si, la tenerezza è la strada che hanno percorso gli uomini e le donne più coraggiosi e forti.

22. Non è debolezza la tenerezza, è fortezza. È la strada della solidarietà, la strada dell'umiltà.

23. Quanto più sei potente, quanto più le tue azioni hanno un impatto sulla gente, tanto più sei chiamato a essere umile.

24. Abbiamo bisogno gli uni degli altri.




venerdì 28 ottobre 2016

Internet, cosa ne pensa la Chiesa in 10 punti

Infografica a cura di Salvatore Burrometo

A quasi 15 anni dai documenti La Chiesa e Internet (CI) e Etica in Internet (EI) dell'allora Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, conviene riprendere alcune di quelle considerazioni che la Chiesa faceva proprie, soprattutto per quanto concerne l'idea della Rete e il suo utilizzo per la missione evangelizzatrice - "esporre il punto di vista cattolico di Internet quale punto di partenza per la partecipazione della Chiesa nel dialogo con altri settori della società, specialmente con altri gruppi religiosi, riguardo all'evoluzione e all'utilizzo di questo meraviglioso strumento tecnologico" (EI, n. 2). Fatti salvi tutti i rischi, i pericoli e le insidie, su cui i due documenti comunque non omettevano di riflettere.

I due testi riprendevano, evidentemente, idee generali sulla comunicazione già espresse dallo stesso Pontificio Consiglio in precedenti documenti, quali ad esempio la Aetatis novae ed Etica nelle Comunicazioni sociali.

1. Risolvere problemi

Questa tecnologia può essere uno strumento per risolvere problemi umani, promuovendo lo sviluppo integrale delle persone, creando un mondo governato da giustizia, pace e amore. (EI, n. 5)

2. Ampliare orizzonti

Internet può aiutare le persone ad usare responsabilmente la libertà e la democrazia, a espandere la gamma di scelte disponibili nei diversi campi della vita, ad ampliare gli orizzonti culturali ed educativi, a eliminare le divisioni, a promuovere lo sviluppo umano in una moltitudine di modi. (EI, n. 9)

3. Giornalismo onesto

Internet è uno strumento di informazione molto efficiente e rapido. Tuttavia la competitività economica e la presenza giorno e notte del giornalismo on-line contribuiscono anche al sensazionalismo e alla diffusione del pettegolezzo, alla mescolanza di notizie, pubblicità e spettacolo, e a una diminuzione, almeno apparente, delle cronache e dei commenti seri. Un giornalismo onesto è essenziale per il bene comune delle nazioni e della comunità internazionale. Questi problemi evidenti nella pratica del giornalismo su Internet esigono una soluzione rapida da parte dei giornalisti stessi .(EI, n. 13)

4. Comprensione reciproca

Un problema per molti è l'incredibile quantità di informazioni su Internet, di gran parte delle quali non ci si preoccupa di controllare se siano giuste e appropriate. Siamo preoccupati anche per il fatto che gli utenti di Internet utilizzano la tecnologia che permette di creare notizie su comando, semplicemente per fabbricare barriere elettroniche contro idee poco familiari. Ciò non sarebbe salutare in un mondo pluralistico nel quale è necessaria una crescente comprensione reciproca fra le persone. (EI, n. 14)

5. Valutare in modo informato e sagace

Le scuole e altre istituzioni e programmi educativi dovrebbero insegnare l'uso perspicace di Internet quale parte di un'educazione mass-mediologica completa, che includa non solo l'acquisizione di abilità tecniche — prime nozioni di informatica e tutto ciò che si supporta ad essa — ma anche l'acquisizione della capacità di valutare in modo informato e sagace i contenuti. (EI, n. 15)

L'educazione e la formazione relative a Internet dovrebbero essere parte di programmi completi di educazione ai mezzi di comunicazione sociale, rivolti ai membri della Chiesa. Per quanto possibile, la programmazione pastorale delle comunicazioni sociali dovrebbe provvedere a questa formazione nell'istruzione dei seminaristi, dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici così come degli insegnanti, dei genitori e degli studenti. (CI, n. 7)

6. Auto-regolamentazione è il metodo migliore

Una regolamentazione di Internet è auspicabile e in linea di principio l'auto-regolamentazione è il metodo migliore. (EI, n. 15)

7. Promuovere prosperità e pace

Internet può offrire un prezioso contributo alla vita umana. Può promuovere la prosperità e la pace, lo sviluppo intellettuale ed estetico, la comprensione reciproca fra i popoli e le nazioni su scala globale. Può anche aiutare gli uomini e le donne nella loro continua ricerca di autocomprensione. (EI, n. 18)

8. Vivere più pienamente la fede

Sebbene la realtà virtuale del ciberspazio non possa sostituire una comunità interpersonale autentica o la realtà dei Sacramenti e della Liturgia o l'annuncio diretto e immediato del Vangelo, può completarli, spingere le persone a vivere più pienamente la fede e arricchire la vita religiosa dei fruitori. Essa è per la Chiesa anche uno strumento per comunicare con gruppi particolari come giovani e giovani adulti, anziani e persone costrette a casa, persone che vivono in aree remote, membri di altri organismi religiosi, che altrimenti non sarebbe possibile raggiungere. (CI, n. 5)

9. Tirarsi indietro è inaccettabile

È importante anche che le persone, a tutti i livelli ecclesiali, utilizzino Internet in modo creativo per adempiere alle proprie responsabilità e per svolgere la propria azione di Chiesa. Tirarsi indietro timidamente per paura della tecnologia o per qualche altro motivo non è accettabile, sopratutto in considerazione delle numerose possibilità positive che Internet offre. (CI, n. 10)

Internet non è soltanto uno strumento di svago e di gratificazione consumistica. È uno strumento per svolgere un'attività utile e i giovani devono imparare a considerarlo e usarlo come tale. Nel ciberspazio, come in ogni altro luogo del resto, i giovani possono essere chiamati ad andare controcorrente, a esercitare controcultura, perfino a subire persecuzione per il vero e il buono. (CI, n. 11)

10. Virtù per un buon uso

È necessaria molta prudenza per individuare con chiarezza le implicazioni, il potenziale di bene e di male di questo muovo mezzo e per affrontare in maniera creativa le sfide che pone e le opportunità che offre.

È necessaria giustizia, in particolare per eliminare il «digital divide», il divario di informazione fra i ricchi e i poveri nel mondo di oggi. Ciò richiede un impegno, in favore del bene comune internazionale e la «globalizzazione della solidarietà».


Sono necessari forza e coraggio. Ciò significa difendere la fede contro il relativismo religioso e morale, l'altruismo e la generosità contro il consumismo individualistico e la decenza contro la sensualità e il peccato.


È necessaria la temperanza, un approccio auto-disciplinato a questo importante strumento tecnologico che è Internet, per utilizzarlo saggiamente e soltanto per fare il bene.
(CI, n. 12)

martedì 13 settembre 2016

Chiesa e informazione vanno a braccetto, da sempre!



Così come non si può informare senza necessariamente attuare un processo comunicativo, potremmo anche dire che non si può prescindere dal trasmettere una informazione quando si parla della Chiesa e della sua missione nel mondo.

Intanto, perché la sua ragione d’essere è proprio la trasmissione di una novità, il Vangelo – la Buona Notizia –, e poi perché gode di una organizzazione istituzionale – alla quale appartengono evidentemente anche tutti e singoli i suoi membri – che ruota attorno alla comunicazione di questo contenuto.

In termini più precisi, parliamo qui del compito e della missione evangelizzatrice che spetta ad ogni battezzato. E che cos’è evangelizzare se non portare a conoscenza – informare – di un altro individuo la novità contenuta appunto nel Vangelo, e cioè la salvezza dell’uomo e del mondo per opera della misericordia di Dio? 

Siamo senz’altro di fronte ad un contenuto di fede, religioso, che però è ricco di spunti legati all’attualità del momento storico che ogni individuo è chiamato a vivere. Certamente, le varie azioni informative che riguardano la Chiesa hanno a loro volta dei “soggetti” che contribuiscono a generare e ad alimentare il processo. Specificamente, possiamo parlare di istituzioni, persone e mezzi.

Le istituzioni

Rientrano tra le istituzioni della Chiesa, ovviamente la Santa Sede con la Curia Romana, le Conferenze Episcopali, le Diocesi, le Parrocchie e tutti gli altri organismi cattolici, a cominciare dagli Istituti di vita consacrata, i movimenti, i gruppi missionari, ecc. 

Il materiale informativo che questi soggetti producono – sia che poi lo trasmettano direttamente attraverso i propri mezzi, sia che vengano ripresi dai mezzi di comunicazione secolari – riguarda ad esempio le dichiarazioni ufficiali (di indole dottrinale, legate ai costumi, al culto, ai riti); le iniziative religiose o assistenziali; la propria organizzazione, ad esempio in termini di crescita e sviluppo (pensando all’erezione di nuove Diocesi o parrocchie); le opere propriamente dette di evangelizzazione o missionarie.

Le persone

In quanto alle persone, sono soggetto (producono) e oggetto (il loro pronunciamento e il loro operato è di interesse per l’opinione pubblica) di informazione, innanzitutto il Papa, in quanto Vescovo di Roma, Vicario di Cristo e “somma istituzione” della Chiesa; i Vescovi, i Parroci, i Superiori Religiosi, il laicato cattolico. 

Le informazioni che questi generano riguardano principalmente il Magistero della Chiesa (pronunciamenti sulla dottrina e sulla fede); la diffusione dell’insegnamento cristiano attraverso l’attività pastorale e la catechesi; l’esempio e la testimonianza di fede mediante gesti e scelte di vita. 

Quest’ultimo punto non sempre è tenuto in debita considerazione, eppure nell’opinione pubblica l’“immagine” è quasi sempre più importante delle parole, soprattutto se c’è in gioco la coerenza, la credibilità e l’affidabilità di chi per propria missione è chiamato ad essere un riferimento – oltreché un richiamo – morale per gli altri.

I mezzi

Infine, ci sono i mezzi, che sono soggetto di informazione per il possesso proprio che la Chiesa ne ha, in quanto, in questo caso, diventano fonti per altri mezzi di comunicazione. Sono invece oggetto di informazione in tutti quei casi in cui la Chiesa si pronuncia dando delle indicazioni magisteriali sul loro utilizzo e le loro finalità. Annunciando, cioè, quel “come dovrebbero essere”, che a partire dal Concilio Vaticano II ha generato una ricca e più influente tradizione.

Per un approfondimento di questi concetti rimando al libro La missione digitale, che ho curato insieme al collega Bruno Mastroianni, e al manuale più dettagliato Teoria e pratica del giornalismo religioso.

lunedì 18 luglio 2016

Il perché di una #missionedigitale. Cooperare al bene comune attraverso i #socialmedia


Quando parliamo di nuovi media, troppo spesso attribuiamo al termine “nuovo” un significato che sposta verso il futuro una realtà che, invece, è ormai consolidata nel presente e che inizia ad avere anche una certa storia. Il nostro modo di comunicare è cambiato e questa trasformazione è entrata a pieno titolo nel vissuto quotidiano di ogni persona, perfino di quelle che non sono online. Da tempo, anche le istituzioni della Chiesa hanno preso atto di questa trasformazione, e molte modalità di comunicazione hanno trovato nel digitale un ambiente particolarmente adatto all’incontro tra le persone.

Il volume "La missione digitale. Comunicazione della Chiesa e social media" (a cura di G. Tridente e B. Mastroianni) nasce proprio con l’intento di offrire una riflessione agile in questo ambito. La prospettiva è quella di esplorare le dinamiche online, per trarne spunti professionali per chi si occupa di uffici comunicazione di istituzioni ecclesiali o di servizio sociale legate alla Chiesa.
Il testo non è rivolto soltanto agli addetti ai lavori, ma a chiunque voglia fare della sua presenza nella conversazione globale un’occasione per cooperare al bene comune. Oggi, infatti, la comunicazione non è più un semplice affare per professionisti (giornalisti e comunicatori) ma qualcosa a cui ciascuno contribuisce con la sua vita in Rete. Educatori, genitori, artisti, ecclesiastici, religiosi, volontari: tutti sono chiamati a dare il loro apporto, giacché il Web non è solo uno strumento, ma un ambiente da abitare, in cui si possono costruire legami e arricchire le proprie esperienze.

L’approccio dei saggi che compongono l’edizione è di tipo propositivo. Esistono fin troppi testi, in letteratura, pronti ad analizzare i pericoli e i rischi che la tecnologia digitale porta con sé. In queste pagine, invece, si parte dal presupposto inverso: ogni nuovo scenario di comunicazione – coinvolgendo donne e uomini – porta con sé le luci e le ombre della condizione umana, ed è proprio in considerazione della capacità di far luce che le ombre si possono dissipare. Pertanto, non si troveranno ragionamenti – seppur importanti – sullo “spegnere la tecnologia” o sul “mettere regole” per limitarne l’uso, quanto piuttosto su “cosa c’è da fare” nel momento in cui i dispositivi sono accessi e connessi a quel mondo fatto di relazioni interpersonali costituito dalla Rete.

Il continente digitale è popolato da comunità e gruppi di ogni tipo, da linguaggi e tradizioni, da culture e rituali molto diversi tra loro. Così come i primi missionari non ebbero alcun timore, di fronte a nuovi popoli e nuove culture, di incontrare l’altro nei suoi bisogni, nei suoi interessi, nella sua identità – in una parola: nella sua umanità – anche oggi la Chiesa si trova di fronte a questa missione digitale.

Il Vangelo, infatti, come dice Papa Francesco, è una buona notizia che parla all’uomo di felicità, perché parla di un incontro, quello con Gesù. Servono uomini e donne presenti online capaci di portare la gioia di quell’incontro fondamentale. Per fare questo, come i primi missionari occorre conoscere il terreno e le tradizioni dei popoli del Web, i loro linguaggi e il loro modo di entrare in relazione.

Il resto lo trovate QUI (iTunes) - oppure QUI (Kindle) - o ancora QUI (Pdf).

Per prenotare una copia cartacea.

lunedì 20 giugno 2016

ALTRO da dire, come comunicare il bene e generare speranza


"Ci sono uomini che passano e non vanno oltre. Si chinano sulle sofferenze e da esse si lasciano interpellare. Osano sognare il futuro, generano Speranza… Tra loro tanti consacrati, sulle frontiere, liberi da tutto, per comunicare l’Altro".

Si presenta con queste parole il progetto informativo ALTRO da dire, testimoniare, condividere, ideato e coordinato da Laura Galimberti e sostenuto dalla Fondazione Comunicazione e Cultura della Conferenza Episcopale Italiana.

Il sito web, presentato in maniera snella, rilancia "le risposte concrete delle Congregazioni religiose e degli Istituti secolari alle tante frontiere del disagio, per fare rete nella Rete, moltiplicare la buona notizia e seminare nuova Speranza".

Tra le sezioni che giornalmente vengono popolate di storie e testimonianze: migranti, povertà, giovani, famiglia, cultura, disabili... temi tutti letti in chiave di bontà e bellezza.

Un posto da frequentare assolutamente!

lunedì 14 settembre 2015

Giovani consacrati, in migliaia a Roma per l'incontro mondiale

4 mila e anche più: dai 5 continenti arriveranno il 15 settembre a Roma i giovani consacrati, per il loro “incontro mondiale”. 20 anni il più giovane, over 40 il più “attempato”.
Ragazzi e ragazze che hanno scelto di donare la loro vita a Dio, renderla “sacra,” nei diversi percorsi che la Chiesa offre: come religiosi e religiose nelle Congregazioni, laiciconsacrati in Istituti secolari, membri di Società di vita apostolica, vergini consacrate dal Vescovo ed inserite nel mondo, che fanno feconda la Chiesa.
E se oltre 700 sono i partecipanti italiani, ben 649 sono i Sudamericani, 1500 gli Europei, 553 gli Africani, quasi 800 gli Asiatici. Una ventina gli Australiani, 34 gli Statunitensi, 5 i canadesi, 4 i cubani, 18 verranno da Haiti. Dati in continuo aggiornamento.
Oltre 90 le nazionalità presenti: tra le altre da Iran, Siria, Iraq, Pakistan, Burundi, Kazakistan, Laos, Lesotho, Madagascar, Samoa, Sud Sudan.
Oltre 3 mila le donne. Mille gli uomini.
Per loro 4 giorni di incontri: al mattino in Aula Nervi su vocazione, vita fraterna e missione, nel pomeriggio in diverse parti di Roma momenti di dialogo e condivisione. La sera tre diversi itinerari: il cammino dell’annuncio a S. Andrea della Valle per la notte missionaria, il cammino dell’incontro nei luoghi della Carità promossa da Caritas, Comunità di S. Egidio e Talitha Kum per esperienze di servizio, il cammino della bellezza con percorsi guidati ai Musei Vaticani e Cappella Sistina.
Laura Galimberti
Altrodadire

lunedì 31 agosto 2015

"Ogni migrante è mio fratello", semplici cittadini, parroci e Vescovi italiani mobilitati per i profughi

In questo servizio di Aleteia, la mappa della solidarietà della Chiesa italiana, mobilitata per l'accoglienza degli immigrati che riescono a sbarcare sulle nostre coste. Una dimostrazione concreta della consapevolezza che "ogni migrante è mio fratello", cui tante volte Papa Francesco ha richiamato.
Ogni vita è degna di essere vissuta, e come cristiani non possiamo restare a guardare di fronte alle terribili tragedie del Mediterraneo. E infatti, la Chiesa è in prima linea.

L'ORATORIO DI BRUZZANO
L'oratorio della parrocchia della Beata Vergine Assunta di Bruzzano, periferia di Milano, dal 24 luglio ha aperto le porte per accogliere un massimo di 90 profughi al giorno. Un progetto organizzato dalla Casa della Carità di Milano in cui lo Stato non spende nulla. A gestire l'oratorio sono un centinaio di volontari del quartiere, assieme agli operatori dell'associazione presieduta da don Virginio Colmegna. A coprire i costi del progetto, che durerà fino alla fine di agosto, anche alcuni sponsor privati. Più di 250 gli stranieri già accolti (La Repubblica, 12 agosto). 

NIGERIANI E SIRIANI
La maggior parte sono giovani coppie nigeriane e madri siriane con i figli i cui uomini sono rimasti nel Paese d’origine, ma tutti si integrano bene e si spostano per tutta Milano senza grosse difficoltà. Inoltre ognuno svolge piccoli lavori in modo da mantenere in buono stato l’ambiente: tra questi è richiesto di pulire e apparecchiare e sparecchiare la tavola (Avvenire, 14 agosto).

LA CARITAS DI CAGLIARI
Molto attiva è la Caritas diocesana di Cagliari, che ha stabilito un'accoglienza straordinaria presso la sede in viale fra Ignazio 88.Per fronteggiare al meglio il servizio di accoglienza la Caritas accoglie beni di primo conforto come vestiario (uomo e donna e poco bambino), scarpe, infradito, asciugamani, bagnoschiuma, occorrente per la barba (cagliaripad.it, 14 agosto).

LA CHIESA DI GENOVA
Nello spirito del Vangelo, il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha accolto la richiesta di aiuto proveniente dalla Prefettura di Genova per l’ospitalità dei profughi. E oggi la Chiesa genovese cura già l’accoglienza di 50 profughi in una struttura di San Martino; altri 42 li ospita in una struttura diocesana in via del Campo; 15 li accoglie presso il Monastero in Via Bozzano nel quartiere di San Fruttuoso; 85 li ospita a Di Negro(chiesadigenova.it).

SUORE IN PRIMA LINEA
Le Suore Gianelline hanno accolto nella loro Casa Provinciale in Salita del Monte 23 donne profughe. Il Rettore del Santuario delle Tre Fontane a Montoggio ospita stabilmente 30 giovani provenienti da Paesi africani e asiatici.
Il Ceis (Centro di Solidarietà di Genova) ne sta accogliendo 16 a Fassolo; 33 a Campo Ligure e a Genova; inoltre, attraverso l’Aub, ospita a Genova 50 profughi minorenni.


A BERGAMO AIUTANO I PRIVATI
Sempre al Nord, è mobilitata la diocesi di Bergamo che fa accoglienza in strutture della Chiesa date gratuitamente: Casazza, Botta di Sedrina, San Paolo d’Argon, Villa Amadei, la Battaina di Urgnano. Solo a Valbondione ci sono due strutture di un privato prese in affitto da Caritas (ecodibergamo.it, 12 agosto).

martedì 25 agosto 2015

In Etiopia 4 scuole per i rifugiati sud sudanesi

Oltre 4.800 bambini sud sudanesi rifugiati in Etiopia potranno ricevere un’educazione in 4 scuole inaugurate di recente nei campi d’accoglienza di Kule e Terkendi, nella regione di Gambella, circa 800 km ad ovest di Addis Abeba.

Le scuole sono state costruite dalla Commissione per lo sviluppo sociale della Chiesa cattolica dell’Etiopia con il supporto del Catholic Relief Services (CRS).

“Ringraziamo Dio per averci dato l’opportunità di assistere i rifugiati costruendo queste strutture educative”, ha detto il Vicario Apostolico di Gambella, il Rev. P. Angelo Moreschi, S.D.B.

Secondo i dati aggiornati al 21 agosto dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, le strutture di Gambella accolgono circa 276.000 rifugiati registrati provenienti dal Sud Sudan.

Queste persone fuggono dalla guerra civile che imperversa in Sud Sudan dal dicembre 2013 che ha provocato lo sfollamento interno e verso l’estero di milioni di persone. 

Secondo i dati dell’UNHCR, gli sfollati interni sono 1.950.000 persone, mentre i rifugiati all’estero sono 821.000, per un totale di 2,8 milioni persone costrette a lasciare le proprie abitazioni. 

Agenzia Fides

lunedì 24 agosto 2015

"Essere famiglia con chi non ce l'ha": la missione della Comunità Papa Giovanni XXIII, diffusa in tutto il mondo

"Siamo una grande famiglia in cui chi viene accolto e amato si sente protagonista:
nelle case famiglia presenti in tutto il mondo, nelle comunità terapeutiche, nelle cooperative sociali, nelle case d’accoglienza per i senzatetto, nelle case di preghiera e fraternità.
Qui giovani, uomini e donne sposati, consacrati laici, sacerdoti, scelgono di condividere la vita con i più poveri. 

Per non lasciare più soffrire nessuno in solitudine e sentire che il Signore ci chiama tutti a percorrere lo stesso cammino di giustizia e santificazione, per mettere la spalla sotto la croce del fratello 
e portarla insieme cercando di rimuovere le cause dell’ingiustizia"
(P. Giovanni Ramonda)

L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII è un’associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio.

Fondata nel 1968 da don Oreste Benzi è impegnata da allora, concretamente e con continuità, per contrastare l'emarginazione e la povertà. La Comunità lega la propria vita a quella dei poveri e degli oppressi e vive con loro, 24 ore su 24, facendo crescere il rapporto con Cristo perché solo chi sa stare in ginocchio può stare in piedi accanto ai poveri.

La condivisione diretta con gli emarginati, i rifiutati, i disprezzati è una strada scomoda, che obbliga a non chiudere gli occhi sulle ingiustizie. Una strada che una volta intrapresa affascina, cattura, conduce ad abbandonare i falsi miti che troppo spesso portano all’infelicità.

Oggi la Comunità siede a tavola, ogni giorno, con oltre 41 mila persone nel mondo, grazie a più di 500 realtà di condivisione tra case famiglia, mense per i poveri, centri di accoglienza, comunità terapeutiche, Capanne di Betlemme per i senzatetto, famiglie aperte e case di preghiera. La Comunità opera anche attraverso progetti di emergenza umanitaria e di cooperazione allo sviluppo, ed è presente nelle zone di conflitto con un proprio corpo nonviolento di pace, "Operazione Colomba".

Ulteriori informazioni

sabato 22 agosto 2015

Un Centro pastorale per cristiane e musulmane, a Ramallah (Palestina) l'oasi della speranza

«Iniziammo con una sola famiglia, tre donne. Poi piano piano ci siamo allargate: sono arrivate le cugine, le cognate, le zie. Oggi coinvolgiamo 250 donne di Ramallah e di una decina di villaggi delle vicinanze». 

Così, Helen animatrice del Centro pastorale melchita di Ramallah racconta gli esordi di una esperienza che è diventata un’oasi di speranza e di solidarietà in una realtà segnata da anni di guerra e sofferenza. 

Ogni giorno il centro pastorale è frequentato da decine di donne, cristiane e musulmane. A guidare la struttura due italiane e una francese, che appartengono all’Associazione fraterna internazionale (Afi), organismo laicale cattolico fondato nel 1937 dalla belga Yvonne Poncelet, su ispirazione di padre Vincent Lebbe, missionario in Cina e pioniere del dialogo interculturale e interreligioso. 

venerdì 21 agosto 2015

Si chiama #CatholicStuff, ed è un modo divertente per evangelizzare i giovani

Si chiama Catholic Stuff ed è una iniziativa di evangelizzazione-apostolato-formazione promossa in Spagna dai Servi del Focolare della Madre (http://www.siervoshmfilms.com/), caratterizzata da alcune produzioni video realizzate con umorismo.

Ecco un esempio sul tema Uomini&Donne:




Il target è formato da giovani che, pur ritenendosi credenti, non praticano molto la propria fede e si fermano ai suoi aspetti più basici, e a quelli che, praticandola, vogliono andare più a fondo. Il programma, una serie di videoclip sui temi della fede, è utile ai catechisti che hanno bisogno di qualche mezzo innovativo e divertente per svolgere il proprio lavoro apostolico.

Ogni programma dura dai 5 agli 8 minuti ed è disponibile completamente gratis su Youtube.


Catholic Stuff ha anche una 
fanpage su Facebook e un account su Twitter.


I produttori di queste serie televisive sono giovani che decidono di dedicare un anno della propria vita alla  causa evangelizzatrice, e ricevono in cambio formazione sia tecnica (sull'uso dei mezzi di comunicazione, e in particolare la produzione televisiva) che spirituale (con Messa, Adorazione e Rosario quotidiani e Corsi di ritiro).


In pochi mesi i filmati realizzati hanno già ottenuto migliaia di visualizzazioni su Youtube. 

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