"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

giovedì 26 gennaio 2023

"Parlare con il cuore", compito imprescindibile per l'odierno comunicatore


Dopo l’ascolto, la parola. E di mezzo il cuore. Tocca le corde dell’empatia la riflessione che Papa Francesco invita a fare ai comunicatori per la 57ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2023, che si celebrerà il prossimo 21 maggio.

Il tema scelto verte infatti sul versetto 15 del capitolo della Lettera di San Paolo agli Efesini: 'Veritatem facientes in caritate' per dire che bisogna “Hablar con el corazón” dopo che – lo scorso anno – l’approccio è stato “Escuchar con el oído del corazón”. Un collegamento ideale, e anche inevitabile, tra il silenzio e l’azione sempre mitigati dall’organo vitale per eccellenza, centro di tutti i nostri sentimenti e delle nostre passioni.

Un “percorso” che caratterizza nella sostanza ogni atto comunicativo – non si può parlare senza aver prima mantenuto un silenzioso ascolto – e che deve alimentarsi di una finalità più grande: farlo con il cuore ma anche raggiungere il cuore dei propri interlocutori. Questo vuol dire mitezza, vuol dire legami, superare le contrapposizioni e i dibattiti esasperati…

Un compito per i comunicatori d’oggi, sollecitati senza dubbio dalle tante possibilità della tecnica e della socializzazione, che spesso rischiano però di cadere nello scontro esacerbato che termina per distruggere lo stesso atto comunicativo.

Lo spirito è quello di avanzare una comunicazione che superi le ostilità – e quanto ne abbiamo bisogno proprio ora che la guerra guerreggiata è anche alle nostre porte – puntando alla costruzione di un futuro che invece è più fraterno, più giusto e per proprio per questo più umano.

Andata e ritorno

Il tema scelto dal Pontefice evidenzia anche un altro elemento – che poi lui stesso ha sottolineato in un discorso a braccio nella recente udienza concessa ai dipendenti e partecipanti all’Assemblea plenaria del Dicastero per la Comunicazione – ossia che non esiste una comunicazione in una sola direzione, ma prevede sempre “un’andata e ritorno”. Per cui il comunicatore vero “deve essere attento al ritorno, a quello che viene, alla reazione che provoca quello che io dico”. Qui la dinamica è quella del dialogo e della reciprocità.

Un altro aspetto sottolineato da Papa Francesco è quello del “rischio” legato alla comunicazione, l’assumere l’onere del “movimento” e della “creatività” senza la necessità di voler avere tutto sotto controllo, perché poi in realtà non esiste un “tutto in ordine” che si possa disporre come in un archivio: “il comunicatore deve andare sempre rischiando, sempre sulla strada, sempre nel coinvolgimento con la vita”.

Secondo i valori

Qui evidentemente si apre anche l’ambito della comunicazione secondo i valori – cristiani e pure umani –, rifuggendo il pericolo della sola tecnica, che può aiutare ma diventa deleteria se dietro non c’è un cuore – appunto – e una mente, che rendono l’atto comunicativo pienamente caratterizzato dal “calore umano”.

Artigianato dei legami

Altri spunti interessanti il Papa li aveva preparati nel discorso che poi ha soltanto consegnato ai membri del Dicastero ma che ha comunque invitato a leggere. Il punto focale della riflessione in questo caso riguarda una comunicazione alimentata e alimentatrice di “legami”, una vocazione che si caratterizza per l’essere vicini e dare voce “a chi è escluso, attirare l’attenzione su ciò che normalmente scartiamo e ignoriamo”.

Un vero e proprio “artigianato”, scrive Francesco, che permette a Dio di far risuonare e sentire la Sua voce. Questo apostolato si serve di tre compiti specifici, che sono poi tre sfide: “rendere le persone meno sole”, attraverso l’ascolto concreto, aiutando in questo modo anche al Chiesa ad abitare la realtà “e intercettando le grandi domande degli uomini e delle donne di oggi”. In questo contesto bisogna “dare voce a chi non ha voce”, stando con quanti vivono situazioni di marginalità o accompagnando i tanti “irregolari di ogni genere”, sull’esempio di Gesù che non ha mai ignorato queste situazioni.

La terza e ultima sfida individuata dal Pontefice è più che altro una consapevolezza di come questo approccio richieda “fatica”. Bisogna infatti assumere il coraggio di spiegare che “la comunione non è mai uniformità, ma capacità di tenere insieme realtà molto diverse”. Allo stesso modo, la comunicazione deve imparare a “rendere possibile anche la diversità di vedute, cercando però sempre di perseverare l’unità e la verità”.

Giovanni Tridente

sabato 31 dicembre 2022

Benedetto XVI: umile cooperatore della Verità

L'originale è stato pubblicato in spagnolo sulla rivista OMNES: https://omnesmag.com/actualidad/los-momentos-clave-del-pontificado-de-benedicto-xvi/

Con umiltà e nella verità, in silenzio e con la preghiera. Così ha vissuto, così se n’è andato Benedetto XVI, il Papa emerito. Eletto al Soglio pontificio il 19 marzo 2005, subito dopo “il grande Papa Giovanni Paolo II”, nelle prime parole rivolte alla folla dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro si definì “un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”. E come tale apparve, con le maniche della maglia nera che fuoriuscivano dalla veste papale, segno di una scelta che forse non si aspettava. 

Timido, eppure molto colto, semplice nei modi ma dal pensiero complesso e mai banale. Lavoratore instancabile. Ne ha dato prova negli innumerevoli anni trascorsi nella Curia Romana come insostituibile collaboratore del suo predecessore, in uno dei dicasteri più importanti e più solidi, l’allora Congregazione per la Dottrina della Fede.

Sempre il giorno dell’elezione si definì “strumento insufficiente”, consolato dal fatto che il Signore avrebbe saputo utilizzarlo al meglio, senza fargli mancare il “suo aiuto permanente”, con la complicità della Madre Maria Santissima. Chiedeva preghiere.

Per quasi otto anni, fino alla rinuncia divenuta effettiva il 28 febbraio 2013, non si è arreso davanti a nessun ostacolo, ha (ri)messo mano all’aratro e ha cominciato a puntellare nei suoi elementi fondamentali l’edificio della Chiesa, appena approdata con tutta l’umanità in un nuovo millennio carico di cambiamenti e di “sballottamenti”, da poco rimasta orfana di una guida spirituale imponente, che l’aveva accompagnata per mano per oltre 27 anni.

Il suo destino era divenuto chiaro il giorno dei funerali di San Giovanni Paolo II, quando pronunciò quella toccante omelia che aveva come esordio proprio la parola “Seguimi”. Qualche giorno prima – nella Via Crucis al Colosseo, meditando sulla nona stazione, la terza caduta di Gesù – si era “incaricato” poi di denunciare “la sporcizia nella Chiesa”, ma anche la superbia e l’autosufficienza. 

Il suo sogno era tornare in Patria, dedicarsi alla lettura e godersi la passione per i gatti e l’amore per la musica classica. Gli toccò invece sobbarcarsi tutti quei problemi che aveva imparato a conoscere da vicino, e prendere su di sé anche la croce delle critiche e delle incomprensioni, ma aprendo la strada a un processo di riforma che il successore – Papa Francesco – ha potuto continuare agevolmente. Lo ha fatto con umiltà, e nella verità.

Compito inaudito che supera ogni capacità umana

“Compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana”. La domenica del 24 aprile 2005 Benedetto XVI iniziò il suo ministero petrino come Vescovo di Roma, in una piazza San Pietro gremita da oltre 400 mila persone. E nell’esporre la gravità e il peso del mandato che sentiva di dover assumere, disse che in fondo il suo programma di governo non sarebbe stato quello di “perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia”. Volontà di Dio che “non ci aliena, ci purifica – magari in modo anche doloroso – e così ci conduce a noi stessi”.

Essere pronti a soffrire 

Il tema della sofferenza ritorna spesso nel discorso di insediamento, come quando spiega che “amare – [il popolo che Dio ci affida] – vuol dire anche essere pronti a soffrire”, “dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza”. Parole che lette con il senno del poi suonano come profezia. Di sicuro non gli è stata risparmiata alcuna sofferenza a Benedetto XVI, sempre però vissuta in spirito di servizio, e in umiltà.

Guardando ai quasi otto anni di pontificato risaltano alcuni contributi di rilievo che il primo Papa emerito della storia ha lasciato in eredità a tutta la Chiesa.

Le tre Encicliche

Il primo contributo è senza dubbio magisteriale. A pochi mesi dal pontificato, Benedetto XVI firma la sua prima Enciclica, la Deus caritas est (Dio è amore) dove spiega come l’uomo, creato a immagine di Dio-amore, è in grado di fare esperienza della carità; scritta inizialmente in tedesco e firmata il giorno di Natale del 2005, viene diffusa il mese dopo.

Il 30 novembre del 2007 esce invece la Spe salvi (Salvati nella speranza), che mette a confronto la speranza cristiana con le moderne forme di speranza basate su conquiste terrene, che portano a sostituire la fiducia in Dio ad una mera fede nel progresso. Ma solo una prospettiva infinita come quella offerta da Dio tramite Cristo può dare la vera gioia.

L’ultima enciclica a sua firma reca la data del 29 giugno 2009 è si intitola Caritas in veritate (L’amore nella verità). Qui il Pontefice passa in rassegna gli insegnamenti della Chiesa relativi alla giustizia sociale e invita i cristiani a riscoprire l’etica delle relazioni commerciali ed economiche, mettendo sempre al centro l’individuo e i valori che preservano il suo bene.

Una quarta enciclica era in preparazione per completare la trilogia dedicata alle tre virtù teologali; uscirà a firma di Papa Francesco il 29 giugno 2013, nell’Anno della Fede, completando il grosso del lavoro che era già stato preparato da Ratzinger. Si intitola Lumen fidei.


4 Esortazioni post sinodali

Eucaristia, Parola, Africa e Medio Oriente sono invece i temi delle quattro Esortazioni apostoliche uscite sotto il pontificato di Benedetto XVI, a coronamento di altrettanti Sinodi dei Vescovi che si sono svolti rispettivamente nel 2005, generando la Sacramentum caritatis (2006); nel 2008, con la pubblicazione della Verbum Domini (2010); nel 2009, da cui l’esortazione Africae munus (2011); e nel 2010, che due anni dopo ha portato al documento Ecclesia in Medio Oriente.

C’è qui l’importanza dei sacramenti, e la vicinanza alle periferie del mondo, luoghi in cui la Chiesa è molto viva, ricca di vocazioni, ma dove spesso manca lo sforzo “di Roma” nel farsi più presente a quelle terre.

La trilogia su Gesù di Nazareth

Grazie alla sua passione per lo studio e alle sue qualità di fine teologo, negli anni del Pontificato Benedetto XVI ha anche regalato alla comunità dei credenti tre importanti libri sulla figura storica di Gesù, usciti rispettivamente nel 2007, nel 2011 e nel 2012. Il percorso narrativo parte dall’Infanzia di Gesù, proseguendo per la vita pubblica del Messia, fino alla resurrezione. 

È stato un successo editoriale senza precedenti, e molti fedeli sono rimasti edificati dal racconto sul Gesù-Persona.

I Viaggi

Pellegrino presso i popoli, non ha interrotto la tradizione del predecessore di realizzare dei Viaggi apostolici sia in Italia che all’estero; serie inaugurata a quattro mesi dal pontificato recandosi nella sua Patria per la Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia. Ritornerà in Germania altre due volte, nel 2006 (in Baviera, circostanza del noto “incidente di Ratisbona”) e nel 2011, come visita ufficiale al Paese. In totale Benedetto XVI ha compiuto 24 viaggi apostolici all’estero, diversi in Europa (tre volte in Spagna), ma anche in America Latina (Brasile, Messico, Cuba), negli Stati Uniti d’America (2008), in Africa (Camerun, Benin) e in Australia (2008).

Significativi senza dubbio il Viaggio in Terra Santa, visitando la Giordania, Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese, nel maggio 2009, ma anche la visita al Campo di Concentramento di di Auschwitz, nello stesso mese tre anni prima, dove ha pregato per onorare la memoria degli ebrei, dei polacchi, dei russi, dei rom, e dei rappresentanti di venticinque nazioni uccisi dall’odio nazista.

Oltre trenta anche le visite pastorali e pellegrinaggi in Italia e altrettante anche nella Diocesi di Roma, visitando parrocchie, santuari, basiliche, carceri, ospedali e seminari. Nella storia rimarrà la visita a L’Aquila, nel 2009, subito dopo il terremoto, quando si recò a pregare sulle spoglie di Celestino V sulla cui teca depose il suo pallio, premonizione che molti hanno associato alle future dimissioni. 

Gli “incidenti”

Iniziando il suo ministero petrino Benedetto XVI aveva fatto riferimento alle sofferenze, e purtroppo questo è stato uno degli elementi che non gli sono stati affatto risparmiati come si diceva, a cominciare da alcune incomprensioni e controversie che hanno avuto eco internazionale.

La prima di questa rimanda al 2006, con la famosa lectio magistralis presso l’Università di Ratisbona durante il suo secondo viaggio in Germania, visitando la Baviera. Qui l’incidente è scaturito dalla infelice citazione di una frase dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo a proposito della guerra santa, con riferimenti al profeta Maometto. Nel suo discorso il Papa aveva ricordato la dichiarazione Nostra Aetate e l’atteggiamento della Chiesa nei confronti con le religioni non cristiane, ma ormai l’incomprensione era data, e nel mondo islamico si susseguirono violente reazioni. 

Benedetto XVI si è poi successivamente scusato pubblicamente, dicendosi “rammaricato” e chiarendo di non condividere il pensiero espresso nel testo citato. Fortunatamente, gli anni successivi sono stati un fiorire di scambi culturali e teologici tra cattolici e musulmani, culminati anche con un incontro in Vaticano tra una delegazione di teologici e intellettuali islamici e lo stesso Pontefice. Qui ci sono senza dubbio i prodromi del Documento sulla fratellanza umana che diversi anni dopo riuscirà a firmare ad Abu Dhabi, Papa Francesco insieme al Grande Imam di Al-Azhar. 

Un secondo incidente si ebbe a Roma, protagonista la principale Università della Capitale, “La Sapienza”, dove un gruppo di oltre 60 docenti dell’Ateneo si oppose alla visita di Benedetto XVI, invitato dall’allora Rettore ad intervenire all’inaugurazione dell’Anno accademico nel 2008. Dopo il profluvio di polemiche, la Santa Sede declinò l’invito. Nove anni dopo, nel 2017, il suo successore Francesco è riuscito invece a visitare un’altra università civile romana, “Roma Tre”.

Dopo l’incomprensione con i musulmani, nel 2009 arrivò l’incidente con il mondo ebraico. Benedetto XVI aveva deciso di rimettere la scomunica a quattro vescovi lefebvriani, tra i quali c’era Richard Williamson. Dopo questo gesto si venne a sapere – attraverso la televisione svedese SVT – che nel passato il monsignore aveva pubblicamente espresso posizioni negazioniste sulla Shoah. Anche qui la Santa Sede fu costretta ad emettere una nota che, oltre a confermare la condanna e il ricordo del genocidio degli ebrei, imponeva al vescovo Williamson di prendere “in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah”, prima di essere ammesso a funzioni episcopali nella Chiesa, chiarendo che queste posizioni non erano conosciute dal Papa nel momento della remissione della scomunica.

Altre critiche sorsero durante il suo viaggio in Camerun e Angola nel marzo 2009 quando sull’aereo affermò che la distribuzione dei preservativi non sarebbe una soluzione contro l’AIDS; dichiarazione stigmatizzata da governi, uomini politici, scienziati e organizzazioni umanitarie con ripercussioni anche sul piano diplomatico.

La lotta agli abusi

Eppure, sotto il Pontificato di Benedetto XVI ha preso impulso in maniera irreversibile tutto il processo di lotta agli abusi nella Chiesa che Papa Francesco ha potuto proseguire più agevolmente. Papa Ratzinger è stato il primo pontefice a chiedere esplicitamente scusa alle vittime abusate da ecclesiastici, oltre a incontrarle in più occasioni, ad esempio nei viaggi all’estero. È stato drastico nell’allontanare diversi religiosi responsabili di tali crimini e a stabilire le prime norme e linee guida più stringenti contro questi fenomeni.

Un esempio su tutti è la gestione del “caso Maciel”, che Ratzinger aveva già avuto modo di approfondire negli anni in cui era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Da Pontefice fece in modo che la Congregazione dei Legionari ricevesse una Visita Apostolica, a seguito della quale fu nominato un Delegato pontificio – il compianto cardinale Velasio De Paolis – che ha poi portato alla revisione degli statuti e dei regolamenti, dopo aver riconosciuto pubblicamente la colpevolezza del fondatore e avviato un completo processo di rinnovamento e guarigione.

Altro fenomeno è quello dell’Irlanda, a seguito della pubblicazione dei rapporti Ryan e Murphy che denunciavano numerosi casi di abusi sessuali su minori compiuti da sacerdoti e religiosi dagli anni 30 e fino al 2000, con tentativi di insabbiamento da parte della Chiesa locale. Già nel 2006, parlando ai Vescovi del Paese giunti a Roma in Visita Ad Limina, Benedetto XVI disse che “le ferite causate da simili atti sono profonde, ed è urgente il compito di ristabilire la confidenza e la fiducia quando queste sono state lese”. Inoltre occorre “prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi”.

Quattro anni dopo scrisse una lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda nella quale confidò di “condividere lo sgomento e il senso di tradimento” da loro sperimentato, e rivolgendosi ai colpevoli aggiunse: “dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti”.

I Concistori

Nel corso del pontificato, Benedetto XVI ha presieduto cinque Concistori per la creazione di nuovi cardinali, creando in totale 90 “eminenze”, di cui 74 elettori. Significativo l’ultimo, del 24 novembre 2012, che oltre ad essere il secondo Concistoro nello stesso anno (era dal 1929 che non c’erano state due differenti creazioni cardinalizie in uno stesso anno), non era presente questa volta nessun cardinale europeo, quasi ad inaugurare una tradizione andando a “pescare” collaboratori del Papa anche molto lontano da Roma. Cosa che poi successivamente con Papa Francesco è divenuta molto usuale.

È l’anno in cui viene creato ad esempio il Cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo metropolita di Manila (Filippine), oppure Baselios Cleemis Thottunka, arcivescovo maggiore di Trivandrum dei Siro-Malankaresi (India).

La rinuncia

L’ultimo atto che rimane nella storia del pontificato di Benedetto XVI è senza dubbio la sua rinuncia, comunicata l’11 febbraio 2013 nel corso di un Concistoro per alcune cause di canonizzazione come “decisione di grande importanza per la vita della Chiesa”.

Tra le motivazioni che lo condussero a questa scelta – compiuta in assoluta umiltà e spirito di servizio alla Chiesa, anche in questo caso –, la consapevolezza che “per governare la barca di san Pietro è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”.

Parole di una limpidezza unica, offerte con il cuore in mano, e con la libertà di chi non ha paura di riconoscere i propri limiti, pur essendo pronto a servire il Signore “non meno soffrendo e pregando”.

È stato di parola, Benedetto XVI, ha dedicato gli ultimi anni della sua vita pregando per la Chiesa, nel “nascondimento” del Monastero Mater Ecclesiae, con il suo cuore, la sua riflessione e con tutte le forze interiori – come ebbe a dire nell’ultimo saluto ai fedeli dalla Loggia del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo il 28 febbraio di quasi dieci anni fa. Da pellegrino “nell’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra”, che ora è giunto al suo compimento. Ci vegli dal Cielo!

Giovanni Tridente

venerdì 30 dicembre 2022

Gli incontri tra Papa Francesco e Benedetto XVI e le parole con cui lo ha sempre ricordato



* La versione originale di questo articolo è uscita su OMNES: https://omnesmag.com/actualidad/encuentros-papa-francisco-benedicto-xvi/ 

Il primo incontro tra Papa Francesco e Benedetto XVI si è svolto a pochi giorni dall’elezione dell’attuale Pontefice, il 23 marzo 2013, con un caloroso abbraccio presso l’eliporto di Castel Gandolfo, la residenza dove il Papa emerito aveva trascorso il periodo della sede vacante. Entrambi apparvero vestiti di bianco e prima di riunirsi nella Biblioteca privata sostarono in preghiera in cappella, uno accanto all’altro; Francesco aveva rinunciato a occupare il posto d’onore sedendo tra i banchi con Benedetto: “siamo fratelli”.

Ci ha insegnato l’umiltà

Significativo il dono che Francesco portò quel giorno al suo predecessore, l’icona della Madonna dell’umiltà: “non la conoscevo, ho subito pensato a Lei, Lei ci ha insegnato l’umiltà”. Qualche mese dopo i due si ritrovarono nei Giardini Vaticani per la Benedizione della nuova Statua di San Michele Arcangelo, patrono dello Stato della Città del Vaticano.

L’anno successivo, nel 2014, un nuovo abbraccio tra il Pontefice regnante e l’emerito, il 28 settembre in Piazza San Pietro, per il grande raduno con gli anziani organizzato dalla Pontifica Accademia per la Vita; nel 2015 le telecamere riprendono un ulteriore saluto e abbraccio nel mese di giugno, prima della partenza di Benedetto XVI per un nuovo periodo di riposo a Castel Gandolfo. 

Quello stesso 2015 Benedetto XVI è ancora presente accanto a Papa Francesco in una cerimonia pubblica, questa volta per il rito di apertura della Porta Santa della Basilica Vaticana, l’8 dicembre, per l’avvio del Giubileo della Misericordia.

Il 28 giugno 2016, nella Sala Clementina, si è svolto inoltre un atto di commemorazione del 65º anniversario di ordinazione sacerdotale del Papa emerito alla presenza di molti cardinali della Curia Romana. Nel suo discorso Francesco ha risaltato l’amore testimoniato da Benedetto XVI qualificandolo come “nota che domina una vita spesa nel servizio sacerdotale e della teologia”.

Altri incontri frequenti e pubblici si sono avuti tra i due al termine di ogni Concistoro per la creazione dei nuovi cardinali, con l’intero gruppo che puntualmente è salito al Monastero Mater Ecclesiae per i saluti al Papa emerito e un momento di preghiera nella cappella della residenza. Ci sono poi i tanti incontri privati e il continuo scambio di telefonate, anche nell’imminenza di ogni viaggio all’estero.

Ministero nascosto

Nei dieci anni di Pontificato, Papa Francesco ha fatto spesso riferimento al suo predecessore, chiedendo preghiere per il suo “ministero nascosto” e ringraziandolo per il sostegno alla Chiesa portato avanti con la preghiera. Preghiera che ha sempre chiesto poi di ricambiare verso il Papa emerito. Accanto alle occasioni ufficiali, come ad esempio la consegna del “Premio Ratzinger” promosso dall’omonima Fondazione Vaticana, il Pontefice regnante ha parlato di Benedetto XVI anche nel corso di udienze, angelus, oppure interviste rilasciate ai giornalisti.

Il primo riferimento rimanda senza dubbio alla sera stessa dell’elezione dalla Loggia della Basilica Vaticana: “prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito”; “perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”.

Teologia fatta in ginocchio

Nel 2013, per il Conferimento del “Premio Ratzinger” di quell’anno, Francesco espresse “riconoscenza e grande affetto” per il predecessore, valorizzando il lavoro che aveva fatto con la pubblicazione dei libri su Gesù di Nazaret, attraverso i quali “ha fatto dono alla Chiesa, e a tutti gli uomini, di ciò che aveva di più prezioso: la sua conoscenza di Gesù”, maturata attraverso una teologia fatta “in ginocchio”.

Uomo di fede, tanto umile

Nel viaggio di ritorno dalla Terra Santa, nel maggio 2014, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se mai in futuro seguirebbe la scelta del predecessore per lasciare anzitempo il pontificato, Francesco disse di Benedetto XVI: “è un uomo di fede, tanto umile”; “dobbiamo guardare a lui come ad un’istituzione”.

Come avere il nonno saggio in casa

Qualche mese dopo, tornando questa volta in agosto dal Viaggio in Corea, i giornalisti gli chiesero espressamente del suo rapporto con Papa Ratzinger, e Francesco disse innanzitutto che Benedetto XVI con il suo gesto aveva di fatto istituito il Papato emerito, aprendo “una porta che è istituzionale, non eccezionale”. Circa i rapporti, “è di fratelli, davvero”; “lo sento come se avessi il nonno a casa per la saggezza”, “mi fa bene ascoltarlo. E anche mi incoraggia molto”.

“Come avere il nonno saggio in casa”, Francesco lo ripete nell’incontro con gli anziani del settembre 2014, quando ringrazia pubblicamente Benedetto XVI per la sua presenza all’evento.

Il 16 aprile 2015, durante la Messa mattutina nella Casa Santa Marta, ricorrendo l’ottantottesimo compleanno dell’emerito, Francesco ha invitato i presenti a unirsi a lui nella preghiera per Benedetto XVI, “perché il Signore lo sostenga e gli dia tanta gioia e felicità”.

Grande uomo di preghiera e di coraggio

Nel giugno 2016 è la volta di una nuova domanda dei giornalisti sul volo di ritorno dall’Armenia. Qui Francesco ha aggiunto che per lui “è l’uomo che mi custodisce le spalle e la schiena con la sua preghiera”. Tra l’altro “è un uomo di parole, un uomo retto, retto, retto”, “grande uomo di preghiera, di coraggio”.

Maturità, dedizione e fedeltà

Quindi l’atto di commemorazione per il 65º del sacerdozio, quello stesso mese, dove Francesco aggiunse che dal piccolo Monastero dove Benedetto XVI risiede, “promana una tranquillità, una pace, una forza, una fiducia, una maturità, una fede, una dedizione e una fedeltà che mi fanno tanto bene e danno tanta forza a me e a tutta la Chiesa”.

Per il “Premio Ratzinger” 2016 immancabile - “ancora una volta” - l’espressione del “nostro grande affetto e la nostra riconoscenza” per Benedetto XVI, “che continua ad accompagnarci anche ora con la sua preghiera”.

Presenza discreta e incoraggiante

“La sua preghiera e la sua presenza discreta e incoraggiante ci accompagnano nel cammino comune; la sua opera e il suo magistero continuano a essere un’eredità viva e preziosa per la Chiesa e per il nostro servizio”, saranno invece le parole pronunciate per la stessa ricorrenza l’anno successivo. Ratzinger, per Papa Francesco, “continua ad essere un maestro e un interlocutore amico per tutti coloro che esercitano il dono della ragione per rispondere alla vocazione umana della ricerca della verità”. 

Stima, affetto e gratitudine vengono poi ripetute negli anni successivi. Nel 2019 Papa Francesco esplicita il ringraziamento “per l’insegnamento e l’esempio che ci ha dato nel servire la Chiesa riflettendo, pensando, studiando, ascoltando, dialogando, pregando, perché la nostra fede si conservi viva e consapevole nonostante il mutare dei tempi e delle situazioni, e perché i credenti sappiano rendere conto della loro fede con un linguaggio capace di farsi intendere dai loro contemporanei e di entrare in dialogo con essi, per cercare insieme le vie dell’incontro con Dio nel nostro tempo”.

Il contemplativo del Vaticano

Al termine dell’Angelus del 29 giugno 2021, ricorrendo il 70º dell’ordinazione sacerdotale di Papa Benedetto XVI, Francesco lo definisce “caro padre e fratello”, “il contemplativo del Vaticano, che spende la sua vita pregando per la Chiesa e per la diocesi di Roma, della quale è vescovo emerito”. Quindi gli rivolge un grazie per la “testimonianza credibile” e lo “sguardo continuamente rivolto verso l’orizzonte di Dio”.

Al conferimento del “Premio Ratzinger” 2022, Francesco ribadisce che “non mancano per me momenti di incontro personale, fraterno e affettuoso, con il Papa emerito”, evidenziando come tutti sentano “la sua presenza spirituale e il suo accompagnamento nella preghiera per la Chiesa intera: quegli occhi contemplativi che sempre mostra”.

Testimonianza di amore fino alla fine

Infine, il riferimento all’udienza generale dopo il Natale, il 28 dicembre 2022, quando ha invitato i presenti e tutta la Chiesa a intensificare le preghiere per colui “che nel silenzio sta sostenendo la Chiesa”, affinché il Signore “lo sostenga in questa testimonianza di amore alla Chiesa, fino alla fine”.

Giovanni Tridente

sabato 10 dicembre 2022

Le dieci richieste che Papa Francesco ha affidato all’Immacolata lungo il pontificato


Con oggi, 8 dicembre 2022, è la decima volta che Papa Francesco torna ai piedi della statua dell’Immacolata, in Piazza di Spagna a Roma, per un Atto di venerazione. Un appuntamento che non ha voluto mancare anche nei momenti più bui della pandemia, gli ultimi due anni, cambiando la modalità e presentandosi allora davanti alla Madonna da solo, al mattino presto, in forma privata.

Quest’anno la tradizione è stata ripristinata e ad accogliere Papa Francesco c’erano nuovamente numerosi pellegrini e ammalati che hanno cinto la piazza in forma ordinata, come in un grande abbraccio, lungo i lati della storica Piazza Mignanelli, dove si affaccia anche il maestoso edificio che ospita l’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede.

Ci pare interessante, in questa circostanza, ripercorrere le richieste di affidamento che fino ad oggi il Pontefice ha rivolto alla Vergine Maria nel giorno in cui si celebra la sua Immacolata Concezione, dogma della Chiesa stabilito da Pio IX l’8 dicembre di 168 anni fa (1854) con la bolla Ineffabilis Deus.

2022 – L’amore filiale di chi anela a speranza e consolazione

Nella preghiera di quest’anno, che ha fatto seguito alla ultracentesima visita alla Basilica di Santa Maria Maggiore davanti all’icona della Salus Populi Romani, Papa Francesco ha esordito ricordando i tanti “fiori invisibili” che sono le invocazioni e le suppliche, spesso silenziose, soffocate o nascoste, dei fedeli alla
Vergine Immacolata. E ha detto di portare ai piedi della Madonna “l’amore filiale” di quanti anelano a speranza e consolazione, “i sorrisi dei bambini”; “la gratitudine di anziani e vecchi”, “le preoccupazioni delle famiglie”, “i sogni e le ansie dei giovani”, che scontano una cultura ricca di cosa ma povera di valori… Immancabile il riferimento all’Ucraina e al popolo martoriato che supplica la pace. La speranza finale è che l’odio vinca sull’amore, la menzogna sulla verità, l’offesa sul perdono e la guerra sulla pace.

2021 - Cura e guarigione da malattie, guerre e crisi climatica

Lo scorso anno, presenti ancora le restrizioni dovute all’emergenza sanitaria, Papa Francesco si è recato in Piazza in forma privata, intorno alle 6 del mattino, deponendo alla base della colonna che sorregge la Vergine un cesto di rose bianche. La preghiera che ha rivolto in quella occasione ha riguardato – secondo il racconto che ne ha fatto il direttore della Sala Stampa della Santa Sede – “il miracolo della cura, per i tanti malati; della guarigione, per i popoli che soffrono duramente per le guerre e la crisi climatica; e della conversione, perché sciolga il cuore di pietra di chi innalza muri per allontanare da sé il dolore degli altri”.

2020 – Per quanti sono afflitti dallo scoraggiamento

L’anno prima, nel 2020, c’era la pioggia a fare compagnia al Pontefice in una piazza ugualmente deserta; in un primo momento dalla Santa Sede avevano comunicato che l’Atto non si sarebbe svolto, per cui la sorpresa è stata grande quando qualche ora dopo si è sapute che il Papa non aveva mancato l’appuntamento. Data la circostanza del periodo pandemico nel suo momento più duro, la preghiera di affidamento ha riguardato quanti nella Città di Roma e nel mondo “sono afflitti dalla malattia e dallo scoraggiamento”. Dopo Piazza di Spagna, il Papa si è poi diretto a Santa Maria Maggiore dove ha celebrato la Messa nella Cappella del Presepe.

2019 – Liberi dalle dipendenze più accanite e dai legami più criminosi

La preghiera recitata nel 2019 conteneva un esplicito riferimento ai tanti tipi di “corruzione”, che sono molto più pericolosi dell’essere peccatori che poi si pentono, poiché quando incide sul cuore, la corruzione rappresenta “il pericolo più grave”: “cattive intenzioni ed egoismi meschini”. Eppure, la richiesta di intercessione del Papa riguarda l’ancora di salvataggio, che attraverso Maria può giungere a chi è oppresso dalla sfiducia a causa del peccato perché anche nelle tenebre più fitte risplenda sempre “un raggio della luce di Cristo Risorto”, che spezza le catene del male e libera dalle dipendenze più accanite e dai legami più criminosi.

2018 – Per vivere la dolce gioia di evangelizzare

Perché la cura di ognuno renda la città “più bella e vivibile per tutti” e quanti rivestono ruoli di responsabilità vengano raggiunti da “saggezza, lungimiranza, spirito di servizio e di collaborazione”. È dedicata a Roma e alla sua Diocesi la preghiera del 2018, con uno sguardo particolare ai parroci, alle persone consacrate, ai laici che collaborano, affinché tutti vivano “la dolce gioia di evangelizzare”. Il Papa prega l’Immacolata anche di stare vicino a quanti, non solo a Roma ma anche in Italia e nel mondo intero, vivono situazioni di emarginazione e indifferenza.

2017 – Per spogliarsi di orgoglio e arroganza

Nella quinta occasione in cui il Santo Padre venerava la Madonna di Piazza di Spagna la richiesta ha riguardato il sostegno nella capacità di sviluppare gli “anticorpi” contro virus quali l’indifferenza, la “maleducazione civica”, la “paura del diverso e dello straniero”, il trasformismo che si veste da trasgressione, lo sfruttamento di uomini e donne. L’aiuto riguarda anche lo spogliarci di orgoglio e arroganza “per riconoscerci come veramente siamo: piccoli e poveri peccatori, ma sempre tuoi figli”.

2016 – Vicini a bambini, famiglie, lavoratori, a chi è smarrito e disprezzato

Al centro della preghiera del 2016 ci sono i bambini – soli, abbandonati, ingannati e sfruttati –, le famiglie – che si danno da fare ma anche soffrono la fatica di tanti problemi -, i lavoratori – sia chi ce l’ha che chi lo ha perso o non riesce a trovarlo. A tutti bisogna imparare a guardare “con rispetto e riconoscenza, senza interessi egoistici o ipocrisie”, ma anche a toccare con tenerezza chi è povero, malato, disprezzato, smarrito, solo. L’aiuto di Maria è per impegnarsi a fondo “per rinnovare noi stessi, questa città e il mondo intero”.

2015 – La vittoria della divina Misericordia sul peccato

“Guardando te, Madre nostra Immacolata, riconosciamo la vittoria della divina Misericordia sul peccato e su tutte le sue conseguenze” è l’invocazione del 2015, dove il Papa auspica la rinascita della speranza in una vita migliore per tutti e la liberazione da “schiavitù, rancori e paure”, certi della vicinanza della Madonna, che accompagna, è vicina e sostiene i suoi figli in ogni difficoltà.

2014 – Per imparare ad andare controcorrente

L’umanità sia libera da ogni schiavitù spirituale e materiale per far vincere “nei cuori e negli avvenimenti, il disegno di salvezza di Dio”, è l’invocazione che Papa Francesco ha rivolto nella seconda occasione in cui ha fatto visita alla Madonna di Piazza di Spagna, e già in quella occasione aveva parlato del superamento dell’orgoglio, del diventare misericordiosi verso i fratelli, imparando “ad andare controcorrente”: donandosi, facendo silenzio, liberandosi del superfluo, ascoltando e “lasciando spazio alla belle di Dio, fonte della vera gioia”.

2013 – Per suscitare un rinnovato desiderio di santità

A nove mesi dall’inizio del pontificato, il primo atto di venerazione richiama il “desiderio di santità” che la Vergine Maria suscita nei suoi figli, affinché sappiano far emergere “lo splendore della verità”, risuonare “il canto della carità”, rendere presente “la bellezza del Vangelo” attraverso cuori abitati da “purezza e castità”. Non lasci inoltre indifferente il grido dei poveri, la sofferenza dei malati, la solitudine degli anziani, la fragilità dei bambini, e “ogni vita umana sia da tutti noi sempre amata e venerata”.

L'articolo originale è stato pubblicato in spagnolo nella rivista OMNES: https://omnesmag.com/actualidad/las-diez-peticiones-papa-francisco-inmaculada/

sabato 12 marzo 2022

9 anni di Papa Francesco, il conflitto in Ucraina e la fratellanza mancata



Domenica 13 marzo 2022 si compiono i primi 9 anni dell’elezione di Papa Francesco. E mai come in questo periodo, caratterizzato da una disastrosa e fratricida guerra tra la Russia e l’Ucraina alle porte dell’Europa con minacce per la stabilità mondiale, suonano profetiche le prime parole del neo-pontefice rivolte al popolo di Piazza San Pietro.

“E adesso, incominciamo questo cammino… Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi”. Tutti elementi, purtroppo, che qualunque conflitto bellico annulla istantaneamente, andando a generare conseguenze imprevedibili che dureranno per anni.

Il conflitto che stiamo vivendo, con le migliaia di vittime tra civili e militari, e milioni di rifugiati costretti a scappare dai bombardamenti è esattamente il contrario della fratellanza, dell’amore e della fiducia tra le persone. Qualcosa allora si è guastato nell’umanità, nonostante la profezia del 13 marzo del 2013 e le infinite occasioni offerte dal Santo Padre per mettere a frutto questa sua visione programmatica.

Non possono passare inosservati i numerosi tentativi di dialogo ecumenico ed interreligioso, che si innestano evidentemente sul cammino che la Chiesa porta avanti da decenni, con maggiore consapevolezza a partire dal Concilio Vaticano II, e che hanno condotto, nel 2019 ad Abu Dhabi, alla firma dell’importante Documento “sulla fratellanza umana, per la pace mondiale e la convivenza comune”.

Evidentemente, non è bastato! Va anche detto che ogni guerra, ogni deliberata scelta di combattere un fratello, è frutto di situazioni complesse, con ragioni che non stanno mai da una parte sola, in un mix esplosivo – è proprio il caso di dire – che non guarda in faccia a nessuno e tantomeno si preoccupa delle conseguenze che genera.

È pur vero che la crisi russo-ucraina non è certamente l’unica, tantomeno sarà l’ultima. Veniamo da due anni di sconvolgimento pandemico e da decenni di focolai sparsi in varie parti del pianeta, sia a Oriente che a Occidente, tanto da far scrivere in quello stesso Documento sulla fratellanza, che ci trovavamo piuttosto in una “terza guerra mondiale a pezzi”.

Quello che si prospetta all’orizzonte allora è l’ennesimo conflitto mondiale “integrale”, il quarto per l’esattezza, e Dio non voglia che ciò accada davvero. Ecco perché la Santa Sede sta cercando di mettere in campo tutte le soluzioni possibili per porre fine ai combattimenti e alle morti indiscriminate di vittime inconsapevoli, e aprire canali di dialogo possibilmente duratura tra tutte le forze in campo.

Nell’omelia di inizio pontificato lo stesso Papa Francesco aveva raccomandato in modo particolare di “custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore”, sull’esempio di San Giuseppe – ed è singolare come da poco si sia concluso l’Anno dedicato allo Sposo di Maria e la serie di catechesi del pontefice sull’amato patrono della Chiesa Universale.

A nove anni di distanza forse bisogna ritornare a quelle parole, a quella “responsabilità che ci riguarda tutti”, perché quando questa viene meno “allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce”.

Il Papa aveva offerto già in quella occasione le chiavi per porre fine all’odio, all’invidia e alla superbia che sporcano la vita: “vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono”.

Ricominciamo da qui, allora, da questa consapevolezza, e ognuna faccia di tutto per riportare nel proprio ambiente di vita e di lavoro l’armonia della fratellanza e dall’amore. Almeno avremo evitato le tante guerre di cui siamo noi i primi fautori. Dio ci aiuti e ce ne scampi!

Articolo pubblicato in spagnolo sulla rivista #Omnes: https://omnesmag.com/actualidad/el-conflicto-en-ucrania-y-la-fraternidad-perdida/

lunedì 24 gennaio 2022

Restablecer los vínculos con la verdad


- Articolo pubblicato sulla rivista OMNES il 24 gennaio 2022 - 

Hay dos reflexiones interesantes que se desprenden sobre todo del Mensaje del Papa Francisco para la 56ª Jornada Mundial de las Comunicaciones Sociales, que este año se celebrará el 29 de mayo de 2022, pronunciado hoy a toda la Iglesia en la fiesta de San Francisco de Sales, patrón de los periodistas.
Conectar el oído con el corazón

La primera idea proviene del título del Mensaje, Escuchar con el oído del corazón, y tiene que ver con la capacidad de conectar nuestro órgano vital por excelencia con el sentido del oído, para que se transforme en un «aparato» verdaderamente funcional a los fines y al sentido de nuestra existencia: hombres y mujeres que viven en comunidades extendidas donde se comparte el amor, la belleza y la bondad, sin otra finalidad que el encuentro con el Amor más grande.

Es un viaje que se desarrolla enteramente en el interior del hombre, a través de «mecanismos» que no se pueden descifrar visualmente, pero que necesariamente tienen repercusiones en la realidad vivida, y pueden beneficiar (o no) a quienes encontramos en nuestro camino.

Conectar el oído con el corazón no es sólo tarea del periodista y del comunicador -aunque el mensaje se dirija esencialmente a ellos-, sino que es una actitud que debe preocupar a cada bautizado, porque cada uno de nosotros no sólo es cristiano, sino también ciudadano, y además estamos insertos en una sociedad que hoy está muy necesitada de deshacerse de esos cortocircuitos que han estropeado la conexión corazón-oído, que la Sagrada Escritura ha propuesto siempre en todo tiempo y para toda persona de buena voluntad.

La paciencia del silencio de la oración

La otra idea es la de la «paciencia». En los ritmos frenéticos en los que estamos inmersos, hemos perdido la capacidad de parar, de hacer una pausa, pero también de saber esperar, de saber frenar la carrera, de sentarse al lado y escuchar. Escuchar principalmente lo que Dios tiene que decirnos -y esto sólo se consigue con la paciencia del silencio de la oración-, pero también lo que otras personas como nosotros tienen que decirnos. Lo que tienen que decirnos, o lo que quieren que escuchemos, para animarnos a enfrentarnos juntos a los problemas y a salir juntos de las situaciones más difíciles, como la pandemia nos ha demostrado tan bien en los últimos años.

Un baño de humildad

Así que el Mensaje del Papa llega como un baño de humildad, y una invitación a ser concretos en nuestros días: es inútil perseguir frenéticamente un objetivo terrenal que retrocede constantemente porque es más fuerte que nosotros. Dediquémonos más bien a restaurar ese «pequeño tramo» interior que conecta el corazón con la escucha, y animados por la «santa paciencia» convirtámonos todos en «oyentes atentos» de las necesidades del mundo, para que cada uno pueda hacer su parte en beneficio de todos.

Buena escucha, mucha paciencia y los mejores deseos para los periodistas y comunicadores, aquellos que por vocación sienten que deben ser los primeros en restablecer los vínculos con la verdad.

martedì 3 agosto 2021

Post estivo: quei "tanti" che hanno scovato le magagne del sistema e i poveri soccombuti


Osservo con interesse il fenomeno dei “tanti” – come dicono di essere – che da mesi ci raccontano di aver scovato le falle del “sistema” - gli unici ad esserci riusciti bontà loro – e, con un’abnegazione che manco i più generosi missionari delle origini, provano a conquistare le “intelligenze” dei loro parenti ed amici per sottrarli al dominio schiavistico e oppressivo di quel brutto “sistema”.

Un “sistema”, a questo punto, non tanto così “perfetto” e “controllore” se ha consentito che “tanti” – come dicono di essere –, riuscissero a scoprirne le magagne, potendo tra l’altro liberamente denunciarle con ritmi che rasentano la paranoia (vedi alla voce “controllare le proprie psicosi”), e guarda caso proprio attraverso gli stessi mezzi messi a disposizione dal “regime” costituitosi nella “camera oscura” per controllare le intelligenze di quelli che si sono adagiati soccombendo.

Noto solo un piccolo particolare: la velocità con cui questa abnegazione scompare è pari alla fluidità del tema “imposto”. Appena sorge un nuovo trending topic (maledetto “sistema impositivo”!) la missione vira “miracolosamente” su questi, abbandonando la vecchia questione che fino a pochi minuti prima era di vitale importanza e improrogabile trattazione per il bene dell’umanità, della famiglia e dell’amicizia.

Non è meglio farsi una vacanza? Agli audaci l’ardua sentenza!

sabato 3 luglio 2021

Cosa dimostra la vicenda dello scandalo vaticano relativo ai fondi della Segreteria di Stato


Cosa dimostra l’odierna (3 luglio 2021) citazione a giudizio di 10 imputati nell’ambito dello scandalo vaticano sui fondi economici della Segreteria di Stato?

Fermo restando l’innocenza fino a prova contraria di tutti gli implicati – dei quali si sono prontamente susseguite le dichiarazioni difensive dei rispettivi avvocati –, e stando alle informazioni pubblicate dagli stessi organi della Santa Sede, la vicenda evidenzia fondamentalmente che:

1. In caso di presunti reati anche in Vaticano si fanno indagini;

2. tutte le riforme in ambito finanziario, e comunque penale, licenziate negli ultimi anni da Papa Francesco erano assolutamente necessarie e stanno provando a funzionare;

3. la Chiesa non teme più lo “scandalo” per la propria immagine – motivo per cui tante volte e in tanti ambiti si è taciuto o coperto – e preferisce risolvere con sforzi di trasparenza situazioni deplorevoli e dannose a vari livelli, con atteggiamento proattivo, senza attendere che sia il clamore mediatico a fornire “notizie di reato”;

4. se le accuse dovessero essere confermate, può esistere comunque un sottobosco di individui – alcuni a volte molto vicini se non “fedelissimi” – che potrebbero non resistere a tentazioni di tornaconti personali, nonostante proclami in direzione opposta;

5. se le accuse dovessero essere confermate, potrebbero esserci persone che non si fanno scrupolo di nulla – neppure di rubare i soldi donati dalle vecchiette –, non temendo nessuna conseguenza per le loro azioni, nonostante uno sbandierato innalzamento del livello di controllo (e di conseguente rischio penale) su quelle stesse attività;

6. al saldo delle responsabilità penali di ciascuno, c’è un livello di incompetenza in termini finanziari e manageriali ai livelli alti della gerarchia e degli immediati sottoposti che si tramuta spesso in terreno fertile per possibili speculatori o faccendieri, che si palesano anche a distanza di anni (e di pontificati) sempre per interessi guarda caso economici e senza provare il benché minimo senso del pudore;

7. c’è molto da pregare per la Chiesa e per Papa Francesco, se anche nel pieno delle indagini c’è comunque qualcuno che possa sentirsi superiore alla legge, eventualmente architettando iniziative di depistaggio o “contrattando” con assoluta tranquillità “soluzioni alternative” rispetto alle questioni sotto inchiesta;

8. sarà molto difficile riconquistare la fiducia, nonostante i tanti martiri che in ogni angolo del mondo hanno effuso il proprio sangue e i numerosi che continuano a spendersi infaticabilmente per la diffusione del Vangelo;

9. Il nemico spesso è proprio dentro, dentro di noi sicuramente, e… “il diavolo entra sempre dal portafoglio” (cit. Papa Francesco).

Che vincano la giustizia e la verità.

mercoledì 30 giugno 2021

Comunicazione è persuasione: la “disputa felice” come antidoto all’odio online


Oggi si è abituati a un linguaggio immediato, fluido, spesso “scomposto”, utile nell’immediato per una comprensione più legata a uno scambio ludico. La retorica offre invece ai cittadini di oggi e domani, gli attrezzi necessari per imparare a parlare bene, farsi comprendere, saper ascoltare ed essere ricordati, anche online

Articolo apparso su Agenda Digitale il 22 giugno 2021

* * *

Nell’epoca della disintermediazione e dell’interconnessione, dove chiunque è abilitato a dire la propria senza filtri o esplicito contraddittorio, assistiamo a un sovraccarico informativo che rende problematica la convivenza tra gli individui, che faticano a interagire fruttuosamente.

Per ovviare a un tale sostanziale “dialogo tra sordi”, appare quanto mai necessario suggerire il ripristino dell’insegnamento della retorica sin dall’età della formazione scolastica di base.

Al centro di questa riflessione, ci saranno quindi gli intrecci tra comunicazione e persuasione, con particolare riferimento alla riflessione aristotelica sulla retorica come arte del convincimento e su alcune proprietà intrinseche che rendono le idee altamente diffusive (contagiose). Vogliamo analizzare anche l’importanza della rete come luogo di comunicazione per eccellenza poiché racchiude in sé ogni facoltà espressiva dell’uomo. Tra queste, si approfondisce una forma “deviata” di persuasione quale il litigio online, aspetto meno aggressivo ma comunque rappresentativo di hate speech e la proposta della disputa felice del filosofo Bruno Mastroianni, come risposta alle contrapposizioni e per una sana ed efficace persuasione.

Abilitati a comunicare (e ad argomentare)

Siamo nati per comunicare. O meglio, siamo nati da un atto comunicativo, poiché la vita ci è stata trasmessa, e viviamo per comunicare. Per trasmettere a nostra volta a quanti ci circondano ciò che ci appartiene dal più profondo: emozioni, sentimenti, attese e le tante precomprensioni del mondo, che passo dopo passo impariamo ad acquisire per poi condividere. Si tratta di un’abilitazione che possediamo in maniera innata, che ci distingue dagli altri esseri viventi animali: siamo gli unici ad essere dotati di uno strumento come il linguaggio, attraverso cui realizziamo continui processi persuasivi. Ed è proprio la persuasione l’elemento che caratterizza il rapporto comunicativo con i nostri simili, mediante la quale proviamo a stabilire, con gli stessi, relazioni di qualità, in quanto animali che vivono – e hanno bisogno di vivere – in società [cfr. Aristotele, Politica].

Come insegna tutto il pensiero aristotelico, le nostre esistenze sono disseminate di argomenti comuni che impariamo a conoscere proprio perché diffusi, e rispetto ai quali facciamo sostanzialmente quattro cose: critichiamo o sosteniamo un argomento, ci difendiamo o accusiamo. Queste sono fondamentalmente le attività tipiche della retorica, che l’uomo può esercitare perché in possesso del cosiddetto logos: da una parte si lascia persuadere e dall’altra persuade. Pur essendo una predisposizione naturale dell’uomo, si tratta comunque di un qualcosa che bisogna apprendere (techne). Siamo pertanto di fronte ad un sapere orientato al fare. Dalla persuasione si passa allora all’azione. O, se vogliamo, non esiste persuasione senza azione, dato che il discorso persuasivo è finalizzato ad un giudizio: se non ci fosse un giudizio da esprimere ci troveremmo di fronte a qualcosa di già acquisito e insindacabile, come potrebbe essere ad esempio un teorema. [cfr. Piazza, 2004, pp. 139-175].

Per Aristotele, d’altro canto, il tipo di verità con cui ha a che fare la retorica è una verità incerta, è eikos (verosimile, probabile…), un qualcosa di non pienamente definito, che richiede di essere scoperto, immaginato, congetturato. Qui si inserisce anche l’elemento del desiderio, che è il vero motore che spinge le persone a fare qualcosa. Non a caso, nell’Etica a Nicomaco, lo stagirita qualifica l’animale umano come mente che desidera e desiderio che ragiona. Perché possa essere efficace, il discorso persuasivo deve perciò tenere insieme sia la sfera cognitiva che la sfera emotiva. Mentre la necessità di persuadere è uno dei modi per essere felici. [Ibidem].

Se ci interroghiamo sul processo attraverso cui si realizza la persuasione vediamo che al vertice di tutto ci sono le credenze delle persone, le loro precomprensioni sul mondo, ed è un qualcosa di culturale e biologico legato anche all’evoluzione (adattabilità). Lo scopo della persuasione è dunque quello di provare a “modificare” queste credenze e i comportamenti che ne derivano, e ciò si può verificare soltanto dopo aver “compreso” come funziona la mente umana, la sua modularità, quelle proprietà caratteristiche che rendono gli umani predisposti a subire l’influenza di particolari tipi di rappresentazioni rispetto ad altre.

L’altro elemento del processo persuasivo riguarda la parte che potremmo definire più pratica e attiva, ossia l’argomentazione: quell’insieme di “strategie” che, da una parte, incidono direttamente su determinate proprietà della mente umana (rispondendo ad esempio con delle “prove” a ciò che viene affermato) e dall’altra rendono piacevole questa azione “dibattimentale”, prendendo in prestito un termine della procedura giudiziaria.

Infine, la narrazione, di cui parleremo nel prossimo paragrafo, per dire l’aspetto poetico della retorica, in cui si fa leva sui fattori linguistici per appassionare l’interlocutore.

Come ben spiega sempre Piazza [2004, p. 10], sono usi persuasivi del linguaggio tutti quelli il cui obiettivo finale consiste nel cambiamento dei desideri, degli atteggiamenti, delle opinioni o finanche dei comportamenti dei nostri interlocutori. Che però vanno lasciati liberi di darci ascolto oppure no. Ogni volta che abbiamo a che fare con il linguaggio stiamo quindi facendo retorica, e non esistono discorsi che non siano retorici. Quando ci approcciamo a questa disciplina bisogna però chiarirsi sulla definizione: non si tratta di dimensioni autonome che si sono imposte lungo i secoli andando a segmentare quella che era la proposta iniziale di Aristotele – le tre “vie alternative” della dialettica (dimensione logico-argomentativa), della poetica (dimensione stilistica) ed ermeneutica (dimensione emotiva-patetica) –, ma di un “sistema unitario” di riflessione sul discorso persuasivo, che è intreccio tra linguaggio, cognizione, desiderio, azione e responsabilità [cfr. Piazza, 2004].

Nulla a che vedere, insomma, con la proposta di razionalisti, empiristi, positivisti e retorici dell’antiretorica, per i quali esiste una verità autarchica evidente di per sé, auto-persuasiva, ed un linguaggio sostanzialmente neutro. Niente a che fare neppure con la visione platonica della retorica come “luogo dell’inganno” o come processo ornamentale rispetto a verità scoperte altrove [cfr. Ibidem].

L’auspicio è dunque quello di “ritornare ad Aristotele” e alla sua idea di retorica, comprendendo però che la funzione specifica non è tanto il persuadere in sé, ma lo scoprire che cosa ci può essere di persuasivo in ogni argomento. Senza opposizione tra il “proto”, che privilegia l’elocutio e in cui è centrale la poetica e l’uso delle figure retoriche (che non sono “manipolazione”), e la “prova”, che privilegia invece l’inventio e la ricerca di argomenti in un processo più dialettico e logico-argomentativo.

Quando comunichiamo, dunque, stiamo esponendo una verità che non è necessariamente evidente né auto-persuasiva, per cui ha bisogno di essere provata e resa credibile mediante la strategia persuasiva, che per Aristotele si dipana attraverso l’ethos (carattere dell’oratore: degno di fede, saggio, virtuoso), il pathos (emozione suscitata nell’ascoltatore) e logos (l’argomento del discorso, ciò di cui si parla).

La narrazione e il contagio delle idee

Accennavamo pocanzi all’argomentazione, alle prove e alla verità. Per essere positivamente convincenti bisogna avere evidentemente dei “buoni argomenti”, e il potere di convincimento di questi ultimi passerà senza dubbio attraverso la verità: la verità di chi parla e la disponibilità di chi ascolta ad assumere quegli argomenti come veri. In questo consiste fondamentalmente la narrazione, che da un punto di vista ermeneutico si attualizza attraverso il linguaggio.

Non a caso, tutto l’essere che può essere compreso è linguaggio, secondo una intuizione di Gadamer [cfr. Piazza, 2004, cap. 4]. Esso è il luogo e l’orizzonte all’interno del quale gli uomini fanno esperienza del mondo e si intendono su di esso. Ciò fa necessariamente leva sulle passioni umane, ma per raggiungere tale obiettivo occorre fornire ragioni accettabili, seppur non definitive.

Il “mezzo” con cui l’uomo prova a fornire queste ragioni attraverso il linguaggio è il raccontare storie, che per come è conformato il nostro cervello assumono uno straordinario potere persuasivo. Senza fare del tecnicismo, Corballis parla di una “mente che vaga” (wandering mind), che spazia cioè tra un polo all’altro dell’esistenza, potemmo aggiungere, e che caratterizza in modo univoco l’uomo. Egli sostiene che addirittura raccontiamo storie ancora prima di comunicarle agli altri, già nel momento in cui percepiamo dei fenomeni all’interno di noi, dandogli una veste narrativa.

Questo spiega anche perché la narrazione ha un carattere fortemente persuasivo e ciò dipende inscindibilmente dall’argomentazione, dal modo in cui proviamo a portare all’esterno di noi questo dinamismo narrativo, assemblando tutto quell’insieme di affermazioni e prove legate poi da una coerenza logica e razionale [cfr. Bilandzic – Busselle, 2013]. Quanto più l’ascoltatore sarà in grado di “ricostruire” la nostra storia nella propria mente tanto più l’argomentazione risulterà persuasiva. Qui rientra anche il concetto di experientiality, per cui le narrazioni sono prefigurazioni del mondo interiore dei personaggi e creano identificazione (empatia) [cfr. Ibidem]. Bilandzic e Busselle accennano inoltre al meccanismo della controargomentazione (counterarguing) da parte del nostro interlocutore, che la persuasione dovrebbe essere in grado di inibire proprio attraverso il potere della narrazione di una storia; e della imagery (“immagini mentali”): le parole narrative sono in grado di generare “scene visive” nell’interlocutore, attivando così uno strumento di persuasione di forte presa [cfr. Ibidem].

Tali dinamiche sono soltanto alcuni degli elementi che rispondono al perché l’essere umano viene generalmente persuaso – oltre a, come abbiamo visto, persuadere gli altri –, e rispondono in ultima analisi a quel “contagio culturale” di cui siamo imbevuti come uomini, ben sviluppato da Arielli e Bottazzini nel loro “Idee virali”. Altri studi, come quelli riportati nel saggio di Falk e Scholz [2018], includono anche l’aspetto delle neuroscienze, speculando ad esempio sulle dimensioni di costi e benefici che incidono rispetto a una decisione, ma anche il grado di esposizione, le motivazioni e il livello di consapevolezza cosciente. Tutte modalità di apprendimento sociale che portano ad aggiornare le proprie preferenze e le proprie azioni, generando effetti persuasivi all’interno di sistemi di valori socialmente riconosciuti.

Se è vero, dunque, come sostiene Pinker, che la comunicazione non è un processo automatico, è altrettanto vero che la cultura è parte della natura umana, ragion per cui, in quanto legati a continui e molteplici flussi di informazioni, alcune di queste, trasmesse ripetutamente, si propagano sotto forma di rappresentazioni mentali a gruppi di soggetti e finiscono per diventare pubbliche [Sperber, 1999]. Questo spiega in sostanza – e anche molto sinteticamente – come avviene nella società la trasmissione delle idee, ben sapendo che esistono “ecosistemi di idee e pensieri la cui capacità di diffusione garantisce il successo dell’ecosistema stesso e quindi degli individui che lo abitano” [Arielli – Bottazzini, 2018, p. 54]. La motivazione legata alla diffusione appare però con una duplice funzione, una autoregolamentativa della propria appartenenza e individualità (segnalo la mia identità condividendo con altri lo stesso punto di vista mentre garantisco la mia eccezionalità) e l’altra di costruzione dell’ambiente culturale, che è costituito dalle menti degli altri che vi appartengono e a cui faccio riferimento [cfr. Ibidem].

Senza dilungarci molto su questo, valgano come sintesi i principi generali individuati negli studi sulle leggende urbane di Chip e Dan Heat [cit. Ibidem, p. 74], in base ai quali certi contenuti “aderiscono” alla nostra mente. Sono sei e rispondono all’acronimo Succes. A rendere memorabile un contenuto è innanzitutto la sua semplicità (simple) ma anche se è ben organizzato (concrete) e strutturato all’interno di un arco narrativo coerente (credible). Evidentemente, c’è bisogno pure di una intensità emotiva del racconto (emotional) e la presenza di dettagli molto specifici che rendono la storia sorprendente (stories). Ci sono inoltre altre tendenze, che Sperber definisce “attrattori culturali”, finalizzati ad affinare il processo di selezione delle idee, basati sia su meccanismi cognitivi e motivazionali della mente umana che su filtri culturali specifici [cfr. Ibidem, p. 80]. Tra questi va segnalata l’emozionalità dei contenuti, la preferenza per i concetti controintuitivi, l’organizzazione gerarchica e progressiva delle informazioni per renderle semplici da ricordare, l’assimilazione a conoscenze e stereotipi già presenti in una determinata cultura, la tendenza a preferire storie riguardanti persone e informazioni di natura pratica, infine la preferenza per le novità.

Vediamo adesso come tutto questo incide nell’epoca odierna caratterizzata dalla disintermediazione e dall’iperconnessione, e come la rete sia un luogo comunicativo per eccellenza, dove la persuasione in generale e la possibilità di argomentare in particolare ne sono fattori insiti.

La rete, comunicazione per eccellenza

Come ben spiegano Gheno e Mastroianni nel loro “Tienilo acceso” [2018], i social e il web in generale non sono un qualcosa di extraterrestre, imposti quindi da un invasore o frutto di un complotto, ma la conseguenza della nostra decisione libera di voler ampliare la possibilità di entrare in contatto con gli altri diminuendone le distanze. Un dinamismo che accompagna da sempre l’esistenza umana e che le tecnologie hanno reso sensibilmente più veloce. Questa evoluzione è legata strettamente alla comunicazione, e in un simile panorama è chiaro che tutti sono chiamati ad acquisire quelle competenze di base che gli permettano, da una parte, di “capire il mondo”, ma anche di farsi capire dagli altri e capire l’altro. [cfr. Gheno-Mastroianni, 2008, pp. 19-22]. Come è evidente, qui si palesa una (ulteriore) sfida per la vita online: la necessità di imparare a comunicare nella diversità di vedute, sapendo ascoltare le parole degli altri e trasmettendone di proprie che siano efficaci e piene di senso.

Ciò fa il paio con la riscoperta del potere della parola e del linguaggio, e quindi del potere di costruire – o distruggere –, le relazioni con gli altri, siano a questo punto online ma anche offline, fondamentalmente onlife, nella felice definizione di Luciano Floridi. Tutti elementi che hanno insito l’aspetto retorico e persuasivo, come abbiamo illustrato nei paragrafi precedenti. A differenza che nell’online si accentua il bisogno di “comunicare bene”, dato che si hanno a disposizione soltanto le parole, mancando le espressioni del viso, il tono della voce o una postura da assumere, per cui il fraintendimento è dietro l’angolo. Un ausilio potrebbe giungere dalla proposta del linguista e filosofo Paul Grice, che Gheno e Mastroianni sintetizzano nel loro libro, e cioè l’essere sinceri (massima della qualità) parlando degli argomenti che si conoscono bene; il non dire troppo o troppo poco (massima della quantità), guardando al giusto mezzo; l’essere pertinenti (massima della relazione), poiché lo svincolamento rispetto alla questione richiesta non depone mai a favore di chi lo pratica; e la chiarezza (massima della modalità), andando alla ricerca delle giuste sfumature per far capire bene ciò che intendiamo dire [cfr. Ivi, pp. 66-68].

Sta di fatto che queste possono essere delle regole di base per condurre anche in rete un discorso veramente persuasivo. Il problema si pone quando subentrano altri fattori che ci fanno sbandare nel percorso, come vediamo nel punto successivo.

Il litigio (online) quale forma “deviata” di persuasione

“Una polis che voglia realizzare il suo fine – vivere bene – non può fare a meno della retorica e un animale linguistico e cittadino non può che essere anche animale retorico [Piazza, 2004, p. 185]. Eppure, l’esperienza dimostra che non sempre nella polis si persegue questo obiettivo, e una delle evidenze più immediate è possibile trarla dall’esperienza di litigiosità a cui assistiamo in rete. Se è vero che comunichiamo, e persuadiamo, per provocare un “cambiamento” nel comportamento di coloro con i quali entriamo in conversazione, sicuramente potremmo dire che il litigio, e il litigio online, è una forma “deviata” di persuasione. Sembra più simile ad un atto di forza, seppur non fisico, per provare a prevalere sugli altri.

È chiaro che nell’arena comunicativa interveniamo come attori che partono da punti di vista differenti, addirittura quando in linea generale la pensiamo allo stesso modo. Immettere nella conversazione uno spirito litigioso equivale sostanzialmente a voler convincere l’altro con la forza, e questo accade perché in fin dei conti facciamo a meno del vero spirito dell’argomentazione, che è quello di fornire prove a sostegno delle nostre tesi. Insomma, il litigio avviene proprio perché abbiamo innata questa capacità di persuasione (voler convincere l’altro della “bontà” delle nostre idee) ma diamo priorità al risultato piuttosto che al percorso per arrivarci. Dimenticando che lo spirito del dibattito argomentativo è proprio quello di non mettere mai il punto “fine” alla discussione, ma alimentarla continuamente con nuovi pareri, punti di vista e stimoli, in un processo contro-argomentativo costante che è fruttuoso per ciascuno dei disputanti.

Discorso a parte meriterebbe tutta la questione dell’hate speech, di cui a nostro giudizio il litigio esacerbato ne è una delle forme, seppur più mitigata. Per approfondire questo aspetto rimandiamo al libro di Gheno – Mastroianni [2018, prima parte, cap. 1].

Ma perché litighiamo online? Una prima risposta potrebbe venire dal mondo dei media classici, che hanno prodotto sul pubblico una sorta di educazione alla contrapposizione, dato che hanno sempre avuto una certa preferenza per lo scontro come modalità accattivante di narrazione su certe tematiche [cfr. Contreras, 2006]. Lo vediamo ad esempio nei cosiddetti fattori di notiziabilità, dove il tema del conflitto è quello più disponibile e a buon mercato, ma è anche la quotidiana esperienza che facciamo nel leggere un quotidiano o nell’ascoltare un talk in televisione, dove ogni questione complessa viene ridotta ad un semplice pro e contro, sia nel formato dell’impaginazione che nello schieramento degli ospiti televisivi. Con ben spiega Mastroianni, “questo essere continuamente sottoposti alla ‘cura conflittuale’ ci ha portato a sviluppare la tendenza a schierarci come primo riflesso del nostro intervenire in un dibattito: ‘sono d’accordo’ o ‘non sono d’accordo” [2017, p. 61]. In questo modo, la realtà delle discussioni si è trasformata in schieramenti omogenei o eterogenei rispetto alla propria posizione, divenendo un campo di raccolta di provocazioni, per cui si termina con il rimanere offesi e stizziti.

Oltre alla conseguenza ad intra (tra i litiganti) bisogna però considerare anche la conseguenza ad extra. Si finisce per dimenticarsi praticamente della moltitudine silenziosa – l’uditorio direbbe Perelman nel suo Trattato dell’argomentazione – che assiste e non ricava alcun beneficio dal processo argomentativo litigioso: non viene insomma né persuaso (se pensiamo a un uditorio “particolare”) né convinto (se l’uditorio è quello “universale”, l’umanità intera, come ideale di riferimento) [cfr. Piazza, 2004, pp. 55-58].

Ci sono evidentemente altre dinamiche alla base di questa “deviazione” della persuasione, ed hanno a che fare con i concetti di omofilia, polarizzazione, camere degli echi. Se da una parte siamo predisposti a orientarci verso chi ci è simile, dall’altra ciò è sufficiente per creare estraneità con chi ci è dissimile, conducendo a quelle situazioni di vero e proprio “odio”, esacerbando le divergenze, rompendo le relazioni e generando divisioni culturali sempre più marcate [cfr. Arielli – Bottazzini, 2018, pp. 36-38].

La “disputa felice” come risposta per una sana persuasione

Come è possibile allora dissentire in una conversazione, generare un dibattito che possa essere veramente persuasivo per gli interlocutori e l’uditorio, senza cadere nella “deviazione” del litigio? Ci sembra che la proposta del filosofo Bruno Mastroianni sia una buona sintesi che tiene insieme tutte queste esigenze, e riguarda la disputa felice. Assodato che occorrono delle competenze di base per essere comunicativamente efficaci in qualunque situazione ci si presenti, e che nel mondo in cui siamo immersi ciò si traduce con ragionamenti brevi e incisivi, pieni di significato ed espressivi, la disputa felice punta a raggiungere il massimo risultato nella dinamica dibattimentale tra relazione (rapporto tra i disputanti) e contenuto (il merito della questione). Siamo quindi di fronte a discussioni comunque vivaci su determinati argomenti, ma l’aggettivo felice non va inteso in accezione buonista o cortese – come spiega l’autore – quanto nell’ottica di una contesa che dà soddisfazione e migliora la vita dei disputanti. Il principio guida è perciò quello di “mantenere l’attenzione, le energie e la concentrazione sui temi e sugli argomenti in oggetto, senza andare a rompere la relazione tra i due disputanti proprio per farsi nutrire dalla differenza che ne emerge” [Mastroianni, 2017, pp. 21-22].

Come disinnescare allora il conflitto quando due che stanno argomentando iniziano a dissentire in maniera accesa, aumenta la reattività e l’ostilità, la polarizzazione e altri atteggiamenti che nel tempo abbiamo imparato a riconoscere sui social? La disputa felice prevede di agire su tre livelli per creare un clima favorevole al confronto, e alla buona persuasione. Il primo livello è quello di superare la mentalità di contrapposizione a cui siamo stati abituati dai media, come abbiamo illustrato poco sopra. Il secondo livello consiste nello scegliere consapevolmente specifici modi di esprimerci nell’interazione con l’altro, ad esempio evitando il dissociarsi (“non è così”, “questo è sbagliato”, “questo è falso”), lo sdegno (“non tollero che si dica così”, “è inaudito”), i giudizi ad hominem (“ti sbagli”, “non capisci”), le generalizzazioni (“questo è tipico di voi cattolici/atei/stranieri/professori”) o le parole d’odio… poiché sono tutti approcci conflittuali che provocano effetti belligeranti in chi ascolta. Infine, occorre imparare a lasciar cadere le espressioni altrui che portano a reagire in modo ostile, esercitando quando necessario un salutare “potere di ignorare”, ben consapevoli che spesse volte, soprattutto in rete, una non risposta è di per sé un messaggio, probabilmente anche più efficace di una esplicita reazione alla provocazione ricevuta [cfr. Ivi, pp. 57-76].

Così come è concepita, la disputa felice si presenta allora come un lavoro di rielaborazione (reframing) delle proprie idee e necessita della disponibilità a voler uscire dal proprio mondo per entrare nel mondo dell’altro. Questo richiede, nell’idea di Mastroianni, quattro fondamentali passaggi che ciascun “persuasore” deve compiere se vuole riuscire nell’intento di procurarsi conoscenza in modo piacevole. Innanzitutto, essere sé stessi, ossia affidarsi alle proprie risorse di comunicazione e fuggendo da proiezioni edulcorate e falsate delle proprie capacità o competenze: “non percepirsi infallibili, non pensare di avere sempre e solo argomenti incontrovertibili, riconoscere quando l’altro è più convincente, rende più autorevoli e apprezzabili” [Ivi, p. 99]. Il secondo atteggiamento è quello di prendere sempre sul serio le argomentazioni dell’altro (uscire dalla propria echo chamber) e porre a sé stessi, con sincerità, quelle domande che collaudano la propria comprensione della realtà. Quando si è invece di fronte a un clima pregiudicato e veramente ostile, il modo per uscirne è quello di “sovvertire la prospettiva”, divincolandosi dalla posizione di antagonista, facendo leva se necessario anche sull’ironia e sull’autoironia. Infatti, “essere distaccati dai propri argomenti, saper ridere di sé stessi, oppure smorzare la tensione con una battuta, è una valvola di sfogo che fa calare la pressione e riabilita la discussione” [Ivi, p. 107]. Infine, l’ingrediente di fondo che non deve mai mancare è il “senso comune”, ossia il fare riferimento il più possibile a ciò che può essere riconosciuto in maniera universale. Ciò richiede anche farsi carico dell’onere della prova davanti agli altri e non rifiutare nessuna delle obiezioni, pur quando si parla di cose risapute, ben sapendo che “la presenza di opposizione è il motore del discorso” e permette di articolare più approfonditamente il ragionamento.

Nel libro Litigando si impara, Mastroianni si spinge oltre e riassume nelle dita della mano, con una immagine a nostro giudizio riuscita, le principali virtù dell’argomentazione, facendo intendere che la disputa felice è un qualcosa “a portata di mano” e che chiunque la può mettere in atto. Il mignolo richiama l’umiltà, il valore del limite, per dire che “siamo in grado di sostenere senza litigare solo quel poco che siamo e che sappiamo” [Mastroianni, 2020, p. 113]; l’anulare, il dito della fede nuziale, richiama il legame, quindi il valore della fiducia da non disperdere mentre si dissente, consapevoli che bisogna “curare anzitutto la relazione tra le persone” [Ivi, p. 114]; il medio richiama invece la necessità di rifiutare l’aggressione, disinnescando gli insulti e le provocazioni per restare sull’argomento di contesa; l’indice è il dito che sceglie su cosa puntare l’attenzione e quindi è strettamente legato all’argomento, purché sia oggettivo, concreto, rilevante e consistente; infine, il pollice, il dito del like sui social, che però è veramente valorizzato quando nella disputa è orientato verso sé stessi, come forma di autoironia, ossia capacità di vivere le cose con distacco senza prendere troppo sul serio, in fin dei conti, le proprie e le altrui opinioni [cfr. ivi, p. 117].

Tutto ciò nella consapevolezza che la disputa, per essere davvero felice, deve essere continua, perché non esistono temi che non si possano discutere e non esiste una verità autarchica, come dicevano i razionalisti e gli empiristi, ma una verità retorica, che va trovata con mezzi retorici e sarà sempre suscettibile di nuovi accordi e nuove riformulazioni.

Conclusioni

Torniamo, quindi, all’importanza della retorica, da cui siamo partiti. Questa disciplina, infatti, che è l’arte di persuadere attraverso il discorso (Reboul, 2002), si configura come un processo di apprendimento che esalta i talenti e le abilità espressive dell’individuo, ma ha bisogno di essere “tirato fuori” da chi lo deve esercitare, e ciò è specifico dell’educazione (edūcĕre, trarre fuori). La scuola, dunque, deve assumersi questo compito, per rendere migliore la società.

Se nel panorama sociale in cui ci troviamo occorre porre fine alle generalizzate “lotte tribali” tra concorrenti spesso inconsapevoli, l’unico modo appare quello di ritornare a offrire l’insieme di tecniche che possano migliorare la comprensione reciproca, pur conservando punti di vista differenti. Poiché il risultato di aver messo da parte un insegnamento che prova a lavorare sulle emozioni, sul coinvolgimento, sulla capacità di farsi comprendere dai propri interlocutori, è stato quello di generare un continuo susseguirsi di strilli nel mucchio con conseguente “rumore” dannoso e incomprensibile, appare necessario un ammaestramento pedissequo e di sostanza che possa favorire, seppur nel lungo periodo, il superamento di queste dinamiche comunque come spiacevoli. Con l’affinamento delle capacità di linguaggio ed espressive, le persone impareranno a esercitare la propria libertà con consapevolezza, per il fine buono della convivenza pacifica.

Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un approccio utopico poiché non ci sarebbero sufficienti maestri idonei e capaci di trasmettere i segreti di una disciplina basata sostanzialmente su un talento personale che non tutti possiedono nel massimo grado. Eppure, è la stessa retorica a fornire i suggerimenti e le tecniche per migliorarne sia l’esercizio che lo stesso addestramento. Ragion per cui si può e si deve osare, dato che lo scopo è alto e necessario. Oggi si è abituati a un linguaggio immediato, fluido, spesso “scomposto”, che è utile nell’immediato per una comprensione più legata a uno scambio ludico e di passatempo. L’obiettivo a lungo raggio, però, è quello di offrire ai cittadini dell’oggi e del domani, gli attrezzi necessari per imparare a parlare bene, farsi comprendere, saper ascoltare ed essere ricordati. Tutte prerogative che la retorica insegna e di cui dota, per non soccombere nell’anonimato dell’insignificanza, ma ammaestrando uomini e donne che sappiano prendersi cura del proprio intorno, forti di una dignità e libertà costate il sangue di quelli che li hanno preceduti.

Bibliografia

ARIELLI, E., – BOTTAZZINI, P. (2018). Idee virali. Perché i pensieri si diffondono. Bologna: Il Mulino.

BILANDZIC, H., – BUSSELLE, R. (2013). Narrative persuasion. In “The Sage handbook of persuasion: Developments in theory and practice”, 2, pp. 200-219.

CONTRERAS, D. (2006). Il conflitto come ‘valore’ giornalistico, In “Sphera Publica”, Universidad Católica de San Antonio, p. 79.

FALK, E., – SCHOLZ, C. (2018). Persuasion, influence, and value: Perspectives from communication and social neuroscience. In “Annual review of psychology”, 69, pp. 329-356.

GHENO, V., – MASTROIANNI, B. (2018). Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello. Milano: Longanesi.

MASTROIANNI, B. (2017). La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico. Firenze: Franco Cesati Editore.

MASTROIANNI, B. (2020). Litigando si impara. Disinnescare l’odio con la disputa felice in tempi di crisi. Firenze: Franco Cesati Editore.

PIAZZA, F. (2004). Linguaggio, persuasione e verità. La retorica del Novecento. Roma: Carocci.

REBOUL, O. (2002). Introduzione alla retorica. Bologna: Il Mulino.

SPERBER, DAN (1999). Il contagio delle idee. Teoria naturalistica della cultura. Milano: Gian Giacomo Feltrinelli Editore

lunedì 17 maggio 2021

Sentirsi a proprio agio nella complessità della comunicazione

Il 16 maggio si celebra la 55ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l’unica istituita a partire dal Concilio Vaticano II. Nel Messaggio scritto per l’occasione, Papa Francesco prende spunto dall’invito di Gesù rivolto ai discepoli “Vieni e vedi” (Gv 1,46), e insiste sul fatto che per comunicare occorre incontrare le persone laddove sono e così come sono.

In oltre mezzo secolo di comunicazioni sociali, il panorama informativo è totalmente cambiato, e con esso la professione giornalistica, oggi schiacciata dalla disintermediazione e dalla infodemia, termini che se non sono presi nella giusta dimensione possono distogliere l’attenzione dal vero problema. E cioè: la responsabilità di ciascun professionista a fare bene il proprio lavoro.

Innanzitutto, bisogna sempre interrogarsi sull’impatto etico della professione giornalistica, in particolare la sua indole di “servizio al lettore” che la caratterizza, nonostante – e forse a maggior ragione – l’epoca della comunicazione globale e disintermediata.

L’infodemia ci appartiene

A proposito del termine tanto in voga negli ultimi mesi anche a causa della pandemia che stiamo vivendo - infodemia -, se guardiamo indietro nel tempo e studiamo un po’ i vari processi della cultura mediatica che si sono susseguiti, ci accorgiamo che il termine era già stato coniato nel 2003 dal giornalista David J. Rothkopf in un articolo sul Washington Post. Erano i primi mesi della diffusione della SARS (la sorella minore del “nostro” Covid-19) e l’autore declinava il termine come “un fenomeno complesso causato dall’interazione di media tradizionali, media specializzati, siti Internet e media cosiddetti informali”, questi ultimi identificati come telefoni senza fili, sms, cercapersone, fax ed email. 

Come vediamo, non c’è nulla di nuovo, tranne il fatto che i protagonisti di questo fenomeno sono sempre le persone, sia in quanto “alimentatori del caos” ma anche in qualità di consumatori un po’ voraci e spesso distratti. Certamente, i social hanno incrementato questa babele, e il Covid-19 ci ha fatto ripiombare tragicamente in un qualcosa che avremmo forse dovuto approfondire con più attenzione. Ciò conferma che la chiave per “aggiustare” ciò che non va, non risiede nei processi – che vanno da sé – ma nelle persone. Da lì dobbiamo riprendere, o cominciare.

Un lavoro personale 

Di fronte a una società iperconnessa, sarebbe un vero peccato – un vero impoverimento – non approfittare della quantità di possibilità che questo mondo ci offre, a cominciare dagli strumenti per saper distinguere ciò è bene per la nostra esistenza da ciò che invece la limita. Come si vede, è un lavoro che spetta a ciascun individuo e non si può demandare a qualche “organismo altro”, come se fosse nascosto da qualche parte nell’etere, che poi nella migliore delle ipotesi è soltanto un contenitore vuoto o l’approdo di malriposte aspettative. 

I rischi fanno parte della vita, ma la vita va affrontata, va gestita, va governata, va accompagnata. Nessun individuo può tirarsi indietro rispetto a questo bisogno – e compito – di scegliere in prima persona ciò che è bene per lui (e per gli altri). E questa si chiama libertà.

I giornalisti sono persone come tutti, inseriti nella complessità del mondo di oggi come ciascuno di noi. Non è utile né produttivo scagliare pietre contro una categoria piuttosto che un’altra. Ma è innegabile che bisogna fare un esame di coscienza generale, pur tenendo conto della complessità delle situazioni e del panorama globale che stiamo vivendo. 

Risposte complesse a problemi complessi

Problemi complessi richiedono risposte complesse, per cui è arrivato il momento, come buoni “meccanici”, di andare innanzitutto ad individuare le falle che rendono impraticabile il “motore” della società, e pezzo per volta riparare le componenti guastate. È un compito che spetta a ciascuno, dall’operatore dell’informazione e della comunicazione al cittadino qualunque, dalle agenzie educative alla politica, dalla Chiesa a tutti gli altri organismi che operano nella società. Un lavoro complesso, un lavoro globale, un lavoro non più procrastinabile. Ma è anche la migliore sfida che ci poteva capitare, per dare un senso alle nostre esistenze.

Non accontentarsi

Quindi un consiglio ai giovani: non accontentarsi mai! Non accontentarsi rispetto allo studio, al desiderio di comprendere la realtà, alle possibilità da offrire a chi riceve i frutti del nostro lavoro. Non esiste un unico modello di comunicazione, così come non esistono individui uniformi. Ciascuno di noi è unico e la comunicazione rivolta “al mondo” deve partire dalla consapevolezza che non c’è soltanto un aspetto da tenere in considerazione, ma una complessità di elementi. 

Un buon comunicatore è colui che in questa complessità si sente a proprio agio, più che a disagio, e prova in tutti i modi ad intercettarne le singole cause che portano a delineare il disegno complessivo della vita delle persone. 

sabato 17 aprile 2021

La chiave della Pubblica Amministrazione (PA) è la relazione con i cittadini (che non sono solo odiatori e scostumati)


La Città di Grottammare si è "aperta" ai #social, e mi hanno chiesto un parere apparso sull'ultimo numero del giornale cittadino "Grottammare", diretto da Simone Incicco.
Ecco cosa ho scritto, pensando anche in generale:

"Mi è stato chiesto un commento, possibilmente utile, riguardo alla recente media policy adottata dal Comune di Grottammare con la delibera 298 del 20 dicembre 2020.

Innanzitutto direi che è sicuramente un fatto positivo che si prenda atto della “risorsa strategica” che i social network possono rappresentare – e di fatto rappresentano – per il miglioramento dei rapporti della Pubblica amministrazione con i cittadini. Questo è un punto nevralgico, perché consente di creare un flusso costante e senza barriere tra chi amministra e chi è amministrato, andando a risolvere possibili gap che frequentemente si frappongono in questo rapporto. Pensiamo a tutte le volte che il “mostro” della burocrazia ci è sembrato imbattibile. E la burocrazia si trova, volenti o nolenti, negli apparati amministrativi.

La scelta del Comune di Grottammare è in linea con quanto disposto dal Ministero per la semplificazione e la Pubblica Amministrazione del precedente Governo, che ha inteso non più rinviabile – dopo oltre quindici anni dalla loro diffusione – lo “sbarco” delle amministrazioni sui social. Nulla da obiettare, dunque, sul piano della legittimità del provvedimento grottammarese, che in fondo si limita a rispettare un protocollo predisposto a livello centrale.

I punti della media policy che probabilmente hanno destato più interesse nell’opinione pubblica in generale e negli utilizzatori della Rete, sono fondamentalmente gli articoli 4 e 5, nei numeri in cui si parla di moderazione dei commenti, loro rimozione, divieti vari e vigilanza (a campione).


ASSENZA DI PROATTIVITÀ, CITTADINO VISTO SOLO NELLA SUA PARTE PEGGIORE

Infatti, ciò che traspare tra queste specifiche righe delle “linee guida” è la totale assenza di proattività nel rapporto tra Pubblica Amministrazione e cittadino, considerato soltanto nella sua parte peggiore: troll, propagandista, scostumato, odiatore, apologetico… fondamentalmente malfattore da perseguire.

C’è poi un punto, il n. 3 dell’art. 5, che svela il limite di questi provvedimenti che, se da una parte vogliono sembrare “all’avanguardia” e al passo con i tempi, poi in fondo sono orientati soltanto a preservare in qualche modo la buona immagine (fama) del potere costituito. Insomma, esiste – e se ne prende atto, paradossalmente, proprio mentre si fa il salto nell’innovazione – “la difficoltà materiale di monitorare costantemente e integralmente tutti i contenuti”.


SOCIAL-DIFFUSIONE (ANZICHÉ SOCIAL-RELAZIONE)

Questa “confessione” sta purtroppo a dimostrare che ancora una volta i social e tutto il loro intorno vengono considerati - in questo caso dalla Pubblica Amministrazione -, limitatamente nel loro elemento di “mezzo di diffusione” (delle cose belle che siamo tanto bravi a fare, possibilmente) e non come “ambiente di relazione” quale invece sono.

Per una pubblica amministrazione, creare relazione con i cittadini significa aprire un canale diretto di risposte costante, anche e forse soprattutto alle domande più scomode; attivare un presidio che non si pone limiti di tempo e considera l’interlocutore (in questo caso il cittadino) come la ragione fondamentale del proprio operato, non come un accessorio molto spesso fastidioso e per di più dedito a comportamenti illegali.

La violenza – comportamentale, verbale – e l’illegalità vanno sempre perseguite, in ogni sede e con ogni mezzo, compresi i social. L’auspicio, però, è quello di riuscire a capire un giorno che il bene non è un concetto astratto, ma una realtà che sta nelle nostre mani, che si diffonde attraverso le relazioni che intelaiamo quotidianamente.


L'ANTIDOTO ALL'ODIO E ALLE FRUSTRAZIONI

L’antidoto all’odio, infatti, è quello di instaurare relazioni fluide, diremmo quasi “alla pari”, con chi sta alla base del proprio lavoro (in questo caso il cittadino, a cui fornire un servizio). Non è un caso che molte delle situazioni spiacevoli nei rapporti con la PA nascono il più delle volte da frustrazioni alimentate da un “ente pubblico” che si sente privilegiato e dimentica che è lì per servire – e relazionarsi – con le persone.

Questo vale per Grottammare, ma vale per ogni comune d’Italia"

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