"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

martedì 3 agosto 2021

Post estivo: quei "tanti" che hanno scovato le magagne del sistema e i poveri soccombuti


Osservo con interesse il fenomeno dei “tanti” – come dicono di essere – che da mesi ci raccontano di aver scovato le falle del “sistema” - gli unici ad esserci riusciti bontà loro – e, con un’abnegazione che manco i più generosi missionari delle origini, provano a conquistare le “intelligenze” dei loro parenti ed amici per sottrarli al dominio schiavistico e oppressivo di quel brutto “sistema”.

Un “sistema”, a questo punto, non tanto così “perfetto” e “controllore” se ha consentito che “tanti” – come dicono di essere –, riuscissero a scoprirne le magagne, potendo tra l’altro liberamente denunciarle con ritmi che rasentano la paranoia (vedi alla voce “controllare le proprie psicosi”), e guarda caso proprio attraverso gli stessi mezzi messi a disposizione dal “regime” costituitosi nella “camera oscura” per controllare le intelligenze di quelli che si sono adagiati soccombendo.

Noto solo un piccolo particolare: la velocità con cui questa abnegazione scompare è pari alla fluidità del tema “imposto”. Appena sorge un nuovo trending topic (maledetto “sistema impositivo”!) la missione vira “miracolosamente” su questi, abbandonando la vecchia questione che fino a pochi minuti prima era di vitale importanza e improrogabile trattazione per il bene dell’umanità, della famiglia e dell’amicizia.

Non è meglio farsi una vacanza? Agli audaci l’ardua sentenza!

sabato 3 luglio 2021

Cosa dimostra la vicenda dello scandalo vaticano relativo ai fondi della Segreteria di Stato


Cosa dimostra l’odierna (3 luglio 2021) citazione a giudizio di 10 imputati nell’ambito dello scandalo vaticano sui fondi economici della Segreteria di Stato?

Fermo restando l’innocenza fino a prova contraria di tutti gli implicati – dei quali si sono prontamente susseguite le dichiarazioni difensive dei rispettivi avvocati –, e stando alle informazioni pubblicate dagli stessi organi della Santa Sede, la vicenda evidenzia fondamentalmente che:

1. In caso di presunti reati anche in Vaticano si fanno indagini;

2. tutte le riforme in ambito finanziario, e comunque penale, licenziate negli ultimi anni da Papa Francesco erano assolutamente necessarie e stanno provando a funzionare;

3. la Chiesa non teme più lo “scandalo” per la propria immagine – motivo per cui tante volte e in tanti ambiti si è taciuto o coperto – e preferisce risolvere con sforzi di trasparenza situazioni deplorevoli e dannose a vari livelli, con atteggiamento proattivo, senza attendere che sia il clamore mediatico a fornire “notizie di reato”;

4. se le accuse dovessero essere confermate, può esistere comunque un sottobosco di individui – alcuni a volte molto vicini se non “fedelissimi” – che potrebbero non resistere a tentazioni di tornaconti personali, nonostante proclami in direzione opposta;

5. se le accuse dovessero essere confermate, potrebbero esserci persone che non si fanno scrupolo di nulla – neppure di rubare i soldi donati dalle vecchiette –, non temendo nessuna conseguenza per le loro azioni, nonostante uno sbandierato innalzamento del livello di controllo (e di conseguente rischio penale) su quelle stesse attività;

6. al saldo delle responsabilità penali di ciascuno, c’è un livello di incompetenza in termini finanziari e manageriali ai livelli alti della gerarchia e degli immediati sottoposti che si tramuta spesso in terreno fertile per possibili speculatori o faccendieri, che si palesano anche a distanza di anni (e di pontificati) sempre per interessi guarda caso economici e senza provare il benché minimo senso del pudore;

7. c’è molto da pregare per la Chiesa e per Papa Francesco, se anche nel pieno delle indagini c’è comunque qualcuno che possa sentirsi superiore alla legge, eventualmente architettando iniziative di depistaggio o “contrattando” con assoluta tranquillità “soluzioni alternative” rispetto alle questioni sotto inchiesta;

8. sarà molto difficile riconquistare la fiducia, nonostante i tanti martiri che in ogni angolo del mondo hanno effuso il proprio sangue e i numerosi che continuano a spendersi infaticabilmente per la diffusione del Vangelo;

9. Il nemico spesso è proprio dentro, dentro di noi sicuramente, e… “il diavolo entra sempre dal portafoglio” (cit. Papa Francesco).

Che vincano la giustizia e la verità.

mercoledì 30 giugno 2021

Comunicazione è persuasione: la “disputa felice” come antidoto all’odio online


Oggi si è abituati a un linguaggio immediato, fluido, spesso “scomposto”, utile nell’immediato per una comprensione più legata a uno scambio ludico. La retorica offre invece ai cittadini di oggi e domani, gli attrezzi necessari per imparare a parlare bene, farsi comprendere, saper ascoltare ed essere ricordati, anche online

Articolo apparso su Agenda Digitale il 22 giugno 2021

* * *

Nell’epoca della disintermediazione e dell’interconnessione, dove chiunque è abilitato a dire la propria senza filtri o esplicito contraddittorio, assistiamo a un sovraccarico informativo che rende problematica la convivenza tra gli individui, che faticano a interagire fruttuosamente.

Per ovviare a un tale sostanziale “dialogo tra sordi”, appare quanto mai necessario suggerire il ripristino dell’insegnamento della retorica sin dall’età della formazione scolastica di base.

Al centro di questa riflessione, ci saranno quindi gli intrecci tra comunicazione e persuasione, con particolare riferimento alla riflessione aristotelica sulla retorica come arte del convincimento e su alcune proprietà intrinseche che rendono le idee altamente diffusive (contagiose). Vogliamo analizzare anche l’importanza della rete come luogo di comunicazione per eccellenza poiché racchiude in sé ogni facoltà espressiva dell’uomo. Tra queste, si approfondisce una forma “deviata” di persuasione quale il litigio online, aspetto meno aggressivo ma comunque rappresentativo di hate speech e la proposta della disputa felice del filosofo Bruno Mastroianni, come risposta alle contrapposizioni e per una sana ed efficace persuasione.

Abilitati a comunicare (e ad argomentare)

Siamo nati per comunicare. O meglio, siamo nati da un atto comunicativo, poiché la vita ci è stata trasmessa, e viviamo per comunicare. Per trasmettere a nostra volta a quanti ci circondano ciò che ci appartiene dal più profondo: emozioni, sentimenti, attese e le tante precomprensioni del mondo, che passo dopo passo impariamo ad acquisire per poi condividere. Si tratta di un’abilitazione che possediamo in maniera innata, che ci distingue dagli altri esseri viventi animali: siamo gli unici ad essere dotati di uno strumento come il linguaggio, attraverso cui realizziamo continui processi persuasivi. Ed è proprio la persuasione l’elemento che caratterizza il rapporto comunicativo con i nostri simili, mediante la quale proviamo a stabilire, con gli stessi, relazioni di qualità, in quanto animali che vivono – e hanno bisogno di vivere – in società [cfr. Aristotele, Politica].

Come insegna tutto il pensiero aristotelico, le nostre esistenze sono disseminate di argomenti comuni che impariamo a conoscere proprio perché diffusi, e rispetto ai quali facciamo sostanzialmente quattro cose: critichiamo o sosteniamo un argomento, ci difendiamo o accusiamo. Queste sono fondamentalmente le attività tipiche della retorica, che l’uomo può esercitare perché in possesso del cosiddetto logos: da una parte si lascia persuadere e dall’altra persuade. Pur essendo una predisposizione naturale dell’uomo, si tratta comunque di un qualcosa che bisogna apprendere (techne). Siamo pertanto di fronte ad un sapere orientato al fare. Dalla persuasione si passa allora all’azione. O, se vogliamo, non esiste persuasione senza azione, dato che il discorso persuasivo è finalizzato ad un giudizio: se non ci fosse un giudizio da esprimere ci troveremmo di fronte a qualcosa di già acquisito e insindacabile, come potrebbe essere ad esempio un teorema. [cfr. Piazza, 2004, pp. 139-175].

Per Aristotele, d’altro canto, il tipo di verità con cui ha a che fare la retorica è una verità incerta, è eikos (verosimile, probabile…), un qualcosa di non pienamente definito, che richiede di essere scoperto, immaginato, congetturato. Qui si inserisce anche l’elemento del desiderio, che è il vero motore che spinge le persone a fare qualcosa. Non a caso, nell’Etica a Nicomaco, lo stagirita qualifica l’animale umano come mente che desidera e desiderio che ragiona. Perché possa essere efficace, il discorso persuasivo deve perciò tenere insieme sia la sfera cognitiva che la sfera emotiva. Mentre la necessità di persuadere è uno dei modi per essere felici. [Ibidem].

Se ci interroghiamo sul processo attraverso cui si realizza la persuasione vediamo che al vertice di tutto ci sono le credenze delle persone, le loro precomprensioni sul mondo, ed è un qualcosa di culturale e biologico legato anche all’evoluzione (adattabilità). Lo scopo della persuasione è dunque quello di provare a “modificare” queste credenze e i comportamenti che ne derivano, e ciò si può verificare soltanto dopo aver “compreso” come funziona la mente umana, la sua modularità, quelle proprietà caratteristiche che rendono gli umani predisposti a subire l’influenza di particolari tipi di rappresentazioni rispetto ad altre.

L’altro elemento del processo persuasivo riguarda la parte che potremmo definire più pratica e attiva, ossia l’argomentazione: quell’insieme di “strategie” che, da una parte, incidono direttamente su determinate proprietà della mente umana (rispondendo ad esempio con delle “prove” a ciò che viene affermato) e dall’altra rendono piacevole questa azione “dibattimentale”, prendendo in prestito un termine della procedura giudiziaria.

Infine, la narrazione, di cui parleremo nel prossimo paragrafo, per dire l’aspetto poetico della retorica, in cui si fa leva sui fattori linguistici per appassionare l’interlocutore.

Come ben spiega sempre Piazza [2004, p. 10], sono usi persuasivi del linguaggio tutti quelli il cui obiettivo finale consiste nel cambiamento dei desideri, degli atteggiamenti, delle opinioni o finanche dei comportamenti dei nostri interlocutori. Che però vanno lasciati liberi di darci ascolto oppure no. Ogni volta che abbiamo a che fare con il linguaggio stiamo quindi facendo retorica, e non esistono discorsi che non siano retorici. Quando ci approcciamo a questa disciplina bisogna però chiarirsi sulla definizione: non si tratta di dimensioni autonome che si sono imposte lungo i secoli andando a segmentare quella che era la proposta iniziale di Aristotele – le tre “vie alternative” della dialettica (dimensione logico-argomentativa), della poetica (dimensione stilistica) ed ermeneutica (dimensione emotiva-patetica) –, ma di un “sistema unitario” di riflessione sul discorso persuasivo, che è intreccio tra linguaggio, cognizione, desiderio, azione e responsabilità [cfr. Piazza, 2004].

Nulla a che vedere, insomma, con la proposta di razionalisti, empiristi, positivisti e retorici dell’antiretorica, per i quali esiste una verità autarchica evidente di per sé, auto-persuasiva, ed un linguaggio sostanzialmente neutro. Niente a che fare neppure con la visione platonica della retorica come “luogo dell’inganno” o come processo ornamentale rispetto a verità scoperte altrove [cfr. Ibidem].

L’auspicio è dunque quello di “ritornare ad Aristotele” e alla sua idea di retorica, comprendendo però che la funzione specifica non è tanto il persuadere in sé, ma lo scoprire che cosa ci può essere di persuasivo in ogni argomento. Senza opposizione tra il “proto”, che privilegia l’elocutio e in cui è centrale la poetica e l’uso delle figure retoriche (che non sono “manipolazione”), e la “prova”, che privilegia invece l’inventio e la ricerca di argomenti in un processo più dialettico e logico-argomentativo.

Quando comunichiamo, dunque, stiamo esponendo una verità che non è necessariamente evidente né auto-persuasiva, per cui ha bisogno di essere provata e resa credibile mediante la strategia persuasiva, che per Aristotele si dipana attraverso l’ethos (carattere dell’oratore: degno di fede, saggio, virtuoso), il pathos (emozione suscitata nell’ascoltatore) e logos (l’argomento del discorso, ciò di cui si parla).

La narrazione e il contagio delle idee

Accennavamo pocanzi all’argomentazione, alle prove e alla verità. Per essere positivamente convincenti bisogna avere evidentemente dei “buoni argomenti”, e il potere di convincimento di questi ultimi passerà senza dubbio attraverso la verità: la verità di chi parla e la disponibilità di chi ascolta ad assumere quegli argomenti come veri. In questo consiste fondamentalmente la narrazione, che da un punto di vista ermeneutico si attualizza attraverso il linguaggio.

Non a caso, tutto l’essere che può essere compreso è linguaggio, secondo una intuizione di Gadamer [cfr. Piazza, 2004, cap. 4]. Esso è il luogo e l’orizzonte all’interno del quale gli uomini fanno esperienza del mondo e si intendono su di esso. Ciò fa necessariamente leva sulle passioni umane, ma per raggiungere tale obiettivo occorre fornire ragioni accettabili, seppur non definitive.

Il “mezzo” con cui l’uomo prova a fornire queste ragioni attraverso il linguaggio è il raccontare storie, che per come è conformato il nostro cervello assumono uno straordinario potere persuasivo. Senza fare del tecnicismo, Corballis parla di una “mente che vaga” (wandering mind), che spazia cioè tra un polo all’altro dell’esistenza, potemmo aggiungere, e che caratterizza in modo univoco l’uomo. Egli sostiene che addirittura raccontiamo storie ancora prima di comunicarle agli altri, già nel momento in cui percepiamo dei fenomeni all’interno di noi, dandogli una veste narrativa.

Questo spiega anche perché la narrazione ha un carattere fortemente persuasivo e ciò dipende inscindibilmente dall’argomentazione, dal modo in cui proviamo a portare all’esterno di noi questo dinamismo narrativo, assemblando tutto quell’insieme di affermazioni e prove legate poi da una coerenza logica e razionale [cfr. Bilandzic – Busselle, 2013]. Quanto più l’ascoltatore sarà in grado di “ricostruire” la nostra storia nella propria mente tanto più l’argomentazione risulterà persuasiva. Qui rientra anche il concetto di experientiality, per cui le narrazioni sono prefigurazioni del mondo interiore dei personaggi e creano identificazione (empatia) [cfr. Ibidem]. Bilandzic e Busselle accennano inoltre al meccanismo della controargomentazione (counterarguing) da parte del nostro interlocutore, che la persuasione dovrebbe essere in grado di inibire proprio attraverso il potere della narrazione di una storia; e della imagery (“immagini mentali”): le parole narrative sono in grado di generare “scene visive” nell’interlocutore, attivando così uno strumento di persuasione di forte presa [cfr. Ibidem].

Tali dinamiche sono soltanto alcuni degli elementi che rispondono al perché l’essere umano viene generalmente persuaso – oltre a, come abbiamo visto, persuadere gli altri –, e rispondono in ultima analisi a quel “contagio culturale” di cui siamo imbevuti come uomini, ben sviluppato da Arielli e Bottazzini nel loro “Idee virali”. Altri studi, come quelli riportati nel saggio di Falk e Scholz [2018], includono anche l’aspetto delle neuroscienze, speculando ad esempio sulle dimensioni di costi e benefici che incidono rispetto a una decisione, ma anche il grado di esposizione, le motivazioni e il livello di consapevolezza cosciente. Tutte modalità di apprendimento sociale che portano ad aggiornare le proprie preferenze e le proprie azioni, generando effetti persuasivi all’interno di sistemi di valori socialmente riconosciuti.

Se è vero, dunque, come sostiene Pinker, che la comunicazione non è un processo automatico, è altrettanto vero che la cultura è parte della natura umana, ragion per cui, in quanto legati a continui e molteplici flussi di informazioni, alcune di queste, trasmesse ripetutamente, si propagano sotto forma di rappresentazioni mentali a gruppi di soggetti e finiscono per diventare pubbliche [Sperber, 1999]. Questo spiega in sostanza – e anche molto sinteticamente – come avviene nella società la trasmissione delle idee, ben sapendo che esistono “ecosistemi di idee e pensieri la cui capacità di diffusione garantisce il successo dell’ecosistema stesso e quindi degli individui che lo abitano” [Arielli – Bottazzini, 2018, p. 54]. La motivazione legata alla diffusione appare però con una duplice funzione, una autoregolamentativa della propria appartenenza e individualità (segnalo la mia identità condividendo con altri lo stesso punto di vista mentre garantisco la mia eccezionalità) e l’altra di costruzione dell’ambiente culturale, che è costituito dalle menti degli altri che vi appartengono e a cui faccio riferimento [cfr. Ibidem].

Senza dilungarci molto su questo, valgano come sintesi i principi generali individuati negli studi sulle leggende urbane di Chip e Dan Heat [cit. Ibidem, p. 74], in base ai quali certi contenuti “aderiscono” alla nostra mente. Sono sei e rispondono all’acronimo Succes. A rendere memorabile un contenuto è innanzitutto la sua semplicità (simple) ma anche se è ben organizzato (concrete) e strutturato all’interno di un arco narrativo coerente (credible). Evidentemente, c’è bisogno pure di una intensità emotiva del racconto (emotional) e la presenza di dettagli molto specifici che rendono la storia sorprendente (stories). Ci sono inoltre altre tendenze, che Sperber definisce “attrattori culturali”, finalizzati ad affinare il processo di selezione delle idee, basati sia su meccanismi cognitivi e motivazionali della mente umana che su filtri culturali specifici [cfr. Ibidem, p. 80]. Tra questi va segnalata l’emozionalità dei contenuti, la preferenza per i concetti controintuitivi, l’organizzazione gerarchica e progressiva delle informazioni per renderle semplici da ricordare, l’assimilazione a conoscenze e stereotipi già presenti in una determinata cultura, la tendenza a preferire storie riguardanti persone e informazioni di natura pratica, infine la preferenza per le novità.

Vediamo adesso come tutto questo incide nell’epoca odierna caratterizzata dalla disintermediazione e dall’iperconnessione, e come la rete sia un luogo comunicativo per eccellenza, dove la persuasione in generale e la possibilità di argomentare in particolare ne sono fattori insiti.

La rete, comunicazione per eccellenza

Come ben spiegano Gheno e Mastroianni nel loro “Tienilo acceso” [2018], i social e il web in generale non sono un qualcosa di extraterrestre, imposti quindi da un invasore o frutto di un complotto, ma la conseguenza della nostra decisione libera di voler ampliare la possibilità di entrare in contatto con gli altri diminuendone le distanze. Un dinamismo che accompagna da sempre l’esistenza umana e che le tecnologie hanno reso sensibilmente più veloce. Questa evoluzione è legata strettamente alla comunicazione, e in un simile panorama è chiaro che tutti sono chiamati ad acquisire quelle competenze di base che gli permettano, da una parte, di “capire il mondo”, ma anche di farsi capire dagli altri e capire l’altro. [cfr. Gheno-Mastroianni, 2008, pp. 19-22]. Come è evidente, qui si palesa una (ulteriore) sfida per la vita online: la necessità di imparare a comunicare nella diversità di vedute, sapendo ascoltare le parole degli altri e trasmettendone di proprie che siano efficaci e piene di senso.

Ciò fa il paio con la riscoperta del potere della parola e del linguaggio, e quindi del potere di costruire – o distruggere –, le relazioni con gli altri, siano a questo punto online ma anche offline, fondamentalmente onlife, nella felice definizione di Luciano Floridi. Tutti elementi che hanno insito l’aspetto retorico e persuasivo, come abbiamo illustrato nei paragrafi precedenti. A differenza che nell’online si accentua il bisogno di “comunicare bene”, dato che si hanno a disposizione soltanto le parole, mancando le espressioni del viso, il tono della voce o una postura da assumere, per cui il fraintendimento è dietro l’angolo. Un ausilio potrebbe giungere dalla proposta del linguista e filosofo Paul Grice, che Gheno e Mastroianni sintetizzano nel loro libro, e cioè l’essere sinceri (massima della qualità) parlando degli argomenti che si conoscono bene; il non dire troppo o troppo poco (massima della quantità), guardando al giusto mezzo; l’essere pertinenti (massima della relazione), poiché lo svincolamento rispetto alla questione richiesta non depone mai a favore di chi lo pratica; e la chiarezza (massima della modalità), andando alla ricerca delle giuste sfumature per far capire bene ciò che intendiamo dire [cfr. Ivi, pp. 66-68].

Sta di fatto che queste possono essere delle regole di base per condurre anche in rete un discorso veramente persuasivo. Il problema si pone quando subentrano altri fattori che ci fanno sbandare nel percorso, come vediamo nel punto successivo.

Il litigio (online) quale forma “deviata” di persuasione

“Una polis che voglia realizzare il suo fine – vivere bene – non può fare a meno della retorica e un animale linguistico e cittadino non può che essere anche animale retorico [Piazza, 2004, p. 185]. Eppure, l’esperienza dimostra che non sempre nella polis si persegue questo obiettivo, e una delle evidenze più immediate è possibile trarla dall’esperienza di litigiosità a cui assistiamo in rete. Se è vero che comunichiamo, e persuadiamo, per provocare un “cambiamento” nel comportamento di coloro con i quali entriamo in conversazione, sicuramente potremmo dire che il litigio, e il litigio online, è una forma “deviata” di persuasione. Sembra più simile ad un atto di forza, seppur non fisico, per provare a prevalere sugli altri.

È chiaro che nell’arena comunicativa interveniamo come attori che partono da punti di vista differenti, addirittura quando in linea generale la pensiamo allo stesso modo. Immettere nella conversazione uno spirito litigioso equivale sostanzialmente a voler convincere l’altro con la forza, e questo accade perché in fin dei conti facciamo a meno del vero spirito dell’argomentazione, che è quello di fornire prove a sostegno delle nostre tesi. Insomma, il litigio avviene proprio perché abbiamo innata questa capacità di persuasione (voler convincere l’altro della “bontà” delle nostre idee) ma diamo priorità al risultato piuttosto che al percorso per arrivarci. Dimenticando che lo spirito del dibattito argomentativo è proprio quello di non mettere mai il punto “fine” alla discussione, ma alimentarla continuamente con nuovi pareri, punti di vista e stimoli, in un processo contro-argomentativo costante che è fruttuoso per ciascuno dei disputanti.

Discorso a parte meriterebbe tutta la questione dell’hate speech, di cui a nostro giudizio il litigio esacerbato ne è una delle forme, seppur più mitigata. Per approfondire questo aspetto rimandiamo al libro di Gheno – Mastroianni [2018, prima parte, cap. 1].

Ma perché litighiamo online? Una prima risposta potrebbe venire dal mondo dei media classici, che hanno prodotto sul pubblico una sorta di educazione alla contrapposizione, dato che hanno sempre avuto una certa preferenza per lo scontro come modalità accattivante di narrazione su certe tematiche [cfr. Contreras, 2006]. Lo vediamo ad esempio nei cosiddetti fattori di notiziabilità, dove il tema del conflitto è quello più disponibile e a buon mercato, ma è anche la quotidiana esperienza che facciamo nel leggere un quotidiano o nell’ascoltare un talk in televisione, dove ogni questione complessa viene ridotta ad un semplice pro e contro, sia nel formato dell’impaginazione che nello schieramento degli ospiti televisivi. Con ben spiega Mastroianni, “questo essere continuamente sottoposti alla ‘cura conflittuale’ ci ha portato a sviluppare la tendenza a schierarci come primo riflesso del nostro intervenire in un dibattito: ‘sono d’accordo’ o ‘non sono d’accordo” [2017, p. 61]. In questo modo, la realtà delle discussioni si è trasformata in schieramenti omogenei o eterogenei rispetto alla propria posizione, divenendo un campo di raccolta di provocazioni, per cui si termina con il rimanere offesi e stizziti.

Oltre alla conseguenza ad intra (tra i litiganti) bisogna però considerare anche la conseguenza ad extra. Si finisce per dimenticarsi praticamente della moltitudine silenziosa – l’uditorio direbbe Perelman nel suo Trattato dell’argomentazione – che assiste e non ricava alcun beneficio dal processo argomentativo litigioso: non viene insomma né persuaso (se pensiamo a un uditorio “particolare”) né convinto (se l’uditorio è quello “universale”, l’umanità intera, come ideale di riferimento) [cfr. Piazza, 2004, pp. 55-58].

Ci sono evidentemente altre dinamiche alla base di questa “deviazione” della persuasione, ed hanno a che fare con i concetti di omofilia, polarizzazione, camere degli echi. Se da una parte siamo predisposti a orientarci verso chi ci è simile, dall’altra ciò è sufficiente per creare estraneità con chi ci è dissimile, conducendo a quelle situazioni di vero e proprio “odio”, esacerbando le divergenze, rompendo le relazioni e generando divisioni culturali sempre più marcate [cfr. Arielli – Bottazzini, 2018, pp. 36-38].

La “disputa felice” come risposta per una sana persuasione

Come è possibile allora dissentire in una conversazione, generare un dibattito che possa essere veramente persuasivo per gli interlocutori e l’uditorio, senza cadere nella “deviazione” del litigio? Ci sembra che la proposta del filosofo Bruno Mastroianni sia una buona sintesi che tiene insieme tutte queste esigenze, e riguarda la disputa felice. Assodato che occorrono delle competenze di base per essere comunicativamente efficaci in qualunque situazione ci si presenti, e che nel mondo in cui siamo immersi ciò si traduce con ragionamenti brevi e incisivi, pieni di significato ed espressivi, la disputa felice punta a raggiungere il massimo risultato nella dinamica dibattimentale tra relazione (rapporto tra i disputanti) e contenuto (il merito della questione). Siamo quindi di fronte a discussioni comunque vivaci su determinati argomenti, ma l’aggettivo felice non va inteso in accezione buonista o cortese – come spiega l’autore – quanto nell’ottica di una contesa che dà soddisfazione e migliora la vita dei disputanti. Il principio guida è perciò quello di “mantenere l’attenzione, le energie e la concentrazione sui temi e sugli argomenti in oggetto, senza andare a rompere la relazione tra i due disputanti proprio per farsi nutrire dalla differenza che ne emerge” [Mastroianni, 2017, pp. 21-22].

Come disinnescare allora il conflitto quando due che stanno argomentando iniziano a dissentire in maniera accesa, aumenta la reattività e l’ostilità, la polarizzazione e altri atteggiamenti che nel tempo abbiamo imparato a riconoscere sui social? La disputa felice prevede di agire su tre livelli per creare un clima favorevole al confronto, e alla buona persuasione. Il primo livello è quello di superare la mentalità di contrapposizione a cui siamo stati abituati dai media, come abbiamo illustrato poco sopra. Il secondo livello consiste nello scegliere consapevolmente specifici modi di esprimerci nell’interazione con l’altro, ad esempio evitando il dissociarsi (“non è così”, “questo è sbagliato”, “questo è falso”), lo sdegno (“non tollero che si dica così”, “è inaudito”), i giudizi ad hominem (“ti sbagli”, “non capisci”), le generalizzazioni (“questo è tipico di voi cattolici/atei/stranieri/professori”) o le parole d’odio… poiché sono tutti approcci conflittuali che provocano effetti belligeranti in chi ascolta. Infine, occorre imparare a lasciar cadere le espressioni altrui che portano a reagire in modo ostile, esercitando quando necessario un salutare “potere di ignorare”, ben consapevoli che spesse volte, soprattutto in rete, una non risposta è di per sé un messaggio, probabilmente anche più efficace di una esplicita reazione alla provocazione ricevuta [cfr. Ivi, pp. 57-76].

Così come è concepita, la disputa felice si presenta allora come un lavoro di rielaborazione (reframing) delle proprie idee e necessita della disponibilità a voler uscire dal proprio mondo per entrare nel mondo dell’altro. Questo richiede, nell’idea di Mastroianni, quattro fondamentali passaggi che ciascun “persuasore” deve compiere se vuole riuscire nell’intento di procurarsi conoscenza in modo piacevole. Innanzitutto, essere sé stessi, ossia affidarsi alle proprie risorse di comunicazione e fuggendo da proiezioni edulcorate e falsate delle proprie capacità o competenze: “non percepirsi infallibili, non pensare di avere sempre e solo argomenti incontrovertibili, riconoscere quando l’altro è più convincente, rende più autorevoli e apprezzabili” [Ivi, p. 99]. Il secondo atteggiamento è quello di prendere sempre sul serio le argomentazioni dell’altro (uscire dalla propria echo chamber) e porre a sé stessi, con sincerità, quelle domande che collaudano la propria comprensione della realtà. Quando si è invece di fronte a un clima pregiudicato e veramente ostile, il modo per uscirne è quello di “sovvertire la prospettiva”, divincolandosi dalla posizione di antagonista, facendo leva se necessario anche sull’ironia e sull’autoironia. Infatti, “essere distaccati dai propri argomenti, saper ridere di sé stessi, oppure smorzare la tensione con una battuta, è una valvola di sfogo che fa calare la pressione e riabilita la discussione” [Ivi, p. 107]. Infine, l’ingrediente di fondo che non deve mai mancare è il “senso comune”, ossia il fare riferimento il più possibile a ciò che può essere riconosciuto in maniera universale. Ciò richiede anche farsi carico dell’onere della prova davanti agli altri e non rifiutare nessuna delle obiezioni, pur quando si parla di cose risapute, ben sapendo che “la presenza di opposizione è il motore del discorso” e permette di articolare più approfonditamente il ragionamento.

Nel libro Litigando si impara, Mastroianni si spinge oltre e riassume nelle dita della mano, con una immagine a nostro giudizio riuscita, le principali virtù dell’argomentazione, facendo intendere che la disputa felice è un qualcosa “a portata di mano” e che chiunque la può mettere in atto. Il mignolo richiama l’umiltà, il valore del limite, per dire che “siamo in grado di sostenere senza litigare solo quel poco che siamo e che sappiamo” [Mastroianni, 2020, p. 113]; l’anulare, il dito della fede nuziale, richiama il legame, quindi il valore della fiducia da non disperdere mentre si dissente, consapevoli che bisogna “curare anzitutto la relazione tra le persone” [Ivi, p. 114]; il medio richiama invece la necessità di rifiutare l’aggressione, disinnescando gli insulti e le provocazioni per restare sull’argomento di contesa; l’indice è il dito che sceglie su cosa puntare l’attenzione e quindi è strettamente legato all’argomento, purché sia oggettivo, concreto, rilevante e consistente; infine, il pollice, il dito del like sui social, che però è veramente valorizzato quando nella disputa è orientato verso sé stessi, come forma di autoironia, ossia capacità di vivere le cose con distacco senza prendere troppo sul serio, in fin dei conti, le proprie e le altrui opinioni [cfr. ivi, p. 117].

Tutto ciò nella consapevolezza che la disputa, per essere davvero felice, deve essere continua, perché non esistono temi che non si possano discutere e non esiste una verità autarchica, come dicevano i razionalisti e gli empiristi, ma una verità retorica, che va trovata con mezzi retorici e sarà sempre suscettibile di nuovi accordi e nuove riformulazioni.

Conclusioni

Torniamo, quindi, all’importanza della retorica, da cui siamo partiti. Questa disciplina, infatti, che è l’arte di persuadere attraverso il discorso (Reboul, 2002), si configura come un processo di apprendimento che esalta i talenti e le abilità espressive dell’individuo, ma ha bisogno di essere “tirato fuori” da chi lo deve esercitare, e ciò è specifico dell’educazione (edūcĕre, trarre fuori). La scuola, dunque, deve assumersi questo compito, per rendere migliore la società.

Se nel panorama sociale in cui ci troviamo occorre porre fine alle generalizzate “lotte tribali” tra concorrenti spesso inconsapevoli, l’unico modo appare quello di ritornare a offrire l’insieme di tecniche che possano migliorare la comprensione reciproca, pur conservando punti di vista differenti. Poiché il risultato di aver messo da parte un insegnamento che prova a lavorare sulle emozioni, sul coinvolgimento, sulla capacità di farsi comprendere dai propri interlocutori, è stato quello di generare un continuo susseguirsi di strilli nel mucchio con conseguente “rumore” dannoso e incomprensibile, appare necessario un ammaestramento pedissequo e di sostanza che possa favorire, seppur nel lungo periodo, il superamento di queste dinamiche comunque come spiacevoli. Con l’affinamento delle capacità di linguaggio ed espressive, le persone impareranno a esercitare la propria libertà con consapevolezza, per il fine buono della convivenza pacifica.

Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un approccio utopico poiché non ci sarebbero sufficienti maestri idonei e capaci di trasmettere i segreti di una disciplina basata sostanzialmente su un talento personale che non tutti possiedono nel massimo grado. Eppure, è la stessa retorica a fornire i suggerimenti e le tecniche per migliorarne sia l’esercizio che lo stesso addestramento. Ragion per cui si può e si deve osare, dato che lo scopo è alto e necessario. Oggi si è abituati a un linguaggio immediato, fluido, spesso “scomposto”, che è utile nell’immediato per una comprensione più legata a uno scambio ludico e di passatempo. L’obiettivo a lungo raggio, però, è quello di offrire ai cittadini dell’oggi e del domani, gli attrezzi necessari per imparare a parlare bene, farsi comprendere, saper ascoltare ed essere ricordati. Tutte prerogative che la retorica insegna e di cui dota, per non soccombere nell’anonimato dell’insignificanza, ma ammaestrando uomini e donne che sappiano prendersi cura del proprio intorno, forti di una dignità e libertà costate il sangue di quelli che li hanno preceduti.

Bibliografia

ARIELLI, E., – BOTTAZZINI, P. (2018). Idee virali. Perché i pensieri si diffondono. Bologna: Il Mulino.

BILANDZIC, H., – BUSSELLE, R. (2013). Narrative persuasion. In “The Sage handbook of persuasion: Developments in theory and practice”, 2, pp. 200-219.

CONTRERAS, D. (2006). Il conflitto come ‘valore’ giornalistico, In “Sphera Publica”, Universidad Católica de San Antonio, p. 79.

FALK, E., – SCHOLZ, C. (2018). Persuasion, influence, and value: Perspectives from communication and social neuroscience. In “Annual review of psychology”, 69, pp. 329-356.

GHENO, V., – MASTROIANNI, B. (2018). Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello. Milano: Longanesi.

MASTROIANNI, B. (2017). La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico. Firenze: Franco Cesati Editore.

MASTROIANNI, B. (2020). Litigando si impara. Disinnescare l’odio con la disputa felice in tempi di crisi. Firenze: Franco Cesati Editore.

PIAZZA, F. (2004). Linguaggio, persuasione e verità. La retorica del Novecento. Roma: Carocci.

REBOUL, O. (2002). Introduzione alla retorica. Bologna: Il Mulino.

SPERBER, DAN (1999). Il contagio delle idee. Teoria naturalistica della cultura. Milano: Gian Giacomo Feltrinelli Editore

lunedì 17 maggio 2021

Sentirsi a proprio agio nella complessità della comunicazione

Il 16 maggio si celebra la 55ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l’unica istituita a partire dal Concilio Vaticano II. Nel Messaggio scritto per l’occasione, Papa Francesco prende spunto dall’invito di Gesù rivolto ai discepoli “Vieni e vedi” (Gv 1,46), e insiste sul fatto che per comunicare occorre incontrare le persone laddove sono e così come sono.

In oltre mezzo secolo di comunicazioni sociali, il panorama informativo è totalmente cambiato, e con esso la professione giornalistica, oggi schiacciata dalla disintermediazione e dalla infodemia, termini che se non sono presi nella giusta dimensione possono distogliere l’attenzione dal vero problema. E cioè: la responsabilità di ciascun professionista a fare bene il proprio lavoro.

Innanzitutto, bisogna sempre interrogarsi sull’impatto etico della professione giornalistica, in particolare la sua indole di “servizio al lettore” che la caratterizza, nonostante – e forse a maggior ragione – l’epoca della comunicazione globale e disintermediata.

L’infodemia ci appartiene

A proposito del termine tanto in voga negli ultimi mesi anche a causa della pandemia che stiamo vivendo - infodemia -, se guardiamo indietro nel tempo e studiamo un po’ i vari processi della cultura mediatica che si sono susseguiti, ci accorgiamo che il termine era già stato coniato nel 2003 dal giornalista David J. Rothkopf in un articolo sul Washington Post. Erano i primi mesi della diffusione della SARS (la sorella minore del “nostro” Covid-19) e l’autore declinava il termine come “un fenomeno complesso causato dall’interazione di media tradizionali, media specializzati, siti Internet e media cosiddetti informali”, questi ultimi identificati come telefoni senza fili, sms, cercapersone, fax ed email. 

Come vediamo, non c’è nulla di nuovo, tranne il fatto che i protagonisti di questo fenomeno sono sempre le persone, sia in quanto “alimentatori del caos” ma anche in qualità di consumatori un po’ voraci e spesso distratti. Certamente, i social hanno incrementato questa babele, e il Covid-19 ci ha fatto ripiombare tragicamente in un qualcosa che avremmo forse dovuto approfondire con più attenzione. Ciò conferma che la chiave per “aggiustare” ciò che non va, non risiede nei processi – che vanno da sé – ma nelle persone. Da lì dobbiamo riprendere, o cominciare.

Un lavoro personale 

Di fronte a una società iperconnessa, sarebbe un vero peccato – un vero impoverimento – non approfittare della quantità di possibilità che questo mondo ci offre, a cominciare dagli strumenti per saper distinguere ciò è bene per la nostra esistenza da ciò che invece la limita. Come si vede, è un lavoro che spetta a ciascun individuo e non si può demandare a qualche “organismo altro”, come se fosse nascosto da qualche parte nell’etere, che poi nella migliore delle ipotesi è soltanto un contenitore vuoto o l’approdo di malriposte aspettative. 

I rischi fanno parte della vita, ma la vita va affrontata, va gestita, va governata, va accompagnata. Nessun individuo può tirarsi indietro rispetto a questo bisogno – e compito – di scegliere in prima persona ciò che è bene per lui (e per gli altri). E questa si chiama libertà.

I giornalisti sono persone come tutti, inseriti nella complessità del mondo di oggi come ciascuno di noi. Non è utile né produttivo scagliare pietre contro una categoria piuttosto che un’altra. Ma è innegabile che bisogna fare un esame di coscienza generale, pur tenendo conto della complessità delle situazioni e del panorama globale che stiamo vivendo. 

Risposte complesse a problemi complessi

Problemi complessi richiedono risposte complesse, per cui è arrivato il momento, come buoni “meccanici”, di andare innanzitutto ad individuare le falle che rendono impraticabile il “motore” della società, e pezzo per volta riparare le componenti guastate. È un compito che spetta a ciascuno, dall’operatore dell’informazione e della comunicazione al cittadino qualunque, dalle agenzie educative alla politica, dalla Chiesa a tutti gli altri organismi che operano nella società. Un lavoro complesso, un lavoro globale, un lavoro non più procrastinabile. Ma è anche la migliore sfida che ci poteva capitare, per dare un senso alle nostre esistenze.

Non accontentarsi

Quindi un consiglio ai giovani: non accontentarsi mai! Non accontentarsi rispetto allo studio, al desiderio di comprendere la realtà, alle possibilità da offrire a chi riceve i frutti del nostro lavoro. Non esiste un unico modello di comunicazione, così come non esistono individui uniformi. Ciascuno di noi è unico e la comunicazione rivolta “al mondo” deve partire dalla consapevolezza che non c’è soltanto un aspetto da tenere in considerazione, ma una complessità di elementi. 

Un buon comunicatore è colui che in questa complessità si sente a proprio agio, più che a disagio, e prova in tutti i modi ad intercettarne le singole cause che portano a delineare il disegno complessivo della vita delle persone. 

sabato 17 aprile 2021

La chiave della Pubblica Amministrazione (PA) è la relazione con i cittadini (che non sono solo odiatori e scostumati)


La Città di Grottammare si è "aperta" ai #social, e mi hanno chiesto un parere apparso sull'ultimo numero del giornale cittadino "Grottammare", diretto da Simone Incicco.
Ecco cosa ho scritto, pensando anche in generale:

"Mi è stato chiesto un commento, possibilmente utile, riguardo alla recente media policy adottata dal Comune di Grottammare con la delibera 298 del 20 dicembre 2020.

Innanzitutto direi che è sicuramente un fatto positivo che si prenda atto della “risorsa strategica” che i social network possono rappresentare – e di fatto rappresentano – per il miglioramento dei rapporti della Pubblica amministrazione con i cittadini. Questo è un punto nevralgico, perché consente di creare un flusso costante e senza barriere tra chi amministra e chi è amministrato, andando a risolvere possibili gap che frequentemente si frappongono in questo rapporto. Pensiamo a tutte le volte che il “mostro” della burocrazia ci è sembrato imbattibile. E la burocrazia si trova, volenti o nolenti, negli apparati amministrativi.

La scelta del Comune di Grottammare è in linea con quanto disposto dal Ministero per la semplificazione e la Pubblica Amministrazione del precedente Governo, che ha inteso non più rinviabile – dopo oltre quindici anni dalla loro diffusione – lo “sbarco” delle amministrazioni sui social. Nulla da obiettare, dunque, sul piano della legittimità del provvedimento grottammarese, che in fondo si limita a rispettare un protocollo predisposto a livello centrale.

I punti della media policy che probabilmente hanno destato più interesse nell’opinione pubblica in generale e negli utilizzatori della Rete, sono fondamentalmente gli articoli 4 e 5, nei numeri in cui si parla di moderazione dei commenti, loro rimozione, divieti vari e vigilanza (a campione).


ASSENZA DI PROATTIVITÀ, CITTADINO VISTO SOLO NELLA SUA PARTE PEGGIORE

Infatti, ciò che traspare tra queste specifiche righe delle “linee guida” è la totale assenza di proattività nel rapporto tra Pubblica Amministrazione e cittadino, considerato soltanto nella sua parte peggiore: troll, propagandista, scostumato, odiatore, apologetico… fondamentalmente malfattore da perseguire.

C’è poi un punto, il n. 3 dell’art. 5, che svela il limite di questi provvedimenti che, se da una parte vogliono sembrare “all’avanguardia” e al passo con i tempi, poi in fondo sono orientati soltanto a preservare in qualche modo la buona immagine (fama) del potere costituito. Insomma, esiste – e se ne prende atto, paradossalmente, proprio mentre si fa il salto nell’innovazione – “la difficoltà materiale di monitorare costantemente e integralmente tutti i contenuti”.


SOCIAL-DIFFUSIONE (ANZICHÉ SOCIAL-RELAZIONE)

Questa “confessione” sta purtroppo a dimostrare che ancora una volta i social e tutto il loro intorno vengono considerati - in questo caso dalla Pubblica Amministrazione -, limitatamente nel loro elemento di “mezzo di diffusione” (delle cose belle che siamo tanto bravi a fare, possibilmente) e non come “ambiente di relazione” quale invece sono.

Per una pubblica amministrazione, creare relazione con i cittadini significa aprire un canale diretto di risposte costante, anche e forse soprattutto alle domande più scomode; attivare un presidio che non si pone limiti di tempo e considera l’interlocutore (in questo caso il cittadino) come la ragione fondamentale del proprio operato, non come un accessorio molto spesso fastidioso e per di più dedito a comportamenti illegali.

La violenza – comportamentale, verbale – e l’illegalità vanno sempre perseguite, in ogni sede e con ogni mezzo, compresi i social. L’auspicio, però, è quello di riuscire a capire un giorno che il bene non è un concetto astratto, ma una realtà che sta nelle nostre mani, che si diffonde attraverso le relazioni che intelaiamo quotidianamente.


L'ANTIDOTO ALL'ODIO E ALLE FRUSTRAZIONI

L’antidoto all’odio, infatti, è quello di instaurare relazioni fluide, diremmo quasi “alla pari”, con chi sta alla base del proprio lavoro (in questo caso il cittadino, a cui fornire un servizio). Non è un caso che molte delle situazioni spiacevoli nei rapporti con la PA nascono il più delle volte da frustrazioni alimentate da un “ente pubblico” che si sente privilegiato e dimentica che è lì per servire – e relazionarsi – con le persone.

Questo vale per Grottammare, ma vale per ogni comune d’Italia"

venerdì 12 marzo 2021

8 "cartoline" dal Pontificato di Papa Francesco

Esattamente otto anni fa, la sera del 13 marzo 2013, il Cardinale Jorge Mario Bergoglio si affacciava dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro in Vaticano per la sua prima benedizione apostolica “Urbi et Orbi”. Da lì cominciò il cammino di Papa Francesco al servizio della Chiesa universale: “un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi”.

Non è semplice, ad ogni ricorrenza, fare un riassunto esaustivo ed esemplificativo delle più importanti “novità” rappresentate dall’evento che si commemora o dal personaggio che si celebra.

Ciò è ancora più vero nel caso dell’ultimo pontificato, che volenti o nolenti è stato caratterizzato da una serie di vicissitudini non sempre e non solo legate al “personaggio Bergoglio”, ma anche al contesto generale in cui la sua missione si è svolta, sia a livello ecclesiale che internazionale. Sicuramente, è stato – e ci auguriamo sarà – un ministero molto attivo e ricco di iniziative.

Eppure, credo che ci siano due aspetti che vanno messi a fuoco per evidenziare quanto sia complesso oggi, dal punto di vista narrativo, “isolare” i momenti più caratterizzanti di questa esperienza dei primi anni. Da una parte va considerata l’epoca di sovraesposizione mediatica in cui viviamo, che dall’inizio genera intorno alla figura del Papa un’infinita mole di informazioni e dati che fluiscono quotidianamente in un vortice irrefrenabile e ad ogni latitudine, generando un evidente sovraccarico che in qualche caso può anche essere nocivo. Dall’altro lato, a complicare le cose ci ha pensato la pandemia di Covid-19, che nell’ultimo anno ha ricalibrato le nostre priorità e ha messo un po’ nell’ombra altri interessi per cose non necessariamente considerate “di vitale importanza”, come potrebbe essere una sorta di passione per l’amarcord, i ricordi nostalgici.

Premesso ciò, poiché non abbiamo le competenze per offrire una sintesi storiografica di questi ultimi anni della vita della Chiesa sotto la guida di Papa Francesco, ci è sembrato più interessante selezionare “8 cartoline”, otto immagini che a nostro giudizio sono rappresentative di ognuno degli ultimi anni di ministero del Vescovo di Roma. È una scelta del tutto arbitraria, lo confessiamo, ma è probabile che siano istantanee ancora vive nel cuore dei fedeli.

2013 – LA VISITA A LAMPEDUSA, L’ISOLA DEGLI IMMIGRATI MORTI IN MARE

La prima istantanea che ha caratterizzato l’avanzare di Papa Francesco come pastore del Popolo di Dio e pellegrino verso le periferie esistenziali rimarrà quella del suo inconsueto viaggio all’isola di Lampedusa, nel Sud Italia, a pochi mesi dall’elezione. Fu la prima vera uscita dai confini del Vaticano, ma anche la più drammatica e toccante. Dall’isola-tomba di centinaia e centinaia di migranti dei quali non conosceremo mai i nomi si levò quel forte grido alle coscienze di ciascuno “perché ciò che è accaduto non si ripeta”. Sappiamo poi che purtroppo non è stato affatto così, ma il richiamo del Pontefice resta e continua a essere un monito contro l’indifferenza.

2014 – IL VIAGGIO IN TERRA SANTA

Il primo vero grande Pellegrinaggio del pontificato è stato forse il Viaggio apostolico in Terra Santa nel maggio del 2014, in occasione del 50º anniversario dell’incontro a Gerusalemme tra San Paolo VI e il Patriarca Atenagora. 16 discorsi in tre giorni, e la commovente visita al Memoriale di Yad Vashem, con la condanna senza mezzi termini del terrorismo, che “è male nella sua origine ed è male nei suoi risultati”. Male che nasce dall’odio e che distrugge, che portò il Santo Padre a esprimere vergogna per la profanazione che l’uomo era riuscito a fare verso la principale opera della creazione di Dio, sé stesso.


2015 – LAUDATO SI’

Il 2015 è l’anno della seconda Enciclica di Papa Francesco, quella dedicata alla cura della casa comune Laudato si’, nata dalla consapevolezza di porre fine all’uso irresponsabile e all’abuso dei beni che Dio ci ha affidato con la creazione. Un percorso di riflessione che riprendeva già gli inviti alla “conversione ecologica globale” di San Giovanni Paolo II e le preoccupazioni per le ferite prodotte per il nostro comportamento irresponsabile suggerite da Benedetto XVI. La chiave portata dall’attuale Pontefice sarà quel “tutto è connesso” che richiama alla nostra responsabilità di riconoscere che ogni nostro comportamento squilibrato ha inevitabilmente conseguenze nelle esistenze di tutti gli altri nostri fratelli. E la pandemia che stiamo vivendo è qui a dimostrarcelo.


2016 – IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

Il 2016 è stato invece l’Anno del primo Giubileo esteso in tutto il mondo, quello della Misericordia, con l’apertura delle Porte Sante in tutte le diocesi, in ogni confine della terra, a cominciare da quella simbolica di Bangui, nella Repubblica Centrafricana. Furono anche quelli una scelta e un messaggio inequivocabili: la misericordia di Dio non conosce limiti, e agisce a maggior ragione in quelle vicende – e in quei cuori – che hanno necessità di essere perdonati e in un certo senso “ricostruiti”. Sarà un anno molto particolare, che registrerà nella sola Città di Roma l’arrivo di oltre 21 milioni di pellegrini. Da lì nasceranno i “Venerdì della misericordia” e la “Domenica della Parola di Dio”.

2017 – PELLEGRINO A FATIMA DALLA MADRE

La presenza della Vergine Maria è una costante del Pontificato. Emblematiche sono le visite del Papa alla Basilica di Santa Maria Maggiore per rendere omaggio alla Salus Populi Romani, non a caso la prima compiuta già il giorno successivo all’elezione, e poi all’inizio e alla fine di ogni Viaggio apostolico all’estero. Nel 2017 invece Papa Francesco si è recato direttamente al Santuario di Nostra Signora di Fatima per il centenario delle Apparizioni della Vergine Maria, e da lì ha ribadito a gran voce: “abbiamo una Madre, abbiamo una Madre”. Ha quindi invitato tutti a essere nel mondo “sentinelle del mattino” per mostrare il volto giovane e bello della Chiesa, “che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore”.


2018 – L’ACCORDO CON LA CINA

Dopo anni di tentativi e tante sofferenze, il 22 settembre 2018 a Pechino è stato firmato l’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei Vescovi, mettendo così fine di fatto all’esistenza di una “doppia Chiesa” in Cina. In una lettera a tutto il popolo del paese asiatico e alla Chiesa universale Papa Francesco ha ricordato innanzitutto il tesoro spirituale lasciato dalle esperienze dolorose di quanti hanno sofferto negli anni per testimoniare la loro fede. Ma ha reso grazie per lo spiraglio verso la completa unità e una più diffusa e libera evangelizzazione di quelle terre avviate dall’Accordo. Dopo due anni, il documento è stato rinnovato per un ulteriore biennio fino al 2022.


2019 – IL SUMMIT SUGLI ABUSI

Non tutte le cartoline a volte sono belle; alcune possono ritrarre anche ferite dolorose come è il caso della triste vicenda degli abusi nella Chiesa verso i minori. Un processo di presa di coscienza che va avanti da molti anni e che ha mostrato la crudezza di situazioni in cui è mancata trasparenza e responsabilità a più livelli. Un nervo scoperto che Papa Francesco non ha avuto paura di portare alle estreme conseguenze, rendendo prioritaria la lotta a quello che in più occasioni ha definito come cancro. Il 2019 arriva finalmente un summit ad ampio spettro con i vescovi seduti ad ascoltare testimonianze di persone abusate. Da lì sono poi nate molte altre iniziative, anche legislative per mettere un freno a complicità e inadempienze e privilegiare l’attenzione alle vittime. 


2020 – LA SOLITUDINE DELLA PANDEMIA

L’ultima cartolina di questi primi otto anni del pontificato è anch’essa abbastanza triste, legata all’emergenza sanitaria per la pandemia di Covid-19, di cui ancora non si vede l’orizzonte di soluzione. Ritrae Papa Francesco solitario, in una Piazza San Pietro deserta bagnata dalla pioggia. Un momento spiritualmente forte, in cui si è pregato per la fine di questa tragedia che ha già causato oltre due milioni e mezzo di morti. Di quella sera resta la preghiera al Signore a “non lasciarci in balia della tempesta” e la consapevolezza che “nessuno si salva da solo”. Fede e speranza, che da quel momento porteranno il Santo Padre a compiere una serie di iniziative di vicinanza al Popolo di Dio fiaccato dal timore e dalla solitudine. C’è ancora bisogno di riprendere quelle parole e ricordarci ancora oggi di “abbracciare il Signore per abbracciare la speranza”.

* * *


2021 – IL VIAGGIO DELLA FRATELLANZA

Dal 2021 non possiamo dire molto, siamo ancora all’inizio, ecco perché le 8 cartoline. Ma sarà interessante tenere d’occhio il recente viaggio in Iraq, compiuto dal Papa come pellegrino di fratellanza verso la terra di Abramo, dove tutto ha avuto inizio. Un Paese che dopo la tragedia delle tante guerre e dell’odio va ancora ricostruito. Come le nostre vite. Con la vicinanza del Papa e della Chiesa.


giovedì 28 gennaio 2021

Papa Francesco e il vaccino per il Covid-19: parole chiare sin dall'inizio della pandemia


“Voce di uno che grida nel deserto…” (cit.) 

GARANTIRE L’ACCESSO UNIVERSALE (3 maggio 2020) 
 “Desidero, nello stesso tempo, appoggiare e incoraggiare la collaborazione internazionale che si sta attivando con varie iniziative, per rispondere in modo adeguato ed efficace alla grave crisi che stiamo vivendo. È importante, infatti, mettere insieme le capacità scientifiche, in modo trasparente e disinteressato, per trovare vaccini e trattamenti e garantire l’accesso universale alle tecnologie essenziali che permettano ad ogni persona contagiata, in ogni parte del mondo, di ricevere le necessarie cure sanitarie”. (Regina Caeli) 

 SAREBBE TRISTE SE SI DESSE PRIORITÀ AI PIÙ RICCHI! (19 agosto 2020) 
 “Sarebbe triste se nel vaccino per il Covid-19 si desse la priorità ai più ricchi! Sarebbe triste se questo vaccino diventasse proprietà di questa o quella Nazione e non sia universale e per tutti. E che scandalo sarebbe se tutta l’assistenza economica che stiamo osservando – la maggior parte con denaro pubblico – si concentrasse a riscattare industrie che non contribuiscono all’inclusione degli esclusi, alla promozione degli ultimi, al bene comune o alla cura del creato (ibid.). Sono dei criteri per scegliere quali saranno le industrie da aiutare: quelle che contribuiscono all’inclusione degli esclusi, alla promozione degli ultimi, al bene comune e alla cura del creato. Quattro criteri”. (Udienza generale) 

COMBATTERE LA POVERTÀ FARMACEUTICA (19 settembre 2020) 
 “La recente esperienza della pandemia, oltre a una grande emergenza sanitaria in cui sono già morte quasi un milione di persone, si sta tramutando in una grave crisi economica, che genera ancora poveri e famiglie che non sanno come andare avanti. Mentre si opera l’assistenza caritativa, si tratta di combattere anche questa povertà farmaceutica, in particolare con un’ampia diffusione nel mondo dei nuovi vaccini. Ripeto che sarebbe triste se nel fornire il vaccino si desse la priorità ai più ricchi, o se questo vaccino diventasse proprietà di questa o quella Nazione, e non fosse più per tutti. Dovrà essere universale, per tutti”. (Ai membri della Fondazione “Banco Farmaceutico”) 

SE BISOGNA PRIVILEGIARE QUALCUNO, CHE SIA IL PIÙ POVERO (25 settembre 2020) 
 “La pandemia ha messo in evidenza l’urgente necessità di promuovere la salute pubblica e di realizzare il diritto di ogni persona alle cure mediche di base. Pertanto, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati. E se bisogna privilegiare qualcuno, che sia il più povero, il più vulnerabile, chi generalmente viene discriminato perché non ha né potere né risorse economiche” (Videomessaggio per la 75ma Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite) 

ACCESSO A PRESCINDERE DAL REDDITO (7 ottobre 2020) 
 “In modo analogo, quando i vaccini sono disponibili, occorre garantire un giusto accesso ad essi a prescindere dal reddito, partendo sempre dagli ultimi. I problemi globali che stiamo affrontando esigono risposte cooperative e multilaterali. Le organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Oms, la Fao e altre, che sono state istituite per promuovere la cooperazione e il coordinamento globale, devono essere rispettate e sostenute di modo che possano realizzare i loro obiettivi a beneficio del bene comune universale”. (Messaggio ai partecipanti all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze) 

ASSISTERE TUTTI COLORO CHE SONO PIÙ POVERI E PIÙ FRAGILI (8 dicembre 2020) 
 “Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragili”. (Messaggio per la LIV Giornata Mondiale della Pace) 
 
PROMUOVERE LA COOPERAZIONE E NON LA CONCORRENZA (25 dicembre 2020) 
 “Oggi, in questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia, appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini. Ma perché queste luci possano illuminare e portare speranza al mondo intero, devono stare a disposizione di tutti. Non possiamo lasciare che i nazionalismi chiusi ci impediscano di vivere come la vera famiglia umana che siamo. Non possiamo neanche lasciare che il virus dell’individualismo radicale vinca noi e ci renda indifferenti alla sofferenza di altri fratelli e sorelle. Non posso mettere me stesso prima degli altri, mettendo le leggi del mercato e dei brevetti di invenzione sopra le leggi dell’amore e della salute dell’umanità. Chiedo a tutti: ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali, di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti: vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del Pianeta. Al primo posto, i più vulnerabili e bisognosi!” (Messaggio Urbi et Orbi) 

CHI CI RACCONTERÀ L’ATTESA DI GUARIGIONE NEI VILLAGGI PIÙ POVERI? (23 gennaio 2021) 
“Pensiamo alla questione dei vaccini, come delle cure mediche in genere, al rischio di esclusione delle popolazioni più indigenti. Chi ci racconterà l’attesa di guarigione nei villaggi più poveri dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa? Così le differenze sociali ed economiche a livello planetario rischiano di segnare l’ordine della distribuzione dei vaccini anti-Covid. Con i poveri sempre ultimi e il diritto alla salute per tutti, affermato in linea di principio, svuotato della sua reale valenza”. (Messaggio per la 55ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali)

A BENEFICIO DI TUTTA QUANTA L'UMANITÀ (8 febbraio 2021)
"È poi indispensabile che i notevoli progressi medici e scientifici compiuti nel corso degli anni, i quali hanno permesso di sintetizzare in tempi assai brevi vaccini che si prospettano efficaci contro il coronavirus, vadano a beneficio di tutta quanta l’umanità. Esorto pertanto tutti gli Stati a contribuire attivamente alle iniziative internazionali volte ad assicurare una distribuzione equa dei vaccini, non secondo criteri puramente economici, ma tenendo conto delle necessità di tutti, specialmente di quelle delle popolazioni più bisognose. Ad ogni modo, davanti a un nemico subdolo e imprevedibile qual è il Covid-19, l’accessibilità dei vaccini deve essere sempre accompagnata da comportamenti personali responsabili tesi a impedire il diffondersi della malattia, attraverso le necessarie misure di prevenzione a cui ci siamo ormai abituati in questi mesi". (Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede)

SUPERARE I RITARDI E FAVORIRNE LA CONDIVISIONE (4 aprile 2021)
"Tutti, soprattutto le persone più fragili, hanno bisogno di assistenza e hanno diritto di avere accesso alle cure necessarie. Ciò è ancora più evidente in questo tempo in cui tutti siamo chiamati a combattere la pandemia e i vaccini costituiscono uno strumento essenziale per questa lotta. Nello spirito di un 'internazionalismo dei vaccini', esorto pertanto l’intera Comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri". (Messaggio Urbi et Orbi Pasqua 2021)

SOLIDARIETÀ VACCINALE GIUSTAMENTE FINANZIATA (4  aprile 2021)
"Abbiamo bisogno in particolare di una solidarietà vaccinale giustamente finanziata, poiché non possiamo permettere alla legge di mercato di avere la precedenza sulla legge dell’amore e della salute di tutti. Ribadisco qui il mio invito ai leader di governo, alle imprese e alle organizzazioni internazionali a lavorare insieme per fornire vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi (cfr. Messaggio Urbi et Orbi, Natale 2020)". (Al Gruppo della Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale)

INTERNAZIONALISMO DEI VACCINI E SOSPENSIONE DEI BREVETTI (8 maggio 2021)
"Una variante di questo virus è il nazionalismo chiuso, che impedisce, ad esempio, un internazionalismo dei vaccini. Un'altra variante è quando mettiamo le leggi del mercato o della proprietà intellettuale sulle leggi dell'amore e della salute dell'umanità. (...) Dio Creatore infonda nei nostri cuori uno spirito nuovo e generoso per abbandonare i nostri individualismi e promuovere il bene comune: uno spirito di giustizia che ci mobilita per garantire l'accesso universale al vaccino e la sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale; uno spirito di comunione che ci permette di generare un modello economico diverso, più inclusivo, giusto e sostenibile". (Videomessaggio ai partecipanti al "Vax Live: The Concert To Reunite The World)


VACCINARSI È UN ATTO D'AMORE POLITICO E SOCIALE (18 agosto 2021)
"Grazie a Dio e al lavoro di molti, oggi abbiamo vaccini per proteggerci dal Covid-19. Questi danno la speranza di porre fine alla pandemia, ma solo se sono disponibili per tutti e se collaboriamo gli uni con gli altri. Vaccinarsi, con vaccini autorizzati dalle autorità competenti, è un atto di amore. E contribuire a far sì che la maggior parte della gente si vaccini è un atto di amore. Amore per sé stessi, amore per familiari e amici, amore per tutti i popoli. L’amore è anche sociale e politico, c’è amore sociale e amore politico, è universale, sempre traboccante di piccoli gesti di carità personale capaci di trasformare e migliorare le società (cfr. Laudato si’, n. 231, cfr. Fratelli tutti, 184)" (Videomessaggio ai popoli per la Campagna di vaccinazione contro il Covid-19)

sabato 23 gennaio 2021

Siamo tutti giornalisti: andare, vedere e raccontare. La comunicazione è persona


Siamo in qualche modo tutti giornalisti. Quantomeno è ciò che siamo diventati oggi nell’epoca della disintermediazione (flussi costanti di informazione che viaggiano su innumerevoli multi-piattaforme accessibili a tutti, sia come recettori che come produttori). 

In quanto tali, è questo lo spirito con cui dobbiamo rapportarci alle vite di chi ci circonda, alle storie a cui assistiamo: “uscire da noi stessi”, “consumare le suole delle scarpe”, per “andare a vedere”, imparare “ad ascoltare”, superare i pregiudizi, evitando di “trarre conclusioni affrettate”. Per capire ci vuole tempo, e non bisogna farsi “distrarre dal superfluo”. 

Bisogna coltivare l’artigianato della verifica, perché è fondamentale saper “distinguere l’apparenza ingannevole dalla verità”. Riassumerei in queste poche battute – che sono prese dalla preghiera finale - l’essenza del Messaggio di Papa Francesco per la 55ma Giornata delle Comunicazioni Sociali, che si celebra come ogni anno il 24 gennaio, Festa di San Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti. 

È dedicato a “loro” questo messaggio, all’importanza del loro lavoro, alla dinamica di una professione che ci è tanto cara e che purtroppo non si è sempre dimostrata all’altezza del proprio compito, per innumerevoli ragioni. Ma c’è di più: quelle “prerogative” che un tempo appartenevano a chi avrebbe avuto tempi e modi per “perseguire la verità” oggi sono – e devono essere – prerogative di tutti, a maggior ragione per un cristiano che si dice amico delle persone e amico della verità. 

“Vieni e vedi” è l’input da cui parte il Messaggio, e sono le parole che Gesù rivolge a chi gli chiedeva “approfondimenti”, “anticipazioni” rispetto alla possibilità di seguirlo in una missione che poi era fondamentalmente incontro con le persone, con la carne viva di quelle prime comunità che hanno avuto l’opportunità di conoscere da vicino il Messia. 

Esserci e osservare sono i capisaldi della professione informativa: non si parla per sentito dire, per interposte dichiarazioni, si va e si vede, si verifica e poi si racconta. È questa la dinamica che ci rende veramente partecipi di ciò che accade intorno a noi. 

Ed è questo lo scopo dell’informazione e della comunicazione al servizio delle persone, a cominciare dal servizio a sé stessi: la possibilità di prendere una decisione con libertà, perché si è potuti avere a disposizione tutti gli elementi di conoscenza necessari a formarsi un’opinione. Ce lo garantisce anche la nostra Costituzione italiana. 

La comunicazione siamo noi, è fatta da noi e deve servire a noi. Il Papa lo spiega molto chiaramente in questo ultimo Messaggio ai comunicatori. Non basta dunque lamentarsi che le cose non vanno bene, che i giornali non fanno il loro dovere, che i social hanno moltiplicato le situazioni di “smarrimento”, attribuendo sempre ad un “ente” fondamentalmente astratto quelle responsabilità che invece abbiamo cucite addosso, perché si tratta delle nostre storie, delle nostre vite. E non sarà mai certo lo strumento, il mezzo, a fare ciò che invece compete a noi esseri pensanti in carne ed ossa: andare e vedere, ascoltare e verificare, quindi raccontare, condividere ciò che abbiamo realmente visto, approfondito e conosciuto. 

È un appello personale, rivolto a ciascuno: andare laddove nessuno vuole andare, vedere ciò che nessuno vuole vedere, approfondire ciò che nessuno vuole approfondire, raccontare ciò che spesso nessuno racconta. È responsabilità di tutti, perché quel “nessuno che voglia fare qualcosa” è ognuno di noi. 

Di fronte alla verità, di fronte all’importanza di conoscere, di far sapere, di diffondere soprattutto il bene non devono esserci scappatoie. Gli esempi non mancano – c’è chi continua a dare la vita, con coraggio, per denunciare soprusi e ingiustizie, e il Papa lo ricorda – ma non mancano neppure i mezzi, le possibilità. 

La chiave in definitiva è incontrare le persone laddove vivono, soffrono e sperano. E le persone siamo noi, i nostri sguardi, i nostri gesti e la nostra voce. Ma anche il nostro cuore, desideroso di lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato, raccontando con onestà “ciò che abbiamo visto”.

Giovanni Tridente

giovedì 29 ottobre 2020

La "Fratelli tutti" secondo me: complessità, azione e sogno


Leggendo il testo dell’Enciclica "Fratelli tutti" di Papa Francesco, mi sono rimaste impresse tre parole in particolare.

La prima è complessità: essa non è intesa in senso meccanico, ma come la serie di fenomeni che riguardano l’umanità; PapaFrancesco entra in questa complessità che caratterizza l’uomo sviscerando tutte le questioni e le implicazioni che hanno a che fare con la vita di ognuno di noi e il nostro rapporto con la vita degli altri.

La seconda parole è azione: dobbiamo darci da fare! Ciascuno con le proprie competenze e secondo le proprie responsabilità deve cercare di fornire luce a questo mondo pieno di situazioni da rivedere e da aggiornare; tale azione, secondo me, ha a che fare con la collettività (a darsi d fare devono essere governi e nazioni) e con la responsabilità individuale a cui è chiamato ogni individuo di buona volontà. D’altronde, è questo il senso dell’enciclica: una lettera circolare che non è solo per la Chiesa, ma che si rivolge a tutti coloro che guardano al mondo in prospettiva.

La terza parole è sogno: sognare con speranza, possiamo riuscirci!

BENE COMUNE

Questa Enciclica è un ottimo vademecum che sintetizza la visione della Chiesa rispetto al bene comune; non a caso è detta "sociale", perché riassume la Dottrina Sociale della Chiesa con riferimenti anche al Magistero precedente ("Deus Caritas Est" di Benedetto XVI e "Centesimus Annus" di Giovanni Paolo II) e in continuità con quest’ultimo. Consiglierei a tutti, sia capi di stato che di governo che ad ogni cittadino, di leggerla; non tanto per una questione di adesione a dei principi di fede, ma per la volontà di costruire una società migliore.

Citando Giovanni Paolo II, se dovessi riassumere in un titolo la “Fratelli tutti” ricorrerei alla sua famosa espressione rivolta ai cittadini romani: Damose da fa'. È una chiamata alle armi - se vogliamo - perché il mondo soccombe per tante situazioni e tocca a noi cambiarlo: diamoci da fare!

LA COMUNICAZIONE E IL DIALOGO

Già nella "Christus vivit", dedicata ai giovani, Papa Francesco invita a non ridurre la comunicazione a strumento, ma a farci noi stessi comunicazione, perché in fondo lo siamo.

Questa Enciclica tratteggia poi, secondo me in maniera molto chiara, l’elemento del dialogo. C’è una rivoluzione di intenti rispetto a questa parola: il dialogo prende in considerazione anche ciò che l’altro ha da dire e che può servire a me per comprendere meglio il mondo. È un aspetto fondamentale che ci deve animare ad avviare questi percorsi di relazione con gli altri e nello stesso tempo a superare tutti i cattivi usi nella rete: evitare i monologhi cercando dall’altro qualcosa di utile per me e per la società tutta.

Il Vangelo propone una parola chiave: l’amore. Amore non inteso come puro sentimentalismo, ma come il farsi prossimo a chi è accanto e che vive in situazioni lontane dalla nostra comodità. È questa la chiave con cui cambiare il mondo: lo insegna la Chiesa da 2000 anni e in questa Enciclica il metodo è offerto nel secondo capitolo con la parabola del buon samaritano.

Bisogna occuparci di coloro a cui, in primis, non daremmo credito: è questo che fa il buon samaritano.

Giovanni Tridente

domenica 4 ottobre 2020

"Fratelli tutti": nel giorno del Poverello di Assisi, ecco la terza Enciclica di #PapaFrancesco sulla fraternità e l'amicizia sociale


Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l'appartenenza come fratelli. Queste parole, pronunciate da Papa Francesco nella solitudine di Piazza San Pietro, in quella sera del 27 marzo nel pieno della pandemia, quando milioni di occhi vi assistevano soltanto attraverso i mezzi di comunicazione collegati in mondovisione, assumono oggi un significato ancora più delineato se non profetico. 

Il 4 ottobre, Festa di San Francesco d’Assisi, viene infatti consegnata al popolo fedele (e a tutti gli “uomini di buona volontà”) la nuova Enciclica (“lettera circolare”) del Santo Padre, intitolata proprio Fratelli tutti e legata ai temi della fraternità e dell’amicizia sociale, come si legge nel sottotitolo.


Come consuetudine, questo tipo di documento magisteriale prende il nome dall’incipit del documento, e anche questa volta, come era avvenuto per la Laudato si’, Papa Francesco si è ispirato al Santo Patrono d’Italia, e in particolare alla frase contenuta nelle Ammonizioni, 6, 1: FF 155: Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce. Fraternità, intesa come appartenenza alla stessa creazione, lascia dunque intravedere un legame inevitabilmente a doppio filo con la precedente Enciclica, incentrata “sulla cura della casa comune”. 

Una particolarità di questa Lettera sarà il fatto che il titolo rimarrà inalterato nell’originale italiano anche nelle altre traduzioni in cui sarà diffusa. E con “fratelli tutti” il riferimento è evidentemente a tutto il genere umano, legato da questo rapporto poiché “tutti” Figli dello stesso Padre.


Ci sarebbero tante cose da dire su quanto sia centrale il tema della fraternità nel Magistero di Papa Francesco, a cominciare da quel suo primo pronunciamento dalla Loggia di Piazza San Pietro, la sera stessa dell’elezione: Fratelli e sorelle, buonasera!

E poi il primo viaggio – drammatico – fuori dai confini del Vaticano a quattro mesi dall’elezione, nell’isola di Lampedusa, teatro di tante tragedie legate al fenomeno delle immigrazioni forzate, con centinaia di morti in mare che portarono Papa Francesco a dire: «Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue?… Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?».

L’anno dopo, l’8 giugno 2014, la stretta di mano tra i presidenti israeliano e palestinese nei Giardini vaticani con la parola “fratello” a fare da “chiamata a spezzare la spirare dell’odio e della violenza” tra i popoli e “proclamare” la pace. E poco più di un anno fa, il 4 febbraio 2019, la firma della “Dichiarazione sulla fratellanza umana” ad Abu Dhabi con quel forte invito a riscoprirsi fratelli per promuovere insieme anche qui la giustizia e la pace, garantendo i diritti umani e la libertà religiosa.

Nel segno del “Poverello di Assisi”, da cui Jorge Mario Bergoglio ha preso il nome da Papa, lo sarà anche questa terza Enciclica, presso la cui tomba il Pontefice la firma, e non suoneranno affatto estranee parole come povertà, ecologia, fraternità, giustizia sociale, contemplazione del creato, vicinanza agli ultimi, interesse per ogni uomo e per tutto l’uomo.

Lo spartiacque della pandemia

C’è evidentemente uno spartiacque nel magistero di Papa Francesco, che non può essere ignorato ma perché non può essere ignorato quanto siano cambiate le abitudini e le esigenze di tutta l’umanità, da molti mesi costretta a combattere l’insidiosità e la pericolosità di una pandemia che ha mietuto già molte vittime. 

Dal quel 27 marzo in Piazza San Pietro, solo e claudicante sotto la pioggia, Papa Francesco non ha smesso di mostrare come l’emergenza sanitaria sia una dimostrazione di ciò che profondamente ci lega come esseri umani, e cioè l’appartenenza alla stessa famiglia esistenziale, la imprescindibile “connessione” con tutto il resto del creato e la necessità di prendersene cura, anche se profeticamente lo aveva “diagnosticato” già cinque anni fa con la Laudato si’. Da questo “tutto nel mondo è intimamente connesso”, evidentemente scaturiscono le comuni conseguenze negative, ma anche l’approccio e la sfida a migliorarsi e a migliorare tutto ciò che ci circonda, per il bene nostro e di chi ci è simile.

La Chiesa è stata in prima linea e l’appello – costante – del Papa a prendersi cura di chi rimaneva indietro ha generato molteplici percorsi di solidarietà e sostegno. Adesso è il momento di “passare all’incasso”, di rendere quella solidarietà estemporanea qualcosa di duraturo e sistematico, per una ragione di fedeltà al Vangelo e alla chiamata ricevuta con il Battesimo.

Per queste e altre ragioni, anche allo scopo di dare un contributo concreto a vedere oltre il proprio naso e a estendere lo sguardo oltre l’immediatezza del proprio “tornaconto”, alla ripresa della pausa estiva, il Papa ha iniziato una serie di catechesi del mercoledì (Udienze generali) incentrate sulla necessità e urgenza di “guarire il mondo” ferito dalla pandemia, attingendo alla grande ricchezza della Dottrina Sociale della Chiesa. Lo aveva già ripetuto all’inizio della pandemia e insiste nel dirlo: da una crisi si esce migliori o peggiori, sta a noi fare di tutto per uscirne migliori. 

Guardando dunque alle ultime Udienze – che dal mese di settembre prevedono anche la presenza di fedeli, seppur nel più contenuto Cortile di San Damaso, a cui si accede rispettando le precauzioni sanitarie previste – ci sono alcune parole chiave che si intrecciano a doppio filo con la necessità di uscire migliori dalla crisi, ma anche se vogliamo “più generosi”, “più umani” e quindi “più fratelli”.

Fede, speranza e carità

Sicuramente, la pandemia ha messo allo scoperto le nostre vulnerabilità come esseri umani, e il primo antidoto per non soccombere di fronte alle difficili sfide che ci aspettano è avere uno sguardo di fede, per poter così sperare in un “Regno di guarigione e di salvezza” che si rende inevitabilmente presente nella nostra epoca attraverso gesti di carità. Il punto di partenza sono dunque per il Papa le tre virtù teologali con lo sguardo fisso sull’esempio di Gesù, e grazie ad esse ciascun battezzato può “assumere uno spirito creativo e rinnovato” per “trasformare le radici delle nostre infermità fisiche, spirituali e sociali”.

Per essere concreti, il Papa evidenzia quelli che sono i principi che in forme diverse esprimono le virtù teologali e possono aiutare a preparare un futuro più roseo. Sono tutti legati alla tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa e interpellano dirigenti e responsabili della società: dignità della persona, bene comune, opzione preferenziale per i poveri, destinazione universale dei beni, solidarietà, sussidiarietà, cura della nostra casa comune. 

Su ciascuno di questi principi il Papa ha dunque riflettuto nel corso delle ultime Udienze, allo scopo di consentire a tutti di “recuperare la vista” e “riscoprire cosa significa essere membri della famiglia umana” e prendersi cura di tutto ciò che in un certo senso ci riguarda.

Contemplazione

Una ulteriore parola che il Pontefice ha ripetuto con frequenza è quella della contemplazione, che insieme a cura rappresentano due attitudini “per correggere e riequilibrare la nostra relazione come essere umani con la creazione", una relazione che possa essere "fraterna" anche se in senso figurato, come ha detto in una delle ultime udienze.

La contemplazione permette da una parte di riconoscersi come parte della creazione e dall’altra di “tutelare” in un certo senso anche tutti gli altri membri della stessa, “la persona con tutta la sua ricchezza". E c’è una legge che vale sempre: “Chi sa contemplare, più facilmente si metterà all’opera per cambiare ciò che produce degrado e danni alla salute”.

Insomma, "contemplare per curare, contemplare per custodire, custodire noi, il creato, i nostri figli, i nostri nipoti e custodire il futuro", ha spiegato Francesco, ben sapendo que non si tratta di delegare solo ad alcuni, poiché è una missione che riguarda “ognuno di noi”, tutti fratelli.

Articolo apparso in lingua spagnola sul numero di ottobre della Revista Palabra.

venerdì 3 luglio 2020

La Chiesa e la comunicazione nel post Covid-19


Da più parti ci si chiede come sarà il mondo dopo la pandemia di Covid-19 e un aspetto fondamentale di questa riflessione non può che riguardare la comunicazione, che mai come in questa emergenza sanitaria mondiale ha dimostrato tutta la sua centralità. E non poteva essere altrimenti, dato che ogni uomo è oggi un media, tutti siamo interconnessi e non è più concepibile considerare l’umanità scissa dalla comunicazione, soprattutto a partire dall’avvento di Internet[1].

 

Tutto ciò fa il paio evidentemente con un sovraccarico informativo, la moltiplicazione di piattaforme, la generazione costante di iniziative editoriali che provocano uno stress sociale in cui si insinua il tarlo della disinformazione, che va a scapito della libertà della stessa cittadinanza, in quanto non le consente di prendere delle decisioni consapevoli e veramente utili.

 

La Chiesa – le comunità ecclesiali – non può esimersi da considerare tutti questi elementi, ma al tempo stesso non può stare alla finestra a guardare lasciando che la tempesta passi. Maestra di umanità, essa può invece inserirsi in questo flusso ormai irrefrenabile e continuare a fare la propria parte da protagonista. A partire da tutto quanto dimostrato dall’emergenza per il Covid-19, ritengo che ci siano almeno 3 fronti su cui impostare il lavoro comunicativo del futuro: vicinanza, fiducia e vocabolario.

 

1. Stare vicino

 

Nell’intervista rilasciata all’inizio della Settimana Santa di quest’anno a The Tablet, Papa Francesco ha detto chiaramente che la sua principale preoccupazione per il dopo Covid era quella di trovare i modi per “stare vicino”[2] al popolo di Dio.

 

Tra le principali vittime della solitudine ci sono sempre stati innanzitutto gli anziani, e la pandemia lo ha evidenziato in maniera ancora più forte e purtroppo drammatica[3]. Papa Francesco aveva visto lungo anche in questo, tanto è forte il richiamo che da sempre rivolge sull’attenzione alla popolazione della terza età nella sua predicazione. Dovranno perciò essere loro i pubblici privilegiati della vicinanza della Chiesa, anche sul piano comunicativo, per stimolare la società a rendersi conto di questo speciale tesoro – “le radici”, come le chiama Papa Francesco – che per troppo tempo ha messo all’angolo, e che il Coronavirus ha addirittura fatto evaporare falcidiando le vite di migliaia di nonni.

 

Legato a ciò c’è la vicinanza da mostrare ai ragazzi, coloro che da queste radici avrebbero dovuto trarre la linfa per diventare uomini nella società, e con loro alle famiglie, la dimora dove trascorrono il loro tempo e ricevono i principali insegnamenti.

 

C’è da mostrare inoltre vicinanza al mondo dell’educazione, dalle scuole dell’infanzia alle Università, e quindi agli insegnanti che ne sono il motore, perché è la scuola che insieme alla famiglia consente a una società di gettare le fondamenta qualitative del suo domani[4].

 

Infine c’è il mondo dell’impresa e del lavoro, altra vittima di questa pandemia, che dovrà rimettersi in sesto anche per generare un futuro economico per le popolazioni. Solidarietà, educazione e lavoro, dunque, come temi pienamente in linea con la Dottrina Sociale della Chiesa.

 

2. Fiducia

 

Come istituzione la Chiesa dovrà riacquistare la fiducia del suo Popolo, e ciò si collega strettamente con il tema della vicinanza di cui sopra. Più sono veramente vicino alle persone più acquisisco credibilità e termino per essere considerato partner affidabile nelle sfide che la storia mi presenta.

 

Il principale modo per trasmettere fiducia attraverso la comunicazione è quello di mostrarsi innanzitutto competenti: si parlerà soltanto di ciò che si saprà a fondo, perché studiato nei dettagli ed elaborato con perizia.

 

L’altro elemento è quello dell’onestà, che fa il paio con la trasparenza, cioè il comunicare in maniera limpida, anche le proprie vulnerabilità, senza nascondere nulla perché diversamente questo genera nei “pubblici” considerazioni non proprio piacevoli.

 

Infine bisognerà mostrarsi affidabili: pochi dati ma certi e di qualità, poche parole ma veritiere e chiare, pochi piani, ma tutti realizzabili, massima disponibilità a dare supporto e ad assistere. E questo sarà di conseguenza un modo concreto per superare lo scoraggiamento del proprio popolo, che in questo momento è molto ferito e abbastanza abbattuto. Il tutto andrà promosso con grande positività e vero senso di comunità.

 

3. Le giuste parole

 

Sappiamo benissimo del sovraccarico informativo in cui ci troviamo, e non serve aggiungere altro, però abbiamo molto da fare per quanto riguarda il ripristino del giusto vocabolario. Le parole possono essere come pietre, possono ferire, possono disorientare. Anche la loro assenza lo può fare. Ecco perché c’è bisogno di trovare “parole consapevoli”, che siano giuste per il contesto in cui si comunica. Parole veritiere, mai banali, però puntuali, vicine, concrete, umane, non sofisticate[5].

 

Potrà essere difficile riuscire nell’impresa se saremo costretti ancora per qualche tempo a comunicare quasi solo in forma mediata, privi dell’ausilio della voce e delle espressioni del corpo, a rischio costante di fraintendimento. Ma la lezione che ci insegna questa emergenza è proprio quella di imparare a trovare le parole giuste, cucite addosso alle situazioni, mai superflue, immagine delle nostre vere intenzioni, grandi canali di pura testimonianza verso interlocutori attenti e desiderosi di ascoltare.

 

Articolo apparso su L'Eco di Bergamo il 25 giugno 2020


[1] Cfr. Filippo Ceretti, Massimiliano Padula, Umanità mediale. Teoria sociale  e prospettive educative, Edizioni ETS, Roma 2016; Giovanni Tridente, Bruno Mastroianni (a cura di), #Connessi. I media siamo noi, Edusc, Roma 2017.

[2] Cfr. Austen Ivereigh, Pope Francis says pandemic can be a ‘place of conversion’, “The Tablet”, 8 aprile 2020: https://www.thetablet.co.uk/features/2/17845/pope-francis-says-pandemic-can-be-a-place-of-conversion-.

[3] AA.VV., Coronavirus. Oms: in Europa strage nelle case di riposo. I casi di Francia, Spagna e Uk, “Avvenire”, 23 aprile 2020: https://www.avvenire.it/mondo/pagine/oms-in-europa-meta-dei-morti-nelle-case-dei-riposi.

 

[4] Cfr. Dario Antiseri, Più libertà per una scuola migliore, Rubettino, Soveria Mannelli 2020: https://www.store.rubbettinoeditore.it/piu-liberta-per-una-scuola-migliore.html?___SID=U.

[5] Cfr. Vera Gheno, Potere alle parole. Perché usarle meglio, Einaudi, Torino 2019.



Archivio

 

GIOVANE CHIESA Copyright © 2011 -- Template created by O Pregador -- Powered by Blogger