"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

sabato 31 dicembre 2022

Benedetto XVI: umile cooperatore della Verità

L'originale è stato pubblicato in spagnolo sulla rivista OMNES: https://omnesmag.com/actualidad/los-momentos-clave-del-pontificado-de-benedicto-xvi/

Con umiltà e nella verità, in silenzio e con la preghiera. Così ha vissuto, così se n’è andato Benedetto XVI, il Papa emerito. Eletto al Soglio pontificio il 19 marzo 2005, subito dopo “il grande Papa Giovanni Paolo II”, nelle prime parole rivolte alla folla dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro si definì “un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”. E come tale apparve, con le maniche della maglia nera che fuoriuscivano dalla veste papale, segno di una scelta che forse non si aspettava. 

Timido, eppure molto colto, semplice nei modi ma dal pensiero complesso e mai banale. Lavoratore instancabile. Ne ha dato prova negli innumerevoli anni trascorsi nella Curia Romana come insostituibile collaboratore del suo predecessore, in uno dei dicasteri più importanti e più solidi, l’allora Congregazione per la Dottrina della Fede.

Sempre il giorno dell’elezione si definì “strumento insufficiente”, consolato dal fatto che il Signore avrebbe saputo utilizzarlo al meglio, senza fargli mancare il “suo aiuto permanente”, con la complicità della Madre Maria Santissima. Chiedeva preghiere.

Per quasi otto anni, fino alla rinuncia divenuta effettiva il 28 febbraio 2013, non si è arreso davanti a nessun ostacolo, ha (ri)messo mano all’aratro e ha cominciato a puntellare nei suoi elementi fondamentali l’edificio della Chiesa, appena approdata con tutta l’umanità in un nuovo millennio carico di cambiamenti e di “sballottamenti”, da poco rimasta orfana di una guida spirituale imponente, che l’aveva accompagnata per mano per oltre 27 anni.

Il suo destino era divenuto chiaro il giorno dei funerali di San Giovanni Paolo II, quando pronunciò quella toccante omelia che aveva come esordio proprio la parola “Seguimi”. Qualche giorno prima – nella Via Crucis al Colosseo, meditando sulla nona stazione, la terza caduta di Gesù – si era “incaricato” poi di denunciare “la sporcizia nella Chiesa”, ma anche la superbia e l’autosufficienza. 

Il suo sogno era tornare in Patria, dedicarsi alla lettura e godersi la passione per i gatti e l’amore per la musica classica. Gli toccò invece sobbarcarsi tutti quei problemi che aveva imparato a conoscere da vicino, e prendere su di sé anche la croce delle critiche e delle incomprensioni, ma aprendo la strada a un processo di riforma che il successore – Papa Francesco – ha potuto continuare agevolmente. Lo ha fatto con umiltà, e nella verità.

Compito inaudito che supera ogni capacità umana

“Compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana”. La domenica del 24 aprile 2005 Benedetto XVI iniziò il suo ministero petrino come Vescovo di Roma, in una piazza San Pietro gremita da oltre 400 mila persone. E nell’esporre la gravità e il peso del mandato che sentiva di dover assumere, disse che in fondo il suo programma di governo non sarebbe stato quello di “perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia”. Volontà di Dio che “non ci aliena, ci purifica – magari in modo anche doloroso – e così ci conduce a noi stessi”.

Essere pronti a soffrire 

Il tema della sofferenza ritorna spesso nel discorso di insediamento, come quando spiega che “amare – [il popolo che Dio ci affida] – vuol dire anche essere pronti a soffrire”, “dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza”. Parole che lette con il senno del poi suonano come profezia. Di sicuro non gli è stata risparmiata alcuna sofferenza a Benedetto XVI, sempre però vissuta in spirito di servizio, e in umiltà.

Guardando ai quasi otto anni di pontificato risaltano alcuni contributi di rilievo che il primo Papa emerito della storia ha lasciato in eredità a tutta la Chiesa.

Le tre Encicliche

Il primo contributo è senza dubbio magisteriale. A pochi mesi dal pontificato, Benedetto XVI firma la sua prima Enciclica, la Deus caritas est (Dio è amore) dove spiega come l’uomo, creato a immagine di Dio-amore, è in grado di fare esperienza della carità; scritta inizialmente in tedesco e firmata il giorno di Natale del 2005, viene diffusa il mese dopo.

Il 30 novembre del 2007 esce invece la Spe salvi (Salvati nella speranza), che mette a confronto la speranza cristiana con le moderne forme di speranza basate su conquiste terrene, che portano a sostituire la fiducia in Dio ad una mera fede nel progresso. Ma solo una prospettiva infinita come quella offerta da Dio tramite Cristo può dare la vera gioia.

L’ultima enciclica a sua firma reca la data del 29 giugno 2009 è si intitola Caritas in veritate (L’amore nella verità). Qui il Pontefice passa in rassegna gli insegnamenti della Chiesa relativi alla giustizia sociale e invita i cristiani a riscoprire l’etica delle relazioni commerciali ed economiche, mettendo sempre al centro l’individuo e i valori che preservano il suo bene.

Una quarta enciclica era in preparazione per completare la trilogia dedicata alle tre virtù teologali; uscirà a firma di Papa Francesco il 29 giugno 2013, nell’Anno della Fede, completando il grosso del lavoro che era già stato preparato da Ratzinger. Si intitola Lumen fidei.


4 Esortazioni post sinodali

Eucaristia, Parola, Africa e Medio Oriente sono invece i temi delle quattro Esortazioni apostoliche uscite sotto il pontificato di Benedetto XVI, a coronamento di altrettanti Sinodi dei Vescovi che si sono svolti rispettivamente nel 2005, generando la Sacramentum caritatis (2006); nel 2008, con la pubblicazione della Verbum Domini (2010); nel 2009, da cui l’esortazione Africae munus (2011); e nel 2010, che due anni dopo ha portato al documento Ecclesia in Medio Oriente.

C’è qui l’importanza dei sacramenti, e la vicinanza alle periferie del mondo, luoghi in cui la Chiesa è molto viva, ricca di vocazioni, ma dove spesso manca lo sforzo “di Roma” nel farsi più presente a quelle terre.

La trilogia su Gesù di Nazareth

Grazie alla sua passione per lo studio e alle sue qualità di fine teologo, negli anni del Pontificato Benedetto XVI ha anche regalato alla comunità dei credenti tre importanti libri sulla figura storica di Gesù, usciti rispettivamente nel 2007, nel 2011 e nel 2012. Il percorso narrativo parte dall’Infanzia di Gesù, proseguendo per la vita pubblica del Messia, fino alla resurrezione. 

È stato un successo editoriale senza precedenti, e molti fedeli sono rimasti edificati dal racconto sul Gesù-Persona.

I Viaggi

Pellegrino presso i popoli, non ha interrotto la tradizione del predecessore di realizzare dei Viaggi apostolici sia in Italia che all’estero; serie inaugurata a quattro mesi dal pontificato recandosi nella sua Patria per la Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia. Ritornerà in Germania altre due volte, nel 2006 (in Baviera, circostanza del noto “incidente di Ratisbona”) e nel 2011, come visita ufficiale al Paese. In totale Benedetto XVI ha compiuto 24 viaggi apostolici all’estero, diversi in Europa (tre volte in Spagna), ma anche in America Latina (Brasile, Messico, Cuba), negli Stati Uniti d’America (2008), in Africa (Camerun, Benin) e in Australia (2008).

Significativi senza dubbio il Viaggio in Terra Santa, visitando la Giordania, Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese, nel maggio 2009, ma anche la visita al Campo di Concentramento di di Auschwitz, nello stesso mese tre anni prima, dove ha pregato per onorare la memoria degli ebrei, dei polacchi, dei russi, dei rom, e dei rappresentanti di venticinque nazioni uccisi dall’odio nazista.

Oltre trenta anche le visite pastorali e pellegrinaggi in Italia e altrettante anche nella Diocesi di Roma, visitando parrocchie, santuari, basiliche, carceri, ospedali e seminari. Nella storia rimarrà la visita a L’Aquila, nel 2009, subito dopo il terremoto, quando si recò a pregare sulle spoglie di Celestino V sulla cui teca depose il suo pallio, premonizione che molti hanno associato alle future dimissioni. 

Gli “incidenti”

Iniziando il suo ministero petrino Benedetto XVI aveva fatto riferimento alle sofferenze, e purtroppo questo è stato uno degli elementi che non gli sono stati affatto risparmiati come si diceva, a cominciare da alcune incomprensioni e controversie che hanno avuto eco internazionale.

La prima di questa rimanda al 2006, con la famosa lectio magistralis presso l’Università di Ratisbona durante il suo secondo viaggio in Germania, visitando la Baviera. Qui l’incidente è scaturito dalla infelice citazione di una frase dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo a proposito della guerra santa, con riferimenti al profeta Maometto. Nel suo discorso il Papa aveva ricordato la dichiarazione Nostra Aetate e l’atteggiamento della Chiesa nei confronti con le religioni non cristiane, ma ormai l’incomprensione era data, e nel mondo islamico si susseguirono violente reazioni. 

Benedetto XVI si è poi successivamente scusato pubblicamente, dicendosi “rammaricato” e chiarendo di non condividere il pensiero espresso nel testo citato. Fortunatamente, gli anni successivi sono stati un fiorire di scambi culturali e teologici tra cattolici e musulmani, culminati anche con un incontro in Vaticano tra una delegazione di teologici e intellettuali islamici e lo stesso Pontefice. Qui ci sono senza dubbio i prodromi del Documento sulla fratellanza umana che diversi anni dopo riuscirà a firmare ad Abu Dhabi, Papa Francesco insieme al Grande Imam di Al-Azhar. 

Un secondo incidente si ebbe a Roma, protagonista la principale Università della Capitale, “La Sapienza”, dove un gruppo di oltre 60 docenti dell’Ateneo si oppose alla visita di Benedetto XVI, invitato dall’allora Rettore ad intervenire all’inaugurazione dell’Anno accademico nel 2008. Dopo il profluvio di polemiche, la Santa Sede declinò l’invito. Nove anni dopo, nel 2017, il suo successore Francesco è riuscito invece a visitare un’altra università civile romana, “Roma Tre”.

Dopo l’incomprensione con i musulmani, nel 2009 arrivò l’incidente con il mondo ebraico. Benedetto XVI aveva deciso di rimettere la scomunica a quattro vescovi lefebvriani, tra i quali c’era Richard Williamson. Dopo questo gesto si venne a sapere – attraverso la televisione svedese SVT – che nel passato il monsignore aveva pubblicamente espresso posizioni negazioniste sulla Shoah. Anche qui la Santa Sede fu costretta ad emettere una nota che, oltre a confermare la condanna e il ricordo del genocidio degli ebrei, imponeva al vescovo Williamson di prendere “in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah”, prima di essere ammesso a funzioni episcopali nella Chiesa, chiarendo che queste posizioni non erano conosciute dal Papa nel momento della remissione della scomunica.

Altre critiche sorsero durante il suo viaggio in Camerun e Angola nel marzo 2009 quando sull’aereo affermò che la distribuzione dei preservativi non sarebbe una soluzione contro l’AIDS; dichiarazione stigmatizzata da governi, uomini politici, scienziati e organizzazioni umanitarie con ripercussioni anche sul piano diplomatico.

La lotta agli abusi

Eppure, sotto il Pontificato di Benedetto XVI ha preso impulso in maniera irreversibile tutto il processo di lotta agli abusi nella Chiesa che Papa Francesco ha potuto proseguire più agevolmente. Papa Ratzinger è stato il primo pontefice a chiedere esplicitamente scusa alle vittime abusate da ecclesiastici, oltre a incontrarle in più occasioni, ad esempio nei viaggi all’estero. È stato drastico nell’allontanare diversi religiosi responsabili di tali crimini e a stabilire le prime norme e linee guida più stringenti contro questi fenomeni.

Un esempio su tutti è la gestione del “caso Maciel”, che Ratzinger aveva già avuto modo di approfondire negli anni in cui era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Da Pontefice fece in modo che la Congregazione dei Legionari ricevesse una Visita Apostolica, a seguito della quale fu nominato un Delegato pontificio – il compianto cardinale Velasio De Paolis – che ha poi portato alla revisione degli statuti e dei regolamenti, dopo aver riconosciuto pubblicamente la colpevolezza del fondatore e avviato un completo processo di rinnovamento e guarigione.

Altro fenomeno è quello dell’Irlanda, a seguito della pubblicazione dei rapporti Ryan e Murphy che denunciavano numerosi casi di abusi sessuali su minori compiuti da sacerdoti e religiosi dagli anni 30 e fino al 2000, con tentativi di insabbiamento da parte della Chiesa locale. Già nel 2006, parlando ai Vescovi del Paese giunti a Roma in Visita Ad Limina, Benedetto XVI disse che “le ferite causate da simili atti sono profonde, ed è urgente il compito di ristabilire la confidenza e la fiducia quando queste sono state lese”. Inoltre occorre “prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi”.

Quattro anni dopo scrisse una lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda nella quale confidò di “condividere lo sgomento e il senso di tradimento” da loro sperimentato, e rivolgendosi ai colpevoli aggiunse: “dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti”.

I Concistori

Nel corso del pontificato, Benedetto XVI ha presieduto cinque Concistori per la creazione di nuovi cardinali, creando in totale 90 “eminenze”, di cui 74 elettori. Significativo l’ultimo, del 24 novembre 2012, che oltre ad essere il secondo Concistoro nello stesso anno (era dal 1929 che non c’erano state due differenti creazioni cardinalizie in uno stesso anno), non era presente questa volta nessun cardinale europeo, quasi ad inaugurare una tradizione andando a “pescare” collaboratori del Papa anche molto lontano da Roma. Cosa che poi successivamente con Papa Francesco è divenuta molto usuale.

È l’anno in cui viene creato ad esempio il Cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo metropolita di Manila (Filippine), oppure Baselios Cleemis Thottunka, arcivescovo maggiore di Trivandrum dei Siro-Malankaresi (India).

La rinuncia

L’ultimo atto che rimane nella storia del pontificato di Benedetto XVI è senza dubbio la sua rinuncia, comunicata l’11 febbraio 2013 nel corso di un Concistoro per alcune cause di canonizzazione come “decisione di grande importanza per la vita della Chiesa”.

Tra le motivazioni che lo condussero a questa scelta – compiuta in assoluta umiltà e spirito di servizio alla Chiesa, anche in questo caso –, la consapevolezza che “per governare la barca di san Pietro è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”.

Parole di una limpidezza unica, offerte con il cuore in mano, e con la libertà di chi non ha paura di riconoscere i propri limiti, pur essendo pronto a servire il Signore “non meno soffrendo e pregando”.

È stato di parola, Benedetto XVI, ha dedicato gli ultimi anni della sua vita pregando per la Chiesa, nel “nascondimento” del Monastero Mater Ecclesiae, con il suo cuore, la sua riflessione e con tutte le forze interiori – come ebbe a dire nell’ultimo saluto ai fedeli dalla Loggia del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo il 28 febbraio di quasi dieci anni fa. Da pellegrino “nell’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra”, che ora è giunto al suo compimento. Ci vegli dal Cielo!

Giovanni Tridente

0 comments:

Posta un commento

Archivio

 

GIOVANE CHIESA Copyright © 2011 -- Template created by O Pregador -- Powered by Blogger