"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

sabato 30 giugno 2018

IL POTERE DI COMANDARE E IL POTERE DI CAMBIARE


Ieri sera, come altre volte, ho guardato un po' di #LagrandeStoria (menomale in prima serata) e ho riflettuto molto sulla capacità e la forza comunicativo-persuasiva dei regimi dittatoriali: erano bravi questi, sapevano convincere, tutto era piacevole, ben presentato, visto come un valore da ammirare e da perseguire...

Poi constatavo che, in fondo, tutti i regimi sono falliti e falliti in malo modo e hanno lasciato intorno a loro molte macerie (vedi gli esiti della 2ª guerra mondiale).

Eppure, se pensiamo all'Italia, da quelle macerie il paese ha saputo ridarsi nuovo slancio, una nuova e invidiabile costituzione, uno spirito europeista, forza propulsiva e grande coraggio...

E questo perché sicuramente, nonostante la grande eco chamber del tutto bello, tutto perfetto, grandi terre da conquistare, onore e gloria, c'era qualcuno che era rimasto #contadino (copyright mio fratello @brunomastro) e si era messo - in silenzio e con pazienza - a lavorare sulle radici, lontano dai clamori e senza disperazione, senza voler concorrere a tutti i costi con il potente del momento.

Cosa mi insegna tutto questo? Che il vero cambiamento non lo realizzi attraverso il potere di comandare, perché ci sarà sempre qualcuno più bravo e più intelligente di te che vorrà prendersi il tuo posto (per il potere di comandare).

Il vero cambiamento lo realizzi con il potere di cambiare, restando momentaneamente nell'oscurità, ma fertilizzando il terreno e pronto ad emergere una volta che la propaganda sarà finita, per raccogliere le macerie e ricostruire il futuro, proprio di quelle stesse persone che la propaganda aveva "assoldato".

Preferiamo chi ci comanda o chi ci cambia? Preferiamo comandare o cambiare? Il potere di comandare vs. il potere di cambiare: tertium non datur.

mercoledì 20 giugno 2018

Sinodo dei giovani, reso noto lo "strumento di lavoro": wordcloud e parole più utilizzate


Ecco la #wordcloud del documento (che troverete qui: https://bit.ly/1MGZxYg) e la preghiera finale scritta da #PapaFrancesco

Queste invece le prime 20 parole più utilizzate nel testo:

#Giovani

#Chiesa

#Vita

#Discernimento

#Mondo

#Fede

#Dio

#Comunità

#Tutti

#Pastorale

#Vocazione

#Spirituale

#Giovane

#Formazione

#Chiamata

#Società

#Gesù

#Cultura

#Gioia

#Sinodo


#Synod18 Synod2018

lunedì 18 giugno 2018

Vi dico una cosa in camera caritatis


Molti - giustamente - lamentano che oggi la Chiesa abbia perso la sua rilevanza sui temi e valori sensibili, anzitempo detti "non negoziabili". E probabilmente hanno ragione. Anzi, è vero! Però è anche vero che ogni epoca raccoglie i frutti di quello che si è seminato nelle epoche precedenti.

[E io nutro molta fiducia che la prossima epoca possa raccogliere i frutti di quello che si sta seminando: guai a pensare di raccogliere un seme in fase di germinazione].

Allora mi chiedo: siamo sicuri che la crisi che stiamo vivendo oggi non sia la conseguenza di una semina sbagliata? Certo, involontariamente, dato anche il fervore e lo zelo con cui è stata fatta.

Siamo sicuri che quello stesso fervore e quello zelo - espresso casomai attraverso progetti, programmi ben confezionati, strutture "all'avanguardia" e un po' di burocrazia -, non abbia al contrario provocato quell'allontanamento a cui oggi assistiamo?

Si dirà che la società è cambiata. È vero. Io mi chiedo: chi l'ha fatta cambiare? O meglio, la si poteva "far cambiare" diversamente?

Vengo al punto: la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione (Benedetto XVI). Attrarre non lo si fa con le bandiere (gli slogan, l'arroganza, i proclami e i manifesti). Quella è appartenenza.

Attrarre lo si fa con l'identità. Un'identità completa, ponderata, integrale, che è l'altra faccia dell'autenticità.

Essere autentici è stare dalla parte degli ultimi, non dei primi della classe.

Esco dalla camera caritatis

sabato 12 maggio 2018

#Educare alla #verità, promuovendo ascolto, dialogo sincero e responsabilità nel linguaggio


Il Messaggio di Papa Francesco per la 52ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali richiama all’importanza di sconfiggere le manipolazioni nell’informazione attraverso una consapevole responsabilità che il bene dipende da ciascuno di noi.

* * *

“Educare alla verità significa educare a discernere, a valutare e ponderare i desideri e le inclinazioni che si muovono dentro di noi, per non trovarci privi di bene ‘abboccando’ ad ogni tentazione”. È un messaggio carico di significati e impregnato di spunti realistici quello che il Papa ha scritto per la 52ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebra il 13 maggio nella Solennità dell’Ascensione del Signore. 

Francesco tocca il nervo scoperto delle “fake news” – la serie di informazioni infondate, distorte, ingannatrici e manipolatorie che si diffondono tanto online quanto attraverso i media tradizionali - che in tante parti del mondo sono diventate oggetto di grande dibattito perché la loro proliferazione può rappresentare un problema per la democrazia.

Un fenomeno che ha allertato anche le Autorità civili e le stesse media company, impegnate a mettere in campo soluzioni giuridiche per arginare la problematica. Poi ci sono diverse iniziative educative – non sempre organizzate in maniera corporativa, ma comunque molto necessarie e di grande servizio – che insegnano come leggere e valutare il contesto comunicativo senza trasformarsi in divulgatori inconsapevoli di disinformazione.

Francesco però nel suo Messaggio – pubblicato come consuetudine nella memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, il 24 gennaio scorso – centra esattamente il punto, e cioè che “nessuno di noi può esonerarsi dalla responsabilità di contrastare” tutto ciò che è falso.

È vero – argomenta – che l’efficacia delle informazioni ingannatrici consiste proprio nella loro “natura mimetica”, per cui nell’apparire plausibili catturano l’attenzione dei destinatari con stereotipi, pregiudizi, facili emozioni, oltre a suscitare spesso rabbia, disprezzo e frustrazione, in un circolo vizioso che dilaga all’impazzata.

Però è altrettanto vero che questo rappresenta anche il “campo da arare” per ognuno di noi, mettendo in gioco tutta la nostra capacità di prevenire e identificare questi meccanismi perversi, casomai attraverso un “attento discernimento”.

Spesso succede un po’, dice il Papa, come ai primordi dell’umanità con l’“astuto serpente” che si rese artefice della prima fake news (Gen 3,1-15) provocando una catena di male che, a cominciare dal primo peccato, si è poi riversata “in altre innumerevoli forme di male contro Dio, il prossimo, la società e il creato”.

Ma questa è anche la risposta al perché ciò accade. Non è affatto colpa dei social media e della logica che li caratterizza, come spesso si vuole far credere per esimersi dalle proprie responsabilità – il mezzo in sé è neutro, dipende da noi umani l’indirizzo che vogliamo dargli! –, quanto invece di quella “bramosia insaziabile che facilmente si accende nell’essere umano”.

In fondo, spiega Papa Francesco, dietro ci sono spesso motivazioni economiche e opportunistiche, sete di potere, avere e godere, e questo ci rende vittime del grande imbroglio chiamato male, “che si muove di falsità in falsità per rubarci la libertà del cuore”.

Come uscirne? L’antidoto più radicale in grado di estirpare il virus della falsità “è lasciarsi purificare dalla verità”, scrive Francesco. Questa verità non è affatto un concetto o un portare alla luce cose nascoste ma riguarda la vita intera, la persona nella sua interezza, e l’uomo la può riscoprire soltanto se “la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama”.

Questa verità può sgorgare solo da relazioni libere tra le persone e nell’ascolto, non può essere imposta come qualcosa di esterno e impersonale. È una ricerca continua, che oscilla tra ciò che favorisce la comunione tra le persone e promuove il bene e ciò che invece genera divisione, contrapposizione e isolamento.

Molto concretamente, afferma Papa Francesco, se gli enunciati con i quali abbiamo a che fare suscitano polemica, fomentano divisioni e infondono rassegnazione, possiamo stare certi che non sono abitati da verità, anche se l’argomentazione che ci viene proposta ha un bell’aspetto.

Inutile girarci intorno: la risposta contro le falsità non è data dalle strategie ma dalle persone, persone libere dalla bramosia, capaci di mettersi in gioco ascoltando l’interlocutore e generando un dialogo sincero, persone che sono così attratte dal bene che hanno cura anche nell’utilizzo del linguaggio. Evidentemente, ciò richiede grande apertura e molta pazienza.

Non sono indenni da questa responsabilità i giornalisti, a cui il Papa dedica l’ultima parte del Messaggio, ricordando che la loro è una vera e propria missione al servizio delle persone, in particolare di quelle che non hanno voce. L’invito è avere cura nella ricerca delle fonti, consapevoli che “informare è formare” e che bisogna generare processi di sviluppo del bene.

Bisogna riscoprire “un giornalismo di pace”, conclude il Papa, che rifugge la finzione, gli slogan ad effetto e le dichiarazioni roboanti, e che in definitiva avvia processi virtuosi e trova “soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale”.

Solo in questo modo il motto giovanneo “La verità vi farà liberi” sarà veramente attuale.

lunedì 9 aprile 2018

"Gaudete et Exsultate", un balsamo, una carezza di padre in questo mondo sconquassato


GAUDETE ET EXSULTATE
(Rallegratevi ed esultate)

Che volete che vi dica della #GaudeteEtExsultate di #PapaFrancesco?
Sicuramente di leggerla. 
Un balsamo, una carezza di padre in questo mondo sconquassato. Tecnicamente, una "sosta ai box" nei primi 5 anni di pontificato, per affinare e concretizzare la grande profezia della #EvangeliiGaudium. Leggetela, leggiamola, gustiamocela!




sabato 24 marzo 2018

Cosa chiedono i #giovani di tutto il mondo alla #Chiesa


(Estratti dal Documento conclusivo della riunione pre-Synod2018)

· Questo documento è una piattaforma sintetizzata per esprimere alcuni dei nostri pensieri ed esperienze. È importante notare che queste sono le riflessioni di giovani del 21° secolo provenienti da diverse religioni e contesti culturali.

· È importante innanzitutto chiarire i parametri di questo documento. Non si tratta di comporre un trattato teologico né di stabilire un nuovo insegnamento della Chiesa. È piuttosto un documento che rispecchia le specifiche realtà, personalità, credenze ed esperienze dei giovani del mondo. Esso è destinato ai Padri sinodali.
· I giovani cercano il senso di se stessi in comunità che siano di sostegno, edificanti, autentiche e accessibili, cioè comunità in grado di valorizzarli. Riconosciamo luoghi che possono aiutare lo sviluppo della propria personalità, tra i quali la famiglia occupa una posizione privilegiata.

· Abbiamo bisogno di trovare modelli attraenti, coerenti e autentici. Abbiamo bisogno di spiegazioni razionali e critiche a questioni complesse - le risposte semplicistiche non sono sufficienti.

· In un mondo globalizzato e inter-religioso, la Chiesa ha bisogno non solo di un modello ma anche di un’ulteriore elaborazione sulle linee teologiche già esistenti per un pacifico e costruttivo dialogo con persone di altre fedi e tradizioni.

· Sogniamo maggiori opportunità, di una società che sia coerente e si fidi di noi. Cerchiamo di essere ascoltati e non solamente di essere spettatori nella società, ma partecipanti attivi. Cerchiamo una Chiesa che ci aiuti a trovare la nostra vocazione, in tutti i suoi significati.
· A volte, finiamo per rinunciare ai nostri sogni. Abbiamo troppa paura, e alcuni di noi hanno smesso di sognare. Questo si nota nelle molte pressioni socio-economiche che possono gravemente drenare il senso di speranza tra i giovani. Succede anche che non abbiamo neanche più l’opportunità di continuare a sognare.

· Vogliamo un mondo di pace, che tenga insieme un’ecologia integrale con una economia globale sostenibile.
· Offriamo qui due proposte concrete riguardo alla tecnologia. In primis, la Chiesa, impegnandosi in un dialogo costante con i giovani, dovrebbe approfondire la sua comprensione della tecnologia così da poter aiutarci nel ponderare il suo utilizzo. Inoltre la Chiesa dovrebbe considerare la tecnologia - in particolare internet - come un terreno fertile per la Nuova Evangelizzazione. I risultati di queste riflessioni dovrebbero essere formalizzati attraverso un documento ufficiale della Chiesa. In secondo luogo, la Chiesa dovrebbe rivolgere la sua attenzione alla piaga della pornografia, includendo gli abusi in rete sui minori, il cyberbullismo e il conto salato che essi presentano alla nostra umanità.

· C’è spesso grande disaccordo tra i giovani, sia nella Chiesa che nel mondo, riguardo a quegli insegnamenti che oggi sono particolarmente dibattuti. Tra questi troviamo: contraccezione, aborto, omosessualità, convivenza, matrimonio e anche come viene percepito il sacerdozio nelle diverse realtà della Chiesa. Ciò che è importante notare è che, indipendentemente dal loro livello di comprensione degli insegnamenti della Chiesa, troviamo ancora disaccordo e un dibattito aperto tra i giovani su queste questioni problematiche. Di conseguenza vorrebbero che la Chiesa cambiasse i suoi insegnamenti o, perlomeno, che fornisca una migliore esplicazione e formazione su queste questioni. Nonostante questo dibattito interno, i giovani cattolici cui convinzioni sono in contrasto con l’insegnamento ufficiale desiderano comunque essere parte della Chiesa. D’altra parte, molti giovani cattolici accettano questi insegnamenti e trovano in essi una fonte di gioia. Desiderano che la Chiesa non solo si tenga ben salda ai suoi insegnamenti, sebbene impopolari, ma li proclami anche con maggiore profondità.

· I giovani di oggi bramano una chiesa autentica. Con questo vogliamo esprimere, in particolar modo alla gerarchia ecclesiastica, la nostra richiesta per una comunità trasparente, accogliente, onesta, invitante, comunicativa, accessibile, gioiosa e interattiva.

· I giovani hanno molti interrogativi, ma non per questo chiedono risposte annacquate o preconfezionate. Noi, giovani della Chiesa, chiediamo alle nostre guide di parlare con una terminologia concreta su argomenti scomodi, come l’omosessualità e il dibattito sul gender, riguardo i quali i giovani già liberamente discutono senza alcuna inibizione.

· La chiesa deve coinvolgere i giovani nei processi decisionali e offrire loro ruoli di leadership. Questi devono essere individuati in parrocchie, diocesi, a livello nazionale e internazionale, e persino a livello delle commissioni in Vaticano. Siamo fermamente convinti di esser pronti per poter essere guide, capaci di maturare e imparare da membri più esperti della Chiesa, siano essi religiosi o laici.

· Auspichiamo che la Chiesa ci venga incontro nei diversi luoghi in cui è poco o per niente presente. In particolar modo, il luogo in cui speriamo di essere incontrati dalla Chiesa sono le strade, dove si trovano persone di tutti i tipi. La Chiesa dovrebbe provare a sviluppare creativamente nuove strade per andare ad incontrare le persone esattamente là dove stanno, nei luoghi a loro consoni e dove comunemente socializzano: bar, caffetterie, parchi, palestre, stadi, e qualsiasi altro centro di aggregazione culturale o sociale.

· In breve, vorremo essere incontrati dove siamo — intellettualmente, emotivamente, spiritualmente, socialmente e fisicamente.

· Bramiamo esperienze che possano accrescere la nostra relazione con Gesù nel mondo reale, iniziative efficaci ci offrono un’esperienza di Dio. Per questo apprezziamo particolarmente le esperienze che ci permettono di comprendere i Sacramenti, la preghiera e la liturgia, al fine di poter condividere e difendere la nostra fede nel mondo.

Qui il documento integrale (#daleggere): http://press.vatican.va/.../2018/03/24/0220/00482.html

giovedì 8 febbraio 2018

Di fake news e di giornalisti, note a margine


Se c'è una cosa buona del falso dibattito sulle #fakenews è che ormai è aumentato il sospetto su tutto ciò che viene messo in circolazione, dai giornali mainstream a qualunque sorta di spazio sul web.

Se prima la fiducia verso la "stampa" era in calo, adesso possiamo dire che sta oltrepassando (in negativo, ovviamente) l'asse delle ascisse.

Attenzione, però, a farsi prendere dallo scoraggiamento: ora come ora (right now) siamo noi ad avere in mano le chiavi (la rete?) per invertire la rotta.

Se vedete in giro dei giornalisti:
  • spronateli ad avere un sussulto di responsabilità;
  • siate loro riconoscenti quando li vedete affaticati (e non affrettati) nel ricostruire ciò che accade;
  • consigliate loro qualche ulteriore pista di riflessione a cui voi stessi siete casomai giunti dopo attento discernimento;
  • siate pazienti quando sbagliano ma inflessibili se notate malizia o malafede;
  • correggeteli amabilmente quando l'errore è talmente evidente (e a volte banale);
  • evitate di rilanciare senza opportuna verifica (e un congruo margine di tempo) ciò che notate essere stato scritto d'impatto e senza il giusto contesto;
  • diffidate da chi confonde opinioni spicciole (legittime ma limitate) con l'informazione e l'approfondimento;
  • insomma, sosteneteli, incoraggiateli, apprezzateli, mostrate loro vicinanza e fateveli amici.
L'amicizia risolve tutto.

(e ricordate, le #fakenews non esistono!)

P.S. Integrazione suggerita da Gigio-Luigi Rancilio, che condivido: "il primo passo per fare buon giornalismo è riuscire a fare #silenzio dentro di noi".

martedì 16 gennaio 2018

In estrema sintesi, cosa insegna la vicenda Vaticano-Ploumen (leader abortista)


Il 22 giugno 2017 Papa Francesco riceve in Vaticano i Reali d’Olanda. Nella delegazione è presente anche l’allora ministro per il commercio e lo sviluppo alla cooperazione Lilianne Ploumen.

Il 22 dicembre 2017 (esattamente sei mesi dopo), sul canale Youtube della radio olandese BNR Nieuwsradio compare un video (che al momento conta circa 9.600 visualizzazioni) in cui la Ploumen da’ notizia di un “premio” ricevuto dal Vaticano, e nello specifico dal Papa. Si tratta di un estratto di un’intervista più lunga mandata in onda dall’emittente olandese.

Il 12 gennaio 2018 la notizia comincia a diffondersi in ambito inglese ed americano, per poi approdare il giorno dopo anche in Italia, e quindi su alcuni giornali.

Il 15 gennaio 2018 la Sala Stampa della Santa Sede conferma la consegna dell’onorificenza a tutta la delegazione che accompagnava i Reali olandesi il 22 giugno dell’anno scorso come fatto di “prassi diplomatica dello scambio di onorificenze”.

Cosa si sa

Secondo quello che si apprende all’inizio dalla stessa protagonista, Lilianne Ploumen avrebbe ricevuto la medaglia di cavaliere dell’Ordine Pontificio di San Gregorio Magno.

Si tratta di un’onorificenza di un ordine cavalleresco (risalente al 1831) che viene conferita a persone che si siano particolarmente distinte nel loro servizio alla Santa Sede, alla Chiesa e in generale alla cattolicità.

Normalmente – stando alle disposizioni della Santa Sede del 2001 relative al conferimento delle onorificenze pontificie – si riceve su proposta di un Vescovo diocesano fatta alla Nunziatura Apostolica , che poi provvede a trasmetterla alla Segreteria di Stato. La richiesta, accompagnata dal curriculum vitae dei candidati, prevede anche una descrizione accurata delle benemerenze acquisite nei riguardi della Chiesa.

Il conferimento ha destato prontamente scandalo perché la Ploumen è una riconosciuta leader a favore dell’aborto, che ha dedicato quasi tutta la sua attività politica e personale a favore di questo tema, creando anche un’apposita ONG.

Cosa ha dichiarato la Ploumen

Nell’intervista rilasciata alla BNR, secondo la trascrizione pubblicata da Marco Tosatti, la Ploumen dice diverse cose interessanti: intanto scambia l’onorificenza per un “premio”, specifica che non è menzionato l’aborto come motivo del conferimento (e ci mancherebbe!) ma afferma di considerare questo riconoscimento come un’approvazione delle sue battaglie a favore dell’aborto, appunto.

La vera notizia è che la protagonista conferma una sua attività di lobby verso “il Vaticano”, soprattutto “negli anni passati” con molti investimenti di contatti, “perché il Vaticano, specialmente sotto i papi precedenti, aveva un atteggiamento piuttosto rigido quando si trattava dei diritti delle ragazze e delle donne…”. E aggiunge: “e quello non cambierà nel breve periodo, non bisogna farsi illusioni su questo. Ma ci sono alcune aree forse dove possiamo comunque cooperare”.

Poi il giornalista le chiede: “e allora lei è così pragmatica che se il papa o il Vaticano può essere di aiuto nella sua missione… anche se loro non approvano…”. E la sua risposta: “Sì, naturalmente”.

Cosa ha specificato la Santa Sede

Nella prima dichiarazione utile della Sala Stampa vaticana, viene ovviamente specificato che trattandosi di prassi diplomatica dello scambio di onorificenze fra Delegazioni in occasioni di Visite ufficiali di Capi di Stato o di Governo in Vaticano, la consegna della medaglia non è “minimamente un placet alla politica in favore dell’aborto e del controllo delle nascite di cui si fa promotrice la signora Ploumen”.


Cosa insegna la vicenda

Tutta questa vicenda sembra insegnare, a bocce ferme, almeno cinque cose:

* Se l’onorificenza dell’ordine di San Gregorio Magno viene consegnata normalmente alle Delegazioni in occasione delle Visite ufficiali di Capi di Stato, essa probabilmente non ha più il valore che poteva avere un tempo, o quanto meno fino a poco dopo il 2001, quando si ha conoscenza dell’apposita prassi per il suo ottenimento. Certamente, questo non sarebbe facilmente digeribile da chi invece ha ricevuto il riconoscimento per giusti meriti.

* Se la medaglia non ha più il valore di un tempo, potrebbe addirittura essere associata a qualunque altra gadgettistica, e in ogni caso non è un segno di apprezzamento per chiunque la riceva, ma solo un dono, forse un po’ barocco ma tant’è. Ciò spiegherebbe anche perché è tuttora facile procurarsela su qualche sito di commercio online, dove è disponibile a poco più di 100 euro, compreso l’astuccio.

* Le parole della stessa Ploumen trascritte da Tosatti confermano in un certo senso la “strategia” della leader olandese, e cioè trovare qualunque modo per “convincere” il Vaticano a cambiare idea sui temi dell’aborto e del controllo delle nascite. La Ploumen è però convinta che si tratta di un’impresa non proprio semplice: “non bisogna farsi illusioni”. Certamente, l’occasione le è stata servita su un piatto d’argento.

* Consegnando questa onorificenza, “il Vaticano” (evidentemente c’è qualcuno di concreto che ha curato il protocollo pontificio e ha deciso quella mattina del 22 giugno di scambiare proprio la medaglia di San Gregorio Magno piuttosto che qualche altra cosa) ha fatto senz’altro un grave errore di opportunità – e tutti gli altri che possono seguirne –, però alla fine questo ha permesso di accendere i riflettori sulle reali intenzioni di alcuni personaggi.

* Limitarsi a gridare allo scandalo senza approfondire come sono andate le cose è un segno di debolezza perché non permette alla verità di emergere. In più, si finisce per fare il gioco di coloro che in un certo senso si vorrebbe “combattere”. Tanto più attraverso i social.

È il caso di dire che non tutto il male viene per nuocere.


Giovanni Tridente

giovedì 21 dicembre 2017

Cosa ha detto quest'anno il Papa ai membri della Curia Romana, in 15 punti


1. "Che questo Natale ci apra gli occhi per abbandonare il superfluo, il falso, il malizioso e il finto, e per vedere l’essenziale, il vero, il buono e l’autentico. Tanti auguri davvero!"

2. "Una Curia chiusa in sé stessa tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione".

3. "La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunione tra tutti i membri".

4. "...superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano".

5. "Permettetemi qui di spendere due parole su un altro pericolo, ossia quello dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del 'Papa non informato', della 'vecchia guardia'…, invece di recitare il 'mea culpa'".

6. "Accanto a queste persone ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene".

7. "Questi 'sensi istituzionali', cui potremmo in qualche modo paragonare i Dicasteri della Curia romana, devono operare in maniera conforme alla loro natura e alla loro finalità: nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice e sempre per il bene e al servizio delle Chiese. Essi sono chiamati ad essere nella Chiesa come delle fedeli antenne sensibili: emittenti e riceventi".

8. "Antenne emittenti in quanto abilitate a trasmettere fedelmente la volontà del Papa e dei Superiori. (...) Si tratta di una grave responsabilità, ma anche di un dono speciale, che con il passare del tempo va sviluppando un legame affettivo con il Papa, di interiore confidenza, un naturale idem sentire, che è ben espresso proprio dalla parola 'fedeltà'"

9. "L’immagine dell’antenna rimanda altresì all’altro movimento, quello inverso, ossia del ricevente. Si tratta di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione"

10. "L’unico interesse della Diplomazia Vaticana è quello di essere libera da qualsiasi interesse mondano o materiale. La Santa Sede quindi è presente sulla scena mondiale per collaborare con tutte le persone e le Nazioni di buona volontà e per ribadire sempre l’importanza di custodire la nostra casa comune da ogni egoismo distruttivo; per affermare che le guerre portano solo morte e distruzione; per attingere dal passato i necessari insegnamenti che aiutano a vivere meglio il presente, a costruire solidamente il futuro e a salvaguardarlo per le nuove generazioni".

11. "Chiamare la Curia, i Vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione alle persone dei giovani, non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale..."

12. "Il rapporto tra Roma e l’Oriente è di reciproco arricchimento spirituale e liturgico. In realtà, la Chiesa di Roma non sarebbe davvero cattolica senza le inestimabili ricchezze delle Chiese Orientali e senza la testimonianza eroica di tanti nostri fratelli e sorelle orientali che purificano la Chiesa accettando il martirio e offrendo la loro vita per non negare Cristo"

13. [Dialogo ecumenico] "La Curia opera in questo campo per favorire l’incontro con il fratello, per sciogliere i nodi delle incomprensioni e delle ostilità, e per contrastare i pregiudizi e la paura dell’altro che hanno impedito di vedere la ricchezza della e nella diversità e la profondità del Mistero di Cristo e della Chiesa che resta sempre più grande di qualsiasi espressione umana"

14. "Il rapporto della Curia Romana con le altre religioni si basa sull’insegnamento del Concilio Vaticano II e sulla necessità del dialogo. (...) Gli incontri avvenuti con le autorità religiose, nei diversi viaggi apostolici e negli incontri in Vaticano, ne sono la concreta prova".

15. "Una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili".

giovedì 30 novembre 2017

#Connessi: siamo noi gli ecologi della Rete

“Tutto nel mondo è intimamente connesso”. Attorno a questa frase presa dalla Laudato si' di Papa Francesco è nata la riflessione di diversi autori che, da contesti professionali e prospettive differenti, si sono ritrovati a ragionare sulle odierne sfide della comunicazione e della professione giornalistica tra online e offline. 

#connessi, a cura di Bruno Mastroianni, social media manager de "La Grande Storia" (Rai Tre), mio compare, e me medesimo, docente di giornalismo alla Pontificia Università della Santa Croce, parte dalla comune consapevolezza che ormai “i media siamo noi”, per cui anche i social hanno bisogno di una “conversione ecologica”, che già nel 2001 San Giovanni Paolo II auspicava “globale”.

“Al di là delle ragioni etiche e spirituali – comunque importanti – non è più possibile scindere gli effetti, positivi e negativi, delle nostre interazioni sui social rispetto all’ambiente che ci circonda, perché esse stesse ne fanno parte", spiego nell’introduzione. Infatti, “l’uso che facciamo della tecnologia non è qualcosa di esterno a noi, ma semplicemente è un’abilitazione tecnica che ci permette di comunicare noi stessi agli altri così come realmente siamo: anche se fingiamo, ci nascondiamo, o imbrogliamo”. La tecnologia, in sostanza, “non ci ‘purifica’ dalle nostre malefatte; invece ci eleva se la utilizziamo per fini buoni”. Ed è questo lo spirito propositivo del libro.

Le prime riflessioni si dedicano a un’analisi di fondo dello scenario digitale nei suoi effetti antropologici, sociologici, linguistici e di comunicazione. Le successive si concentrano sulle sfide e sui cambiamenti della professione giornalistica, a cui oggi è richiesto di percorrere nuove strade per ritrovare la sua originale vocazione di servizio al bene comune.

Bruno Mastroianni, autore tra l'altro de "La disputa felice" (Cesati), esplora i modi e i percorsi per vivere all’altezza del dibattito online libero e privo di mediazioni, prendendosi cura di tutti gli interlocutori, anche quelli più ostili.

Vera Gheno, sociolinguista e gestrice del profilo Twitter dell’Accademia della Crusca, riflette su quanto le nostre scelte linguistiche, appunto, non siano indenni da conseguenze. 

Massimiliano Padula, docente di sociologia, esplora le capacità di discernimento e decodifica del mondo circostante che ciascun cittadino è oggi chiamato a sviluppare.
Fabio Colagrande, vice-coordinatore di Radio Vaticana Italia, affronta il tema dell’ironia come via maestra per capire e farsi capire in un mondo iperconnesso. 

Massimo Donaddio, in forze a Il Sole 24 Ore, offre alcune considerazioni generali sulle sfide poste oggi ai professionisti dell’informazione. 

Vincenzo Grienti, web editor di TV2000, parla di storytelling in redazione, qualità dei contenuti e collaborazione tra diverse professionalità. 

Pier Luca Santoro, infine, analista di DataMediaHub, propone indicazioni strategiche e operative, su quale direzione intraprendere per sopravvivere ai forti cambiamenti in atto nell’industria informativa.

I contributi sono frutto del IV Meeting dei giornalisti cattolici e non, avvenuto nel giugno 2017 a #Grottammare, a cui hanno partecipato oltre 200 giornalisti e operatori della comunicazione provenienti da tutta Italia.

Il libro è disponibile in formato ebook - epub - pdf


Scheda del libro

Accattatavillo!

giovedì 23 novembre 2017

Preti sui social: alcune istruzioni per l'uso



Succede che una ragazza minorenne di Bologna denunci alla polizia di aver subito una violenza sessuale nei pressi della stazione, dopo una serata in cui aveva bevuto molti alcolici ed essersi svegliata seminuda in un vagone ferroviario.

Succede pure che, appresa la notizia riportata dai quotidiani locali, il parroco di una delle zone alla periferia della città, don Lorenzo Guidotti della San Domenico Savio, pubblichi sul suo profilo Facebook una esternazione deplorevole in cui si rivolge alla ragazza con toni a dir poco sprezzanti.

Nel post pubblicato alle 8 di sera, Guidotti, rivolgendosi alla vittima che neppure conosce, sposta il centro della questione. Dalla presunta violenza subita [le indagini sono in corso!] focalizza l’attenzione, e il suo giudizio sulla vicenda, sui comportamenti “indegni” della ragazza [ubriachezza, strane frequentazioni di cittadini stranieri…], chiosando: “se nuoti nella vasca dei piranha non puoi lamentarti se quando esci ti manca un arto…”.

Aggiunge inoltre una frase che probabilmente è quella che ha fatto più scalpore, almeno stando alle reazioni sui social: “Ma dovrei provare pietà? No!!”, che detta da un prete è veramente agghiacciante. Chiudendo il post con espressioni colorite che sono riportate nello screenshot del post sopra riportato.

Le reazioni di sdegno a questa esternazione incontrollata sono state giustamente unanimi, anche grazie alla estesa diffusione avuta successivamente nella Rete.

Sta di fatto che il parroco si è poi pentito, come risulta da una nota ufficiale diffusa dalla Diocesi di Bologna una volta che la polemica era montata, riconoscendo di aver sbagliato “i termini, i modi, le correzioni”.

Ha chiesto scusa alla ragazza e ai genitori per “le mie parole imprudenti” che “possono aver aggiunto dolore” ed ha affisso sulla porta della chiesa il cartello sottostante.

Ha provato a contestualizzare i motivi che hanno dato origine alla sua esternazione: “smantellare questa cultura dello sballo in cui i nostri ragazzi vivono”, e ha chiesto l’aiuto a chi è capace “magari di miglior linguaggio e possibilità [autorità, giornalisti, insegnanti, genitori]”. Vedi qui il video.

Si dà il caso che contemporaneamente il sacerdote abbia poi chiuso il suo profilo, e su questo diremo qualcosa più avanti.

Intanto, cosa ci insegna questa vicenda?

Che ogni parola che digitiamo sui social, e quindi pronunciamo in pubblico pesa come pietra.

Che non esiste il “virtuale”, che quasi sembrerebbe esimerci dalle nostre responsabilità: un’offesa su Facebook [aka ogni altro social] è un’offesa – e una ferita – reale.

Prima di rispondere a quel “a cosa stai pensando Caio?” che mister Facebook continuamente ci chiede, è bene immaginare ciascun individuo del variegato mondo di persone che leggerà la nostra risposta.

Oltre ai nostri amici più ristretti, c’è infatti una massa silenziosa che quasi mai interviene o mette “like” ma che attinge – nel bene e nel male – da ogni nostro pronunciamento.

Assumersi la responsabilità di questi “effetti” che non sono per nulla secondari, ci permette di dare anche un contributo “di bene” alla società civile [la massa silenziosa apparentemente nascosta].

Quanto al merito della vicenda, dispiace che un sacerdote possa utilizzare termini inconsueti e un atteggiamento che sembra contrastare con la missione che si è assunto il giorno in cui è stato ordinato [fedeltà al Vangelo].

Non si può nascondere a tal proposito una carenza di formazione all’uso dei social anche in ambito ecclesiale, carenza che risente purtroppo ancora di una visione strumentale [mezzi] invece che “culturale” [attenzione ai contenuti] della comunicazione in generale.

Certamente, non possiamo mandare a scuola di social gli oltre 400 mila sacerdoti sparsi in tutto il mondo. Sì però iniziare a incidere sin dagli anni del seminario sui futuri candidati al sacerdozio, come già qualche facoltà ecclesiastica a Roma fa da diversi anni.

Secondo gli studi sulla comunicazione istituzionale della Chiesa, infatti, abitare il web non deve incutere timore, ma diventare un vero e proprio campo da arare anche per i ministri del sacro, perché è lì che i fedeli trascorrono molte ore della giornata, come confermano i dati.

Lo stesso Papa Francesco, e i suoi predecessori, hanno suggerito di essere presenti in questi spazi di vita umana. Ovviamente, per far sentire la vicinanza della Chiesa a chi li abita, e per portare anche in questi ambienti conforto e vicinanza.

Non basta aprire un profilo social senza assumere la consapevolezza che se sei sacerdote quello è diventato da quel momento il tuo “pulpito” senza confini. Ma la Chiesa è fatta anche dai “laici” che vi appartengono, e anche loro hanno la stessa carica di responsabilità.

Se è confermato, come dicevamo sopra, che don Guidotti ha chiuso il suo profilo Facebook – nonostante abbia comunque chiesto scusa sia per iscritto che attraverso una registrazione video – questa sarebbe una ulteriore occasione persa per fare ammenda dei propri errori.

Restare lì sul social a scusarsi “di persona”, a chiarirsi, insomma a disputare felicemente, gli avrebbe potuto consentire di correggere il tiro e approfittare dello stesso mezzo con cui ha fatto del male per trarre qualcosa di buono dall’accaduto.

La vicenda conferma in ogni caso che gli “haters” in quanto categoria non esistono: gli haters siamo noi ogni qual volta ci lasciamo andare all’indignazione esacerbata e mettiamo da parte la possibilità di una discussione pacifica [felice, direbbe qualcuno].

Tutti siamo esposti a questo rischio, anche un prete, e pure coloro che nel condannare il suo atteggiamento – del quale ha poi chiesto scusa – si sono ugualmente “lasciati andare”, cadendo nello stesso errore che volevano stigmatizzare.

D’altronde, quando ci si polarizza, a restare poi nell’ombra è il vero tema che ci aveva portato a confrontarci: in questo caso la presunta violenza subita da una giovane vittima, del cui dolore dovremmo comunque tutti farci carico, ma che in fondo sembra già passato in secondo piano.

Il caso dimostra infine che non esiste una sola ragione, ma esistono tante ragioni, e soltanto da un confronto sereno, cercando di comprendere appunto le ragioni di tutti, è possibile recuperare una visione più chiara rispetto a ciò che caratterizza, e condiziona, le nostre esistenze, imparando a vivere meglio in società.


Read more: http://www.datamediahub.it/2017/11/13/sui-social-non-esiste-il-virtuale-il-caso-del-prete-di-bologna-e-della-ragazza-violentata/#ixzz4zF2sNIac

lunedì 20 novembre 2017

Il Papa sosia


Si dice che #PapaFrancesco abbia un sosia, e che questo sosia - imposto da qualcuno, anche attraverso qualche "omissione" nel chiarire i suoi pronunciamenti - sia la faccia buona e simpatica che lo contrappone ai suoi predecessori.

Se pensiamo allora al pontificato di #BXVI, il suo sosia sui "media" sarebbe stato quello brutto e cattivo. Anche lì c'era qualcuno che "ha generato, fatto crescere e costantemente mantenuto in questi anni il mito" del papa cattivo e retrogrado, come qualcuno ipotizza?

E se fosse invece un dinamismo necessario che chiama ciascuno, innanzitutto, ad andare alla fonte del pensiero del Papa (chiunque esso sia)? Soprattutto, a farlo ogni giorno, senza perdersi nessun pezzo dei suoi pronunciamenti, come è richiesto ad ogni buon cristiano che si dice fedele seguace del Magistero?

Il Papa non puoi seguirlo a tratti, peggio ancora solo quando i "suoi" temi toccano (oppure no) le tue corde.

Il Papa lo devi leggere, studiare, seguire tutti i giorni, su tutti i temi, altrimenti lascerai a qualcun altro il "potere" di presentarti il suo sosia.
Ma la responsabilità sarà solamente tua. E io ti avevo avvisato




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