"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

giovedì 30 novembre 2017

#Connessi: siamo noi gli ecologi della Rete

“Tutto nel mondo è intimamente connesso”. Attorno a questa frase presa dalla Laudato si' di Papa Francesco è nata la riflessione di diversi autori che, da contesti professionali e prospettive differenti, si sono ritrovati a ragionare sulle odierne sfide della comunicazione e della professione giornalistica tra online e offline. 

#connessi, a cura di Bruno Mastroianni, social media manager de "La Grande Storia" (Rai Tre), mio compare, e me medesimo, docente di giornalismo alla Pontificia Università della Santa Croce, parte dalla comune consapevolezza che ormai “i media siamo noi”, per cui anche i social hanno bisogno di una “conversione ecologica”, che già nel 2001 San Giovanni Paolo II auspicava “globale”.

“Al di là delle ragioni etiche e spirituali – comunque importanti – non è più possibile scindere gli effetti, positivi e negativi, delle nostre interazioni sui social rispetto all’ambiente che ci circonda, perché esse stesse ne fanno parte", spiego nell’introduzione. Infatti, “l’uso che facciamo della tecnologia non è qualcosa di esterno a noi, ma semplicemente è un’abilitazione tecnica che ci permette di comunicare noi stessi agli altri così come realmente siamo: anche se fingiamo, ci nascondiamo, o imbrogliamo”. La tecnologia, in sostanza, “non ci ‘purifica’ dalle nostre malefatte; invece ci eleva se la utilizziamo per fini buoni”. Ed è questo lo spirito propositivo del libro.

Le prime riflessioni si dedicano a un’analisi di fondo dello scenario digitale nei suoi effetti antropologici, sociologici, linguistici e di comunicazione. Le successive si concentrano sulle sfide e sui cambiamenti della professione giornalistica, a cui oggi è richiesto di percorrere nuove strade per ritrovare la sua originale vocazione di servizio al bene comune.

Bruno Mastroianni, autore tra l'altro de "La disputa felice" (Cesati), esplora i modi e i percorsi per vivere all’altezza del dibattito online libero e privo di mediazioni, prendendosi cura di tutti gli interlocutori, anche quelli più ostili.

Vera Gheno, sociolinguista e gestrice del profilo Twitter dell’Accademia della Crusca, riflette su quanto le nostre scelte linguistiche, appunto, non siano indenni da conseguenze. 

Massimiliano Padula, docente di sociologia, esplora le capacità di discernimento e decodifica del mondo circostante che ciascun cittadino è oggi chiamato a sviluppare.
Fabio Colagrande, vice-coordinatore di Radio Vaticana Italia, affronta il tema dell’ironia come via maestra per capire e farsi capire in un mondo iperconnesso. 

Massimo Donaddio, in forze a Il Sole 24 Ore, offre alcune considerazioni generali sulle sfide poste oggi ai professionisti dell’informazione. 

Vincenzo Grienti, web editor di TV2000, parla di storytelling in redazione, qualità dei contenuti e collaborazione tra diverse professionalità. 

Pier Luca Santoro, infine, analista di DataMediaHub, propone indicazioni strategiche e operative, su quale direzione intraprendere per sopravvivere ai forti cambiamenti in atto nell’industria informativa.

I contributi sono frutto del IV Meeting dei giornalisti cattolici e non, avvenuto nel giugno 2017 a #Grottammare, a cui hanno partecipato oltre 200 giornalisti e operatori della comunicazione provenienti da tutta Italia.

Il libro è disponibile in formato ebook - epub - pdf


Scheda del libro

Accattatavillo!

giovedì 23 novembre 2017

Preti sui social: alcune istruzioni per l'uso



Succede che una ragazza minorenne di Bologna denunci alla polizia di aver subito una violenza sessuale nei pressi della stazione, dopo una serata in cui aveva bevuto molti alcolici ed essersi svegliata seminuda in un vagone ferroviario.

Succede pure che, appresa la notizia riportata dai quotidiani locali, il parroco di una delle zone alla periferia della città, don Lorenzo Guidotti della San Domenico Savio, pubblichi sul suo profilo Facebook una esternazione deplorevole in cui si rivolge alla ragazza con toni a dir poco sprezzanti.

Nel post pubblicato alle 8 di sera, Guidotti, rivolgendosi alla vittima che neppure conosce, sposta il centro della questione. Dalla presunta violenza subita [le indagini sono in corso!] focalizza l’attenzione, e il suo giudizio sulla vicenda, sui comportamenti “indegni” della ragazza [ubriachezza, strane frequentazioni di cittadini stranieri…], chiosando: “se nuoti nella vasca dei piranha non puoi lamentarti se quando esci ti manca un arto…”.

Aggiunge inoltre una frase che probabilmente è quella che ha fatto più scalpore, almeno stando alle reazioni sui social: “Ma dovrei provare pietà? No!!”, che detta da un prete è veramente agghiacciante. Chiudendo il post con espressioni colorite che sono riportate nello screenshot del post sopra riportato.

Le reazioni di sdegno a questa esternazione incontrollata sono state giustamente unanimi, anche grazie alla estesa diffusione avuta successivamente nella Rete.

Sta di fatto che il parroco si è poi pentito, come risulta da una nota ufficiale diffusa dalla Diocesi di Bologna una volta che la polemica era montata, riconoscendo di aver sbagliato “i termini, i modi, le correzioni”.

Ha chiesto scusa alla ragazza e ai genitori per “le mie parole imprudenti” che “possono aver aggiunto dolore” ed ha affisso sulla porta della chiesa il cartello sottostante.

Ha provato a contestualizzare i motivi che hanno dato origine alla sua esternazione: “smantellare questa cultura dello sballo in cui i nostri ragazzi vivono”, e ha chiesto l’aiuto a chi è capace “magari di miglior linguaggio e possibilità [autorità, giornalisti, insegnanti, genitori]”. Vedi qui il video.

Si dà il caso che contemporaneamente il sacerdote abbia poi chiuso il suo profilo, e su questo diremo qualcosa più avanti.

Intanto, cosa ci insegna questa vicenda?

Che ogni parola che digitiamo sui social, e quindi pronunciamo in pubblico pesa come pietra.

Che non esiste il “virtuale”, che quasi sembrerebbe esimerci dalle nostre responsabilità: un’offesa su Facebook [aka ogni altro social] è un’offesa – e una ferita – reale.

Prima di rispondere a quel “a cosa stai pensando Caio?” che mister Facebook continuamente ci chiede, è bene immaginare ciascun individuo del variegato mondo di persone che leggerà la nostra risposta.

Oltre ai nostri amici più ristretti, c’è infatti una massa silenziosa che quasi mai interviene o mette “like” ma che attinge – nel bene e nel male – da ogni nostro pronunciamento.

Assumersi la responsabilità di questi “effetti” che non sono per nulla secondari, ci permette di dare anche un contributo “di bene” alla società civile [la massa silenziosa apparentemente nascosta].

Quanto al merito della vicenda, dispiace che un sacerdote possa utilizzare termini inconsueti e un atteggiamento che sembra contrastare con la missione che si è assunto il giorno in cui è stato ordinato [fedeltà al Vangelo].

Non si può nascondere a tal proposito una carenza di formazione all’uso dei social anche in ambito ecclesiale, carenza che risente purtroppo ancora di una visione strumentale [mezzi] invece che “culturale” [attenzione ai contenuti] della comunicazione in generale.

Certamente, non possiamo mandare a scuola di social gli oltre 400 mila sacerdoti sparsi in tutto il mondo. Sì però iniziare a incidere sin dagli anni del seminario sui futuri candidati al sacerdozio, come già qualche facoltà ecclesiastica a Roma fa da diversi anni.

Secondo gli studi sulla comunicazione istituzionale della Chiesa, infatti, abitare il web non deve incutere timore, ma diventare un vero e proprio campo da arare anche per i ministri del sacro, perché è lì che i fedeli trascorrono molte ore della giornata, come confermano i dati.

Lo stesso Papa Francesco, e i suoi predecessori, hanno suggerito di essere presenti in questi spazi di vita umana. Ovviamente, per far sentire la vicinanza della Chiesa a chi li abita, e per portare anche in questi ambienti conforto e vicinanza.

Non basta aprire un profilo social senza assumere la consapevolezza che se sei sacerdote quello è diventato da quel momento il tuo “pulpito” senza confini. Ma la Chiesa è fatta anche dai “laici” che vi appartengono, e anche loro hanno la stessa carica di responsabilità.

Se è confermato, come dicevamo sopra, che don Guidotti ha chiuso il suo profilo Facebook – nonostante abbia comunque chiesto scusa sia per iscritto che attraverso una registrazione video – questa sarebbe una ulteriore occasione persa per fare ammenda dei propri errori.

Restare lì sul social a scusarsi “di persona”, a chiarirsi, insomma a disputare felicemente, gli avrebbe potuto consentire di correggere il tiro e approfittare dello stesso mezzo con cui ha fatto del male per trarre qualcosa di buono dall’accaduto.

La vicenda conferma in ogni caso che gli “haters” in quanto categoria non esistono: gli haters siamo noi ogni qual volta ci lasciamo andare all’indignazione esacerbata e mettiamo da parte la possibilità di una discussione pacifica [felice, direbbe qualcuno].

Tutti siamo esposti a questo rischio, anche un prete, e pure coloro che nel condannare il suo atteggiamento – del quale ha poi chiesto scusa – si sono ugualmente “lasciati andare”, cadendo nello stesso errore che volevano stigmatizzare.

D’altronde, quando ci si polarizza, a restare poi nell’ombra è il vero tema che ci aveva portato a confrontarci: in questo caso la presunta violenza subita da una giovane vittima, del cui dolore dovremmo comunque tutti farci carico, ma che in fondo sembra già passato in secondo piano.

Il caso dimostra infine che non esiste una sola ragione, ma esistono tante ragioni, e soltanto da un confronto sereno, cercando di comprendere appunto le ragioni di tutti, è possibile recuperare una visione più chiara rispetto a ciò che caratterizza, e condiziona, le nostre esistenze, imparando a vivere meglio in società.


Read more: http://www.datamediahub.it/2017/11/13/sui-social-non-esiste-il-virtuale-il-caso-del-prete-di-bologna-e-della-ragazza-violentata/#ixzz4zF2sNIac

lunedì 20 novembre 2017

Il Papa sosia


Si dice che #PapaFrancesco abbia un sosia, e che questo sosia - imposto da qualcuno, anche attraverso qualche "omissione" nel chiarire i suoi pronunciamenti - sia la faccia buona e simpatica che lo contrappone ai suoi predecessori.

Se pensiamo allora al pontificato di #BXVI, il suo sosia sui "media" sarebbe stato quello brutto e cattivo. Anche lì c'era qualcuno che "ha generato, fatto crescere e costantemente mantenuto in questi anni il mito" del papa cattivo e retrogrado, come qualcuno ipotizza?

E se fosse invece un dinamismo necessario che chiama ciascuno, innanzitutto, ad andare alla fonte del pensiero del Papa (chiunque esso sia)? Soprattutto, a farlo ogni giorno, senza perdersi nessun pezzo dei suoi pronunciamenti, come è richiesto ad ogni buon cristiano che si dice fedele seguace del Magistero?

Il Papa non puoi seguirlo a tratti, peggio ancora solo quando i "suoi" temi toccano (oppure no) le tue corde.

Il Papa lo devi leggere, studiare, seguire tutti i giorni, su tutti i temi, altrimenti lascerai a qualcun altro il "potere" di presentarti il suo sosia.
Ma la responsabilità sarà solamente tua. E io ti avevo avvisato




martedì 24 ottobre 2017

Come nasce e si sviluppa un’intervista del Papa


Che un Papa rilasci interviste è cosa ormai ovvia e risaputa. Ciò a cui non eravamo abituati sono le modalità con cui avviene, negli ultimi tempi, questa frequentazione con i giornalisti da parte di un Pontefice.

Non solo per la frequenza dei contatti e della disponibilità a concedersi alle domande, ma anche per il tipo di testate e di interlocutori a cui Francesco si concede.

Ci sono senz’altro nomi blasonati che hanno l’opportunità di stare a tu per tu con il Papa; basta pensare ai continui colloqui che lo stesso Pontefice intrattiene a Casa Santa Marta con il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, non certo un chierichetto dell’ultima ora.

Ma ci sono anche giornali e bollettini di bassa tiratura, molto locali, come può essere ad esempio il milanese “mensile della strada” Scarp de’ tenis, alle cui domande il Papa ha risposto in occasione della sua visita nella città meneghina.

Senza contare quelle che ormai sono diventate un must nell’ambito dell’informazione religiosa: le interviste concesse in aereo nei voli di ritorno da Viaggi apostolici – e dove non è raro incorrere anche in qualche errata interpretazione delle parole del Papa.

Normalmente, in una strategia comunicativa che possa dirsi efficace, ciò che conta è che il capo conceda interviste soltanto a testate ben piazzate, con grandi tirature, vicine al modo di pensare della dirigenza, che mandano in anticipo le domande e che siano poi disponibili a far rivedere il testo prima della pubblicazione.

Francesco invece anche in questo offre una visione nuova, ed è lui stesso a spiegarla nella Prefazione che ha firmato al libro Adesso fate le vostre domande apparso in questi giorni, edito da Rizzoli e curato dal gesuita Antonio Spadaro.

Il testo raccoglie alcune conversazioni che lo stesso Spadaro ha avuto con il Papa, ma anche dialoghi del Pontefice con gruppi medio piccoli, dove il comune denominatore erano sempre le domande poste da qualcuno e la risposta “improvvisata” del Papa.

Francesco dice una serie di cose interessanti in questa Prefazione, che possiamo riassumere come segue.

Timore – Ad esempio: “ho la faccia tosta, ma sono anche timido”, e racconta che già da Arcivescovo di Buenos Aires aveva “un po’ timore dei giornalisti”, soprattutto “delle cattive interpretazioni di ciò che dico”.

Fiducia – Anche da Papa la sua prima reazione istintiva è stata di incertezza – racconta Francesco – ma poi “sentii che potevo avere fiducia, che dovevo fidarmi”.

Guardare negli occhi – Una cosa a cui non rinuncia è “guardare negli occhi le persone e rispondere alle domande con sincerità”. Questo perché se anche da una parte “non devo perdere la prudenza”, resta fondamentale la fiducia.

Rischio da correre – Francesco non nasconde che questo suo modo di fare “può rendermi vulnerabile, ma è un rischio che voglio correre”.

Necessità – D’altronde, “ho una vera e propria necessità di questa comunicazione diretta con la gente”.

Non una cattedra – Il Papa chiarisce anche che per lui concedere interviste “non è come salire in cattedra”; in fondo i giornalisti “spesso ti fanno le domande della gente”, ed è quel bisogno che lui vuole intercettare.

Linguaggio – Quanto al linguaggio con cui lui risponde, lo ritiene “semplice, popolare”, perché in fondo si tratta di “un dialogo, non una lezione”. E lo fa spontaneamente, “in una conversazione che voglio sia comprensibile, e non con formule rigide”.

Non mi preparo – Poi aggiunge un’affermazione che ai più esperti più sembrare paradossale: “non mi preparo”. E quando riceve in anticipo le domande: “quasi mai le leggo o ci penso sopra”. E ciò perché “per rispondere ho bisogno di incontrare le persone e di guardarle negli occhi”.

Inserirsi nelle conversazioni – La chiosa finale della Prefazione è in fondo il suo programma pastorale: “desidero una Chiesa che sappia inserirsi nelle conversazioni degli uomini, che sappia dialogare”.

Ecco, il Papa sta dicendo che per dialogare bisogna avere fiducia, guardare negli occhi l’interlocutore, non curarsi del rischio di essere fraintesi né salire in cattedra, utilizzando un linguaggio comprensibile, privo di formule rigide. Chissà se forse il segreto sta proprio nel non prepararsi, ma far nascere le risposte dall’incontro con le persone?


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giovedì 21 settembre 2017

3 ulteriori considerazioni a margine del caso #Orlandi-#Vaticano


Offro 3 ulteriori brevi considerazioni a margine del caso #Orlandi-#Vaticano degli ultimi giorni, ossia la diffusione del documento #farlocco e del dibattito che ne è seguito.

Sono solo idee da sviluppare, e chiedo scusa per le piste di riflessione aggiunte in parentesi; magari qualcuno può provare a farlo e ci scrive un libro.

1. L'ormai nota #dicotomia "Se è vero, se è falso" - emblema di un giornalismo-non giornalismo che utilizza dati verosimili per costruire una propria teoria funzionale ad altri scopi che non sono quelli di una informazione a favore del bene comune e del diritto dei cittadini a sapere ciò che di vero accade intorno a loro - fa ancora (nel 2017 e con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per verificare, confrontare, crescere in conoscenza, ecc.) comunque (fosse anche uno solo, resta grave) breccia nel cuore e nelle menti di tante persone (spero ignare...). 

La verità passa in secondo piano; la discussione si sposta - e lì resta! - sul nulla vestito da niente.

2. Verso il #Vaticano (questo mondo indescrivibile, pieno di misteri e intrallazzi segreti, da non sapere dove finiscono le cose di Chiesa e dove iniziano le cose di Stato, e viceversa) resta ancora in piedi - nonostante Papa Francesco e forse proprio per questo, almeno in alcuni ambienti - una non tanto malcelata presunzione di colpevolezza, sia per cose che effettivamente "lo" riguardano, sia per altri "misteri". 

Anche qui c'è un motto caratteristico: "anche se il Vaticano non c'entra nulla, proprio perché è strano che non c'entri nulla deve dare le opportune spiegazioni".

Questo discorso evidenzia un problema di #reputazione frutto di tante cose e tante scelte, che prima o poi forse, a livello istituzionale, converrà affrontare. Almeno per il bene del sano giornalismo e della sana editoria.

3. Dal primo momento di questa - ultima, in ordine di tempo - vicenda, non ho smesso mai di pensare a quanto stia #ridacchiando alle spalle nostre (noi intesi come: chi cerca di capire, chi ci soffre davvero, della Chiesa, del buon giornalismo, della sana editoria, dell'interesse nazionale, ecc.) colui o colei che è il vero estensore materiale del documento farlocco, e che nonostante tutte queste discussioni, resta (e probabilmente continuerà a restare) nell'#ombra.

Però noi preferiamo la luce del sole, e quindi ci cambia poco che qualcuno possa farsi beffe della verità: già sappiamo (da almeno qualche migliaio di anni!) come è andata e finire, e questo ci basta.

mercoledì 20 settembre 2017

Vicenda Emanuela Orlandi-Vaticano: non importa se è falso, io il dossier lo pubblico


Lunedì mattina 18 Settembre, i lettori dei due maggiori quotidiani italiani si sono svegliati con un presunto scoop riguardante importanti novità in merito alla triste vicenda della scomparsa di Emanuela Orlandi, che coinvolgerebbero direttamente i vertici del Vaticano.

Il titolo di Repubblica [online] è categoricoEmanuela Orlandi, il giallo del nuovo dossier: “Oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per il suo allontanamento”.

Segue un dettagliato resoconto a firma di Emiliano Fittipaldi, che snocciola tutti i particolari di questo esplosivo “dossier”. Viene offerta anche una galleria fotografica con le 5 pagine scansionate che compongono il “documento choc” uscito dal Vaticano e finito nelle mani dell’autore del pezzo.

Come poi emerge addentrandosi nella lettura, questo grande “scoop” condiviso con il Corriere della Sera cartaceo – Emanuela Orlandi, il dossier segreto del Vaticano: “Spesi 500 milioni per lei fino al 1997”: è giallo sul dossier – a firma di Fiorenza Sarzanini non sarebbe altro che un’anticipazione – il “cuore” – del nuovo libro dello stesso Fittipaldi, Gli impostori, tra qualche giorno in libreria.

A dire il vero, il Corriere neppure fa accenno all’imminente iniziativa editoriale; parla soltanto di “un dossier che circola negli uffici della Santa Sede”, il cui esame – probabilmente fatto dalla stessa autrice Sarzanini –, “non fornisce alcun riscontro che si tratti di un documento originale perché non contiene timbri ufficiali”.

A corredo dello slideshow che anche il quotidiano diretto da Luciano Fontana pubblica si accenna poi a generiche (in corso?) verifiche sulla sua autenticità.

Non so se è vero, ma lo pubblico

Ma è il sommario di Repubblica a fare davvero la differenza nel racconto della vicenda, dando per scontato sia l’ipotesi di veridicità del documento, sia la sua falsità: Se è vero, apre squarci clamorosi sulla vicenda della ragazzina scomparsa nel 1983. Se falso, segnala uno scontro di potere senza precedenti nel pontificato di Francesco”.

Come a dire: in entrambi i casi abbiamo ragione noi. Però questo modo di procedere fa drizzare le orecchie anche al lettore meno accorto, e nella migliore delle ipotesi porta a una ulteriore flessione di credibilità nei confronti della stampa in generale e della categoria dei giornalisti in particolare, flessione che entrambi i settori, stando ai dati che vengono diffusi periodicamente, non si possono proprio più permettere.

La prima considerazione che viene da fare di fronte ad un sommario del genere – che è poi il leit motiv che accompagna entrambi i pezzi di Repubblica e Corriere – riguarda la regola base a cui ciascun giornalista deve sottostare: la verifica della veridicità delle informazioni.

Se non sono in grado di verificare se i dati in mio possesso sono veritieri, devo assolutamente diffidare dalla loro diffusione.

E le pezze d’appoggio?

Fa parte delle mie prerogative di giornalista, infatti, trovare le “pezze d’appoggio” in merito a ciò che scrivo e alle affermazioni che faccio. Altrimenti è la babele più totale, perché chiunque potrebbe scrivere una cosa e il suo contrario, lasciando a chissà chi (al lettore? Al caporedattore a cui sottopongo il mio testo? Alla persona o all’istituzione che accuso? Alle autorità preposte?) il beneficio della prova.
Si capisce da sé che questo modo di fare non sta in piedi ed è solo finalizzato ad altri scopi che se non ci vengono detti possiamo solo immaginare.

Da una parte, colpisce che entrambi i quotidiani nutrono almeno un minimo dubbio sull’attendibilità del documento. E allora perché pubblicarlo, e con così tanta enfasi? In effetti, nei rilanci degli articoli – oltre evidentemente ai titoli, che come prassi non ammettono il beneficio del dubbio – fatti sui social, la consapevolezza della possibile inattendibilità del carteggio scompare:


Le smentite? Ci diano delle spiegazioni piuttosto!

Di fronte alle prime smentite giunte dalla Santa Sede – il portavoce vaticano Greg Burke lo ha subito definito la vicenda “falsa e ridicola”, mentre uno dei protagonisti, il Cardinale Giovanni Battista Re, ha negato assolutamente l’esistenza della materia discussa, sia di aver visto il documento sia di averlo ricevuto al tempo in cui risalgono i fatti: – Fittipaldi si è difeso ripetendo quanto compariva già nel sommario del suo articolo, l’ormai famosa dicotomia “se è vero, se è falso”.

Ha poi aggiunto che “qualsiasi documento può essere falso, ma questo era in una cassaforte del Vaticano. Io ho faticato molto per averlo e ora la Santa Sede ci deve delle spiegazioni” [Vedi qui].

Anche in questo caso l’onere della prova è demandato a chi è accusato, anche se non siamo sicuri delle accuse che gli rivolgiamo. Un ragionamento non proprio lineare.

A dimostrazione della schizofrenia e della confusione che regna nelle redazioni di entrambi i quotidiani, nonostante appunto le varie smentite, gli articoli principali sono rimasti al loro posto, così come pure i titoli categorici.

Per “diritto di cronaca”, immaginiamo, gli sono stati poi affiancati, con molto meno risalto evidentemente, i pareri e le affermazioni di chi smentiva.

In serata, intanto, è arrivata la smentita ufficiale della Segreteria di Stato vaticana affidata ad un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede:

“Per il lancio di un libro d’imminente uscita, questa mattina due quotidiani italiani hanno pubblicato un presunto documento della Santa Sede che attesterebbe l’avvenuto pagamento di ingenti somme, da parte del Vaticano, per gestire la permanenza fuori Italia di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma il 22 giugno 1983.
La Segreteria di Stato smentisce con fermezza l’autenticità del documento e dichiara del tutto false e prive di fondamento le notizie in esso contenute.
Soprattutto rattrista che con queste false pubblicazioni, che tra l’altro ledono l’onore della Santa Sede, si riacutizzi il dolore immenso della famiglia Orlandi, alla quale la Segreteria di Stato ribadisce la sua partecipe solidarietà”.

Ciò per quanto riguarda l’attitudine professionale degli estensori degli articoli e dei caporedattori e direttori che ne hanno favorito la pubblicazione e la diffusione.

Un documento “patacca”?

Se invece entriamo nel merito del carteggio presentato in pompa magna, notiamo molte altre incongruenze che fanno restringere il beneficio del dubbio circa la sua inautenticità.

Cosa conterrebbe

Il documento conterrebbe il rendiconto delle spese sostenute dallo Stato Vaticano per gestire il rapimento di Emanuela Orlandi e la sua permanenza all’estero, in vari convitti londinesi, oltre alle spese per delle indagini su un dichiarato depistaggio, per alcune altre indagini private e per non precisate attività svolte dall’allora Segretario di Stato Agostino Casaroli e dal Vicario di Roma Ugo Poletti.

Per 14 anni, insomma, il Vaticano avrebbe pagato rette, vitto e alloggio, spese mediche e spostamenti alla Orlandi. Almeno fino al 1997, quando l’ultima voce parla di un ultimo trasferimento in Vaticano e “il disbrigo delle pratiche finali”, riferibili ad una sua morte.

Il font

Andiamo con ordine. Intanto soprassediamo sul font [Andale Mono] che caratterizza la lettera, di cinque pagine, “scritta al computer o, forse, con una telescrivente”, chiosa subito Fittipaldi; qui il dubbio è d’obbligo dato che il documento porta la data del 1998, anche se tutto può essere.

Senza firma e senza timbri

Lo stesso documento è intanto privo di firma, di qualunque timbro o intestazione ufficiale e non è affatto protocollato, anche se questa evenienza viene spiegata in chiusura della missiva.

“Riverita” a chi?

Per chi mastica un poco di ecclesialese, saltano subito agli occhi i titoli di cortesia utilizzati per i destinatari: “Sua Riverita Eccellenza”, mai sentito in ambienti vaticani, in luogo del comunissimo “Sua Eccellenza Reverendissima”.

Attenti al nome

Un’altra svista riguarda il secondo destinatario, l’“Arcivescovo Jean Luis Tauran” mentre il suo nome corretto è “Jean-Louis” [Vedi qui].

Suona inusuale mettere luogo e data di nascita della cittadina Emanuela Orlandi nell’oggetto, che invece è riferito al “resoconto sommario delle spese sostenute”, quasi a voler richiamare un “guardate che è proprio lei”.

Nessuna prefettura

Sempre per chi conosce l’organizzazione della Curia Romana, desta sospetto anche l’incipit dello scritto, in cui si parla di “prefettura dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica”, ma tutti sanno che al vertice della cosiddetta APSA c’è da sempre un Cardinale Presidente e non un Cardinale Prefetto.

Sarebbe bastata una ricerca sulla voce del Cardinale Antonetti, firmatario della lettera in questione, per verificare che tra i tanti incarichi svolti c’è infatti la “Presidenza” dell’APSA". La confusione è forse sorta con un altro organismo che si occupa di questioni economiche, la Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede, e tra poco capiremo perché.

Altre sviste e incongruenze

Fa simpatia anche l’errore [di battitura?] che compare già nella terza riga, “resosi” invece di “resesi” riferito alle “prestazioni economiche”.

Non c’è traccia, evidentemente, di nessuna delle 197 pagine di allegati “al presente rapporto” di cui si fa accenno.

Il resoconto economico che inizia a pag. 2 parte dal “gennaio 1983”: un’altra chiara incongruenza. Il documento, come è scritto, raccoglierebbe “le attività svolte a seguito dell’allontanamento domiciliare” di Emanuela Orlandi, che invece è avvenuto il 22 giugno di quello stesso anno.

Semplice campagna di marketing?

Sentendo quanti hanno verificato il caso e stando a ciò che racconta lo stesso Fittipaldi, sembra che il documento provenga dall’archivio di mons. Lucio Vallejo Balda, il sacerdote spagnolo già Segretario della Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede – ecco la prefettura!

Dal 2013 al 2014 il prelato ha guidato i lavori della commissione COSEA, incaricata di fare uno screening sui conti e sulla gestione amministrativa di tutti i dicasteri vaticani. Egli stesso fu imputato e condannato nel noto processo Vatileaks 2, che tra l’altro vedeva tra gli imputati anche l’estensore dell’articolo su Repubblica Fittipaldi, per la pubblicazione di due libri – l’altro di Gianluigi Nuzzi – contenenti carteggi segreti della COSEA.

È molto probabile, dunque, che il documento sia stato redatto in queste circostanze, e quindi diffuso (resta da capire da chi?) per depistare, ricattare o nella migliore delle ipotesi scrivere libri, mescolando particolari veri o verosimili con altri di pura invenzione.

L’unica certezza resta il dolore della famiglia Orlandi e i tentativi di piccolo cabotaggio per una campagna di marketing che possa risultare proficua.

19 settembre 2017 @DataMediaHub
Read more: http://www.datamediahub.it/2017/09/19/vicenda-emanuela-orlandi-vaticano-non-importa-se-e-falso-io-il-dossier-lo-pubblico/#ixzz4tCZNTYL3

lunedì 10 luglio 2017

Connessi alla #speranza: il Meeting dei giornalisti di Grottammare sui luoghi del terremoto


Nel servizio di Padre Pio TV, a cura di Annamaria Salvemini


venerdì 2 giugno 2017

Essere #felici è possibile? Alessandro D'Avenia e l'arte della #speranza


di Daniela Monti (Corriere della Sera)

«Ancora adesso, a quarant’anni anni, mi sorprende il modo in cui i miei genitori mi dimostrano che per loro sono importante. Questo mi dà una forza che nessuno può togliermi», dice Alessandro D’Avenia e racconta della mattina di un mese fa — il 2 maggio, giorno del suo compleanno — colazione nello stesso bar milanese in cui si trova ora, con vista su Santa Maria delle Grazie: «Ci eravamo salutati il giorno precedente a Roma: loro tornavano a casa, a Palermo, mentre io ero diretto a Milano, per riprendere la scuola. Così il 2 mi alzo, vengo qui e, colpo di scena, li vedo entrare e venirmi incontro per un abbraccio: avevano passato la notte da mia sorella, volevano esserci per farmi gli auguri a sorpresa. Sono cose del genere che mi hanno permesso di diventare l’uomo che sono».

L’amore è il tema del prossimo libro — uscirà in autunno — ma è anche la voce principale del bilancio dei suoi quarant’anni, «non sarò giudicato sul numero delle copie che ho venduto, ma sulla capacità di lasciarmi voler bene e di volere bene. Sul compimento dei doni della vita».

Quanto è piena la sua vita? C’è il successo dei suoi libri: l’ultimo, «L’arte di essere fragili» (Mondadori), dallo scorso novembre è nella classifica dei più venduti, «pensavo di togliermi uno sfizio e fare un libro per i professori, sulla scuola che sogno con una letteratura al servizio della vita e non solo del programma, e invece...». C’è il suo lavoro di insegnante di italiano e latino al liceo San Carlo di Milano: «Ogni mattina, durante l’appello, guardo i miei studenti, uno per uno. Loro si spazientiscono. “Dai prof, è una tortura, perché lo fa?”. E io rispondo: perché voi siete più importanti della lezione. Curare le relazioni è la forma dell’amore nel nostro tempo veloce, fatto tutto di prestazioni anziché di presenze».

E l’amore di coppia? «Sto bene così — risponde — , ho scelto di dedicare la mia vita ai ragazzi, a scuola e nel volontariato. Mantenere il celibato è una decisione che ho maturato nel tempo. Non significa rinunciare all’amore, ma viverlo seguendo altre strade, quelle dove mi porta la mia passione, raccontare e ascoltare storie, a scuola, in teatro, nei libri. Non sono un filantropo e basta: la mia vita è piena del rapporto con Dio (ma non ho la vocazione sacerdotale) e il mio amore per lui, in fondo, ha un aspetto sentimentale: senza, non posso vivere».

Forse la ragazza giusta deve ancora arrivare. «Sono incantato dalla grazia femminile — precisa — ma Dio che è la fonte di quella grazia mi ha incantato ancora di più. Il mio non è idealismo, né sentimentalismo, né fuga dalla realtà. È un amore profondo, che cresce giorno per giorno e trabocca. E quando hai la fortuna di vivere un amore così, che fai? Te lo tieni stretto. I primi a restare perplessi sono i miei studenti: le loro reazioni vanno dal “che peccato” — e queste sono le ragazze — al “ma non ha voglia di una famiglia sua?”». Lei cosa risponde? «Li guardo e dico: vi sembra che io non abbia dei figli?».

Le chiederanno del sesso, di come riesca a vivere senza. «Raccontare l’incanto o il disincanto del sesso è raccontare l’amore. Noi facciamo l’amore come amiamo, il sesso rivela com’è la nostra capacità di amare. A volte fare l’amore è semplicemente dare una carezza. Oggi, al contrario di ciò che si pensa, vedo poca trasgressione, cioè capacità di andare oltre se stessi, di crescere. Essere fedeli è trasgressivo, essere gentili anche quando si è stanchi, chiedere scusa, sorprendere con un’attenzione inattesa è erotico».

Lei scrive per i ragazzi: sono loro il suo pubblico. «È un’etichetta che mi hanno appicciato addosso: il numero di libri venduti dimostra che non è così. Comunque non ci trovo niente di male: il pezzo di mondo che osservo tutti i giorni è quello della scuola e i ragazzi sono come cristalli, si lasciano leggere dentro, mentre più tardi, a 30 o 40 anni, impariamo tutti a mettere una maschera, diventiamo opachi, ma ciò di cui abbiamo profondamente bisogno resta uguale: che cosa ci affranca dalla morte, dal continuo cadere delle cose? I ragazzi vivono la fragilità delle relazioni da cui vengono, le stesse dei loro genitori, del tessuto famigliare. La grammatica delle relazioni andrebbe riscritta, dalla A alla Z».

Le sue relazioni come sono? «A me interessano le relazioni buone. Quanto tempo dedica un professore ad ogni singolo alunno? Quanto tempo dei nostri pasti è dedicato al volto di chi sta a tavola con noi? Ma più vado avanti, più sperimento la mia incapacità ad amare nel modo profondo che vorrei. Così rilancio, rilancio sempre».

Nel nuovo libro, ogni capitolo ha il nome di una donna, alla quale il narratore — unica voce maschile — chiede di raccontare la propria storia. Un libro al femminile per spiegare l’amore agli uomini? «Non mi interessa spiegare niente a nessuno, ma godermi la magia della narrazione, dando parola a ciò che altrimenti resta invisibile, prima di tutto a me stesso. Il dramma di un’educazione sentimentale basata sul possesso, per esempio: l’altro conta solo se mi è utile. Ma in amore o si fa morire l’altro per affermare se stessi, o si muore (metaforicamente) per lui. Ho scelto di far parlare le donne perché sanno meglio degli uomini il paradosso dell’amore. È un testo ispirato da un inatteso stupore e dolore: stavo lavorando su Leopardi e le parole sono arrivate senza che ne avessi il controllo razionale».

Essere felici è possibile? «Io ho una vita bellissima. E felice perché impegnata in ciò che amo, fatica compresa. Mi ha colpito il racconto di un amico: stava litigando con la moglie quando il loro bimbo si è messo in mezzo, con una foto del loro matrimonio. Il messaggio era chiaro: guardatevi, voi vi amate, voi siete questi della foto. Ha ricordato ai genitori che se loro si spezzano, anche lui si spezza. Oggi si dà per scontato che se c’è una crisi, la relazione finisce. Ma quel bambino e i miei studenti ci chiedono altro: dimostrami che sono la cosa migliore che ti sia capitata, che il mio essere qui è una benedizione per il mondo. Non penso che questa sia letteratura per ragazzi, ma per uomini e donne che sperano nel futuro e l’unico modo è imparare ad amare davvero, con le nostre fragilità, cadute, fallimenti. A quarant’anni ne ho collezionati così tanti da sapere che in futuro potrà andare solo meglio».

1 giugno 2017

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