Cari giovani... "la Chiesa e la società hanno bisogno di voi. Con il vostro approccio, con il coraggio che avete, con i vostri sogni e ideali, cadono i muri dell’immobilismo e si aprono strade che ci portano a un mondo migliore, più giusto, meno crudele e più umano".
martedì 21 marzo 2017
domenica 5 marzo 2017
Riflessioni intorno al vaticanismo e possibili nuovi slanci
La nascita di una iniziale
forma “strutturata” di vaticanismo
per come lo intendiamo noi oggi può essere fatta risalire agli inizi degli anni
Trenta del secolo scorso, sotto il pontificato di Pio XI, quando venne
organizzato un primo embrione di sala stampa vaticana. Era la famosa
"banda Pucci" – dal nome del prelato della Segreteria di Stato,
Enrico, che l'aveva costituita –ad occuparsi di stilare le prime note informative
vaticane e passarle ad agenzie e giornali.
Facendo un calcolo
aritmetico, e considerando pressappoco un ventennio per ciascun salto
generazionale, possiamo dire di essere giunti alla 5ª generazione di
vaticanisti; una genealogia professionale, insomma, che è "sopravvissuta",
fino ad oggi, a 8 pontificati...
Questa circostanza
temporale può essere un valido motivo per porsi qualche domanda sullo stato
della professione, e provare a ipotizzare possibili nuovi slanci.
A che cosa servono le
fonti
Vorrei partire dal tema
delle fonti. Lasciando da parte quali
sono, come ottenerle e come curarle mi soffermerò piuttosto a riflettere su
"a che cosa servono".
Una prima domanda che
viene da pormi è la seguente: le fonti, in questo ambito dell’informazione
religiosa, servono per raccontare l'istituzione Chiesa (il suo sviluppo, il suo
dinamismo, i progressi, in definitiva le novità che la riguardano) o piuttosto
i retroscena (ciò che è sconosciuto ai più, ciò che è spesso difficile da
provare, ciò che in definitiva può non essere vero ma è verosimile)?
E la risposta che mi do è
che la diffusione/pubblicazione del solo retroscena, isolato da ogni contesto e
presentato in solitudine, non dovrebbe assurgere al rango di informazione;
siamo infatti di fronte ad un dato parziale, che sfugge al racconto generale di
un avvenimento o di un cambiamento in atto, e serve soltanto, nel migliore dei
casi, a sparare nel mucchio o a solleticare curiosità.
Raccontare la complessità
Lo stesso retroscena, 99
volte su 100, è fatto di contenuti negativi, certamente parziale rispetto alla
complessità dell’Istituzione nel suo insieme e per le eventuali persone che vi
sono coinvolte. Eppure, la vera sfida non è raccontare le "cose
brutte" della Chiesa (del Papa, della Curia, dei Vescovi e giù a scendere
fino al sagrestano), il difficile è raccontare la complessità di un’istituzione
millenaria che risponde alle molteplici inquietudini della società in tutto il
mondo. Piuttosto che appiattirsi sulle bad news,
che richiamano di per sé l’attenzione in modo istintivo, occorre invece portare
in primo pianole informazioni rilevanti, anche quelle che di primo acchito non sembrano
interessare a nessuno, eppure sono quelle con cui interpretare la realtà in cui
viviamo con uno sguardo più profondo e adeguato alle situazioni di oggi.
Cercarle costa, e
richiede di "uscire"...
Uscire… dal Vaticano
Uscire, innanzitutto,
...dal Vaticano, quindi dallo strettamente istituzionale. Superare cioè una
concezione della professione dell'informatore religioso per la quale siamo solo
interessati alle beghe di palazzo, a ciò che accade al di là delle Mura, e ci
preoccupiamo quasi niente di ciò che avviene invece al di qua del Tevere.
Questa "uscita"
coinvolge anche i nostri schemi mentali... e ci chiama a guardare le cose con
una visione più ampia; ad ascoltare di più e a giudicare di meno – direbbe Papa
Francesco – e non per moralismo, ma per correttezza professionale: prima di
poter raccontare, devo aver compreso un minimo dei fatti che voglio narrare, e
per comprenderli bene devo mettermi all'ascolto, azionare i sensi (vedere?),
avvicinarmi il più possibile. Se resto chiuso nella mia torre d'avorio, non
rendo un buon servizio né agli altri né a me stesso.
Guardare al popolo
Nel caso della Chiesa,
non possiamo prescindere dal fatto che ci troviamo di fronte ad una realtà
duplice, che ha una componente istituzionale (il Vaticano e le sue gerarchie) e
una componente umana e spirituale (il Popolo di Dio, la gente della strada e la
sua fede). Come vaticanisti oggi dovremmo guardare senz’altro ad entrambe, ma
forse un po' di più al popolo, a coloro che edificano la Chiesa con la loro
carne. Devo dare atto a Luigi Accattoli di aver intrapreso,da tempo immemore,
questo tipo di esperienza, raccogliendo quelle belle “storie di Vangelo” da
uomini e donne della strada, che testimoniano veramente ciò che dicono di
professare, e che lui ha raccolto in diverse pubblicazioni.
Uscire significa anche
verificare quanto l'indirizzo del Magistero attecchisce in mezzo a questo
popolo, e dove particolarmente, fosse pure in Africa o ad Haiti.
Opinioni a tutti i
costi
Si dice spesso che la
gente non legga, che il numero delle tirature sia in perenne erosione, il mondo
editoriale alla deriva; c'è insomma crisi di lettori. Ma siamo sicuri che le
cose stiano veramente in questi termini? Piuttosto, leggendo alcune cronache e
vedendo certi modi di fare informazione, mi viene il dubbio che ci sia crisi
di... scrittori. Gli stessi scrittori che dovrebbero piuttosto “uscire”,come
accennavamo prima.
Se vogliamo riconquistare
il lettore, forse dobbiamo imparare a rifuggire dalla tentazione del fare
opinione a tutti i costi e spesso a buon mercato. Un giornalista che fa solo
l'opinionista ha smesso di cercare i fatti, le storie, e la sua
"opinione", se è in buona fede, è pur sempre limitata, perché non è
più irrorata dal necessario contesto che ti porta –per continuare l’esempio– fuori dalla tua torre
d'avorio.
Voglio dire, è giusto
esprimere opinioni, meno giusto è semplificare la realtà in base alla propria
limitata esperienza. Ripeto: non c'è nulla di male a comunicare agli altri il
proprio punto di vista personale poiché è una tendenza tipicamente umana. Però
semplificare è un modo – sbrigativo, direi– per aver meno paura della
complessità e della libertà e così non assumersi alcuna responsabilità concreta.
Lasciarsi interrogare dai dubbi (quelli veri!)
Allora dovremmo imparare
ad accontentarci un po' meno di ciò che ci viene dalla nostra esperienza che,
per quanto illuminata, è pur sempre limitata.Sintetizzando in slogan ciò che ho detto,
occorre imparare a: 1) capire oltre le apparenze; 2) pensare di non essere mai
arrivati; 3) lasciarsi interrogare dai dubbi (quelli veri!).
Tornando Oltretevere e al
Papa: per chi crede Egli è una guida ed è il pastore che conduce il gregge,
successore del primo degli Apostoli e Vicario di Cristo; per chi non crede è il
leader di 1 miliardo e 300 milioni di cattolici nel mondo: in entrambi i casi
merita rispetto!
Quanto alla fonte
primaria dell'istituzione Chiesa, possiamo dire che con gli anni è diventata un
po’ più trasparente; ultimamente forse un po' più tempestiva; e sicuramente
cerca di aggiornarsi continuamente per migliorare...
Non esistono fake
news
La sfida per noi
giornalisti, piuttosto, è quella di rendere fruibile quella fonte, senza
alterarla, al di fuori dei canali ufficiali: se il Papa ha detto "ciao
Pippo", ed ho la possibilità di verificare che effettivamente l'ha detto,
potrà non piacermi, potrò non essere d'accordo, ma del Papa sempre il suo
"ciao Pippo" devo trasmettere, altrimenti – professionalmente – sto
barando...
E probabilmente sto
alimentando – e così mi collego al punto successivo – quel bacino di fake-news di cui oggi il mondo, anche
quello professionale, sembra tanto lamentarsi. Ma a lungo andare, per il tanto
parlarne e il poco applicare, pure le fake-news
si stanno convertendo piuttosto in qualcosa di fashion, perché se le cito o le condanno fa trendy.
Allora dirò una cosa un
po’ fuori dal coro: le fake-news non
esistono! Una notizia o “è” ed è vera,oppure “non è”. E se “non è”, non esiste
e non può neanche essere falsa. È tutta un’altra cosa: manomissione, inganno,
un testo che scimmiotta l’informazione e la notizia… la possiamo chiamare come
vogliamo, ma proviamo a recuperare anche l’importanza del linguaggio, in modo
da riconquistare la dignità del lavoro che facciamo.
Fonti confidenziali
Un campanello d’allarme
che ci deve far riflettere, visto che parliamo di fonti, è legato a tutto quel
mondo delle interviste o rivelazioni concesse off–the-record (in via confidenziale). Se quello che mi stanno
raccontando è “scottante”, io mi domanderei sempre: perché questo Cardinale o
funzionario di Curia lo sta dicendo proprio a me? E perché se la cosa merita
attenzione, la sta rivelando in maniera anonima? In questo caso io proverei ad
ascoltare – cosa che comunque devo sempre fare – la cosiddetta “terza campana”.
Ciò non toglie che quelle
informazioni che ho appena acquisito, casomai in forma anonima, mi servano come
contesto per comprendere meglio quale sia il clima che si respira nei sacri
palazzi. Ma se butto in pagina questo presunto dato scottante, isolato da tutto
il resto, mi sto rendendo probabilmente complice di un regolamento di conti, o
nella migliore delle ipotesi di un pettegolezzo da comari.
Il ruolo dei social
Oggi si parla tanto dei social e della rivoluzione che questi
hanno portato anche nell’ambito dell’informazione. Sappiamo bene, se guardiamo
alle ultime statistiche, che circa il 35% delle persone oggi si informa
principalmente attraverso Facebook e
solo occasionalmente ricorre ai giornali. Si dice pure che sono proprio i social
i maggiori diffusori delle cosiddette bufale.
Se riflettiamo un attimo,
possiamo convenire che non può essere colpa del
contenitore; farlo sarebbe allontanare il problema e ritirarsi (ancora una
volta) nella propria torre d’avorio delle comodità. Il contenitore “vive” di
quello che ci mettiamo dentro. E a riempirlo siamo noi, liberamente: nessuno ci
obbliga a postare, infatti, una foto che ci ritrae o una dichiarazione d’amore.
Allora sopraggiunge la
sfida, e una domanda: che uso vogliamo fare dei social? Intanto, per il
giornalista, consultarli significa ampliare il proprio campo di indagine,
perché è come avere a portata di mano un’agenzia di stampa 24 ore al giorno, e
questo è sicuramente un regalo.
Per quanto riguarda il
problema delle bufale o delle informazioni non verificate, si apre un vasto
mondo in cui operare: portare anche in questo ambiente quel contributo di
interpretazione della realtà, soppesando dati e ampliando il contesto, fornendo
documentazione e approfondendo le discussioni, oltre ad avere un dialogo
diretto e “senza filtri” con i lettori o con i protagonisti delle vicende che
potremmo/vorremmo raccontare.
Una professione
cambiata
Senza dubbio, grazie ai
social – e per fortuna o purtroppo, direbbe qualcuno –, la professione è
cambiata. Dal momento che tutti siamo abilitati
ad acquisire globalmente dati e contenuti, ciò dimostra che non esistono più (forse
perché non ce n’è più bisogno) i cosiddetti mediatori
in senso classico, coloro che si frapponevano tra l’accaduto e il destinatario
dell’informazione, presentandone una propria versione. Oggi ciascuno raggiunge
direttamente “il luogo dell’accaduto” e ne legge i risvolti secondo la sua
sensibilità.
Qui però subentra una
necessità, ed è quella dell’educazione.
Educare le persone, i cittadini, a “leggere” la realtà; educare se stessi, in
quanto professionisti dell’informazione, a saperla leggere e raccontare.
Educare la propria capacità “visiva” (di comprensione), educare a fornire le
necessarie chiavi di lettura.
Formare e accompagnare le persone
Insomma, in questo nuovo
contesto comunicativo e informativo siamo chiamati a formare le persone, ad
accompagnarle, a chiarire loro i dubbi piuttosto che alimentarli, a
semplificare i dati complessi. Noi non parteggiamo, offriamo
piste interpretative per comprendere meglio.
Poiché non siamo più
“padroni” dell’informazione, il nostro contributo di tempo ed energie deve
essere disinteressato; dobbiamo amare la verità, che però è sempre più ampia rispetto
a noi, non siamo noi! Può tornare utile leggersi o rileggersi, per chi lo avesse
già fatto, il Manifesto della
comunicazione non ostile firmato a Trieste il 17 febbraio. Si tratta di 10
spunti consapevoli e altrettante applicazioni pratiche – per qualcuno forse
scontati – che possono orientare la professione.
Ogni tanto, quindi, fa
bene esercitarsi a lottare contro possibili atteggiamenti patetici e
autoreferenziali; a superare quei tic
che ci rendono monotematici nei racconti della realtà che facciamo o
unidirezionali rispetto ai soggetti su cui scriviamo. Il giornalista non è un
aizzatore di tifoserie precostituite e pre-elaborate. Piuttosto, è uno che
“rombe le bolle”, per usare un termine social,
uno che aiuta ad uscire da quelle famose echo chambers
(stanze degli echi) dove siamo già tutti d’accordo e ci osanniamo a vicenda.
Ecco, questo intendo
quando faccio riferimento agli educatori e all’educazione in ambito
informativo. Un lavoro da veri artigiani.
Termino. A proposito di artigianato, duole dirlo, ma un’altra consapevolezza che dobbiamo assumere, se guardiamo allo stato odierno della professione giornalistica – e a tutte le professioni in generale–, lo dico con il massimo rispetto per tutti, è che negli anni è andata scemando la figura del garzone, colui che nella bottega dell’artigiano trascorreva la giovinezza per imparare il mestiere e, una volta che il mastro si ritirava per godersi la pensione, ne rilevava l’attività e soprattutto l’esperienza.
Forse sarebbe il caso di
provare a riallacciare questo cordone ombelicale reciso, desiderando lasciare
eredi, provando ad essere un po’ meno gelosi della propria esperienza e un po’
più educatori, formatori, insomma maestri nella professione.
Solo così potremmo dire
di aver contribuito a cambiare un pezzo di mondo.
Sezione:
digital media,
editoriale,
Francesco,
nuovi media
venerdì 17 febbraio 2017
Artigiani di una comunicazione fragrante e buona, come il pane che nutre
Ecco perché il Messaggio per la 51ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali non ci ha colti di sorpresa; piuttosto, ci ha confermati
nel nostro compito di annunciatori delle cose buone e delle cose belle. O, come
riporta lo stesso Messaggio, comunicatori di “speranza e fiducia nel nostro
tempo”.
Una sfida e un compito
Per chi avrà la pazienza di leggerlo, noterà che anche in
questa occasione il Papa consegna a tutti i comunicatori, ma in fondo anche a chi non lo è, una sfida e un compito.
La prima consiste, innanzitutto, nell’invertire la logica
che ci vuole ormai abituati “a fissare l’attenzione sulle ‘cattive notizie’
(guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane)”,
oltrepassando dunque “quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso
ci afferra” e ci rende apatici, impauriti e disillusi. Ciò significa anche
cambiare il proprio paradigma esistenziale, nutrendo maggiore “speranza” (“la
più umile tra le virtù”) in un domani sicuramente migliore.
Quanto al compito, Papa Francesco lo configura come una
sorta di artigianato. Parla dei comunicatori, infatti, come di quegli
incaricati del “mulino”, che hanno la possibilità di “decidere se macinarvi
grano o zizzania”. L’ideale sarebbe preparare “un pane fragrante e buono”
(comunicazione costruttiva che rifiuta i pregiudizi e favorisce una cultura
dell’incontro) e inforcare “occhiali” buoni e “giusti”, per guardare alla
realtà “con consapevole fiducia”.
La bellezza di tutto ciò sta nel fatto che ciascuno di noi
diventa in qualche modo protagonista in questa chiamata a vivere e a
descrivere la realtà nello “scenario di una possibile buona notizia”. Buona
notizia che, per chi crede, è in definitiva la persona stessa di Gesù Cristo.
Con ciò, il Papa parla ai comunicatori ma in fondo parla
anche a ciascun fruitore dell’informazione, e quindi a tutti. Dal momento che
tutti siamo abilitati (vedi smartphone, social media, ecc.) ad acquisire
globalmente dati e contenuti, a ciascuno è richiesto di cercare il bene e
farsene diffusore, laddove esercita il proprio vissuto quotidiano, qualunque
sia l’ambiente fisico o virtuale (?) che frequenta.
In fondo, tutto questo dimostra ancora una volta – e la
Chiesa lo assume con assoluta consapevolezza – che non esistono più (e forse perché
non ne abbiamo più bisogno) i mediatori in senso classico, coloro che si
frapponevano tra l’accaduto e il destinatario dell’informazione, presentandone
una propria versione. Ciascuno raggiunge direttamente il “luogo dell’accaduto”
e ne legge (pensiamo agli occhiali) i risvolti secondo la sua sensibilità.
Qui però sopraggiunge una necessità, ed è quella dell’educazione.
Educare a leggere, educarsi a saper leggere. Educare la propria capacità “visiva”
(di comprensione della realtà), educare a fornire le necessarie chiavi di
lettura. Perché la lettura della realtà – dice il Papa – deve generare speranza.
Seguendo questa prospettiva, il comunicatore non è più dunque
il mediatore di cui avevamo bisogno nel passato, ma si converte in educatore. E
cosa è l’educazione in ambito comunicativo e informativo se non quell’artigianato
del sapere, che insegna fin da piccoli a saper assumere il pane buono della
conoscenza, a lavorare le farine migliori con la giusta dose di acqua e sale
(mescolare contenuti) e produrre così un pasto gustoso e fragrante, proprio
come chiede Francesco?
Sezione:
digital media,
editoriale,
Francesco,
impegno sociale,
nuovi media
sabato 14 gennaio 2017
#Synod18, 3 verbi per indirizzare il cammino della Chiesa con i giovani
Dal documento preparatorio diffuso nei giorni scorsi risaltano in particolare 3 verbi per ciò che riguarda l'azione pastorale che la Chiesa vuole intraprendere con i giovani, per accompagnarli in questo "tempo segnato dall'incertezza, dalla precarietà, dall'insicurezza".
Una sfida ritenuta seria dove si evince chiaramente che il futuro è adesso!
3 verbi "che nei Vangeli connotano il modo con cui Gesù incontra le persone del suo tempo".
Innanzitutto Uscire
"Accompagnare i giovani richiede di uscire dai propri schemi preconfezionati, incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi; significa anche prenderli sul serio nella loro fatica a decifrare la realtà in cui vivono e a trasformare un annuncio ricevuto in gesti e parole, nello sforzo quotidiano di costruire la propria storia e nella ricerca più o meno consapevole di un senso per le loro vite".
"Uscire, anzitutto da quelle rigidità che rendono meno credibile l'annuncio della gioia del Vangelo, dagli schemi in cui le persone si sentono incasellate e da un modo di essere Chiesa che a volte risulta anacronistico. Uscire è segno anche di libertà interiore da attività e preoccupazioni abituali, così da permettere ai giovani di essere protagonisti. Troveranno la comunità cristiana attraente quanto più la sperimenteranno accogliente verso il contributo concreto e originale che possono portare".
Il secondo verbo è Vedere
"Uscire verso il mondo dei giovani richiede la disponibilità a passare del tempo con loro, ad ascoltare le loro storie, le loro gioie e speranze, le loro tristezze e angosce, per condividerle: è questa la strada per inculturare il Vangelo ed evangelizzare ogni cultura, anche quella giovanile. Quando i Vangeli narrano gli incontri di Gesù con gli uomini e le donne del suo tempo, evidenziano proprio la sua capacità di fermarsi insieme a loro e il fascino che percepisce chi ne incrocia lo sguardo. È questo lo sguardo di ogni autentico pastore, capace di vedere nella profondità del cuore senza risultare invadente o minaccioso; è il vero sguardo del discernimento, che non vuole impossessarsi della coscienza altrui né predeterminare il percorso della grazia di Dio a partire dai propri schemi".
Infine, Chiamare
"Nei racconti evangelici lo sguardo di amore di Gesù si trasforma in una parola, che è una chiamata a una novità da accogliere, esplorare e costruire. Chiamare vuol dire in primo luogo ridestare il desiderio, smuovere le persone da ciò che le tiene bloccate o dalle comodità in cui si adagiano. Chiamare vuol dire porre domande a cui non ci sono risposte preconfezionate. È questo, e non la prescrizione di norme da rispettare, che stimola le persone a mettersi in cammino e incontrare la gioia del Vangelo".
Chi sono i destinatari?
"Tutti i giovani, nessuno escluso".
E proprio a loro Papa Francesco ha indirizato, per l'occasione, una lettera: "Ho voluto che foste voi al centro dell'attenzione perché vi porto nel cuore".
Sezione:
associazioni,
catechesi,
Francesco,
giovani,
impegno sociale
lunedì 21 novembre 2016
Cosa resta del Giubileo: i punti essenziali della Lettera apostolica di Papa Francesco
1. L'amore sovrasta il peccato
Al centro non c’è la legge e la giustizia legale, ma l’amore di Dio, che sa leggere nel cuore di ogni persona, per comprenderne il desiderio più nascosto, e che deve avere il primato su tutto. (...) Una volta che si è rivestiti della misericordia, anche se permane la condizione di debolezza per il peccato, essa è sovrastata dall’amore che permette di guardare oltre e vivere diversamente. (MM, 1)
2. Nessuno può porre condizioni
Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono. È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato. (MM, 2)
3. Testimoni di speranza e gioia vera
La gioia del perdono è indicibile, ma traspare in noi ogni volta che ne facciamo esperienza. All’origine di essa c’è l’amore con cui Dio ci viene incontro, spezzando il cerchio di egoismo che ci avvolge, per renderci a nostra volta strumenti di misericordia. (...) Il vuoto profondo di tanti può essere riempito dalla speranza che portiamo nel cuore e dalla gioia che ne deriva. (MM, 3)
4. Vento impetuoso che cambia la vita
Come un vento impetuoso e salutare, la bontà e la misericordia del Signore si sono riversate sul mondo intero. E davanti a questo sguardo amoroso di Dio che in maniera così prolungata si è rivolto su ognuno di noi, non si può rimanere indifferenti, perché esso cambia la vita. (MM, 4)
5. Viverla per comunicarla
Comunicare la certezza che Dio ci ama non è un esercizio retorico, ma condizione di credibilità del proprio sacerdozio. Vivere, quindi, la misericordia è la via maestra per farla diventare un vero annuncio di consolazione e di conversione nella vita pastorale. L’omelia, come pure la catechesi, hanno bisogno di essere sempre sostenute da questo cuore pulsante della vita cristiana. (MM, 6)
7. Parola celebrata, conosciuta e diffusa
È mio vivo desiderio che la Parola di Dio sia sempre più celebrata, conosciuta e diffusa, perché attraverso di essa si possa comprendere meglio il mistero di amore che promana da quella sorgente di misericordia. (...) Sarebbe opportuno che ogni comunità, in una domenica dell’Anno liturgico, potesse rinnovare l’impegno per la diffusione, la conoscenza e l’approfondimento della Sacra Scrittura: una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo. (MM, 7)
8. Ancora Missionari della Misericordia
Esprimo la mia gratitudine ad ogni Missionario della Misericordia per questo prezioso servizio offerto per rendere efficace la grazia del perdono. Questo ministero straordinario, tuttavia, non si conclude con la chiusura della Porta Santa. Desidero, infatti, che permanga ancora, fino a nuova disposizione, come segno concreto che la grazia del Giubileo continua ad essere, nelle varie parti del mondo, viva ed efficace. (MM, 9)
9. Sacerdoti preparati e accoglienti
Ai sacerdoti rinnovo l’invito a prepararsi con grande cura al ministero della Confessione, che è una vera missione sacerdotale. Vi ringrazio sentitamente per il vostro servizio e vi chiedo di essere accoglienti con tutti; testimoni della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; solleciti nell’aiutare a riflettere sul male commesso; chiari nel presentare i principi morali; disponibili ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; lungimiranti nel discernimento di ogni singolo caso; generosi nel dispensare il perdono di Dio. (MM, 10)
10. Non c'è legge né precetto...
Non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da Lui riconoscendo di avere sbagliato, ma deciso a ricominciare da capo. Fermarsi soltanto alla legge equivale a vanificare la fede e la misericordia divina. (...) Il Sacramento della Riconciliazione ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana; per questo richiede sacerdoti che mettano la loro vita a servizio del «ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18) in modo tale che, mentre a nessuno sinceramente pentito è impedito di accedere all’amore del Padre che attende il suo ritorno, a tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono. (MM, 11)
11. Aborto è grave peccato, ma Dio accoglie cuore pentito
In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. (...) Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione. (MM, 12)
12. Asciugare le lacrime
Quanto dolore può provocare una parola astiosa, frutto dell’invidia, della gelosia e della rabbia! Quanta sofferenza provoca l’esperienza del tradimento, della violenza e dell’abbandono; quanta amarezza dinanzi alla morte delle persone care! Eppure, mai Dio è lontano quando si vivono questi drammi. Una parola che rincuora, un abbraccio che ti fa sentire compreso, una carezza che fa percepire l’amore, una preghiera che permette di essere più forte... sono tutte espressioni della vicinanza di Dio attraverso la consolazione offerta dai fratelli. (...) A volte, anche il silenzio potrà essere di grande aiuto; perché a volte non ci sono parole per dare risposta agli interrogativi di chi soffre. (MM, 13)
13. Discernimento spirituale attento
La nostra vita, con le sue gioie e i suoi dolori, è qualcosa di unico e irripetibile, che scorre sotto lo sguardo misericordioso di Dio. Ciò richiede, soprattutto da parte del sacerdote, un discernimento spirituale attento, profondo e lungimirante perché chiunque, nessuno escluso, qualunque situazione viva, possa sentirsi concretamente accolto da Dio, partecipare attivamente alla vita della comunità ed essere inserito in quel Popolo di Dio che, instancabilmente, cammina verso la pienezza del regno di Dio, regno di giustizia, di amore, di perdono e di misericordia. (MM, 14)
14. Porta sempre spalancata
Termina il Giubileo e si chiude la Porta Santa. Ma la porta della misericordia del nostro cuore rimane sempre spalancata. (...) Per sua stessa natura, la misericordia si rende visibile e tangibile in un’azione concreta e dinamica. Una volta che la si è sperimentata nella sua verità, non si torna più indietro: cresce continuamente e trasforma la vita. (...) La misericordia rinnova e redime, perché è l’incontro di due cuori: quello di Dio che viene incontro a quello dell’uomo. Questo si riscalda e il primo lo risana: il cuore di pietra viene trasformato in cuore di carne (cfr Ez 36,26), capace di amare nonostante il suo peccato. (MM, 16)
15. Tanti segni concreti di bontà e tenerezza
Anche se non fanno notizia, esistono tuttavia tanti segni concreti di bontà e di tenerezza rivolti ai più piccoli e indifesi, ai più soli e abbandonati. Esistono davvero dei protagonisti della carità che non fanno mancare la solidarietà ai più poveri e infelici. Ringraziamo il Signore per questi doni preziosi che invitano a scoprire la gioia del farsi prossimo davanti alla debolezza dell’umanità ferita. (MM, 17)
16. Spazio alla fantasia
È il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia. La Chiesa ha bisogno di raccontare oggi quei «molti altri segni» che Gesù ha compiuto e che «non sono stati scritti» (Gv 20,30), affinché siano espressione eloquente della fecondità dell’amore di Cristo e della comunità che vive di Lui. (MM, 18)
17. Scacciare indifferenza e ipocrisia
Il carattere sociale della misericordia esige di non rimanere inerti e di scacciare l’indifferenza e l’ipocrisia, perché i piani e i progetti non rimangano lettera morta. Lo Spirito Santo ci aiuti ad essere sempre pronti ad offrire in maniera fattiva e disinteressata il nostro apporto, perché la giustizia e una vita dignitosa non rimangano parole di circostanza, ma siano l’impegno concreto di chi intende testimoniare la presenza del Regno di Dio. (MM, 19)
18. Far crescere una cultura della misericordia
Siamo chiamati a far crescere una cultura della misericordia, basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri: una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli. Le opere di misericordia sono “artigianali”: nessuna di esse è uguale all’altra; le nostre mani possono modellarle in mille modi, e anche se unico è Dio che le ispira e unica la “materia” di cui sono fatte, cioè la misericordia stessa, ciascuna acquista una forma diversa. (MM, 20)
19. Preghiera assidua
La cultura della misericordia si forma nella preghiera assidua, nella docile apertura all’azione dello Spirito, nella familiarità con la vita dei santi e nella vicinanza concreta ai poveri. È un invito pressante a non fraintendere dove è determinante impegnarsi. La tentazione di fare la “teoria della misericordia” si supera nella misura in cui questa si fa vita quotidiana di partecipazione e condivisione. (MM, 20)
20. Giornata mondiale dei poveri
Alla luce del “Giubileo delle persone socialmente escluse”, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri. Sarà la più degna preparazione per vivere la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il quale si è identificato con i piccoli e i poveri e ci giudicherà sulle opere di misericordia (cfr Mt 25,31-46). (MM, 21)
2. Nessuno può porre condizioni
Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono. È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato. (MM, 2)
3. Testimoni di speranza e gioia vera
La gioia del perdono è indicibile, ma traspare in noi ogni volta che ne facciamo esperienza. All’origine di essa c’è l’amore con cui Dio ci viene incontro, spezzando il cerchio di egoismo che ci avvolge, per renderci a nostra volta strumenti di misericordia. (...) Il vuoto profondo di tanti può essere riempito dalla speranza che portiamo nel cuore e dalla gioia che ne deriva. (MM, 3)
4. Vento impetuoso che cambia la vita
Come un vento impetuoso e salutare, la bontà e la misericordia del Signore si sono riversate sul mondo intero. E davanti a questo sguardo amoroso di Dio che in maniera così prolungata si è rivolto su ognuno di noi, non si può rimanere indifferenti, perché esso cambia la vita. (MM, 4)
5. Viverla per comunicarla
Comunicare la certezza che Dio ci ama non è un esercizio retorico, ma condizione di credibilità del proprio sacerdozio. Vivere, quindi, la misericordia è la via maestra per farla diventare un vero annuncio di consolazione e di conversione nella vita pastorale. L’omelia, come pure la catechesi, hanno bisogno di essere sempre sostenute da questo cuore pulsante della vita cristiana. (MM, 6)
7. Parola celebrata, conosciuta e diffusa
È mio vivo desiderio che la Parola di Dio sia sempre più celebrata, conosciuta e diffusa, perché attraverso di essa si possa comprendere meglio il mistero di amore che promana da quella sorgente di misericordia. (...) Sarebbe opportuno che ogni comunità, in una domenica dell’Anno liturgico, potesse rinnovare l’impegno per la diffusione, la conoscenza e l’approfondimento della Sacra Scrittura: una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo. (MM, 7)
8. Ancora Missionari della Misericordia
Esprimo la mia gratitudine ad ogni Missionario della Misericordia per questo prezioso servizio offerto per rendere efficace la grazia del perdono. Questo ministero straordinario, tuttavia, non si conclude con la chiusura della Porta Santa. Desidero, infatti, che permanga ancora, fino a nuova disposizione, come segno concreto che la grazia del Giubileo continua ad essere, nelle varie parti del mondo, viva ed efficace. (MM, 9)
9. Sacerdoti preparati e accoglienti
Ai sacerdoti rinnovo l’invito a prepararsi con grande cura al ministero della Confessione, che è una vera missione sacerdotale. Vi ringrazio sentitamente per il vostro servizio e vi chiedo di essere accoglienti con tutti; testimoni della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; solleciti nell’aiutare a riflettere sul male commesso; chiari nel presentare i principi morali; disponibili ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; lungimiranti nel discernimento di ogni singolo caso; generosi nel dispensare il perdono di Dio. (MM, 10)
10. Non c'è legge né precetto...
Non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da Lui riconoscendo di avere sbagliato, ma deciso a ricominciare da capo. Fermarsi soltanto alla legge equivale a vanificare la fede e la misericordia divina. (...) Il Sacramento della Riconciliazione ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana; per questo richiede sacerdoti che mettano la loro vita a servizio del «ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18) in modo tale che, mentre a nessuno sinceramente pentito è impedito di accedere all’amore del Padre che attende il suo ritorno, a tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono. (MM, 11)
11. Aborto è grave peccato, ma Dio accoglie cuore pentito
In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. (...) Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione. (MM, 12)
12. Asciugare le lacrime
Quanto dolore può provocare una parola astiosa, frutto dell’invidia, della gelosia e della rabbia! Quanta sofferenza provoca l’esperienza del tradimento, della violenza e dell’abbandono; quanta amarezza dinanzi alla morte delle persone care! Eppure, mai Dio è lontano quando si vivono questi drammi. Una parola che rincuora, un abbraccio che ti fa sentire compreso, una carezza che fa percepire l’amore, una preghiera che permette di essere più forte... sono tutte espressioni della vicinanza di Dio attraverso la consolazione offerta dai fratelli. (...) A volte, anche il silenzio potrà essere di grande aiuto; perché a volte non ci sono parole per dare risposta agli interrogativi di chi soffre. (MM, 13)
13. Discernimento spirituale attento
La nostra vita, con le sue gioie e i suoi dolori, è qualcosa di unico e irripetibile, che scorre sotto lo sguardo misericordioso di Dio. Ciò richiede, soprattutto da parte del sacerdote, un discernimento spirituale attento, profondo e lungimirante perché chiunque, nessuno escluso, qualunque situazione viva, possa sentirsi concretamente accolto da Dio, partecipare attivamente alla vita della comunità ed essere inserito in quel Popolo di Dio che, instancabilmente, cammina verso la pienezza del regno di Dio, regno di giustizia, di amore, di perdono e di misericordia. (MM, 14)
14. Porta sempre spalancata
Termina il Giubileo e si chiude la Porta Santa. Ma la porta della misericordia del nostro cuore rimane sempre spalancata. (...) Per sua stessa natura, la misericordia si rende visibile e tangibile in un’azione concreta e dinamica. Una volta che la si è sperimentata nella sua verità, non si torna più indietro: cresce continuamente e trasforma la vita. (...) La misericordia rinnova e redime, perché è l’incontro di due cuori: quello di Dio che viene incontro a quello dell’uomo. Questo si riscalda e il primo lo risana: il cuore di pietra viene trasformato in cuore di carne (cfr Ez 36,26), capace di amare nonostante il suo peccato. (MM, 16)
15. Tanti segni concreti di bontà e tenerezza
Anche se non fanno notizia, esistono tuttavia tanti segni concreti di bontà e di tenerezza rivolti ai più piccoli e indifesi, ai più soli e abbandonati. Esistono davvero dei protagonisti della carità che non fanno mancare la solidarietà ai più poveri e infelici. Ringraziamo il Signore per questi doni preziosi che invitano a scoprire la gioia del farsi prossimo davanti alla debolezza dell’umanità ferita. (MM, 17)
16. Spazio alla fantasia
È il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia. La Chiesa ha bisogno di raccontare oggi quei «molti altri segni» che Gesù ha compiuto e che «non sono stati scritti» (Gv 20,30), affinché siano espressione eloquente della fecondità dell’amore di Cristo e della comunità che vive di Lui. (MM, 18)
17. Scacciare indifferenza e ipocrisia
Il carattere sociale della misericordia esige di non rimanere inerti e di scacciare l’indifferenza e l’ipocrisia, perché i piani e i progetti non rimangano lettera morta. Lo Spirito Santo ci aiuti ad essere sempre pronti ad offrire in maniera fattiva e disinteressata il nostro apporto, perché la giustizia e una vita dignitosa non rimangano parole di circostanza, ma siano l’impegno concreto di chi intende testimoniare la presenza del Regno di Dio. (MM, 19)
18. Far crescere una cultura della misericordia
Siamo chiamati a far crescere una cultura della misericordia, basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri: una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli. Le opere di misericordia sono “artigianali”: nessuna di esse è uguale all’altra; le nostre mani possono modellarle in mille modi, e anche se unico è Dio che le ispira e unica la “materia” di cui sono fatte, cioè la misericordia stessa, ciascuna acquista una forma diversa. (MM, 20)
19. Preghiera assidua
La cultura della misericordia si forma nella preghiera assidua, nella docile apertura all’azione dello Spirito, nella familiarità con la vita dei santi e nella vicinanza concreta ai poveri. È un invito pressante a non fraintendere dove è determinante impegnarsi. La tentazione di fare la “teoria della misericordia” si supera nella misura in cui questa si fa vita quotidiana di partecipazione e condivisione. (MM, 20)
20. Giornata mondiale dei poveri
Alla luce del “Giubileo delle persone socialmente escluse”, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri. Sarà la più degna preparazione per vivere la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il quale si è identificato con i piccoli e i poveri e ci giudicherà sulle opere di misericordia (cfr Mt 25,31-46). (MM, 21)
Sezione:
catechesi,
esempi di vita,
Francesco
venerdì 28 ottobre 2016
Internet, cosa ne pensa la Chiesa in 10 punti
I due testi riprendevano, evidentemente, idee generali sulla comunicazione già espresse dallo stesso Pontificio Consiglio in precedenti documenti, quali ad esempio la Aetatis novae ed Etica nelle Comunicazioni sociali.
1. Risolvere problemi
Questa tecnologia può essere uno strumento per risolvere problemi umani, promuovendo lo sviluppo integrale delle persone, creando un mondo governato da giustizia, pace e amore. (EI, n. 5)
2. Ampliare orizzonti
Internet può aiutare le persone ad usare responsabilmente la libertà e la democrazia, a espandere la gamma di scelte disponibili nei diversi campi della vita, ad ampliare gli orizzonti culturali ed educativi, a eliminare le divisioni, a promuovere lo sviluppo umano in una moltitudine di modi. (EI, n. 9)
3. Giornalismo onesto
Internet è uno strumento di informazione molto efficiente e rapido. Tuttavia la competitività economica e la presenza giorno e notte del giornalismo on-line contribuiscono anche al sensazionalismo e alla diffusione del pettegolezzo, alla mescolanza di notizie, pubblicità e spettacolo, e a una diminuzione, almeno apparente, delle cronache e dei commenti seri. Un giornalismo onesto è essenziale per il bene comune delle nazioni e della comunità internazionale. Questi problemi evidenti nella pratica del giornalismo su Internet esigono una soluzione rapida da parte dei giornalisti stessi .(EI, n. 13)
4. Comprensione reciproca
Un problema per molti è l'incredibile quantità di informazioni su Internet, di gran parte delle quali non ci si preoccupa di controllare se siano giuste e appropriate. Siamo preoccupati anche per il fatto che gli utenti di Internet utilizzano la tecnologia che permette di creare notizie su comando, semplicemente per fabbricare barriere elettroniche contro idee poco familiari. Ciò non sarebbe salutare in un mondo pluralistico nel quale è necessaria una crescente comprensione reciproca fra le persone. (EI, n. 14)
5. Valutare in modo informato e sagace
Le scuole e altre istituzioni e programmi educativi dovrebbero insegnare l'uso perspicace di Internet quale parte di un'educazione mass-mediologica completa, che includa non solo l'acquisizione di abilità tecniche — prime nozioni di informatica e tutto ciò che si supporta ad essa — ma anche l'acquisizione della capacità di valutare in modo informato e sagace i contenuti. (EI, n. 15)
L'educazione e la formazione relative a Internet dovrebbero essere parte di programmi completi di educazione ai mezzi di comunicazione sociale, rivolti ai membri della Chiesa. Per quanto possibile, la programmazione pastorale delle comunicazioni sociali dovrebbe provvedere a questa formazione nell'istruzione dei seminaristi, dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici così come degli insegnanti, dei genitori e degli studenti. (CI, n. 7)
6. Auto-regolamentazione è il metodo migliore
Una regolamentazione di Internet è auspicabile e in linea di principio l'auto-regolamentazione è il metodo migliore. (EI, n. 15)
7. Promuovere prosperità e pace
Internet può offrire un prezioso contributo alla vita umana. Può promuovere la prosperità e la pace, lo sviluppo intellettuale ed estetico, la comprensione reciproca fra i popoli e le nazioni su scala globale. Può anche aiutare gli uomini e le donne nella loro continua ricerca di autocomprensione. (EI, n. 18)
8. Vivere più pienamente la fede
Sebbene la realtà virtuale del ciberspazio non possa sostituire una comunità interpersonale autentica o la realtà dei Sacramenti e della Liturgia o l'annuncio diretto e immediato del Vangelo, può completarli, spingere le persone a vivere più pienamente la fede e arricchire la vita religiosa dei fruitori. Essa è per la Chiesa anche uno strumento per comunicare con gruppi particolari come giovani e giovani adulti, anziani e persone costrette a casa, persone che vivono in aree remote, membri di altri organismi religiosi, che altrimenti non sarebbe possibile raggiungere. (CI, n. 5)
9. Tirarsi indietro è inaccettabile
È importante anche che le persone, a tutti i livelli ecclesiali, utilizzino Internet in modo creativo per adempiere alle proprie responsabilità e per svolgere la propria azione di Chiesa. Tirarsi indietro timidamente per paura della tecnologia o per qualche altro motivo non è accettabile, sopratutto in considerazione delle numerose possibilità positive che Internet offre. (CI, n. 10)
Internet non è soltanto uno strumento di svago e di gratificazione consumistica. È uno strumento per svolgere un'attività utile e i giovani devono imparare a considerarlo e usarlo come tale. Nel ciberspazio, come in ogni altro luogo del resto, i giovani possono essere chiamati ad andare controcorrente, a esercitare controcultura, perfino a subire persecuzione per il vero e il buono. (CI, n. 11)
10. Virtù per un buon uso
È necessaria molta prudenza per individuare con chiarezza le implicazioni, il potenziale di bene e di male di questo muovo mezzo e per affrontare in maniera creativa le sfide che pone e le opportunità che offre.
È necessaria giustizia, in particolare per eliminare il «digital divide», il divario di informazione fra i ricchi e i poveri nel mondo di oggi. Ciò richiede un impegno, in favore del bene comune internazionale e la «globalizzazione della solidarietà».
Sono necessari forza e coraggio. Ciò significa difendere la fede contro il relativismo religioso e morale, l'altruismo e la generosità contro il consumismo individualistico e la decenza contro la sensualità e il peccato.
È necessaria la temperanza, un approccio auto-disciplinato a questo importante strumento tecnologico che è Internet, per utilizzarlo saggiamente e soltanto per fare il bene. (CI, n. 12)
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digital media,
impegno sociale,
missioni,
nuovi media
venerdì 14 ottobre 2016
7 chiavi per capire e rispondere al dramma dei migranti minorenni: parola di Francesco
1. Al collo una macina da mulino
«Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt18,6; cfr Mc 9,42; Lc 17,2). Come non pensare a questo severo monito considerando lo sfruttamento esercitato da gente senza scrupoli a danno di tante bambine e tanti bambini avviati alla prostituzione o presi nel giro della pornografia, resi schiavi del lavoro minorile o arruolati come soldati, coinvolti in traffici di droga e altre forme di delinquenza, forzati alla fuga da conflitti e persecuzioni, col rischio di ritrovarsi soli e abbandonati?
2. Problema di tutti
Le migrazioni, oggi, non sono un fenomeno limitato ad alcune aree del pianeta, ma toccano tutti i continenti e vanno sempre più assumendo le dimensioni di una drammatica questione mondiale. Non si tratta solo di persone in cerca di un lavoro dignitoso o di migliori condizioni di vita, ma anche di uomini e donne, anziani e bambini che sono costretti ad abbandonare le loro case con la speranza di salvarsi e di trovare altrove pace e sicurezza. Sono in primo luogo i minori a pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, dalla miseria e dalle condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi. La corsa sfrenata verso guadagni rapidi e facili comporta anche lo sviluppo di aberranti piaghe come il traffico di bambini, lo sfruttamento e l’abuso di minori e, in generale, la privazione dei diritti inerenti alla fanciullezza sanciti dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
3. Il gruppo più vulnerabile
4. Un segno dei tempi
Come rispondere a tale realtà?
Prima di tutto rendendosi consapevoli che il fenomeno migratorio non è avulso dalla storia della salvezza, anzi, ne fa parte. Ad esso è connesso un comandamento di Dio: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20); «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto» (Dt 10,19). Tale fenomeno costituisce un segno dei tempi, un segno che parla dell’opera provvidenziale di Dio nella storia e nella comunità umana in vista della comunione universale. Pur senza misconoscere le problematiche e, spesso, i drammi e le tragedie delle migrazioni, come pure le difficoltà connesse all’accoglienza dignitosa di queste persone, la Chiesa incoraggia a riconoscere il disegno di Dio anche in questo fenomeno, con la certezza che nessuno è straniero nella comunità cristiana, che abbraccia «ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9). Ognuno è prezioso, le persone sono più importanti delle cose e il valore di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti.
5. Gli approfittatori
6. Soluzioni durature
7. Nei Paesi d'origine
Sezione:
Francesco,
impegno sociale
martedì 4 ottobre 2016
Papa sui luoghi del terremoto, non esistono macerie che non valgano una rinascita
Papa Francesco prega in silenzio davanti alle macerie di Amatrice, simbolo del terremoto del 24 agosto che ha provocato centinaia di vittime nel Centro Italia.
La lettura che faccio di questa immagine (il Vicario di Cristo vestito di bianco al centro, la strada, le macerie, il campanile nel fondo, lo squarcio della visione d'insieme) è di un cammino verso la rinascita (le strutture materiali, ma anche la forza della fede, dell'amore, della speranza)... e ciascuno può applicare questa lettura alle proprie esistenze.
Più la guardo e più mi commuovo. Troppo umano!
Qui è possibile ascoltare le parole che il Papa ha rivolto ad alcuni presenti: http://chirb.it/hqvvFx.
Sezione:
esempi di vita,
Francesco
martedì 13 settembre 2016
Chiesa e informazione vanno a braccetto, da sempre!
Intanto, perché la sua ragione d’essere è proprio la trasmissione di una novità, il Vangelo – la Buona Notizia –, e poi perché gode di una organizzazione istituzionale – alla quale appartengono evidentemente anche tutti e singoli i suoi membri – che ruota attorno alla comunicazione di questo contenuto.
In termini più precisi, parliamo qui del compito e della missione evangelizzatrice che spetta ad ogni battezzato. E che cos’è evangelizzare se non portare a conoscenza – informare – di un altro individuo la novità contenuta appunto nel Vangelo, e cioè la salvezza dell’uomo e del mondo per opera della misericordia di Dio?
In termini più precisi, parliamo qui del compito e della missione evangelizzatrice che spetta ad ogni battezzato. E che cos’è evangelizzare se non portare a conoscenza – informare – di un altro individuo la novità contenuta appunto nel Vangelo, e cioè la salvezza dell’uomo e del mondo per opera della misericordia di Dio?
Siamo senz’altro di fronte ad un contenuto di fede, religioso, che però è ricco di spunti legati all’attualità del momento storico che ogni individuo è chiamato a vivere. Certamente, le varie azioni informative che riguardano la Chiesa hanno a loro volta dei “soggetti” che contribuiscono a generare e ad alimentare il processo. Specificamente, possiamo parlare di istituzioni, persone e mezzi.
Le istituzioni
Le istituzioni
Rientrano tra le istituzioni della Chiesa, ovviamente la Santa Sede con la Curia Romana, le Conferenze Episcopali, le Diocesi, le Parrocchie e tutti gli altri organismi cattolici, a cominciare dagli Istituti di vita consacrata, i movimenti, i gruppi missionari, ecc.
Il materiale informativo che questi soggetti producono – sia che poi lo trasmettano direttamente attraverso i propri mezzi, sia che vengano ripresi dai mezzi di comunicazione secolari – riguarda ad esempio le dichiarazioni ufficiali (di indole dottrinale, legate ai costumi, al culto, ai riti); le iniziative religiose o assistenziali; la propria organizzazione, ad esempio in termini di crescita e sviluppo (pensando all’erezione di nuove Diocesi o parrocchie); le opere propriamente dette di evangelizzazione o missionarie.
Le persone
In quanto alle persone, sono soggetto (producono) e oggetto (il loro pronunciamento e il loro operato è di interesse per l’opinione pubblica) di informazione, innanzitutto il Papa, in quanto Vescovo di Roma, Vicario di Cristo e “somma istituzione” della Chiesa; i Vescovi, i Parroci, i Superiori Religiosi, il laicato cattolico.
In quanto alle persone, sono soggetto (producono) e oggetto (il loro pronunciamento e il loro operato è di interesse per l’opinione pubblica) di informazione, innanzitutto il Papa, in quanto Vescovo di Roma, Vicario di Cristo e “somma istituzione” della Chiesa; i Vescovi, i Parroci, i Superiori Religiosi, il laicato cattolico.
Le informazioni che questi generano riguardano principalmente il Magistero della Chiesa (pronunciamenti sulla dottrina e sulla fede); la diffusione dell’insegnamento cristiano attraverso l’attività pastorale e la catechesi; l’esempio e la testimonianza di fede mediante gesti e scelte di vita.
Quest’ultimo punto non sempre è tenuto in debita considerazione, eppure nell’opinione pubblica l’“immagine” è quasi sempre più importante delle parole, soprattutto se c’è in gioco la coerenza, la credibilità e l’affidabilità di chi per propria missione è chiamato ad essere un riferimento – oltreché un richiamo – morale per gli altri.
I mezzi
Infine, ci sono i mezzi, che sono soggetto di informazione per il possesso proprio che la Chiesa ne ha, in quanto, in questo caso, diventano fonti per altri mezzi di comunicazione. Sono invece oggetto di informazione in tutti quei casi in cui la Chiesa si pronuncia dando delle indicazioni magisteriali sul loro utilizzo e le loro finalità. Annunciando, cioè, quel “come dovrebbero essere”, che a partire dal Concilio Vaticano II ha generato una ricca e più influente tradizione.
I mezzi
Infine, ci sono i mezzi, che sono soggetto di informazione per il possesso proprio che la Chiesa ne ha, in quanto, in questo caso, diventano fonti per altri mezzi di comunicazione. Sono invece oggetto di informazione in tutti quei casi in cui la Chiesa si pronuncia dando delle indicazioni magisteriali sul loro utilizzo e le loro finalità. Annunciando, cioè, quel “come dovrebbero essere”, che a partire dal Concilio Vaticano II ha generato una ricca e più influente tradizione.
Per un approfondimento di questi concetti rimando al libro La missione digitale, che ho curato insieme al collega Bruno Mastroianni, e al manuale più dettagliato Teoria e pratica del giornalismo religioso.
Sezione:
digital media,
impegno sociale,
missioni,
nuovi media
lunedì 29 agosto 2016
Nuovi media e vecchi tic: i rischi in agguato per chi naviga in Rete
Con l'avvento dei cosiddetti nuovi media ci siamo incamminati in una “evoluzione mediatica” che ha assunto una velocità elevata negli ultimi anni e che, insieme all’innovazione, ha forse portato anche un po’ di confusione, e sicuramente smarrimento, soprattutto in chi era abituato a processi più lenti e cambiamenti meno travolgenti.
Di che si tratta?
Quando parliamo di nuovi media o media digitali ci riferiamo sostanzialmente a quei mezzi di comunicazione che hanno una correlazione con la tecnologia informatica e si sono sviluppati proprio in conseguenza della sua nascita e diffusione. Questi moderni mezzi si servono, insomma, del contesto digitale e spostano (ampliandola) la prassi comunicativa dal modello unidirezionale o univoco e bidirezionale o molteplice a quello collettivo (many-to-many), favorendo così una simultaneità di conoscenze e di esperienze che vengono condivise, attraverso gli strumenti tecnici appunto.
Quando diciamo “digitale” ci riferiamo al codice digitale, e quindi alle rappresentazioni numeriche che hanno in comune l’uso del computer o di altri sistemi digitali i quali, “mescolando” bit, permettono di partecipare al processo della comunicazione. Tale “mescolamento” è ciò che definisce anche le principali caratteristiche dei nuovi media.
Tra queste è possibile evidenziare, ad esempio, l’elemento di velocità nella trasmissione e comunicazione a distanza; la portata geografica e demografica, e con essa l’accesso illimitato, quantomeno potenziale; l’accuratezza (anch’essa almeno potenziale) dell’informazione trasmessa; la mancanza di limiti spazio-temporali; l’elevato grado di partecipazione; l’interattività, cioè la possibilità di interagire in maniera veloce con testi digitali; la convergenza tra strumenti o tecnologie diversi; il potenziale di memoria, ossia la capacità di conservare le informazioni per una consultazione successiva; l’automazione e così via.
Tra queste è possibile evidenziare, ad esempio, l’elemento di velocità nella trasmissione e comunicazione a distanza; la portata geografica e demografica, e con essa l’accesso illimitato, quantomeno potenziale; l’accuratezza (anch’essa almeno potenziale) dell’informazione trasmessa; la mancanza di limiti spazio-temporali; l’elevato grado di partecipazione; l’interattività, cioè la possibilità di interagire in maniera veloce con testi digitali; la convergenza tra strumenti o tecnologie diversi; il potenziale di memoria, ossia la capacità di conservare le informazioni per una consultazione successiva; l’automazione e così via.
Ambienti di fruizione d'informazione e luoghi di formazione
Ci sembra sbagliato definire un elenco di “nuovi media”, perché significherebbe creare una cesura netta proprio tra “vecchio” e “nuovo” che in realtà l’innovazione tecnologica non realizza. Piuttosto, la novità sta nel perfezionamento delle tecnologie tradizionali non solo da un punto di vista estetico ma anche delle funzionalità offerte.
In sostanza, quello che i nuovi media apportano è l’inclusione di alcune componenti, che migliorano e implementano le caratteristiche dei mezzi tradizionali: pensiamo ad esempio alla TV o all’apparecchio telefonico e come la funzione principale sia comunque preservata, pur affiancata da nuove funzionalità, e generalmente migliorata. Pensiamo anche a come Internet ingloba dentro di sé i tradizionali stampa, radio, televisione e cinema, offrendo un insieme di servizi un tempo impensabili.
Ci sembra sbagliato definire un elenco di “nuovi media”, perché significherebbe creare una cesura netta proprio tra “vecchio” e “nuovo” che in realtà l’innovazione tecnologica non realizza. Piuttosto, la novità sta nel perfezionamento delle tecnologie tradizionali non solo da un punto di vista estetico ma anche delle funzionalità offerte.
In sostanza, quello che i nuovi media apportano è l’inclusione di alcune componenti, che migliorano e implementano le caratteristiche dei mezzi tradizionali: pensiamo ad esempio alla TV o all’apparecchio telefonico e come la funzione principale sia comunque preservata, pur affiancata da nuove funzionalità, e generalmente migliorata. Pensiamo anche a come Internet ingloba dentro di sé i tradizionali stampa, radio, televisione e cinema, offrendo un insieme di servizi un tempo impensabili.
Resta chiaro che i media digitali sono diventati degli ambienti di fruizione d’informazione e spazi alternativi alla realtà quotidiana per momenti di svago e tempo libero, ma anche “luogo” di formazione e approfondimento dai quali è ormai impossibile prescindere.C'è un "però", e sono i rischi in agguato che non si possono ignorare e che aiutano ad assumere un ruolo consapevole della propria presenza nella Rete. Conoscere quali sono i rischi a cui andiamo incontro ci aiuta a impostare meglio il contributo che ciascuno di noi vuole e può dare attraverso i social.
I rischi in agguato: superficialità, overdose informativa, confusione...
Oltre ad essere uno stimolo a esplorare nuovi modi di ideare e fruire storie e accadimenti, che vengono poi diramati attraverso le piattaforme tecnologiche, ci sono delle prassi, nel nuovo sistema mediatico, che di fatto possono comprometterne le finalità o quantomeno il risultato complessivo.
Il rischio più in agguato di tutti è fuor di dubbio la superficialità. Proprio per il modo in cui questi moderni mezzi di comunicazione tecnologica sono concepiti – velocità, immediatezza, concisione (vedi Twitter) –, permettono di cadere nel rischio della semplificazione eccessiva dei contenuti, e di conseguenza del proprio “messaggio”, che può giungere monco o addirittura alterato. Si dirà, ed è vero, che è tipico di questo meccanismo comunicativo il fatto di “rendere tutto più semplice”, ma il legittimo (e a questo punto quasi doveroso) desiderio di “semplificare i concetti” non deve trasformarsi in un’operazione sbrigativa, frettolosa, generica o approssimativa, che sono appunto sinonimi di qualcosa realizzata in maniera semplicistica e perciò superficiale.
Un altro rischio da tener presente è quello della overdose (dis)informativa. Le informazioni sono, come sappiamo, il contenuto per eccellenza che circola in Rete: dall’immissione alla fruizione, è un continuo “navigare” e “approdare” nei porti di ogni latitudine e durante tutto l’arco della giornata. Eppure, molto spesso, alla circolazione di così tante informazioni non corrisponde un’altrettanta adeguata assunzione informativa da parte delle persone.
Saranno pure “informazioni” quelle che circolano, ma ciò che spesso a noi giunge è una babele di dati, opinioni, commenti, sviamenti che ci saziano ma non ci apportano alcunché di “formativo”. Per dirla in termini mangerecci, dopo tutta questa “scorpacciata”, molto spesso sappiamo meno cose di prima, in maniera errata o addirittura opposta all’input iniziale, che è andato smarrito nella lunga, agitata e tempestosa traversata comunicativa.
A questo punto è chiaro che al destinatario finale non è giunto altro che una disinformazione, o per meglio dire una non-informazione, perché l’informazione o c’è, è vera ed è stata acquisita, oppure non è mai esistita.
Collegato ai precedenti, c’è un ultimo consistente rischio, che si spiega da solo ed è conseguenza sia della superficialità che dell’overdose informativa, ed è la confusione. Confuso è il messaggio che arriva a destinazione, che nel frattempo si è sminuito o spezzettato (semplificato) per rispondere ai canoni della nuova comunicazione tecnologica; ugualmente confusi restano i destinatari di tutte queste informazioni, trovandosi di fronte ad un panorama talmente esteso e variegato che non riescono in alcun modo a mettere a fuoco.
Oltre ad essere uno stimolo a esplorare nuovi modi di ideare e fruire storie e accadimenti, che vengono poi diramati attraverso le piattaforme tecnologiche, ci sono delle prassi, nel nuovo sistema mediatico, che di fatto possono comprometterne le finalità o quantomeno il risultato complessivo.
Il rischio più in agguato di tutti è fuor di dubbio la superficialità. Proprio per il modo in cui questi moderni mezzi di comunicazione tecnologica sono concepiti – velocità, immediatezza, concisione (vedi Twitter) –, permettono di cadere nel rischio della semplificazione eccessiva dei contenuti, e di conseguenza del proprio “messaggio”, che può giungere monco o addirittura alterato. Si dirà, ed è vero, che è tipico di questo meccanismo comunicativo il fatto di “rendere tutto più semplice”, ma il legittimo (e a questo punto quasi doveroso) desiderio di “semplificare i concetti” non deve trasformarsi in un’operazione sbrigativa, frettolosa, generica o approssimativa, che sono appunto sinonimi di qualcosa realizzata in maniera semplicistica e perciò superficiale.
Un altro rischio da tener presente è quello della overdose (dis)informativa. Le informazioni sono, come sappiamo, il contenuto per eccellenza che circola in Rete: dall’immissione alla fruizione, è un continuo “navigare” e “approdare” nei porti di ogni latitudine e durante tutto l’arco della giornata. Eppure, molto spesso, alla circolazione di così tante informazioni non corrisponde un’altrettanta adeguata assunzione informativa da parte delle persone.
Saranno pure “informazioni” quelle che circolano, ma ciò che spesso a noi giunge è una babele di dati, opinioni, commenti, sviamenti che ci saziano ma non ci apportano alcunché di “formativo”. Per dirla in termini mangerecci, dopo tutta questa “scorpacciata”, molto spesso sappiamo meno cose di prima, in maniera errata o addirittura opposta all’input iniziale, che è andato smarrito nella lunga, agitata e tempestosa traversata comunicativa.
A questo punto è chiaro che al destinatario finale non è giunto altro che una disinformazione, o per meglio dire una non-informazione, perché l’informazione o c’è, è vera ed è stata acquisita, oppure non è mai esistita.
Collegato ai precedenti, c’è un ultimo consistente rischio, che si spiega da solo ed è conseguenza sia della superficialità che dell’overdose informativa, ed è la confusione. Confuso è il messaggio che arriva a destinazione, che nel frattempo si è sminuito o spezzettato (semplificato) per rispondere ai canoni della nuova comunicazione tecnologica; ugualmente confusi restano i destinatari di tutte queste informazioni, trovandosi di fronte ad un panorama talmente esteso e variegato che non riescono in alcun modo a mettere a fuoco.
La stessa confusione è carburante per la ripartenza di tutto il processo (superficialità-overdose-confusione), e così all’infinito, se non s’interviene per tempo.
Altri rischi (partigianeria, strumentalizzazione, persuasione negativa, ecc.), che non hanno bisogno di commento, sono in un certo senso figli di questi principali che abbiamo esposto, e perciò frutto di una cattiva comprensione del mezzo o di una mancata vigilanza e capacità di stare al di sopra dei fenomeni, per poterli controllare e meglio gestire.
Per un approfondimento di questi concetti rimando al libro La missione digitale, che ho curato insieme al collega Bruno Mastroianni. In un post successivo spiegherò come ovviare a questi rischi e impostare una presenza in Rete significativa e di qualità, che possa servire al bene comune.
Altri rischi (partigianeria, strumentalizzazione, persuasione negativa, ecc.), che non hanno bisogno di commento, sono in un certo senso figli di questi principali che abbiamo esposto, e perciò frutto di una cattiva comprensione del mezzo o di una mancata vigilanza e capacità di stare al di sopra dei fenomeni, per poterli controllare e meglio gestire.
Per un approfondimento di questi concetti rimando al libro La missione digitale, che ho curato insieme al collega Bruno Mastroianni. In un post successivo spiegherò come ovviare a questi rischi e impostare una presenza in Rete significativa e di qualità, che possa servire al bene comune.
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editoriale,
nuovi media
martedì 2 agosto 2016
Cosa resta della #GMG di Cracovia: le 18 frasi più significative di #PapaFrancesco
Cosa resta della Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia? A seguire, le 18 frasi più significative che Papa Francesco ha pronunciato nei vari interventi pubblici, in particolare con i giovani.
Incontro con le autorità
2. Si può perdonare totalmente? È una grazia che dobbiamo chiedere al Signore. Noi, da noi stessi, noi non possiamo: facciamo lo sforzo, tu lo hai fatto; ma è una grazia che ti dà il Signore, il perdono, di perdonare il nemico, perdonare quello che ti ha ferito, quello che ti ha fatto del male. Quando Gesù nel Vangelo ci dice: “Chi ti dà uno schiaffo su una guancia, dagli l’altra”, significa questo: lasciare nelle mani del Signore questa saggezza del perdono, che è una grazia. Ma a noi spetta fare tutta la nostra parte per perdonare.
3. La pace costruisce ponti, l’odio è il costruttore dei muri. Tu devi scegliere, nella vita: o faccio ponti, o faccio muri. I muri dividono e l’odio cresce: quando c’è divisione, cresce l’odio. I ponti uniscono, e quando c’è il ponte l’odio può andarsene via, perché io posso sentire l’altro, parlare con l’altro. A me piace pensare e dire che noi abbiamo, nelle nostre possibilità di tutti i giorni, la capacità di fare un ponte umano. Quando tu stringi la mano a un amico, a una persona, tu fai un ponte umano. Tu fai un ponte. Invece, quando tu colpisci un altro, insulti un altro, tu costruisci un muro. L’odio cresce sempre con i muri.
3. La pace costruisce ponti, l’odio è il costruttore dei muri. Tu devi scegliere, nella vita: o faccio ponti, o faccio muri. I muri dividono e l’odio cresce: quando c’è divisione, cresce l’odio. I ponti uniscono, e quando c’è il ponte l’odio può andarsene via, perché io posso sentire l’altro, parlare con l’altro. A me piace pensare e dire che noi abbiamo, nelle nostre possibilità di tutti i giorni, la capacità di fare un ponte umano. Quando tu stringi la mano a un amico, a una persona, tu fai un ponte umano. Tu fai un ponte. Invece, quando tu colpisci un altro, insulti un altro, tu costruisci un muro. L’odio cresce sempre con i muri.
4. La Madonna, a Cana, ha mostrato tanta concretezza: è una Madre che si prende a cuore i problemi e interviene, che sa cogliere i momenti difficili e provvedervi con discrezione, efficacia e determinazione. Non è padrona né protagonista, ma Madre e serva. Chiediamo la grazia di fare nostra la sua sensibilità, la sua fantasia nel servire chi è nel bisogno, la bellezza di spendere la vita per gli altri, senza preferenze e distinzioni. Ella, causa della nostra gioia, che porta la pace in mezzo all’abbondanza del peccato e ai subbugli della storia, ci ottenga la sovrabbondanza dello Spirito, per essere servi buoni e fedeli.
5. Nei miei anni vissuti da Vescovo ho imparato una cosa – ne ho imparate tante, ma una voglio dirla adesso -: non c’è niente di più bello che contemplare i desideri, l’impegno, la passione e l’energia con cui tanti giovani vivono la vita. Questo è bello! E da dove viene questa bellezza? Quando Gesù tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi sono capaci di azioni veramente grandiose. È stimolante, sentirli condividere i loro sogni, le loro domande e il loro desiderio di opporsi a tutti coloro che dicono che le cose non possono cambiare.
6. Conoscendo la passione che voi mettete nella missione, oso ripetere: la misericordia ha sempre il volto giovane. Perché un cuore misericordioso ha il coraggio di lasciare le comodità; un cuore misericordioso sa andare incontro agli altri, riesce ad abbracciare tutti. Un cuore misericordioso sa essere un rifugio per chi non ha mai avuto una casa o l’ha perduta, sa creare un ambiente di casa e di famiglia per chi ha dovuto emigrare, è capace di tenerezza e di compassione. Un cuore misericordioso sa condividere il pane con chi ha fame, un cuore misericordioso si apre per ricevere il profugo e il migrante. Dire misericordia insieme a voi, è dire opportunità, è dire domani, è dire impegno, è dire fiducia, è dire apertura, ospitalità, compassione, è dire sogni.
6. Conoscendo la passione che voi mettete nella missione, oso ripetere: la misericordia ha sempre il volto giovane. Perché un cuore misericordioso ha il coraggio di lasciare le comodità; un cuore misericordioso sa andare incontro agli altri, riesce ad abbracciare tutti. Un cuore misericordioso sa essere un rifugio per chi non ha mai avuto una casa o l’ha perduta, sa creare un ambiente di casa e di famiglia per chi ha dovuto emigrare, è capace di tenerezza e di compassione. Un cuore misericordioso sa condividere il pane con chi ha fame, un cuore misericordioso si apre per ricevere il profugo e il migrante. Dire misericordia insieme a voi, è dire opportunità, è dire domani, è dire impegno, è dire fiducia, è dire apertura, ospitalità, compassione, è dire sogni.
Visita ad Auschwitz
7. (silenzio e preghiera)
Visita all'ospedale pediatrico
9. Oggi l’umanità ha bisogno di uomini e di donne, e in modo particolare di giovani come voi, che non vogliono vivere la propria vita “a metà”, giovani pronti a spendere la vita nel servizio gratuito ai fratelli più poveri e più deboli, a imitazione di Cristo, che ha donato tutto sé stesso per la nostra salvezza. Di fronte al male, alla sofferenza, al peccato, l’unica risposta possibile per il discepolo di Gesù è il dono di sé, anche della vita, a imitazione di Cristo; è l’atteggiamento del servizio. Se uno – che si dice cristiano – non vive per servire, non serve per vivere. Con la sua vita rinnega Gesù Cristo.
Messa con i sacerdoti
10. Gesù manda. Lui desidera, fin dall’inizio, che la Chiesa sia in uscita, vada nel mondo. E vuole che lo faccia così come Lui stesso ha fatto, come Lui è stato mandato nel mondo dal Padre: non da potente, ma nella condizione di servo (cfr Fil 2,7), non «per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45) e per portare il lieto annuncio (cfr Lc 4,18); così anche i suoi sono inviati, in ogni tempo. Colpisce il contrasto: mentre i discepoli chiudevano le porte per timore, Gesù li invia in missione; vuole che aprano le porte ed escano a diffondere il perdono e la pace di Dio, con la forza dello Spirito Santo.
Visita all'ospedale pediatrico
8. Quanto vorrei che, come cristiani, fossimo capaci di stare accanto ai malati alla maniera di Gesù, con il silenzio, con una carezza, con la preghiera. La nostra società è purtroppo inquinata dalla cultura dello “scarto”, che è il contrario della cultura dell’accoglienza. E le vittime della cultura dello scarto sono proprio le persone più deboli, più fragili; e questa è una crudeltà.
9. Oggi l’umanità ha bisogno di uomini e di donne, e in modo particolare di giovani come voi, che non vogliono vivere la propria vita “a metà”, giovani pronti a spendere la vita nel servizio gratuito ai fratelli più poveri e più deboli, a imitazione di Cristo, che ha donato tutto sé stesso per la nostra salvezza. Di fronte al male, alla sofferenza, al peccato, l’unica risposta possibile per il discepolo di Gesù è il dono di sé, anche della vita, a imitazione di Cristo; è l’atteggiamento del servizio. Se uno – che si dice cristiano – non vive per servire, non serve per vivere. Con la sua vita rinnega Gesù Cristo.
Messa con i sacerdoti
10. Gesù manda. Lui desidera, fin dall’inizio, che la Chiesa sia in uscita, vada nel mondo. E vuole che lo faccia così come Lui stesso ha fatto, come Lui è stato mandato nel mondo dal Padre: non da potente, ma nella condizione di servo (cfr Fil 2,7), non «per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45) e per portare il lieto annuncio (cfr Lc 4,18); così anche i suoi sono inviati, in ogni tempo. Colpisce il contrasto: mentre i discepoli chiudevano le porte per timore, Gesù li invia in missione; vuole che aprano le porte ed escano a diffondere il perdono e la pace di Dio, con la forza dello Spirito Santo.
11. Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere, non vogliamo insultare. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia.
12. Ma la verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. È molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà.
13. Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia.
14. Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano / młodzi kanapowi, ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con gli scarponcini calzati. Questo tempo accetta solo giocatori titolari in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro. No! Noi dobbiamo decidere il nostro futuro, voi il vostro futuro!
12. Ma la verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. È molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà.
13. Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia.
14. Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano / młodzi kanapowi, ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con gli scarponcini calzati. Questo tempo accetta solo giocatori titolari in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro. No! Noi dobbiamo decidere il nostro futuro, voi il vostro futuro!
15. Fidatevi del ricordo di Dio: la sua memoria non è un “disco rigido” che registra e archivia tutti i nostri dati, la sua memoria è un cuore tenero di compassione, che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male. Proviamo anche noi, ora, a imitare la memoria fedele di Dio e a custodire il bene che abbiamo ricevuto in questi giorni. In silenzio facciamo memoria di questo incontro, custodiamo il ricordo della presenza di Dio e della sua Parola, ravviviamo in noi la voce di Gesù che ci chiama per nome.
16. Io non so se ci sarò a Panama, ma vi posso assicurare una cosa: che Pietro ci sarà a Panama. E Pietro vi chiederà se avete parlato con i nonni, se avete parlato con gli anziani per avere memoria; se avete avuto coraggio e audacia per affrontare le situazioni e avete seminato per il futuro. E a Pietro darete la risposta. E’ chiaro? [Sì!]
Ai giornalisti
17. (Andata) Una sola parola vorrei dire per chiarire. Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione, no. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliamo la pace. La guerra, la vogliono gli altri. Capito?
18. (Ritorno) A me piace parlare con i giovani. E mi piace ascoltare i giovani. (...) Il nostro futuro sono loro, e dobbiamo dialogare. È importante questo dialogo tra passato e futuro. È per questo che io sottolineo tanto il rapporto fra i giovani e i nonni, e quando dico “nonni” intendo i più vecchi e i non tanto vecchi – ma io sì! – per dare anche la nostra esperienza, perché loro ascoltino il passato, la storia e la riprendano e la portino avanti con il coraggio del presente, come ho detto questa sera.
lunedì 18 luglio 2016
Il perché di una #missionedigitale. Cooperare al bene comune attraverso i #socialmedia
Quando parliamo di nuovi media, troppo spesso attribuiamo al termine “nuovo” un significato che sposta verso il futuro una realtà che, invece, è ormai consolidata nel presente e che inizia ad avere anche una certa storia. Il nostro modo di comunicare è cambiato e questa trasformazione è entrata a pieno titolo nel vissuto quotidiano di ogni persona, perfino di quelle che non sono online. Da tempo, anche le istituzioni della Chiesa hanno preso atto di questa trasformazione, e molte modalità di comunicazione hanno trovato nel digitale un ambiente particolarmente adatto all’incontro tra le persone.
Il volume "La missione digitale. Comunicazione della Chiesa e social media" (a cura di G. Tridente e B. Mastroianni) nasce proprio con l’intento di offrire una riflessione agile in questo ambito. La prospettiva è quella di esplorare le dinamiche online, per trarne spunti professionali per chi si occupa di uffici comunicazione di istituzioni ecclesiali o di servizio sociale legate alla Chiesa.
Il testo non è rivolto soltanto agli addetti ai lavori, ma a chiunque voglia fare della sua presenza nella conversazione globale un’occasione per cooperare al bene comune. Oggi, infatti, la comunicazione non è più un semplice affare per professionisti (giornalisti e comunicatori) ma qualcosa a cui ciascuno contribuisce con la sua vita in Rete. Educatori, genitori, artisti, ecclesiastici, religiosi, volontari: tutti sono chiamati a dare il loro apporto, giacché il Web non è solo uno strumento, ma un ambiente da abitare, in cui si possono costruire legami e arricchire le proprie esperienze.
L’approccio dei saggi che compongono l’edizione è di tipo propositivo. Esistono fin troppi testi, in letteratura, pronti ad analizzare i pericoli e i rischi che la tecnologia digitale porta con sé. In queste pagine, invece, si parte dal presupposto inverso: ogni nuovo scenario di comunicazione – coinvolgendo donne e uomini – porta con sé le luci e le ombre della condizione umana, ed è proprio in considerazione della capacità di far luce che le ombre si possono dissipare. Pertanto, non si troveranno ragionamenti – seppur importanti – sullo “spegnere la tecnologia” o sul “mettere regole” per limitarne l’uso, quanto piuttosto su “cosa c’è da fare” nel momento in cui i dispositivi sono accessi e connessi a quel mondo fatto di relazioni interpersonali costituito dalla Rete.
Il continente digitale è popolato da comunità e gruppi di ogni tipo, da linguaggi e tradizioni, da culture e rituali molto diversi tra loro. Così come i primi missionari non ebbero alcun timore, di fronte a nuovi popoli e nuove culture, di incontrare l’altro nei suoi bisogni, nei suoi interessi, nella sua identità – in una parola: nella sua umanità – anche oggi la Chiesa si trova di fronte a questa missione digitale.
Il Vangelo, infatti, come dice Papa Francesco, è una buona notizia che parla all’uomo di felicità, perché parla di un incontro, quello con Gesù. Servono uomini e donne presenti online capaci di portare la gioia di quell’incontro fondamentale. Per fare questo, come i primi missionari occorre conoscere il terreno e le tradizioni dei popoli del Web, i loro linguaggi e il loro modo di entrare in relazione.
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impegno sociale,
missioni
lunedì 11 luglio 2016
Un americano e una spagnola, laici, alla guida della Sala Stampa della Santa Sede
Un americano e una spagnola, laici e giornalisti, alla guida della Sala Stampa della Santa Sede. Li ha nominati Papa Francesco, in sostituzione del gesuita P. Federico Lombardi.
Si tratta di Greg Burke (@GregBurkeRome), nato nel 1959 a Saint Luis (USA), membro numerario dell'Opus Dei, già corrispondente da Roma per Fox News, chiamato nel 2012 in Segreteria di Stato, Sezione per gli Affari Generali, come Consulente per la comunicazione e, dal dicembre del 2015, Vice Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, che assumerà la carica di Direttore.
Come Vicedirettrice, il Santo Padre ha scelto Paloma García Ovejero (@pgovejero), nata a Madrid nel 1975, dal 1998 è redattrice e conduttrice della "Cadena Cope, Radio Española", con la qualifica di Capo Redattore e, dal 2012, corrispondente per l'Italia e per la Città del Vaticano. Oltre allo spagnolo, l'italiano e l'inglese, conosce il cinese.
Intervenendo una volta sulla professione giornalistica, disse: "La mia esperienza è che devo leggere, studiare tanto, per una notizia di quaranta secondi. Non è facile fare quaranta secondi bene se non ci sono state quaranta ore di studio, di silenzio. E questo è un mestiere".
A entrambi gli auguri di un proficuo lavoro al servizio della comunicazione della Chiesa, e un ringraziamento a P. Federico Lombardi, che ha servito con dedizione e grande umiltà gli ultimi tre Pontefici.
Sezione:
Francesco
martedì 5 luglio 2016
Francesco e Benedetto, due angeli custodi che si proteggono a vicenda
Nel suo libro, don Regoli ha voluto proporre una prima riflessione, compiuta e integrale, sugli otto anni di Pontificato di Benedetto XVI. "Mi rendo conto - spiega - che essendo stato pubblicato a soli tre anni dalla rinuncia, è solo un primo abbozzo, un primo tentativo che richiederà ulteriori approfondimenti". "Ci vorranno forse settant'anni - spiega - prima che siano aperti gli archivi vaticani riguardanti il pontificato di Joseph Ratzinger. Ma è necessario fin da ora applicare una visione storica a questa pagina di storia del papato. Un pontificato non può mai essere letto come un evento a sé stante, isolato da ciò che lo precede e ciò che lo segue. Come accade per il Vangelo, dove un versetto non basta a comprendere un passo".
Gli aspetti notevoli di un pontificato
"Credo che l'aspetto più originale e creativo del pontificato di Benedetto XVI - spiega Regoli - sia legato all'ecumenismo. Per sua iniziativa sono stati posti in essere nuovi meccanismi di comunione, come nel caso della creazione degli ordinariati personali con gli anglicani che crea un modo di governo inedito per entrambe le confessioni. Oppure ai passi compiuti da Papa Ratzinger nel dialogo con il mondo della cultura.Durante il suo pontificato si avviano dei colloqui con figure apicali provenienti da culture molto diverse da quella cattolica. Soprattutto del mondo liberale e del mondo marxista. Si aprono dibattiti legati alla questione cruciale del nostro tempo che è quella antropologica. Notevole anche la rilettura positiva che, a dieci anni di distanza, ha ricevuto il suo famoso discorso pronunciato a Ratisbona sulla inconcepibilità del connubio religione e violenza e sulla necessità di coniugare invece sempre fede e ragione".
"Credo che l'aspetto più originale e creativo del pontificato di Benedetto XVI - spiega Regoli - sia legato all'ecumenismo. Per sua iniziativa sono stati posti in essere nuovi meccanismi di comunione, come nel caso della creazione degli ordinariati personali con gli anglicani che crea un modo di governo inedito per entrambe le confessioni. Oppure ai passi compiuti da Papa Ratzinger nel dialogo con il mondo della cultura.Durante il suo pontificato si avviano dei colloqui con figure apicali provenienti da culture molto diverse da quella cattolica. Soprattutto del mondo liberale e del mondo marxista. Si aprono dibattiti legati alla questione cruciale del nostro tempo che è quella antropologica. Notevole anche la rilettura positiva che, a dieci anni di distanza, ha ricevuto il suo famoso discorso pronunciato a Ratisbona sulla inconcepibilità del connubio religione e violenza e sulla necessità di coniugare invece sempre fede e ragione".
Un solo Papa
Sulle conseguenze della rinuncia di Benedetto XVI, don Regoli è molto chiaro: "Come ha ribadito l'arcivescovo Gänswein alla presentazione del mio libro, oggi non ci sono due papi, ma un solo pontefice felicemente regnante. Resta però aperta la questione teologica e canonistica sull'emeritato, la creazione del Papa emerito, che resta una novità da studiare e approfondire".
Sulle conseguenze della rinuncia di Benedetto XVI, don Regoli è molto chiaro: "Come ha ribadito l'arcivescovo Gänswein alla presentazione del mio libro, oggi non ci sono due papi, ma un solo pontefice felicemente regnante. Resta però aperta la questione teologica e canonistica sull'emeritato, la creazione del Papa emerito, che resta una novità da studiare e approfondire".
Fabio Colagrande, RV
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benedetto xvi,
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