domenica 4 ottobre 2020
"Fratelli tutti": nel giorno del Poverello di Assisi, ecco la terza Enciclica di #PapaFrancesco sulla fraternità e l'amicizia sociale
venerdì 3 luglio 2020
La Chiesa e la comunicazione nel post Covid-19
Da più parti ci si chiede come sarà il mondo dopo la pandemia di Covid-19 e un aspetto fondamentale di questa riflessione non può che riguardare la comunicazione, che mai come in questa emergenza sanitaria mondiale ha dimostrato tutta la sua centralità. E non poteva essere altrimenti, dato che ogni uomo è oggi un media, tutti siamo interconnessi e non è più concepibile considerare l’umanità scissa dalla comunicazione, soprattutto a partire dall’avvento di Internet[1].
Tutto ciò fa il paio evidentemente con un sovraccarico informativo, la moltiplicazione di piattaforme, la generazione costante di iniziative editoriali che provocano uno stress sociale in cui si insinua il tarlo della disinformazione, che va a scapito della libertà della stessa cittadinanza, in quanto non le consente di prendere delle decisioni consapevoli e veramente utili.
La Chiesa – le comunità ecclesiali – non può esimersi da considerare tutti questi elementi, ma al tempo stesso non può stare alla finestra a guardare lasciando che la tempesta passi. Maestra di umanità, essa può invece inserirsi in questo flusso ormai irrefrenabile e continuare a fare la propria parte da protagonista. A partire da tutto quanto dimostrato dall’emergenza per il Covid-19, ritengo che ci siano almeno 3 fronti su cui impostare il lavoro comunicativo del futuro: vicinanza, fiducia e vocabolario.
1. Stare vicino
Nell’intervista rilasciata all’inizio della Settimana Santa di quest’anno a The Tablet, Papa Francesco ha detto chiaramente che la sua principale preoccupazione per il dopo Covid era quella di trovare i modi per “stare vicino”[2] al popolo di Dio.
Tra le principali vittime della solitudine ci sono sempre stati innanzitutto gli anziani, e la pandemia lo ha evidenziato in maniera ancora più forte e purtroppo drammatica[3]. Papa Francesco aveva visto lungo anche in questo, tanto è forte il richiamo che da sempre rivolge sull’attenzione alla popolazione della terza età nella sua predicazione. Dovranno perciò essere loro i pubblici privilegiati della vicinanza della Chiesa, anche sul piano comunicativo, per stimolare la società a rendersi conto di questo speciale tesoro – “le radici”, come le chiama Papa Francesco – che per troppo tempo ha messo all’angolo, e che il Coronavirus ha addirittura fatto evaporare falcidiando le vite di migliaia di nonni.
Legato a ciò c’è la vicinanza da mostrare ai ragazzi, coloro che da queste radici avrebbero dovuto trarre la linfa per diventare uomini nella società, e con loro alle famiglie, la dimora dove trascorrono il loro tempo e ricevono i principali insegnamenti.
C’è da mostrare inoltre vicinanza al mondo dell’educazione, dalle scuole dell’infanzia alle Università, e quindi agli insegnanti che ne sono il motore, perché è la scuola che insieme alla famiglia consente a una società di gettare le fondamenta qualitative del suo domani[4].
Infine c’è il mondo dell’impresa e del lavoro, altra vittima di questa pandemia, che dovrà rimettersi in sesto anche per generare un futuro economico per le popolazioni. Solidarietà, educazione e lavoro, dunque, come temi pienamente in linea con la Dottrina Sociale della Chiesa.
2. Fiducia
Come istituzione la Chiesa dovrà riacquistare la fiducia del suo Popolo, e ciò si collega strettamente con il tema della vicinanza di cui sopra. Più sono veramente vicino alle persone più acquisisco credibilità e termino per essere considerato partner affidabile nelle sfide che la storia mi presenta.
Il principale modo per trasmettere fiducia attraverso la comunicazione è quello di mostrarsi innanzitutto competenti: si parlerà soltanto di ciò che si saprà a fondo, perché studiato nei dettagli ed elaborato con perizia.
L’altro elemento è quello dell’onestà, che fa il paio con la trasparenza, cioè il comunicare in maniera limpida, anche le proprie vulnerabilità, senza nascondere nulla perché diversamente questo genera nei “pubblici” considerazioni non proprio piacevoli.
Infine bisognerà mostrarsi affidabili: pochi dati ma certi e di qualità, poche parole ma veritiere e chiare, pochi piani, ma tutti realizzabili, massima disponibilità a dare supporto e ad assistere. E questo sarà di conseguenza un modo concreto per superare lo scoraggiamento del proprio popolo, che in questo momento è molto ferito e abbastanza abbattuto. Il tutto andrà promosso con grande positività e vero senso di comunità.
3. Le giuste parole
Sappiamo benissimo del sovraccarico informativo in cui ci troviamo, e non serve aggiungere altro, però abbiamo molto da fare per quanto riguarda il ripristino del giusto vocabolario. Le parole possono essere come pietre, possono ferire, possono disorientare. Anche la loro assenza lo può fare. Ecco perché c’è bisogno di trovare “parole consapevoli”, che siano giuste per il contesto in cui si comunica. Parole veritiere, mai banali, però puntuali, vicine, concrete, umane, non sofisticate[5].
Potrà essere difficile riuscire nell’impresa se saremo costretti ancora per qualche tempo a comunicare quasi solo in forma mediata, privi dell’ausilio della voce e delle espressioni del corpo, a rischio costante di fraintendimento. Ma la lezione che ci insegna questa emergenza è proprio quella di imparare a trovare le parole giuste, cucite addosso alle situazioni, mai superflue, immagine delle nostre vere intenzioni, grandi canali di pura testimonianza verso interlocutori attenti e desiderosi di ascoltare.
[1] Cfr. Filippo Ceretti, Massimiliano Padula, Umanità mediale. Teoria sociale e prospettive educative, Edizioni ETS, Roma 2016; Giovanni Tridente, Bruno Mastroianni (a cura di), #Connessi. I media siamo noi, Edusc, Roma 2017.
[2] Cfr. Austen Ivereigh, Pope Francis says pandemic can be a ‘place of conversion’, “The Tablet”, 8 aprile 2020: https://www.thetablet.co.uk/features/2/17845/pope-francis-says-pandemic-can-be-a-place-of-conversion-.
[3] AA.VV., Coronavirus. Oms: in Europa strage nelle case di riposo. I casi di Francia, Spagna e Uk, “Avvenire”, 23 aprile 2020: https://www.avvenire.it/mondo/pagine/oms-in-europa-meta-dei-morti-nelle-case-dei-riposi.
[4] Cfr. Dario Antiseri, Più libertà per una scuola migliore, Rubettino, Soveria Mannelli 2020: https://www.store.rubbettinoeditore.it/piu-liberta-per-una-scuola-migliore.html?___SID=U.
mercoledì 29 aprile 2020
"Abbracciamo la speranza": 11 donne rileggono Papa Francesco per il dopo coronavirus
11 testimonianze “a caldo”, contenute nell’instant ebook Abbracciamo la speranza, diffuso in rete gratuitamente e curato da Giovanni Tridente, docente di giornalismo alla Pontificia Università della Santa Croce.
“Anche oggi attendiamo una ‘resurrezione’ più laica, che ci faccia ritornare alla ‘normalità’ delle incombenze che ci tenevano impegnati prima del coronavirus. Eppure vivremo una storia ‘trasfigurata’, un risveglio da ripensare e reinventare – scrive Tridente nell’introduzione al libro –. Chi meglio delle donne ci potrebbe accompagnare in questa nuova ‘visione’ di mondo, per non soccombere ma guardando l’orizzonte con occhi rinnovati?”.
A rileggere le parole del Papa – gli undici paragrafi che compongono la preghiera meditazione del 27 marzo –, la filosofa Flavia Marcacci, la psicoterapeuta Francesca D’Arista, l’infermiera Marta Ribul, che si sta occupando dall’inizio della pandemia dei malati di Covid-19 ricoverati nell’Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, la pediatra Rosanna Mariani, che opera nella struttura Covid di Palidoro dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, l’imprenditrice sociale Luciana Delle Donne, la sociolinguista Vera Gheno, la scrittrice e HR stategist Tatiana Coviello, l’abadessa del Monastero delle Cappuccine di Napoli suor Rosa Lupoli, la giornalista Francesca Folda, la professoressa Chiara Giaccardi dell’Università Cattolica di Milano e la speaker Assunta Corbo.
La premessa è affidata al sociologo e docente universitario Massimiliano Padula, mentre il filosofo e social media manager Bruno Mastroianni ha scritto la postfazione.
L’immagine di copertina è ricavata da un dipinto di Filippo Mariani, con questa didascalia: "Noi... il nostro abbraccio travolto dalla tempesta... la primavera e il suo profumo... un sogno, il risveglio e la speranza". La realizzazione grafica del volume è di Liliana Agostinelli.
Il libro si trova all’indirizzo www.abbracciamolasperanza.it ed è distribuito con licenza Creative Commons: si può condividere liberamente ma senza scopi commerciali e senza modificarlo.
martedì 3 marzo 2020
I 7 anni di pontificato di Papa Francesco secondo me...
D - Egregio professore Tridente, sette anni fa, i cardinali hanno eletto papa Francesco come successore di san Pietro. Secondo Lei, quali sono le principali caratteristiche del suo pontificato?
R - Non è semplice riassumere in poche battute le caratteristiche di questo pontificato, che seppur iniziato di recente ha avviato una serie di processi in tanti campi, a cominciare dalla riforma della Curia Romana, che erano stati richiesti proprio dalle Congregazioni generali dei Cardinali in sede di Conclave. Tuttavia, volendo essere sintetici ma pragmatici, direi che questo è un pontificato a forte trazione pastorale, che intende ricondurre all’essenziale gli uomini e le donne del nostro tempo attraverso una vicinanza concreta di ogni pastore d’anime. E in questo Papa Francesco è il primo – dal primo giorno – a dare l’esempio, proprio come Vescovo di Roma e quindi della Chiesa universale. In questa nostra epoca lo Spirito Santo, attraverso la guida che è il Successore di San Pietro, sta dunque dando alla Chiesa una impronta missionaria, che ha come conseguenza una reale “incarnazione” del messaggio evangelico nella vita della gente.
D - Dall'inizio del suo servizio, Papa Francesco ha convinto molti con la sua semplicità. Quanto è cambiata la percezione esterna della Chiesa con il suo pontificato, specialmente in Italia e poi nel mondo?
R - Più che la percezione esterna della Chiesa direi che è cambiato il mondo. In pochissimi anni, grazie anche al frenetico sviluppo tecnologico e all’avanzare dei social con il continuo popolamento di questo ambiente da fette sempre più numerose di popolazione, ci siamo scoperti tutti “intimamente connessi”, come afferma Papa Francesco in Laudato si’. Ciò ha portato anche la Chiesa a parlare con maggiore incidenza nelle questioni che più interessano la vita delle persone. C’è anche da dire che la stessa nostra epoca vive una crisi di leadership molto forte, quindi ha una grande necessità di personalità carismatiche, che possano aiutare ad affrontare meglio le grandi instabilità sociali, culturali e anche personali che ci troviamo a vivere. Una personalità forte come Papa Francesco – forte proprio perché semplice e genuino nella sua quotidianità e vicinanza umana –, è ciò che oggi sembra rispondere meglio a questa fame di senso.
D - Molti diranno che Francesco è un buon comunicatore e che i media lo adorano. Eppure, a volte, i media hanno trasmesso in modo sensazionale alcune delle sue dichiarazioni, presentandole con nuovi insegnamenti della Chiesa. Quanta verità c'è? Il Papa ha introdotto una nuova dottrina?
R - Anche in questo caso direi che il focus va orientato proprio sui comunicatori e sugli operatori dell’informazione piuttosto che sul Papa o sulla Chiesa. Nel senso che, con molta frequenza assistiamo a “travisazioni” del messaggio del Pontefice, principalmente perché non viene acquisito con la giusta attenzione – e quindi semplificato per ragioni di velocità e immediatezza; secondariamente, perché si preferisce la via breve del sensazionalismo, che casomai fa vendere più copie e porta più click ma porta ad omettere la trasmissione di un contenuto coerente e vero, che all’opposto richiede tempo di studio, giusta analisi e qualificata contestualizzazione. Il problema dunque non è tanto del Papa ma di chi mette nella bocca del Papa parole e argomentazioni che o non ha pronunciato o addirittura ha spiegato in maniera opposta. Tra l’altro, questo non è solo un cattivo lavoro che si fa alla Chiesa ma alla verità e alla società intera.
D - L'attuale Santo Padre sembra avere il maggior numero di nemici nella gerarchia della Chiesa. Si parla spesso di due correnti: conservatrice e progressista. Come concilia queste due posizioni? Francesco è un progressista che si discosta dalla tradizione ecclesiale?
R - Cadere nel tranello della semplificazione per categorie, tra l’altro superate abbondantemente anche storicamente, potrebbe indurre in una valutazione falsata del fenomeno. A mio giudizio esiste, da una parte, la reale coerenza del magistero di Papa Francesco rispetto a quello dei predecessori, e con tutta la tradizione ecclesiale per quanto riguarda i cardini dottrinali dell’insegnamento della Chiesa. Dall’altra parte esistono delle reazioni scomposte che apparentemente hanno a che fare con una presunta preoccupazione per la “conservazione del deposito di fede” ma che scavando in profondità nascondono altri tipi di ragioni, spesso politiche o addirittura dovute ad un “potere” perduto. In mezzo a tutto questo, le vere vittime sono le anime semplici di chi è estraneo a logiche politiche eppure assiste ad uno spettacolo indecoroso che mette in dubbio l’autorità morale di oltre un miliardo di fedeli. Detto ciò, è comunque chiaro che queste continue “mine” non praevalebunt.
R - Mi riallaccio alla risposta precedente e aggiungo che proprio Benedetto XVI aveva invitato a superare “l’ermeneutica della discontinuità” parlando invece di “ermeneutica della riforma”, di una sorta di rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa, riferendosi al Concilio Vaticano II e – guarda caso – al doppio registro che aveva avuto il racconto di quella importante assise conciliare nell’ambito dei mass media. È inevitabile che in persone diverse per provenienza, cultura, esperienze e impegni anche in seno alla stessa Chiesa vi siano delle differenze di approcci, abitudini, modus operandi, ecc. Ma ciò che è chiaro, e ciò che veramente interessa quando si parla di insegnamenti pontifici, è proprio questa continuità magisteriale, che pur con le dovute differenze di “attuazione pratica” potremmo dire, permane nel tempo, anzi si accresce ogni giorno di più, in fedeltà alla Tradizione, alla Parola di Dio e a tutto il Magistero precedente.
D - Molti hanno atteso con impazienza la pubblicazione della Esortazione Apostolica post-sinodale 'Querida Amazonia'. Prima di tutto, a causa di due domande: viri probati e ordinazione delle donne. Dal momento che il Papa non ha portato nulla di nuovo, si può concludere che si tratta di una "vittoria" per i tradizionalisti?
R - Qui bisogna domandarsi: per cosa era stato convocato il Sinodo sull’Amazzonia? Non certo per rispondere a quelle due domande che lei cita, che sono venute fuori più da una preoccupazione esagerata o da una semplificazione mediatica che altro. Certo, dopo aver creato presunte aspettative, è stato facile “posizionarsi” a favore e contro aperture o chiusure che però non erano esattamente all’ordine del giorno. Finalmente, con l’Esortazione apostolica "Querida Amazonia", scaturita dal cuore orante del Santo Padre – come lui stesso ha scritto –, si è messo anche fine a una serie di speculazioni che hanno dimostrato non avere alcuna ragione di fede o dottrinale, ma che restano legate a categorie politiche. Per non cadere anche noi nel rischio della semplificazione dobbiamo allora prendere tra le mani questo importante documento e meditarlo ogni giorno. Credo che sia un vero gioiello spirituale che il Papa consegna ancora una volta a tutta la Chiesa.
R - Non conosco la situazione della Chiesa in Germania né ho seguito la vicenda da vicino. Ricordo però che a fine giugno dello scorso anno Papa Francesco ha inviato una Lettera a tutti i fedeli tedeschi in vista di questo appuntamento sinodale e ha invitato a guardare sempre alla prospettiva dell’unità della Chiesa. Infatti, in quella occasione il Papa scrive “Ogni volta che una comunità ecclesiale ha cercato di uscire dai suoi problemi da sola, affidandosi soltanto alle proprie forze, metodi e intelligenza, ha finito per moltiplicare e alimentare i mali che voleva superare”. Quindi, come il Santo Padre, anche io penso che bisogna procedere con saggezza e dare sempre la centralità delle nostre azioni allo Spirito Santo. Quanto alle vere sfide, mi preoccuperei di quelle che ognuno di noi è chiamato a vincere e così diventare veramente dei “portatori sani” di Vangelo.
D - Recentemente, film e serie sul papato sono stati ri-registrati (I due papi, Il giovane papa, Il nuovo papa ...). Sebbene sia una questione di finzione, quale messaggio inviano sulla Chiesa e sul Papa?
R - Non vorrei essere frainteso, però ritengo che questi primi anni di pontificato, per la vivacità dei contenuti messi in campo e dei processi avviati anche in ambito spirituale, insieme alle tante prassi riconvertite e affinate riguardo all’organizzazione della struttura ecclesiastica, abbiano fornito le fondamenta per l’evangelizzazione dei prossimi anni. Ciò che il Santo Padre aveva intenzione di dire ormai lo ha detto, e con l’esempio ha testimoniato anche la strada che bisogna imboccare per essere veramente incisivi. I prossimi anni saranno un grande banco di prova per dimostrare da parte di noi laici se abbiamo veramente compreso la lezione oppure abbiamo preferito la vita comoda in poltrona, con una immagine che ha spesso utilizzato lo stesso pontefice. D’altronde, lui continuerà a svolgere il suo compito di guida e maestro.
R - Vorrei dirlo davvero con poche parole: farsi vicini, sporcarsi le mani con le sofferenze di chi ci è accanto, ascoltare, interessarsi davvero, frequentare posti diversi da quelli soliti a cui siamo abituati, incontrare chi è diverso da noi, accogliere chi è solo, rinunciare al proprio protagonismo, servire più che essere serviti, nutrirsi spiritualmente… Solo in questo modo riusciremo ad essere attrattivi anche per chi non è credente e a realizzare quel grande sogno che Benedetto XVI nutriva sulla crescita della fede in un’epoca in cui sembra che non ci sia più.
mercoledì 29 gennaio 2020
Riflessioni sul giornalismo: tornare a domandarsi il perché delle cose

La recente memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, mi ha portato a riflettere sullo stato attuale della professione informativa. Ho messo insieme qualche piccolo spunto nel testo seguente.
Eravamo abituati a pensare che bastasse rispondere alle “5 W” per giustificare in un certo senso la nostra abilità e prerogativa esclusiva di giornalisti a raccontare un fatto, o quantomeno ad esplorare un certo tema.
Questo “armamentario” è certamente ancora valido; non a caso è stato sviluppato dai retori e filosofi dell’antichità - forse il più noto è Cicerone, integrato poi nel cristianesimo da San Tommaso - e non è affatto superato.
C’è un però, e riguarda quella che poc'anzi chiamavo “prerogativa esclusiva” dei giornalisti, che nell’epoca dell’iperconnessione e della disintermediazione è stata progressivamente e significativamente ridimensionata, per non dire quasi del tutto annullata.
Mi spiego: oggi chiunque - attraverso i social, ad esempio - può comunicare a un pubblico potenzialmente universale il racconto di un accaduto seguendo per sommi capi questo famoso criterio delle “5 W”. Difatti lo fa. Addirittura correda il suo racconto con una prova visiva (l’istantanea che scatta trovandosi sul posto).
Ogni cittadino, dunque, è oggi un potenziale giornalista abilitato mediante il suo smartphone: mentre è testimone di un fatto, in pochi caratteri – 280? – ne trasmette il contenuto essenziale ad un pubblico più vasto, raccontando principalmente il “chi” è stato (who), il “cosa” è successo (what), “quando” è accaduto (when) e “dove” è avvenuto (where).
Se facciamo attenzione, in questo nostro esempio manca una “w”, ed è il “why”.
Ossia, perché (è accaduto)? È questo, secondo noi, l’anello mancante che oggi permette ad un giornalista di poter essere pienamente tale: rintracciare questa “w” perduta nei racconti dell’istantaneità a cui siamo vorticosamente esposti. Ed è in questa riscoperta che oggi la professione giornalistica è chiamata a fare la differenza, sia per distinguersi da ciò che può fare chiunque – e non è detto che sia un limite dei nostri tempi, assolutamente – sia per portare davvero quel valore aggiunto che, oltre a dare completezza e a corroborare il diritto di cronaca dei cittadini, manifesta l’utilità e la necessità di una simile professione.
Qui iniziano però i problemi, che in fondo neppure interessano al singolo “cittadino improvvisato giornalista” (CIG) che fa un tweet - da con confondere con il “cittadino informato quanto basta” (CIQB) per la cui fenomenologia si rimanda al filosofo Bruno Mastroianni -, dato che lui rispetta solo due aspetti del nostro sistema bulimico informativo, che in questo caso lo rendono adeguatamente soddisfatto del proprio operato: la velocità e l’immediatezza.
Ma come è facile intuire, manca la fase di “fermentazione”, di consapevole e lento approfondimento che il giornalismo - e ancora di più il giornalismo odierno - è chiamato a fare nella società. Questa fase si regge su tre gambe, le stesse su cui si regge la nostra “w” perduta se la capovolgiamo graficamente.
Perché è accaduto?
La prima gamba di questo “perché” informativo è il “perché è accaduto”. Rispondere a ciò richiede tempo, sudore, un lavoro sul campo che deve andare oltre l’immediatezza e l’istantaneità dell’avvenimento, richiede scavo, approfondimento, che porta a consumare le suola delle scarpe come si diceva un tempo… Perché è accaduto? E da qui provare a contestualizzare, cercare di capire, riconoscere le intenzioni, gli scopi, approfondire le dinamiche, verificare.
Perché me ne occupo?
La seconda gamba di questa “w” tripartita, che viaggia insieme alle altre due e tutte sono interconnesse, è rispondere al “perché me ne occupo”. Cioè, con quale attitudine, con quali capacità, con quali sentimenti io mi pongo di fronte al fatto per raccontarlo e approfondirlo? Rispondendo a queste domande troviamo anche la strada per giungere adeguatamente al “perché è accaduto”.
Perché deve essere diffuso?
Infine, la terza gamba: perché questo che è accaduto, e del quale ho deciso di occuparmene per tali ragioni, dopo aver scandagliato il contesto in cui è avvenuto deve essere diffuso? Quale valore aggiunto comunico in questo modo alla società, alla comunità, ai miei lettori? Perché questa cosa deve essere conosciuta?
Ecco quindi dispiegato il percorso alla ricerca della “w” perduta, che va necessariamente ritrovata e valorizzata.
Perduta poiché nell’era ipertecnologica è sempre messa da parte, nonostante risponda a una domanda insita in ciascuno di noi (il perché delle cose), che tra l’altro nel venire elusa ci dispera. Da ritrovare perché è l’unico modo per dimostrare ancora una volta che del giornalismo, e del giornalismo ben fatto c’è assoluta necessità.
Ma tutto dipende da noi, non dai sistemi, dalle oligarchie, dalla tecnologia, pena l’estinzione sulla falsariga di quanto capitato con l’omino che raccoglieva i birilli al bowling, come ha sintetizzato in una efficace immagine il sociologo Massimiliano Padula.
domenica 26 gennaio 2020
Messaggio per le Comunicazioni del 2020: "Abbiamo bisogno di dare spazio al bene"
1. Abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita.
2. L’uomo è un essere narrante perché è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. Ma, fin dagli inizi, il nostro racconto è minacciato: nella storia serpeggia il male.
3. Quante storie ci narcotizzano... Quasi non ci accorgiamo di quanto diventiamo avidi di chiacchiere e di pettegolezzi, di quanta violenza e falsità consumiamo.
4. Mettendo insieme informazioni non verificate, ripetendo discorsi banali e falsamente persuasivi, colpendo con proclami di odio, non si tesse la storia umana, ma si spoglia l’uomo di dignità.
5. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi. Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano.
6. Attraverso il suo narrare Dio chiama alla vita le cose e, al culmine, crea l’uomo e la donna come suoi liberi interlocutori, generatori di storia insieme a Lui.
7. Non siamo nati compiuti, ma abbiamo bisogno di essere costantemente “tessuti” e “ricamati”. La vita ci è stata donata come invito a continuare a tessere quella “meraviglia stupenda” che siamo.
8. Il Dio della vita si comunica raccontando la vita. Gesù stesso parlava di Dio non con discorsi astratti, ma con le parabole, brevi narrazioni, tratte dalla vita di tutti i giorni. Qui la vita si fa storia e poi, per l’ascoltatore, la storia si fa vita: quella narrazione entra nella vita di chi l’ascolta e la trasforma.
9. La storia di Cristo non è un patrimonio del passato, è la nostra storia, sempre attuale... Dopo che Dio si è fatto storia, ogni storia umana è, in un certo senso, storia divina. Nella storia di ogni uomo il Padre rivede la storia del suo Figlio sceso in terra.
10. Lo Spirito Santo, l’amore di Dio, scrive in noi. E scrivendoci dentro fissa in noi il bene, ce lo ricorda. Ri-cordare significa infatti portare al cuore, “scrivere” sul cuore. Per opera dello Spirito Santo ogni storia, anche quella più dimenticata, anche quella che sembra scritta sulle righe più storte, può diventare ispirata, può rinascere come capolavoro, diventando un’appendice di Vangelo.
11. Raccontarsi al Signore è entrare nel suo sguardo di amore compassionevole verso di noi e verso gli altri. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, portare le persone, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi. Quanto ne abbiamo bisogno, tutti!
12. Nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio.
Preghiera finale
O Maria, donna e madre, tu hai tessuto nel grembo la Parola divina, tu hai narrato con la tua vita le opere magnifiche di Dio. Ascolta le nostre storie, custodiscile nel tuo cuore e fai tue anche quelle storie che nessuno vuole ascoltare. Insegnaci a riconoscere il filo buono che guida la storia. Guarda il cumulo di nodi in cui si è aggrovigliata la nostra vita, paralizzando la nostra memoria. Dalle tue mani delicate ogni nodo può essere sciolto. Donna dello Spirito, madre della fiducia, ispira anche noi. Aiutaci a costruire storie di pace, storie di futuro. E indicaci la via per percorrerle insieme.
24 gennaio 2020
lunedì 4 novembre 2019
Con responsabilità e umiltà. Le virtù del giornalista secondo Papa Francesco
Il Papa ricorda anche che verità e bontà devono essere accompagnate dalla bellezza, un bisogno che alberga in tutti i cuori. Infatti, “la comunicazione è tanto più umana quanto più è bella”.
Prossimità e cultura dell’incontro
La seconda parola-virtù con maggiori occorrenze è quella della prossimità. Ed è a Buenos Aires dove l’Arcivescovo Bergoglio la declina nella sua globalità, ricorrendo all’immagine del buon samaritano. La prossimità del giornalista è una forza che si radica nella capacità di accostarsi alla vita delle persone, influendo in maniera simultanea e globalizzata attraverso un unico linguaggio.
Responsabilità
Non esiste professione dove chi la esercita sia avulso da responsabilità, ed è la terza parola su cui si è focalizzato maggiormente anche il Santo Padre, sintetizzandola come visione rispettosa degli avvenimenti che si vogliono raccontare, avendo a mente che la selezione e l’organizzazione dei contenuti, così come la loro condivisione richiede particolare attenzione poiché spesso si usano strumenti che di per sé non sono né neutri né trasparenti.
Curare le parole
Scegliere con cura parole e gesti per superare incomprensioni e generare armonia è il monito che traspare nel Messaggio per la GMCS del 2016, dove è esplicita la speranza affinché le nostre parole e azioni ci aiutino a “uscire dai circoli viziosi delle condanne e delle vendette”. Il linguaggio pacato, infatti, favorisce la riflessione, e se utilizziamo parole ben ponderate e chiare riusciamo anche a respingere i toni aggressivi e sprezzanti.
Dare speranza
Quando parla di speranza, l’idea del Papa va subito ad un tipo di informazione e di comunicazione che sia costruttiva. Infatti, non si tratta di raccontare un mondo privo di problematiche ma “tenere aperto uno spazio di uscita, di senso, di speranza” anche quando si denunciano situazioni di disperazione e di degrado.
Testimonianza
Ogni nostra azione compiuta in pubblico trasmette volenti o nolenti una testimonianza, e questo vale a maggior ragione per i giornalisti, in questo caso attraverso ciò che scrivono. È inevitabile dunque che anche le parole assumano un peso e che queste riesca a sostenerle soltanto chi le incarna nella vita.
Discernimento
Discernere la realtà è un ulteriore atteggiamento virtuoso proposto dal Santo Padre, che si esplica in un giudizio sereno, sincero e forte circa tutto ciò che accade, mantenendo la mente e il cuore aperti ed evitando l’autoreferenzialità. In questo modo si diventa “giornalisti dal pensiero incompleto”, l’unico capace di districarsi in un mondo complesso e pieno di sfide, provando a capire come affrontarle e risolverle.
Periferie
Il Pontefice è consapevole che i luoghi nevralgici in cui si concentra la maggior parte delle notizie si trovano nei grandi centri. Eppure, questo non deve far dimenticare le innumerevoli storie di quanti vivono lontano, distante, nelle ormai famose periferie, dove accanto a sofferenza e degrado ci sono sicuramente racconti di grande solidarietà, che possono aiutare tutti a guardare la realtà in maniera rinnovata.
Umiltà
Un’ultima virtù, non certo per importanza, che il Pontefice veicola con convinzione è l’umiltà. Si tratta dell’approccio che ciascun giornalista è chiamato ad assumere quando si pone alla ricerca della verità. La disposizione è quella di lasciarsi interrogare da ciò che accade senza presunzioni di sorta, ma anche senza restare alla superficie o all’apparenza, accontentandosi di soluzioni scontate “che non conoscono la fatica di un’indagine capace di rappresentare la complessità della vita reale”.
Articolo pubblicato su L'Osservatore Romano dell'1.11.2019
domenica 1 settembre 2019
Le 3 raccomandazioni di #PapaFrancesco per la #cura del #creato
Il degrado si è accentuato negli ultimi decenni: l’inquinamento costante, l’uso incessante di combustibili fossili, lo sfruttamento agricolo intensivo, la pratica di radere al suolo le foreste stanno innalzando le temperature globali a livelli di guardia. L’aumento dell’intensità e della frequenza di fenomeni meteorologici estremi e la desertificazione del suolo stanno mettendo a dura prova i più vulnerabili tra noi. Lo scioglimento dei ghiacciai, la scarsità d’acqua, l’incuria dei bacini idrici e la considerevole presenza di plastica e microplastica negli oceani sono fatti altrettanto preoccupanti, che confermano l’urgenza di interventi non più rimandabili. Abbiamo creato un’emergenza climatica, che minaccia gravemente la natura e la vita, inclusa la nostra”.
“Non siamo stati creati per essere individui che spadroneggiano, siamo stati pensati e voluti al centro di una rete della vita costituita da milioni di specie per noi amorevolmente congiunte dal nostro Creatore. È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato. È tempo di pentirsi e convertirsi, di tornare alle radici: siamo le creature predilette di Dio, che nella sua bontà ci chiama ad amare la vita e a viverla in comunione, connessi con il creato”.
1. “È questo il tempo per riabituarci a pregare immersi nella natura, dove nasce spontanea la gratitudine a Dio creatore. (…) Nel silenzio e nella preghiera possiamo ascoltare la voce sinfonica del creato, che ci esorta ad uscire dalle nostre chiusure autoreferenziali per riscoprirci avvolti dalla tenerezza del Padre e lieti nel condividere i doni ricevuti. In questo senso possiamo dire che il creato, rete della vita, luogo di incontro col Signore e tra di noi, è «il social di Dio»”
2. “È questo il tempo per riflettere sui nostri stili di vita e su come le nostre scelte quotidiane in fatto di cibo, consumi, spostamenti, utilizzo dell’acqua, dell’energia e di tanti beni materiali siano spesso sconsiderate e dannose. In troppi stiamo spadroneggiando sul creato. Scegliamo di cambiare, di assumere stili di vita più semplici e rispettosi! È ora di abbandonare la dipendenza dai combustibili fossili e di intraprendere, in modo celere e deciso, transizioni verso forme di energía pulita e di economia sostenibile e circolare. E non dimentichiamo di ascoltare le popolazioni indigene, la cui saggezza secolare può insegnarci a vivere meglio il rapporto con l’ambiente”.
3. “È questo il tempo per intraprendere azioni profetiche. Molti giovani stanno alzando la voce in tutto il mondo, invocando scelte coraggiose. Sono delusi da troppe promesse disattese, da impegni presi e trascurati per interessi e convenienze di parte. I giovani ci ricordano che la Terra non è un bene da sciupare, ma un’eredità da trasmettere; che sperare nel domani non è un bel sentimento, ma un compito che richiede azioni concrete oggi. A loro dobbiamo risposte vere, non parole vuote; fatti, non illusioni”.
#PapaFrancesco, Dal Messaggio per la V Giornata Mondiale di Preghiera per la cura del creato, 1 settembre 2019
lunedì 3 giugno 2019
#Europee: 16 #cattolici praticanti su 100 hanno scelto #Lega, 13 il #Pd e 7 il #M5s; 52 di loro sono rimasti a casa
#EUROPEE: 16 #CATTOLICI PRATICANTI SU 100 HANNO SCELTO #LEGA
13 IL #PD e 7 IL #M5S; 52 DI LORO SONO RIMASTI A #CASA
Questo post è stato ripreso dal collega John Allen su Crux il 4 settembre 2019
Come hanno votato i #cattolici praticanti (o presunti tali) italiani alle #Europee (su temi, si presume, prettamente "europei" e non italiani)?
Se la matematica non è un'opinione, prendendo per buona l'analisi post-voto #Ipsos è andato a votare soltanto il 48% dei cattolici praticanti (che vanno a Messa settimanalmente) aventi diritto, ciò significa che "un poco più di 1 italiano-cattolico su 2" è rimasto a casa (52%).
Dei "poco meno di 1 italiano-cattolico su 2" che è dunque andato al voto:
- il 33% - calcolato sui voti validi (come dice l'analisi Ipsos) - ha scelto #Lega, ossia il 15,84% di tutti i cattolici aventi diritto;
- il 27% ha scelto #PD, ossia il 12,96% degli aventi diritto
- il 14% ha scelto #M5S, ossia il 6,72% degli aventi diritto
- il 10% ha scelto #FI, ossia il 4,8% degli aventi diritto
RICAPITOLANDO
La #Lega è stata preferita (stando all'analisi Ipsos sui voti validi) da 16 cattolici praticanti (Messa settimanale) su 100;
il #PD da 13 cattolici su 100;
il #M5S da 7 cattolici su 100;
#FI da 5 cattolici su 100;
ben sapendo che 52 di loro sono rimasti a casa.
Questo spiegherebbe anche perché molti, tra i cattolici puri che pur di fatto si professano "vincitori" in questa tornata, non smettono di mostrare evidenti segni di nervosismo, prendendosela con la "gerarchia". Sarà che il vero nome del risultato è - purtroppo - la (loro) #irrilevanza?
mercoledì 1 maggio 2019
In un libro le visite del Papa nella periferia romana
Fabio Colagrande - Città del Vaticano
Nel libro “Pellegrino di periferia”, edito da Amazon, Giovanni Tridente, giornalista e docente di comunicazione alla Pontificia Università Santa Croce, rilegge le più recenti visite di Papa Francesco nelle parrocchie della sua diocesi. Prendendo in esame le ultime nove visite alle parrocchie romane del Papa - che nel suo pontificato ne ha visitate venti - l’autore individua i temi ricorrenti di questa predicazione itinerante del vescovo di Roma. Ai microfoni di Radio Vaticana Italia, Giovanni Tridente spiega la genesi del libro:
Ascolta l'intervista a Giovanni Tridente:
Sul Papa sono stati scritti molti libri, però seguendo la sua attività mi aveva sempre colpito la presenza di una sorta di filo conduttore nelle sue visite alle parrocchie romane, anche se non propriamente esplicito. Quindi ho voluto cercarlo per verificare se davvero ci fosse un denominatore comune nel magistero ‘parrocchiale’ del vescovo romano. Mi colpiva il fatto che fosse un aspetto del magistero di Papa Francesco che non era stato mai approfondito, a dispetto del fatto che nel giorno della sua elezione, dalla Loggia della Basilica Vaticana, si fosse presentato proprio come vescovo di Roma. Mano a mano che leggevo i discorsi pronunciati e rivedevo le dirette televisive, ho scoperto che ci sono dei punti in comune fra le varie visite. Probabilmente il Papa, in quelle occasioni, vuole veicolare dei contenuti molto concreti e specifici.
Quali sono i luoghi della Capitale in cui il Papa si è recato più volentieri, ovvero, come sono state scelte le parrocchie che ha visitato?
R. - Questo è un altro aspetto che mi ha colpito. Alla fine del libro ho voluto pubblicare una mappa, realizzata con un navigatore on-line, per verificare i percorsi compiuti dal Papa nelle sue più recenti visite alle parrocchie romane e approfondire l’aspetto territoriale. Ho scoperto che i 178 km percorsi dal Papa per raggiungere le ultime nove parrocchie che ha visitato, tracciano una linea continua che dal Vaticano va verso le periferie in tutte le latitudini, raggiungendo gli estremi periferici. Sicuramente quando si organizzano queste visite si fa una sorta di turnazione fra i settori della diocesi di Roma, ciascuno affidato a un vescovo ausiliare. Ma, a conferma di questo itinerario, mi colpisce che sempre in queste visite Francesco ha dedicato delle parole ai poveri, ai sofferenti e ai volontari che si occupano di queste situazioni di emarginazione. E si tratta di strutture parrocchiali che, per queste persone, rappresentano l’unica risorsa sul territorio per sopperire ai lori bisogni materiali. Dunque, zone periferiche sia in senso territoriale che esistenziale. Una tradizione, quella delle visite in periferia, che Francesco si porta dietro certamente dalla sua esperienza precedente come vescovo di Buenos Aires.
Quali sono i temi forti toccati dal Papa quando di reca in visita alle comunità parrocchiali romane?
R. - Nell’ultimo capitolo ne ho elencati una decina. Tra i più frequenti, c’è l’invito a evitare le chiacchiere, che com’è noto considera un vero atto terroristico, e a praticare l’apostolato dell’orecchio. Se si va nei luoghi periferici ed esistenziali ad annunciare il Vangelo bisogna innanzitutto ascoltare le esigenze delle persone. E questo è un monito che il Papa lascia ad ogni parrocchia che deve essere come un’antenna in grado di captare le esigenze del territorio per poi svolgere la propria missione. Ma l’aspetto che più mi ha colpito è che sempre, puntualmente, il Papa mette al primo posto l’incontro con Gesù. Non è possibile fare nulla, fare volontariato, ascoltare, evitare i pettegolezzi, se prima non si è coltivato un rapporto personale con Gesù. Questo è un aspetto centrale che ribadisce ai bambini della prima comunione, a quelli della cresima ed è fondamentale, in questo percorso, riconoscerlo. Quando va in periferia, Il Papa parla prima di tutto di Gesù e questo va sottolineato nei confronti di certi ambienti che sono critici verso di lui o non raccontano ciò che effettivamente dice.
venerdì 12 aprile 2019
Papa Francesco pellegrino nelle periferie di Roma
INDICE
“Francesco è in senso tecnico un rivoluzionario, uno che rovescia i paradigmi, cambia le prospettive, ribalta le mentalità e tra le tante rivoluzioni una è proprio questa: per lui la periferia è il centro, centro e periferia coincidono”. È quanto scrive Andrea Monda, direttore de L’Osservatore Romano, nella Prefazione al libro di Giovanni Tridente, Pellegrino di periferia. Le visite di Papa Francesco alle parrocchie romane, in uscita in questi giorni per le edizioni Amazon.
“Il cuore di un popolo lo s’incontra, lo si tocca andando in periferia, frequentando il margine del territorio, l’area degli ‘scarti’ – aggiunge Monda –. Il suo è lo stesso approccio del medico che la prima cosa che fa incontrando il paziente per conoscere le sue condizioni è sentire il polso, cioè la periferia, per capire come va il cuore”.
L’ultimo lavoro realizzato da Giovanni Tridente – che insegna giornalismo d’opinione presso la Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce ed è corrispondente in Italia della rivista spagnola PALABRA –, prende spunto dalle prime parole pronunciate da Papa Francesco sei anni fa, dalla Loggia della Basilica Vaticana la sera del 13 marzo 2013. In quell’occasione, il Pontefice appena eletto irruppe con quel poco canonico “buonasera” rivolgendosi alla “comunità diocesana di Roma”, che finalmente ri-aveva il suo Vescovo. E chiese al “popolo” di benedirlo, per incominciare insieme il cammino.
Un cammino che si è poi concretizzato negli anni attraverso le visite alle parrocchie della Diocesi, una ventina quelle realizzate finora, che Tridente ha in parte analizzato nei dettagli, tracciando quello che a suo dire può essere definito un vero e proprio “apostolato della periferia”.
Infatti, soffermandosi su quelle compiute a partire dal 2017 – subito dopo il Giubileo della Misericordia –, partendo dalla periferia nord di Guidonia, passando per Ponte di Nona, Ottavia, Casal Bernocchi, Ponte Mammolo, Corviale, Tor de’ Schiavi, Labaro e fino all’ultima di pochi giorni fa a San Giulio a Monteverde, Tridente evidenzia come il Papa abbia voluto portarsi in territori dove molta gente vive spesso ai margini e le parrocchie sono l’unica realtà che prova a far fronte nei limiti del possibile a tante esigenze.
L’idea del pellegrinaggio è data poi dalla frequenza con cui il Vescovo di Roma penetra nei territori più periferici della sua Diocesi; se si rappresentasse graficamente su una mappa il tragitto compiuto dal Papa ipoteticamente a piedi partendo dalla Città del Vaticano, verrebbe fuori – considerando le ultime 9 visite analizzate – un percorso di ben 178 chilometri, per una durata calcolata da Google Maps di 37 ore di cammino.
Il libro di Tridente mette quindi in evidenza, soprattutto nelle conclusioni, i temi forti di questo apostolato cittadino e periferico del Vescovo di Roma, che è stato possibile trarre dai discorsi che il Papa ha pronunciato nei diversi incontri con le specifiche realtà di ciascuna comunità – bambini, ragazzi, famiglie, anziani, malati, poveri, volontari. Su tutti risaltano la condanna delle “chiacchiere” – un vero e proprio “atto terroristico” secondo Francesco, che ha stigmatizzato quasi in ogni visita –, l’esigenza della “preghiera vicendevole”, l’urgenza della “testimonianza esemplare” e della “gioia” che porta “pace”, ma anche un amore testimoniale fatto di “ascolto”, l’apprezzamento della vita in ogni sua fase e la predilezione per la “mamma di tutti”, Maria, la Madonna.
“Il Papa sa che il dialogo, altro suo tema forte, non si fa tanto con le parole, ma facendo qualcosa insieme, condividendo un’esperienza operosa, concreta. È quello che il Vescovo Francesco sta facendo dal 13 marzo 2013 camminando insieme al suo popolo, il popolo della Diocesi di Roma”, conclude Andrea Monda nella sua Prefazione.
* * *
Pellegrino di periferia. Le visite di Papa Francesco alle parrocchie romane
Autore: Giovanni Tridente
Editore: Amazon
Pagine: 96
Prezzo: 12,00 € (Ebook 5,99 €)
ISBN: 9781799217886
mercoledì 3 aprile 2019
CHRISTUS VIVIT: IL #DESIDERIO DEL #PAPA PER I #GIOVANI
La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. Ne abbiamo bisogno! E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci»"
Ecco l'Esortazione apostolica postsinodale #ChristusVivit di #PapaFrancesco ai #giovani e a tutto il #PopolodiDio
giovedì 21 marzo 2019
Le più belle parole sulla #famiglia pronunciate da #PapaFrancesco all'ultimo Incontro Mondiale delle Famiglie di #Dublino (agosto 2018)
mercoledì 16 gennaio 2019
Abusi sessuali da parte del clero: cosa ci si aspetta dell'incontro dei Vescovi convocato dal Papa per febbraio

- La Chiesa si interrogherà, avvalendosi anche degli esperti, su come proteggere i bambini; come evitare tali sciagure, come curare e reintegrare le vittime; come rafforzare la formazione nei seminari.
- Si cercherà di trasformare gli errori commessi in opportunità per sradicare tale piaga non solo dal corpo della Chiesa ma anche da quello della società. Infatti, se questa gravissima calamità è arrivata a colpire alcuni ministri consacrati, ci si domanda: quanto essa potrebbe essere profonda nelle nostre società e nelle nostre famiglie?
- La Chiesa dunque non si limiterà a curarsi, ma cercherà di affrontare questo male che causa la morte lenta di tante persone, al livello morale, psicologico e umano".
[Dal Discorso di #PapaFrancesco alla Curia Romana, 21 dicembre 2018]
* * *
- [L'incontro] prevede sessioni plenarie, gruppi di lavoro, momenti di preghiera comuni con ascolto di testimonianze, una liturgia penitenziale e una celebrazione eucaristica finale. Papa Francesco ha assicurato la Sua presenza per l’intera durata del meeting.
- Il Santo Padre ha affidato al Rev. P. Federico Lombardi, S.I., il compito di moderare le sessioni plenarie dell’Incontro.
[Comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, 16 gennaio 2019]
* * *
- L’Incontro di febbraio sulla protezione dei minori ha uno scopo concreto: il fine è che tutti i vescovi abbiano assolutamente chiaro che cosa bisogna fare per prevenire e combattere il dramma mondiale degli abusi sui minori.
- Papa Francesco sa che un problema globale si può affrontare solo con una risposta globale. E vuole che l’Incontro sia una riunione di Pastori, non un convegno di studi. Un incontro di preghiera e discernimento, catechetico e operativo.
- Per il Santo Padre, è fondamentale che tornando nei loro Paesi, nelle loro diocesi, i vescovi venuti a Roma siano consapevoli delle regole da applicare e compiano così i passi necessari per prevenire gli abusi, per tutelare le vittime, e per far sì che nessun caso venga coperto o insabbiato.
- Rispetto alle grandi aspettative che si sono create intorno all’Incontro è bene sottolineare che la Chiesa non è al punto di partenza nella lotta agli abusi. L’Incontro è la tappa di un cammino doloroso, ma senza battute d’arresto, che la Chiesa sta percorrendo con decisione da oltre quindici anni.
[Comunicazione ai giornalisti del direttore della Sala Stampa Alessandro Gisotti, 16 gennaio 2019]
* * *
- L’incontro di febbraio è importante perché per la prima volta si parlerà in maniera focalizzata e sistematica dell’aspetto sistemico-strutturale dell’abuso e della sua copertura, dell’omertà e dell’inerzia nell’agire contro questo male.
- Il Papa stesso ci ha invitato ad affrontare il nesso tra “abuso sessuale, di potere e di coscienza”. La sessualità è sempre anche espressione di altre dinamiche, tra l’altro di potere.
- Ci saranno conferenze, gruppi di lavoro e liturgie tematiche. I tre giorni di lavoro avranno come tema “responsibility, accountability, transparency”, tematiche molto discusse negli ultimi mesi e che Papa Francesco in qualche maniera ha messo nell’agenda della Chiesa con le lettere ai Vescovi in Chile e al Popolo di Dio.
[Intervista di p. Hans Zollner concessa (in spagnolo) alla Revista Palabra nel numero di gennaio 2019]
* * *
- E infine, vogliamo vedere come possiamo fare affinché non solo si conoscano le procedure, le norme – perché queste sono conosciute già da tempo – ma come possiamo fare per motivare le persone a impegnarsi a metterle in atto e a non titubare, a non esitare ma a impegnarsi con tutto il cuore affinché ciò che si deve fare venga veramente anche messo in atto.
- Una delle misure concrete che vogliamo offrire ai vescovi del mondo sarà la creazione di task force, cioè di squadre, che saranno probabilmente istituite nei vari continenti in cui la Chiesa cattolica è presente e che potranno poi spostarsi di luogo in luogo. Potranno informarsi sulle linee guida che le Conferenze episcopali stanno per implementare, a che punto siano con questo processo, di che cosa abbiano necessità. Cercheranno di capire come possono aiutarle, come possono fornire informazioni, ma anche le soluzioni più valide che sono state già sperimentate in altri Continenti.
- Così, queste task force dovrebbero diventare uno strumento anche per gli anni a venire per misurare il successo di questo esercizio di rendersi conto della propria responsabilità, anche a livello mondiale, di fronte alle aspettative pubbliche, in modo da fare emergere che siamo in un processo continuo, sempre di nuovo, per rivisitare lo stato delle cose, migliorare, approfondire la conoscenza del fenomeno degli abusi e del lavoro di prevenzione, che ovviamente è una delle missioni principali del nostro credere in un Dio che si è fatto uomo.
[Intervista di p. Hans Zollner concessa a Vatican News (Fabio Colagrande) il 23 gennaio 2019]
* * *
- L’idea di questo incontro è nata nel C9 perché noi vedevamo che alcuni vescovi non capivano bene o non sapevano che cosa fare o facevano una cosa buona e un’altra sbagliata. Abbiamo sentito la responsabilità di dare una “catechesi” su questo problema alle conferenze episcopali e per questo si chiamano i presidenti degli episcopati.
- Primo: che si prenda coscienza del dramma, di che cos’è un bambino o una bambina abusata. Ricevo con regolarità persone abusate. Ricordo uno: 40 anni senza poter pregare. È terribile, la sofferenza è terribile.
- Secondo: che sappiano che cosa si deve fare, qual è la procedura. Perché talvolta il vescovo non sa che cosa fare. È una cosa che è cresciuta molto forte e non è arrivata dappertutto.
- Ma prima delle cose che si devono fare, bisogna prendere coscienza. Lì, all’incontro, si pregherà, ci sarà qualche testimonianza per prendere coscienza, qualche liturgia penitenziale per chiedere perdono per tutta la Chiesa. Stanno lavorando bene nella preparazione dell’incontro.
- Io mi permetto di dire che ho percepito un’aspettativa un po’ gonfiata. Bisogna sgonfiare le aspettative a questi punti che vi ho detto, perché il problema degli abusi continuerà, è un problema umano, dappertutto. Ho letto una statistica l’altro giorno. Dice: il 50 per cento dei casi è denunciato, e solo nel 5 per cento di questi c’è una condanna. Terribile. È un dramma umano di cui prendere coscienza. Anche noi, risolvendo il problema nella Chiesa, aiuteremo a risolverlo nella società e nelle famiglie, dove la vergogna fa coprire tutto. Ma prima dobbiamo prendere coscienza e avere i protocolli.
venerdì 11 gennaio 2019
Come vengono raccontate le notizie della Chiesa e come è corretto leggerle
Abbiamo così riascoltato e commentato le parole del Papa nell’Udienza con i rappresentanti dei media del 16 marzo 2013 e nell’Udienza al Consiglio Nazionale dell’ordine dei Giornalisti (Italia) del 22 settembre 2016, in cui si sofferma sul lavoro dell’informazione svolto con onestà e amore per la verità.
Poi a commento delle attività del Papa Francesco di oggi abbiamo ascoltato l’Omelia di Santa Marta in cui esorta all’amore e al pregare per il prossimo anche per quelli per cui non si prova simpatia.
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