"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

venerdì 17 febbraio 2017

Artigiani di una comunicazione fragrante e buona, come il pane che nutre


Quando abbiamo avviato questo blog, durante il pontificato di Benedetto XVI, avevamo chiaro lo scopo: farci “alleati e seminatori di buone notizie”, come riporta giustamente il motto sotto la testata.

Il motivo lo avevamo spiegato qui. E lo abbiamo ribadito una volta eletto Papa Francesco qui.

Ecco perché il Messaggio per la 51ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali non ci ha colti di sorpresa; piuttosto, ci ha confermati nel nostro compito di annunciatori delle cose buone e delle cose belle. O, come riporta lo stesso Messaggio, comunicatori di “speranza e fiducia nel nostro tempo”.

Una sfida e un compito

Per chi avrà la pazienza di leggerlo, noterà che anche in questa occasione il Papa consegna a tutti i comunicatori, ma in fondo anche a chi non lo è, una sfida e un compito.

La prima consiste, innanzitutto, nell’invertire la logica che ci vuole ormai abituati “a fissare l’attenzione sulle ‘cattive notizie’ (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane)”, oltrepassando dunque “quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra” e ci rende apatici, impauriti e disillusi. Ciò significa anche cambiare il proprio paradigma esistenziale, nutrendo maggiore “speranza” (“la più umile tra le virtù”) in un domani sicuramente migliore.

Quanto al compito, Papa Francesco lo configura come una sorta di artigianato. Parla dei comunicatori, infatti, come di quegli incaricati del “mulino”, che hanno la possibilità di “decidere se macinarvi grano o zizzania”. L’ideale sarebbe preparare “un pane fragrante e buono” (comunicazione costruttiva che rifiuta i pregiudizi e favorisce una cultura dell’incontro) e inforcare “occhiali” buoni e “giusti”, per guardare alla realtà “con consapevole fiducia”.

La bellezza di tutto ciò sta nel fatto che ciascuno di noi diventa in qualche modo protagonista in questa chiamata a vivere e a descrivere la realtà nello “scenario di una possibile buona notizia”. Buona notizia che, per chi crede, è in definitiva la persona stessa di Gesù Cristo.

Con ciò, il Papa parla ai comunicatori ma in fondo parla anche a ciascun fruitore dell’informazione, e quindi a tutti. Dal momento che tutti siamo abilitati (vedi smartphone, social media, ecc.) ad acquisire globalmente dati e contenuti, a ciascuno è richiesto di cercare il bene e farsene diffusore, laddove esercita il proprio vissuto quotidiano, qualunque sia l’ambiente fisico o virtuale (?) che frequenta.

In fondo, tutto questo dimostra ancora una volta – e la Chiesa lo assume con assoluta consapevolezza – che non esistono più (e forse perché non ne abbiamo più bisogno) i mediatori in senso classico, coloro che si frapponevano tra l’accaduto e il destinatario dell’informazione, presentandone una propria versione. Ciascuno raggiunge direttamente il “luogo dell’accaduto” e ne legge (pensiamo agli occhiali) i risvolti secondo la sua sensibilità.

Qui però sopraggiunge una necessità, ed è quella dell’educazione. Educare a leggere, educarsi a saper leggere. Educare la propria capacità “visiva” (di comprensione della realtà), educare a fornire le necessarie chiavi di lettura. Perché la lettura della realtà – dice il Papa – deve generare speranza.

Seguendo questa prospettiva, il comunicatore non è più dunque il mediatore di cui avevamo bisogno nel passato, ma si converte in educatore. E cosa è l’educazione in ambito comunicativo e informativo se non quell’artigianato del sapere, che insegna fin da piccoli a saper assumere il pane buono della conoscenza, a lavorare le farine migliori con la giusta dose di acqua e sale (mescolare contenuti) e produrre così un pasto gustoso e fragrante, proprio come chiede Francesco?

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