"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

lunedì 6 giugno 2016

Evangelizzare da attivi digitali


La Chiesa “in uscita” di Papa Francesco, che sposta l'attenzione dal centro alle periferie (esistenziali), mancherebbe di un tassello fondamentale se in questo percorso di evangelizzazione venisse escluso l'ambiente dei social media.

Negli ultimi tempi si è andata consolidando una nuova branca speculativa – espressione di varie sensibilità intellettuali e appartenenze, compresa quella cattolica –, che intende riflettere sul “come” stare sui social network (Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn, ecc.) da persone responsabili, preoccupate per il bene comune e desiderose di contribuire a un mondo migliore.

Queste riflessioni, diffuse un po' a macchia di leopardo negli ambienti della ricerca che conta, dicono sostanzialmente che con la diffusione dei cosiddetti “nuovi media”, se si vuole veramente essere degli influencer di qualità, bisogna superare la logica del contrasto e della contrapposizione, instradandosi sulla via del confronto pacifico e del dialogo, gli unici in grado di assicurare una crescita reciproca dei protagonisti della conversazione.

Evidentemente, in questi studi spesso si da' per acquisito “cosa” sono e a cosa servono i moderni strumenti della conversazione sociale, contando sul fatto che oggi si sono trasformati nella vera second life delle persone, un prolungamento della loro esistenza quotidiana, dove esprimere liberamente il proprio pensiero o – sempre liberamente – acquisire dati, informazioni e conoscenze per la crescita personale (almeno nelle buone intenzioni iniziali).

Eppure, soprattutto per la Chiesa e i cattolici, può essere utile ritornare su questo secondo elemento del fenomeno, ed estendere la riflessione su cosa ci facciano le persone sui social network, quanto tempo vi trascorrono e, soprattutto, quanto bene è possibile trarre – e moltiplicare – da essi.

Prendere consapevolezza del fatto che lì la gente trascorre parte del proprio tempo, che su quelle piattaforme le persone si informano e in quell'ambiente fanno amicizia, entrano in contatto con individui e mondi diversi dai loro, “costruiscono” un loro modo di pensare e agire... è sicuramente la forma migliore anche per diluire quel timore fisiologico che spesso, come evangelizzatori che pure vorrebbero percorrere tutte le strade possibili, ci rende “inattivi” (digitalmente parlando).

Nella Evangelii Gaudium, Papa Francesco lo dice chiaramente: bisogna uscire all'incontro delle persone, dovunque esse si trovino, a maggior ragione in quei luoghi che probabilmente non abbiamo mai visitato – per distanza, per timore, perché sconosciuti – e portare a loro la gioia della fede che abbiamo sperimentato nelle nostre vite.

Sui social network le persone ci stanno eccome, giovani e adulti (fenomeno molto in crescita), spesso “costretti” a esperienze deludenti, poiché vincolati a leggere solo cose negative o espressioni di rabbia. E magari erano lì alla ricerca di qualcosa che desse loro speranza per cominciare un nuovo giorno, con un sorriso o un semplice incoraggiamento, confrontandosi con i propri “simili” in questo ambiente secondario della propria vita.

Come si vede, anche in questo caso c'è tanto lavoro da fare, tanto terreno da arare, tanto bene da seminare! Perciò bisogna abitare queste “periferie”, caratterizzarle con la propria presenza, superare quello stato di inattività digitale che ci fa guardare a questi ambienti solo come a qualcosa di esotico e lontano. Ne parliamo, ci piacerebbe esserci, ma poi ammainiamo la bandiera dicendo che non fa per noi.

Invece, va riscoperto anche in questo caso quel mai dimenticato “non abbiate paura” di San Giovanni Paolo II: non abbiamo paura di “perdere tempo” su piattaforme che sembrano “un gioco per ragazzi”; almeno, facciamolo per quei “ragazzi"!

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