"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

sabato 22 agosto 2015

Un Centro pastorale per cristiane e musulmane, a Ramallah (Palestina) l'oasi della speranza

«Iniziammo con una sola famiglia, tre donne. Poi piano piano ci siamo allargate: sono arrivate le cugine, le cognate, le zie. Oggi coinvolgiamo 250 donne di Ramallah e di una decina di villaggi delle vicinanze». 

Così, Helen animatrice del Centro pastorale melchita di Ramallah racconta gli esordi di una esperienza che è diventata un’oasi di speranza e di solidarietà in una realtà segnata da anni di guerra e sofferenza. 

Ogni giorno il centro pastorale è frequentato da decine di donne, cristiane e musulmane. A guidare la struttura due italiane e una francese, che appartengono all’Associazione fraterna internazionale (Afi), organismo laicale cattolico fondato nel 1937 dalla belga Yvonne Poncelet, su ispirazione di padre Vincent Lebbe, missionario in Cina e pioniere del dialogo interculturale e interreligioso. 


Allo scoppio della prima intifada (1987-1993) le missionarie laiche dell’Afi — secondo la ricostruione fornita dal sito internet Terrasanta.net — già ben integrate nella comunità palestinese, divennero il punto di riferimento delle donne. «Eravamo già inserite nell’ambiente di Ramallah — ricorda Helen — all’inizio lavoravamo nella scuola parrocchiale e nei campi profughi. Le donne hanno imparato a conoscerci. Così con la prima intifada vennero a chiederci aiuto. Molte di loro avevano perso i mariti, uccisi, feriti o fatti prigionieri. Erano sole e avevano bisogno di lavorare. Anche noi non avevamo nessun aiuto finanziario, vivevamo del piccolo salario locale. Ma c’era un’immensa necessità di intervenire, di fare qualcosa e di farlo in fretta». 

Ispirate da un progetto già avviato a Beirut nei campi profughi palestinesi, le tre hanno fatto lo stesso a Ramallah: hanno aperto un laboratorio di ricamo per far lavorare le donne e renderle indipendenti. Le donne ricamavano, e loro le aiutavano per la vendita dei prodotti. Oggi, «lavorano da casa con i materiali che consegnamo qui al centro: tessuto, cotone, fili. Non usano macchine, basta avere una buona vista. Poi portano il prodotto al centro e le sarte lo rifiniscono. Il problema durante l’intifada era trovare i tessuti, quello nero, quello bianco. Facemmo i salti mortali per trovare i materiali, con l’esercito alla porta e i coprifuochi continui». Così è cominciata la storia: oggi il laboratorio di ricamo vende in Terra santa in collaborazione con diverse comunità che accolgono i pellegrini, ma anche in Europa grazie all’op era di amici e benefattori.

L'Osservatore Romano

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