"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

venerdì 29 ottobre 2010

Dio: una grande domanda e una ancor più grande presenza

Inizio con una domanda: la gente oggi crede ancora o non crede più in Dio? La risposta prevalente tra i sociologi della religione qualche decennio fa era che molta gente ci crede ancora ma la fede in Dio sta diminuendo ed è difficilmente compatibile con lo sviluppo moderno della cultura e della società, almeno in Occidente. Perciò la fede in Dio sarebbe destinata praticamente a scomparire, o a sopravvivere in qualche gruppo che si isoli in se stesso e rifiuti la modernità. Grosso modo, era questa la tesi della «secolarizzazione» come esito fatale della modernità.

Oggi questa tesi è molto contestata e per lo più abbandonata, di fronte al fatto evidente della ripresa delle grandi religioni – in particolare della loro nuova rilevanza sulla scena pubblica – e anche del rinnovato vigore del senso e della ricerca religiosa tra la gente in Occidente. Ma come stanno realmente le cose? Per rispondere faccio riferimento soprattutto all’opera imponente del filosofo, storico e sociologo canadese Charles Taylor L’età secolare. Egli nega che esista un rapporto automatico tra modernità e perdita o diminuzione della fede in Dio. Ciò può essere vero per alcuni Paesi, come ad esempio quelli del Nord-Europa, ma non per tutti: ad esempio non è vero per gli Stati Uniti. La netta distinzione tra politica e religione, come anche tra la religione e le altre dimensioni dell’esistenza (economiche, scientifiche, artistiche, ricreative…), è ormai una caratteristica comune delle attuali società democratiche, che può restringere la presenza di Dio nella nostra esperienza di vita ma non contrasta necessariamente con la fede in lui. Il cambiamento decisivo avvenuto in questo campo può invece riassumersi così: dalla metà dell’800, quindi ormai da più di 150 anni, siamo passati da una società nella quale era «virtualmente impossibile non credere in Dio, ad una in cui, anche per il credente più devoto, credere in Dio è solo una possibilità umana tra le altre». Il vero nucleo della secolarizzazione, secondo Taylor, sta proprio qui: nel considerare la fede in Dio come un’opzione tra le altre.

Personalmente mi ritrovo in questa analisi e anche nelle indicazioni di massima che Taylor ricava da essa. Secondo lui si è affermata in Occidente, non solo tra le persone di cultura ma ormai anche tra la gente comune, la convinzione di un «fiorire dell’uomo», cioè di un ideale di pienezza della vita, che sarebbe possibile senza Dio. È questa oggi per la fede la sfida decisiva, una sfida chiaramente non solo intellettuale ma spirituale, morale, esistenziale, alla quale non si può rispondere limitandosi a criticare la sensibilità attuale e a mettere in evidenza i suoi indubbi limiti, ma piuttosto attingendo alla ricchezza della proposta cristiana su Dio e sull’uomo per offrire a questa sensibilità una possibilità di realizzazione ben più piena e ben più grande. Alla base sta la certezza, confermata anche dagli sviluppi attuali della storia, che il rapporto dell’uomo con la religione e con Dio è tanto profondo che, quando cambiano anche radicalmente i contesti sociali e culturali, la domanda religiosa non si estingue, ma si ricompone in forme più adatte alla nuova situazione.

All’interno di questo quadro vorrei precisare, in modo un po’ più organico, l’atteggiamento con il quale va posta la questione di Dio. Anzitutto dobbiamo rinunciare alla pretesa di un approccio "neutrale", puramente oggettivo o scientifico. La questione di Dio, infatti, coinvolge inevitabilmente la persona, il soggetto che la pone, poiché ha a che fare con il senso e la direzione della nostra vita e con il modo in cui interpretiamo noi stessi e tutta la realtà. Non è esagerato, dunque, affermare che «con Dio o senza Dio cambia tutto». Inoltre, la stessa impossibilità di un approccio neutrale alla questione di Dio non costituisce soltanto un nostro limite. Al contrario, racchiude un significato fortemente positivo, che consiste proprio nel totale coinvolgimento di noi stessi, della nostra esperienza di vita, della libertà e degli affetti, insieme all’intelligenza e alle sue capacità critiche. È vera specialmente a questo riguardo la parola di sant’Agostino: «Si conosce veramente solo ciò che si ama veramente». Specialmente quando si tratta di Dio è sbagliato unque rinchiudersi in una prospettiva razionalistica. (...)

Termino riprendendo il suggerimento di Charles Taylor che ci invita a mettere l’apertura a Dio in collegamento con il «fiorire dell’uomo». Esiste un profondo parallelismo tra l’approccio a Dio e l’approccio a noi stessi, in quanto soggetti intelligenti e liberi. In entrambi i casi siamo sottoposti, nel nostro tempo, alla pressione di un forte e pervasivo scientismo e naturalismo materialistico, che vorrebbero dichiarare Dio inesistente, o quanto meno razionalmente non conoscibile, e ridurre l’uomo a un oggetto della natura tra gli altri. Oggi, come forse mai in precedenza, appare chiaro dunque che l’affermazione dell’uomo come soggetto e l’affermazione di Dio stanno in piedi insieme o cadono insieme. Ciò del resto è profondamente logico: da una parte infatti è ben difficile fondare un vero e irriducibile emergere dell’uomo rispetto al resto della natura se la natura stessa è l’unica realtà; dall’altra parte è ugualmente difficile lasciare aperta una via che conduca razionalmente al Dio personale, intelligente e libero – in modo vero anche se superiore ad ogni concetto della nostra mente – se non si riconosce anzitutto al soggetto umano questo irriducibile carattere personale.

Poniamoci ora da un punto di vista più storico ed esistenziale. La "svolta antropologica" attraverso la quale, nell’epoca moderna, l’uomo, il soggetto umano, si è posto al centro della realtà, si è sviluppata storicamente come "emancipazione", anzitutto nei confronti di Dio. Attualmente però, al fine di potersi reggere e proseguire nella storia, la svolta verso il soggetto ha bisogno di Dio. Questo emerge proprio dalla critica che la "postmodernità" ha condotto nei confronti della modernità e della sua pretesa di autosufficienza del soggetto umano. Emblematica è, a questo riguardo, l’affermazione con cui Jean-Paul Sartre conclude il suo libro L’essere e il nulla: «L’uomo è una passione inutile». In effetti, se Dio non esiste e quindi l’uomo – ogni singola persona e l’intero genere umano – è solo nell’universo, viene semplicemente dalla natura e alla natura ritorna (una natura che non sa niente di lui e non si cura di lui), è difficile pensare che sia possibile per noi soddisfare in qualche modo quell’«anelito di pienezza» che è inserito nel nostro essere ed è quindi presente in ciascuno di noi.
 
Camillo Ruini

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